Misurare Gravity un anno dopo

Ne L’attimo fuggente il mitico professor Keating insegnava che il valore di una poesia non può essere misurato in modo algebrico. Concordo. Ma sui film non ha detto niente, quindi quello che sto per fare è proprio questo: dimostrare algebricamente il valore di un film. Il candidato ideale per questo esperimento è Gravity, anche perché è da poco passato il primo anno dalla sua uscita.

Ebbene sì, anche i film compiono gli anni. Non c’è niente di strano, se si considera che hanno un giorno di nascita (anzi spesso più di uno, ma diciamo che fa fede la data di uscita del primo Paese in cui escono), e vedono la luce o, meglio, il buio della sala, dopo un periodo di gestazione, che spesso può durare ben più di nove mesi. Quello in cui differiscono, però, più di tutto da noi umani, è il fatto che ormai, essendo pubblicati in milioni di copie su supporto digitale, non invecchieranno più.

Ma non siamo qui per spegnere candeline e cantare canzoncine. Se mi interessa rimettere mano a Gravity dopo un anno dalla sua “nascita” è solo per ripensare all’accoglienza che ha avuto, al giudizio che si è poi realmente sedimentato, e a come lo consideriamo ora. Mi piacerebbe anche che lo vedeste un momento coi miei occhi, quindi mettetevi in fila e a turno ve li presterò. No.

In generale, non trovo esaltante il periodo che il Cinema sta attraversando: serialità e mancanza di talento dominano la scena già da anni, col risultato che alla comprensibile necessità di produrre film per far funzionare un’industria fatta di gente che, comunque, deve lavorare, non si affianca molto spesso il correttivo necessario: la voglia di fare cose belle, di rischiare, così da non ridurre tutto a una timbrata di cartellino.

Esiste lo stereotipo che si tratti soprattutto dei blockbuster, ma non è vero. Non c’è discriminazione nella morsa di stanchezza che attanaglia la Settima Arte, un po’ come faceva Lo Squalo con Quint, nella scena in cui quest’ultimo crepa.

gravity_2013_movie-1366x768  Misurare Gravity un anno dopo gravity 2013 movieE se anche fosse che dai blockbuster viene la dannazione, a volte dai blockbuster arriva pure la redenzione. Gravity è un film unico e mirabile, e lo si può provare scientificamente. O quasi. Come? Eccovi una bella risposta ovvia: basta guardarlo. Vi sembra un film fatto per timbrare il cartellino? Siamo d’accordo che la sceneggiatura è discontinua, ma in pratica è l’unico difetto, e non più grave che nella media di ciò che esce in sala. Ecco, ha un difetto che rientra nella media. Ma, nella media dei film, quanti hanno i suoi pregi?

La visione orchestrata da Alfonso Cuaron è talmente compiuta e carica di sense of wonder che Gravity poteva pure essere un film muto e sarebbe stato comunque un viaggio senza precedenti. Non è uno di quei casi in cui si possono scindere aspetti tecnici e artistici, c’è solo una sinergia inestricabile e misteriosa, dove l’occhio della telecamera è un narratore potente, audace e virtuoso, forse più coinvolgente della scrittura stessa, senza limiti se non quelli che decide di imporsi, atteggiamento che il 90% dei registi al comando di grandi produzioni dovrebbe assumere all’istante.

Chi lo aveva visto in anteprima ne parlava come di una rivoluzione. Dopo la visione, trovavo che la definizione fosse un azzardo. Ma, rivedendolo in home video, in uno splendido blu-ray, mi sono reso conto che non solo Gravity è un film estremamente audace e insolito, ma anche, contro tutte le probabilità, un perfetto oggetto di uso domestico, che non perde niente nel passaggio dal grande al piccolo schermo (certo, a patto che non sia troppo piccolo).

Credo che pure il professor Keating sarebbe d’accordo. Davanti a film come Gravity si possono avere due atteggiamenti. L’unico sensato è riconoscerne la forza, tanto primitiva quanto futuristica. E arrendersi, una buona volta.

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