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dicembre 2015

Regalo di Natale di Pupi Avati

Non sono un fan di Vasco Rossi, ma mi è sempre piaciuta la sua canzone Vita spericolata: specialmente i versi in cui si allude a un gruppetto di amici di vecchia data che forse si ritroveranno a bere un whisky al bar come rockstar, ma che più probabilmente non si ritroveranno mai, ognuno perso dietro ai suoi guai. Quelle parole impregnate di echi nostalgici mi hanno sempre trasmesso una vibrazione inquietante, lasciando intravedere un ritratto dell’amicizia – e della vita – a tinte dark.

E quando penso al film Regalo di Natale, è come se il regista bolognese Pupi Avati avesse voluto omaggiare la canzone del suo conterraneo interpretandone proprio quei versi in chiave spietata, lucidissima, addirittura horror. Siamo alla vigilia di Natale del 1985. Franco, Ugo, Lele e Stefano, quattro amici di gioventù che si sono persi di vista, ognuno impegnato a rincorrere le proprie storie di successi e fallimenti (con i secondi in netto vantaggio sui primi), si ritrovano nella notte più “mistica” dell’anno al tavolo da poker di una lussuosa villa alle porte di Bologna.

L’intento della serata è quello di spennare il pollo di turno, un facoltoso industriale con il vizio del gioco, noto in tutto il Nord Italia per la nonchalance con cui perde somme astronomiche al tavolo verde. Ma quello che sembra un piano ben collaudato e destinato a filare liscio si rivela un’imboscata diabolica che intrappolerà il quartetto di amici in una feroce tagliola di accuse e rancori reciproci.

Mentre il misterioso e sfuggente imprenditore si rivela più esperto e scafato di quanto i quattro immaginassero, a incombere sul tavolo da gioco con la sua presenza rarefatta ma allo stesso tempo incredibilmente concreta è il ricordo di una donna che tanti anni prima mise Franco e Ugo uno contro l’altro, scatenando una girandola di gelosie e tradimenti che alla fine ha causato il dissolvimento del gruppo seminando una scia di livore e acrimonia.

Con Regalo di Natale, Pupi Avati riesce in un miracolo analogo a quello compiuto da Sergio Leone: come il maestro di C’era una volta in America e Il buono, il brutto, il cattivo era riuscito nella missione apparentemente impossibile di dare una lezione di cinema western a chi quel genere l’aveva creato, gli americani, così anche il cineasta felsineo dimostra di non aver nulla da invidiare a giganti del cinema dedicato al poker  (da Cincinnati Kid a La Stangata) ma nemmeno a quelli del cinema d’introspezione psicologica in generale (pensiamo ad esempio ad Americani di James Foley).

Regalo di Natale  Regalo di Natale di Pupi Avati ehhiiuRegalo di Natale colpisce per l’atmosfera disturbante e straniante che innesca fin dalle prime inquadrature, in cui i protagonisti ci vengono presentati nelle malinconiche sfumature delle loro squallide esistenze: Lele (Alessandro Haber) è un timido e remissivo giornalista che si occupa di cinema, sminuito sul lavoro e umiliato dalle donne; Stefano (George Eastman) è il “gigante buono” che gestisce una palestra ma non ha ancora imparato a convivere con la sua omosessualità; Ugo (Gianni Cavina) è un imbonitore da quattro soldi che si arrabatta tra televendite di quarta categoria in una piccola tv locale dopo aver mandato all’aria un matrimonio e aver troncato i rapporti con la moglie e i quattro figli; Franco (Diego Abatantuono), l’unico di successo nel gruppo, si è rifatto una vita a Milano dove è titolare di un cinema nel centro della città, ma anche lui deve lottare con i debiti da onorare, gli incassi che non sono mai rosei come vorrebbe e il fantasma della bancarotta sempre in agguato.

Carlo_Delle_Piane_Regalo_di_Natale_1986  Regalo di Natale di Pupi Avati Carlo Delle Piane Regalo di Natale 1986In questo turbine di beghe personali, in questo valzer di problemi che contraddistingue le vite “scassate” dei quattro ex amici, ecco che si affaccia la figura di un outsider, di un battitore libero che da ospite, forestiero e pollo da spennare diventerà, loro malgrado, il vero anfitrione, l’autentico mazziere di quella folle notte di poker e rese dei conti.

