Fury - recensione

Fury – Recensione

Dalle strade violente di L.A. alla Germania dilaniata dalla guerra mondiale e prossima alla resa, David Ayer continua a scavare nelle sue e nelle nostre ossessioni con l’infallibile modus operandi di un esperto anatomo-patologo.

Fury è una diabolica incursione negli orrori della guerra e nella violenza che ne rappresenta l’unica possibile cifra distintiva, un valzer lungo i cerchi inferiori dell’Inferno condotto con la mano ferma e il senso del ritmo di un autentico direttore d’orchestra.

Jon Bernthal in una scena di Fury  Fury - Recensione fury jon bernthalPoche settimane fa abbiamo ammirato nei cinema Mad Max: Fury Road, folle miraggio post-apocalittico costruito come una gara di velocità imbastita su un rettilineo desertico e rovente, un percorso innaffiato di sangue e benzina da una tribù di psicopatici a bordo delle loro auto “pimpate”.

E ora quella parola, Fury – quattro lettere capaci di condensare un intero universo di rabbia, follia e violenza – torna protagonista di un altro film.

Anch’esso costruito come una “corsa” forsennata su un rettilineo immaginario: questa volta però il veicolo scelto non è il temibile war rig guidato dall’Imperatrice Furiosa ma il più modesto e ammaccato carrarmato M4 Sherman condotto dal sergente americano Don “Wardaddy” Collier (Brad Pitt, la cui somiglianza con il tenente Aldo Raine di Bastardi senza gloria sfuma per fortuna dopo mezzo secondo e un sorriso fugace) assieme al suo equipaggio di coriacei militari.

Costretti a fronteggiare i più massicci, meglio corazzati e più pesantemente armati Panzer VI Tiger I teutonici, Don e i suoi si trovano a compiere micidiali missioni di copertura delle truppe alleate in un teatro di guerra pullulante di reparti dell’esercito regolare tedesco e di letali divisioni delle Waffen-SS.

Ma se Mad Max: Fury Road è un action lisergico e adrenalinico dai contorni steam-punk, il Fury di David Ayer trova senza dubbio la sua perfetta collocazione in una dimensione da film western.

La ricerca di redenzione in un mondo piegato all’orrore, l’importanza della solidarietà tra compagni e di un codice d’onore come unica ricetta di sopravvivenza, lo sguardo crepuscolare e dolente del sergente/sceriffo interpretato da un gigantesco Brad Pitt sono alcuni degli elementi che fanno di Fury uno spettacolo toccante, scioccante e profondo.

Tra i motivi per ringraziare David Ayer c’è il non essersi voluto accontentare di un film “di plastica”: infatti Fury è forse il più realistico film di guerra mai realizzato. Il primo a utilizzare un autentico carrarmato Tiger realmente funzionante fin dal lontano 1946 (si tratta del Tiger 131 prestato dal Bovington Tank Museum, istituto inglese situato nel Dorset).

Il carrarmato M4 Sherman protagonista di Fury  Fury - Recensione 2684062 furyIl primo, a quanto mi risulta, a costringere i protagonisti a un addestramento massacrante: per quattro mesi, Brad Pitt e compagni hanno dovuto sopportare un programma che ha previsto tra le altre cose un boot camp condotto dai Navy SEAL e un consistente periodo di tempo trascorso all’interno di un vero carrarmato M4 dove gli attori hanno dovuto mangiare, dormire e perfino fare i loro bisogni.

Tutto questo ha consentito loro una performance eccellente in termini di realismo e credibilità (e vi prego, non ditemi che avrebbero potuto ottenere lo stesso risultato semplicemente studiando un copione).

La carriera artistica di David Ayer, ex militare di marina, è cominciata a bordo di un sottomarino con U-571, si è evoluta lungo le strade di Los Angeles con Training Day e ora raggiunge la piena maturità nell’angusto abitacolo di un battle tank.

In Fury però non è tanto il senso di claustrofobia che regna all’interno del mezzo a fare la differenza, quanto piuttosto l’isolamento psicologico dal mondo esterno che accomuna i suoi passeggeri.

Fury- Recensione  Fury - Recensione Fury HDon “Wardaddy” Collier (Brad Pitt), Boyd “Bible” Swan (Shia LaBeouf), Trini “Gordo” Garcia (Michael Peña), Grady “Coon-Ass” Travis (Jon Bernthal) e il nuovo arrivato del gruppo, il “novellino” Norman “Machine” Ellison (Logan Lerman), sono legati da un esprit de corps che rasenta il culto religioso, un sentimento suggellato dai salmi dispensati in continuazione dal fervente “Bible” Swan e scandito dai boati dei proiettili da 75mm ad alto potenziale che bucano il paesaggio.

È questo legame l’anima di Fury, il filo di Arianna che serve a noi spettatori per trovare l’uscita del labirinto di sangue, corpi carbonizzati ed edifici sbriciolati nel quale si svolge il film.

E ancora una volta, l’atmosfera western prende il sopravvento. L’onore, il sangue, la fede, l’amicizia. Un vero e proprio crescendo introdotto dalla scena iniziale, pervasa di lirismo e senso di innocenza perduta, con lo splendido cavallo bianco che Don sottrae a un ufficiale tedesco per poi lasciarlo libero a sfilare tra le rovine fumanti di un paesaggio talmente sfigurato dalle bombe da sembrare un panorama alieno.

Un’epica escalation che culmina nell’O.K. Corral di fuoco, piombo e morte di cui Wardaddy e i suoi saranno i fatidici protagonisti. Un chiaro omaggio a Sam Peckinpah, re del western statunitense, e al suo capolavoro Il mucchio selvaggio, con Brad Pitt a vestire i panni del leggendario William Holden.

È superfluo sottolineare che Fury non è soltanto il film della maturità di David Ayer ma anche la pellicola che iscrive definitivamente Brad Pitt nell’Olimpo delle leggende hollywoodiane al pari di James Stewart, Gregory Peck e Paul Newman.

Qui, la statura artistica del protagonista di Seven, Fight Club e di L’arte di vincere raggiunge il suo apice. La sua figura maestosa si staglia nel fumo delle esplosioni, immune al puzzo penetrante di cordite che si insinua nelle narici, svettante nell’apocalisse dei proiettili perforanti sparati dai cannoni dei Panzer Tiger. Con la bravura e il carisma di un asceta, di un eroe, e infine di un attore che ha scelto di mettere da parte gli inutili vezzi della celebrità per diventare un’icona intramontabile.

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