Sicario – Recensione

Non è un paese per agnelli, ma un covo di lupi famelici, l’America narrata da Denis Villeneuve nella sua ultima fatica cinematografica. Con Sicario, il regista  canadese porta a compimento una sua personale trilogia oscura, una mitologia dell’angoscia e della paranoia iniziata con Enemy, thriller psicologico del 2013 interpretato da un incredibile Jake Gyllenhaal, e proseguita alla fine dello stesso anno con Prisoners.

Sicario - Recensione  Sicario - Recensione Enemy nazi salute

In Enemy, la cinepresa di Villeneuve inquadrava una Toronto livida e aliena, specchio della psiche frantumata e della mente martoriata dai sensi di colpa del suo protagonista. Per raccontare questa città – dominata da ragni giganti e disseminata di illusioni e inganni, talmente distorta e inquietante da diventare uno scenario metaforico e astratto – il regista ricorse a magnifiche e ipnotiche riprese aeree consacrate come memorabili dalla fotografia di Nicolas Bolduc. Un linguaggio che sarà elemento chiave anche di Sicario (questa volta la fotografia sarà però affidata al maestro Roger Deakins).

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Se Enemy è un’indagine psicologica profondamente calata nei recessi più intimi di una personalità sdoppiata, il successivo Prisoners spinge questa visione verso l’esterno, come per effetto di una violenta forza centrifuga. Così le ossessioni e i demoni di Villeneuve, prima confinati nella mente contorta del professore universitario Adam Bell, ora sono liberi di dilagare nel mondo reale infiltrandosi e contagiando la parte più sana e autentica della società americana: quella provincia laboriosa e accogliente del Midwest che negli anni ha perso tutte le sue certezze e la sua serenità barattandole con un clima strisciante di paranoia e nervosismo.

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Prisoners concepisce l’orrore come una presenza fisica, un’ombra minacciosa che incombe sui viali alberati e sulle linde facciate delle villette suburbane, un incubo in agguato che alla fine scopriamo avere un volto comune e proprio per questo ancora più atroce. Come il Buffalo Bill del Silenzio degli Innocenti, micidiale cantore della banalità del male, folle araldo di una violenza celata per anni dall’abulia di esistenze vuote e inutili.

Ora, in Sicario, Denis Villeneuve continua e completa questo percorso dall’interno verso l’esterno, questo spostamento dalla dimensione individuale a quella collettiva, fissando il suo sguardo sulle paure e le ossessioni non più di un individuo o di una comunità ma di un’intera società: quella americana, terrorizzata dal tasso di omicidi causati dal narcotraffico e spaventata dall’immigrazione fuori controllo che ne minaccia i confini, tormentata da un senso di insicurezza che la porta a rifugiarsi nella rassicurante solidità delle armi tornando così alle sue origini, agli anni del Far West e del sanguinario mito della frontiera.

Per raccontare questa dimensione infernale e “brulicante” di pericoli attraverso le gesta di una giovane agente dell’FBI – Emily Blunt – e di un team di forze speciali disposto a varcare qualsiasi linea, non solo geografica ma anche morale per normalizzare l’escalation di soldi, potere e sangue che si accompagna all’ascesa dei cartelli messicani (“Il confine è soltanto un’altra linea da oltrepassare” recita la tagline del film), ancora una volta Denis Villeneuve ricorre all’uso reiterato e ossessivo di riprese aeree.

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Si tratta di inquadrature potenti, estremamente espressive, che tracciano una vera e propria “topografia del terrore” suscitando nello spettatore un senso di angoscia e inquietudine e preparandolo così alle svolte di cui è costellata la progressione narrativa del film.

Mai prima d’ora le sterminate distese di sobborghi e quartieri residenziali che ricoprono l’Arizona e il Texas fino al confine col Messico ci erano sembrate così esposte e inermi: uno spazio impossibile da difendere, troppo esteso e scoperto per poter essere presidiato e tenuto sotto controllo.

E quando, più avanti nella pellicola, le panoramiche a volo d’uccello da diurne diventano notturne, mostrandoci attraverso la visione a infrarossi dei droni militari i poliziotti/soldati come puntini bianchi intenti a muoversi in uno scenario buio e desolato, l’effetto è incredibilmente espressivo e ci riporta quasi allo stupore di alcuni “vecchi” cult della fantascienza d’azione, come se stessimo osservando la Los Angeles devastata e oppressa dallo strapotere delle macchine di Terminator o la Grande Mela trasformata in desolata prigione senza vie d’uscita di 1997: Fuga da New York.

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Che Sicario sia un viaggio in un universo estremamente oscuro è chiaro già dalle prime scene, in cui assistiamo a una retata delle SWAT all’interno di un covo di narcotrafficanti, una casa degli orrori le cui pareti sono riempite di cadaveri avvolti nella plastica. Una sequenza intrisa di un’atmosfera maestosa e snervante che ricorda la scena iniziale della rapina con cui Christopher Nolan apre Il cavaliere oscuro.

E come si dice in questi casi, il meglio deve ancora venire. Il film procede alternando infatti scene di azione serrata a momenti più sospesi e dilatati che però sono funzionali e importanti nell’economia globale della storia esattamente come l’uso dello “spazio negativo” lo è per un tatuaggio ben fatto.

Fondamentale anche la scrittura dei personaggi, capace con pochi dettagli azzeccati (le infradito di Josh Brolin e la cura metodica del sicario Benicio Del Toro nel ripiegare le proprie giacche) di consegnarci una galleria di soggetti memorabili come in un romanzo hard-boiled di Dashiel Hammett o Graham Greene.

Con Sicario, Denis Villeneuve corona e conclude in bellezza la sua “trilogia oscura” e ci consegna un film cupo, tenebroso e violento, girato con perfezione kubrickiana, una feroce e lucidissima metafora del tempo “da lupi” in cui viviamo.

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