Grazie all’interpretazione di Carlo Delle Piane (che in virtù di questa performance indimenticabile vinse un Leone d’Oro a Venezia nell’86), l’avvocato Sant’Elia con la sua ossessione per le patate bollite, le sue perversioni sessuali e la sua scaltrezza ben camuffata diventa il nocchiere di un viaggio infernale che conduce lo spettatore in un limbo metafisico, una dimensione parallela in cui l’unico punto di riferimento è quel maledetto tavolo da gioco dove quattro disperati si stanno giocando tutto, in primis la loro anima.

“Certo che è una notte strana per giocare” dirà non a caso, all’inizio della partita, proprio l’avvocato Sant’Elia, scrutando lo sghembo albero di Natale che fa bella mostra di sé in giardino emanando una luce spettrale e inquietante. Una battuta che sintetizza magicamente lo spirito di un’intera pellicola. Quella scena, accompagnata dalle musiche sublimi e sinistre di Riz Ortolani, non può che fissarsi nella memoria dello spettatore con la forza dolorosa di una marchiatura a fuoco, indimenticabile emblema di un film “cattivo” e geniale, urticante di una bellezza che non concede tregua. A proposito: Buon Natale da Saito Airlines.

Star Wars: Episodio VII – Il Risveglio della Forza – Recensione

Mettete in fila i più grandi villain della saga: Darth Maul, Palpatine, Darth Vader…tutti quanti, e se volete metteteci pure i cattivi di altri mondi narrativi che non c’entrano niente, e magari anche qualche celebre dittatore sanguinario della Storia, quella vera. Sommateli tutti e non vi sarete neppure avvicinati alla potenza oscura del vero grande nemico da sconfiggere: la trama.

O meglio una certa concezione di essa. Una concezione per cui, se il nuovo Star Wars racconta una storia a grandi linee molto simile al primo film del ’77 allora il tutto si risolve in un’operazione inutile, in una sorta di remake non dichiarato nell’ accezione più negativa del termine, perseguendo il deprecabile fine della sicurezza a tutti i costi. Ma il Cinema, come la vita, è fatto di dettagli. Infiniti, cruciali, insospettabili. Star Wars – Il Risveglio Della Forza non è un film di trama, nessuno degli Star Wars lo è mai stato. Se c’è un’influenza negativa che le serie tv stanno avendo sul Cinema è proprio il condizionamento a vedere tutto in chiave cronachistica, qualcosa del tipo “in che direzione va questa storia?”. Ma la domanda giusta è “in che modo lo fa?”

Star Wars – Il Risveglio della Forza lo fa bene, per varie ragioni. Non solo le belle scelte del casting, non solo il giusto peso al ritorno degli eroi classici, non solo lo spirito ben bilanciato tra dramma, azione, avventura e comicità; ma perché, soprattutto, è un film di scene, di momenti. Non di trama. J.J.Abrams sa che una stessa sequenza la puoi girare in mille modi, ma che solo alcuni di questi portano valore al film. E sa anche che una pagina dello script non è un passaggio obbligato verso la successiva, ma un’occasione di rendere speciale un minuto di girato in più. Poi, grazie al cielo, ci mette anche un colpo d’occhio che la serie semplicemente non ha mai avuto prima.

Star-Wars-The-Force-Awakens-Kylo-Ren  Star Wars: Episodio VII - Il Risveglio della Forza - Recensione Star Wars The Force Awakens Kylo Ren

Se tanti passaggi hanno battute frizzanti e caratterizzanti anche se non strettamente necessarie al dipanarsi degli eventi, se il solito rituale duello a spade laser diventa tutto tranne che solito, è solo perché dietro c’è un regista che non spreca il mezzo cinematografico, ma lo investe totalmente per incassare cento volte tanto. Abrams non filma una sceneggiatura, ma trasforma una sceneggiatura in un film, con inquadrature carismatiche e potenti e una beatitudine di colori, arrembando a destra e a manca con un corredo di sonorità impressionanti e lanciando sguardi languidi ai boschi innevati, ai relitti, ai deserti e allo Spazio. Ogni fotogramma scoppia di salute, tutto è mobile e scorrevole, l’azione è solo un flusso impetuoso che trascina tutti gli altri elementi, senza mai affogarli.

Certo, uno script meno denso e più suggestivo lo avrebbe elevato a capolavoro del genere, mentre dobbiamo accontentarci “solo” del miglior episodio della saga o giù di lì. Ma Il Risveglio della Forza è tutto tranne che un film altezzoso. Non solo perché i suoi difettucci qui e là li ha, forse il maggiore dei quali è quello di non aver provato a trascendere un po’, ma anche perché è la dimostrazione di come avere le giuste intenzioni garantisca almeno parte del risultato. Il resto lo fa il coraggio di poche ma determinanti scelte su personaggi e attori, una su tutte quella di avere una ragazza come prima protagonista, segno dei tempi che cambiano ma, ancora più interessante, conferma dell’autorialità di quel romanticone di Abrams.

Questo è Il Risveglio della Forza, un blockbuster nuovo di zecca che ama i suoi attori e il suo pubblico, che promette un futuro ma resta concentrato sul presente, che è sia tradizione che novità. Ma questo è soprattutto Star Wars, al suo meglio.

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Regression – Recensione

Tra una cosa e l’altra, era un mese che attendevo con un certo languore l’uscita di Regression, e non tanto perché è un film di Amenabar. Semplicemente, pensavo che avesse un cast molto interessante. Mettere insieme Ethan Hawke e Emma Watson significa fare del jazz, suonare al limite della tonalità e fuori tempo, o meglio non del tutto dentro.

Questione di radici e di età. Lui è un attore dalla carriera densa e notevole,un grande lavoratore, rispettato ma mai troppo esposto; lei ha il pregio di essere l’attrice di Harry Potter che però cerca di assemblare il proprio futuro con umiltà. Tra i due ci saranno vent’anni di differenza, e quando li vedi nello stesso thriller ti chiedi, tra le altre cose, se potrebbero essere una bella coppia o no, cinematograficamente parlando. Il film una risposta la prova a dare.

Ma quello che Regression non fa, purtroppo, è costruire la tensione. Per una buona metà, si procede di scena in scena senza un guizzo di regia o di montaggio, come se stessimo sfogliando un albo a fumetti fatto di scene statiche, ognuna con la sua bella didascalia in vista, in cui i dialoghi sono tanti ma difficilmente vanno a segno, e in cui ogni cosa accade senza sforzo, senza slancio, senza motivazione. Le svolte grandi e piccole, i colpi di scena, tutto viene regalato, si perde il gusto della conquista. Come in tanti film cosiddetti d’autore, che mortificano di proposito la narrazione per far risaltare altro. Altro che spesso non c’è o non vale il sacrificio.

2983E3F500000578-3118709-image-m-18_1433960237298  Regression - Recensione 2983E3F500000578 3118709 image m 18 1433960237298

Un’indagine, quella del poliziotto Hawke, che affoga nella procedura, con tutta calma, in cui il massimo dell’imprevisto e del sobbalzo viene da qualche incubo surgelato. Allora diventa difficile capire perché la Watson compaia così poco, quando a forza di fare jazz si poteva spalancare una botola inesorabile sotto i piedi dei protagonisti e precipitarli in un noir di gran classe, giocando con maggiore insistenza tra luci e ombre di un rapporto complesso e sfuggente.

Avremmo sentito meno l’assenza di una vita al di fuori del caso da risolvere. A un certo punto i colleghi invitano il detective ad andare al bowling. Lui rifiuta incredulo, e così noi diciamo addio all’unica occasione di vedere una scena non strettamente connessa con l’indagine, insomma un qualunque segnale che ci troviamo in presenza di esseri umani a tuttotondo.

Come familiarizzi con qualcuno se non lo vedi mai farsi una birra al pub, o scherzare con l’edicolante all’angolo? L’intera cittadina teatro della vicenda sembra abitata solo dalle luci artificiali proiettate dagli edifici e dai semafori, e il suggestivo lavoro di fotografia non restituisce valore a sufficienza.

Un thriller smarrito, che non riesce a trovare una via di fuga da quello che sembra un enorme teatro di posa. E mentre Ethan Hawke riesce a far suo il personaggio ma non a rimediare alla povertà della scrittura, la Watson insegue stereotipi espressivi a orologeria. Ma un momento in cui brilla, poco prima della fine, lo trova anche lei, ed è il momento in cui forse si sforza di meno. Qualche regista di talento dovrebbe regalarle un ruolo sfrenato tipo Il Cigno Nero, ne vedremmo delle belle probabilmente.

Comunque sia, Regression mostra che il cast non era affatto male assortito, e in futuro non mi stupirei di ritrovare Hawke e la Watson di nuovo insieme in un contesto più adatto. La loro alchimia diagonale e non del tutto sfruttata rimane l’intuizione e l’azzardo migliore del film, insieme a qualche spettrale visione notturna.

The Visit – Recensione

A volte, il cinema e lo sport sembrano due facce della stessa medaglia. E quando penso al M. Night Shyamalan di The Visit non posso fare a meno di avere davanti agli occhi il George Foreman del 1994, pugile quaranticinquenne per tutti stanco e ormai destinato all’oblio che, a sorpresa, torna sul ring e vince il suo secondo titolo di campione mondiale dei pesi massimi annientando contro ogni previsione il più giovane, scattante e favorito Michael Moorer.

Dopo una micidiale sequenza di quattro flop consecutivi (Lady in the Water, E venne il giorno, L’ultimo dominatore dell’aria e After Earth), molti davano ormai per spacciato il geniale autore del Sesto Senso e di The Village.  Nemmeno il successo televisivo della sua serie Wayward Pines, peraltro conclusasi dopo una sola stagione, è bastato a convincere gli scettici. In fondo, una rondine non fa primavera. Fino ad oggi Shyamalan, proprio come George Foreman, era considerato insomma un “pugile” finito, senza più energia nei guantoni. Ma con The Visit, M. Night Shyamalan mette a segno un fantastico, fragoroso comeback firmando un film geniale e inaspettato, mostrandoci una volta di più che nel cinema, come nello sport, “non è finita finchè non è finita” (cit. Rocky Balboa).

The Visit - Recensione 1728a37d 32The Visit ruota attorno alla vicenda di due fratelli, la quindicenne Rebecca e il tredicenne Tyler, ancora traumatizzati dall’abbandono del padre, un insegnante di liceo sposato con una sua studentessa che un giorno decide di mollare tutto per rifarsi una nuova vita. Rebecca e Tyler lottano con problemi di insicurezza e autostima legati alla defezione paterna. Complessata e convinta di essere brutta l’una, tanto da rifiutarsi categoricamente di guardarsi allo specchio, e germofobico l’altro, costretto a lavarsi le mani ripetutamente dopo ogni contatto con oggetti o persone.  Un giorno però, la tormentata routine familiare dei due fratelli viene bruscamente interrotta quando vengono invitati a trascorrere una settimana di vacanza a casa dei loro nonni materni, che loro non hanno mai visto e con i quali la madre Paula ha interrotto i rapporti quindici anni prima (proprio in seguito alla fuga amorosa con l’insegnante di liceo).

Incoraggiati dalla madre, che forse spera in questo modo di ricucire il rapporto coi genitori, Rebecca e Tyler accettano l’offerta e si preparano a trascorrere una settimana in una zona rurale della Pennsylvania. Già che ci sono, i fantasiosi adolescenti decidono di filmare l’intera esperienza per ricavarne un documentario. Durante la vacanza però i due anziani, che inizialmente appaiono come i classici nonni affettuosi e pieni di attenzioni (interpretati da un ottimo Peter McRobbie e soprattutto da un’eccezionale Deanna Dunagan) cominciano a manifestare comportamenti sempre più bizzarri e inquietanti, in un’escalation che trasformerà l’innocua scampagnata di Rebecca e Tyler in un vero e proprio incubo dai contorni distorti e diabolici.

Probabilmente qualcuno, per descrivere The Visit, ricorrerà a una definizione abusata come quella di “discesa negli abissi della follia”, ma io non sono d’accordo. The Visit non è una discesa, bensì un’accelerazione frontale, un decollo orizzontale verso l’horror psicologico più puro e raffinato. Quello per cui M. Night Shyamalan è uno dei pochissimi autori accreditati sulla piazza: solo lui riesce a creare film nei quali la potenza della tensione psicologica trasmessa dallo schermo si accompagna a un controllo totale del mezzo cinematografico. Potenza e controllo: viene quasi da pensare che le telecamere del regista statunitense si muovano su penumatici Pirelli piuttosto che su un normale carrello dolly.

The Visit - Recensione 8l60 tp1 00088 copyGuardando The Visit, film che appartiene al genere “found footage” (quello di Blair Witch Project e della saga di Paranormal Activity per intenderci), vengono in mente tantissime trappole in cui Shyamalan sarebbe potuto cadere. Se il regista avesse cercato di emulare i più comuni espedienti stilistici e narrativi di questo sottogenere dell’horror nato e prosperato sul dilagare delle videocamerine digitali, sulla cultura voyeuristica della reality tv e sulla paranoia dilagante tipica delle società del terzo millennio, ora staremmo probabilmente commentando uno dei tanti filmetti a base di tavolette ouija che lanciano messaggi inquietanti, camere da letto riprese di notte con la videocamera a infrarossi e cupe soffitte che si spalancano all’improvviso suggerendo la presenza di forze soprannaturali e demoniache.

E invece no: Shyamalan si serve del found footage usandolo solo come un mero formato, ripudiandone dunque i tic estetici e narrativi e schivandone le tipiche banalità di stampo esoterico. Il risultato è che The Visit non induce negli spettatori il classico mal d’auto causato da movimenti frenetici della telecamera, ma anzi offre una visione incredibilmente misurata, elegante e di carattere. La luce, o è quella naturale diurna oppure quella delle abat-jour e dei lampadari vintage collocati nella casa. In ogni caso perfetta. Mai finta o videoclippara.

the-visit-nana  The Visit - Recensione the visit nanaL’eleganza e la compostezza delle inquadrature è tale che spesso ci dimentichiamo di avere a che fare con un “found footage”. Ma il capolavoro, M. Night Shyamalan lo compie anche sul piano narrativo. The Visit ha il sapore di certi racconti di Edgar Allan Poe. Non solo perché effettivamente il regista sembra trarre un elemento cruciale della storia da una celebre short story del maestro del gotico (Il sistema del dr. Catrame e del prof. Piuma). Ma anche perché, proprio come Poe, Shyamalan si dimostra capace di condensare l’essenza stessa del grottesco e del paradossale in uno spettacolo che genera in chi lo vive reazioni apparentemente inconciliabili e contraddittorie. The Visit suscita angoscia, inquietudine, in certi momenti perfino panico, ma al tempo stesso in alcuni momenti diverte, incoraggiando un riso spontaneo e a tratti quasi isterico. Si ride e si ha paura al tempo stesso.

Lo spettatore, comunque, è sempre spiazzato. E questo lo si deve alla classe di Shyamalan che sceglie di sviluppare la storia lungo un percorso estremamente pulito e lineare – lontanissimo dalle “bufale” a sfondo soprannaturale/satanico/spiritista sui quali si fondano molti film del genere – concentrandosi unicamente sul clima psicologico quasi “hitchcockiano” che si instaura tra i due bambini e i loro strani nonni. Infatti, nonostante la linearità e il minimalismo della trama, chi guarda non sospetta nulla fino all’arrivo dell’immancabile twist (elemento caratterizzante di tutti i film di Shyamalan). In questo, il regista de Il sesto senso sembra aver fatto sua la lezione dispensata da Poe ne La lettera rubata: l’idea cioè che il modo migliore per nascondere qualcosa sia collocandola in piena vista. Shyamalan lo fa, e i risultati sono eccezionali. Fin dalle prime scene, il regista non cerca in alcun modo di nascondere la natura assurda e grottesca della situazione che Rebecca e Tyler si trovano davanti. Addirittura, ci fornisce diversi indizi sull’origine precisa di quella situazione (i pannolini, lo strano coprifuoco, le frequenti visite di persone che menzionano in continuazione un luogo specifico). Ma noi, mesmerizzati dal fascino della mise-en-scène, completamente soggiogati dall’intelligenza della sceneggiatura, non capiamo, e brancoliamo nel buio. Fino all’infallibile, strepitoso colpo di scena. E anche qui, la maturità di Shyamalan si palesa nel fatto che, finalmente, il regista non sceglie di accompagnare lo scioccante final twist con il pur suggestivo “spiegone” conclusivo a cui ci ha abituato. No, in The Visit, lo spettatore è lasciato solo a rivivere e ripercorrere dentro di sé la successione degli eventi. E molti, una volta usciti dalla sala cinematografica, si accorgeranno di non essere più capaci di togliersi dalla testa il film per diverse ore, se non addirittura giorni.

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