Regalo di Natale di Pupi Avati

Non sono un fan di Vasco Rossi, ma mi è sempre piaciuta la sua canzone Vita spericolata: specialmente i versi in cui si allude a un gruppetto di amici di vecchia data che forse si ritroveranno a bere un whisky al bar come rockstar, ma che più probabilmente non si ritroveranno mai, ognuno perso dietro ai suoi guai. Quelle parole impregnate di echi nostalgici mi hanno sempre trasmesso una vibrazione inquietante, lasciando intravedere un ritratto dell’amicizia – e della vita – a tinte dark.

E quando penso al film Regalo di Natale, è come se il regista bolognese Pupi Avati avesse voluto omaggiare la canzone del suo conterraneo interpretandone proprio quei versi in chiave spietata, lucidissima, addirittura horror. Siamo alla vigilia di Natale del 1985. Franco, Ugo, Lele e Stefano, quattro amici di gioventù che si sono persi di vista, ognuno impegnato a rincorrere le proprie storie di successi e fallimenti (con i secondi in netto vantaggio sui primi), si ritrovano nella notte più “mistica” dell’anno al tavolo da poker di una lussuosa villa alle porte di Bologna.

L’intento della serata è quello di spennare il pollo di turno, un facoltoso industriale con il vizio del gioco, noto in tutto il Nord Italia per la nonchalance con cui perde somme astronomiche al tavolo verde. Ma quello che sembra un piano ben collaudato e destinato a filare liscio si rivela un’imboscata diabolica che intrappolerà il quartetto di amici in una feroce tagliola di accuse e rancori reciproci.

Mentre il misterioso e sfuggente imprenditore si rivela più esperto e scafato di quanto i quattro immaginassero, a incombere sul tavolo da gioco con la sua presenza rarefatta ma allo stesso tempo incredibilmente concreta è il ricordo di una donna che tanti anni prima mise Franco e Ugo uno contro l’altro, scatenando una girandola di gelosie e tradimenti che alla fine ha causato il dissolvimento del gruppo seminando una scia di livore e acrimonia.

Con Regalo di Natale, Pupi Avati riesce in un miracolo analogo a quello compiuto da Sergio Leone: come il maestro di C’era una volta in America e Il buono, il brutto, il cattivo era riuscito nella missione apparentemente impossibile di dare una lezione di cinema western a chi quel genere l’aveva creato, gli americani, così anche il cineasta felsineo dimostra di non aver nulla da invidiare a giganti del cinema dedicato al poker  (da Cincinnati Kid a La Stangata) ma nemmeno a quelli del cinema d’introspezione psicologica in generale (pensiamo ad esempio ad Americani di James Foley).

Regalo di Natale  Regalo di Natale di Pupi Avati ehhiiuRegalo di Natale colpisce per l’atmosfera disturbante e straniante che innesca fin dalle prime inquadrature, in cui i protagonisti ci vengono presentati nelle malinconiche sfumature delle loro squallide esistenze: Lele (Alessandro Haber) è un timido e remissivo giornalista che si occupa di cinema, sminuito sul lavoro e umiliato dalle donne; Stefano (George Eastman) è il “gigante buono” che gestisce una palestra ma non ha ancora imparato a convivere con la sua omosessualità; Ugo (Gianni Cavina) è un imbonitore da quattro soldi che si arrabatta tra televendite di quarta categoria in una piccola tv locale dopo aver mandato all’aria un matrimonio e aver troncato i rapporti con la moglie e i quattro figli; Franco (Diego Abatantuono), l’unico di successo nel gruppo, si è rifatto una vita a Milano dove è titolare di un cinema nel centro della città, ma anche lui deve lottare con i debiti da onorare, gli incassi che non sono mai rosei come vorrebbe e il fantasma della bancarotta sempre in agguato.

Carlo_Delle_Piane_Regalo_di_Natale_1986  Regalo di Natale di Pupi Avati Carlo Delle Piane Regalo di Natale 1986In questo turbine di beghe personali, in questo valzer di problemi che contraddistingue le vite “scassate” dei quattro ex amici, ecco che si affaccia la figura di un outsider, di un battitore libero che da ospite, forestiero e pollo da spennare diventerà, loro malgrado, il vero anfitrione, l’autentico mazziere di quella folle notte di poker e rese dei conti.

Grazie all’interpretazione di Carlo Delle Piane (che in virtù di questa performance indimenticabile vinse un Leone d’Oro a Venezia nell’86), l’avvocato Sant’Elia con la sua ossessione per le patate bollite, le sue perversioni sessuali e la sua scaltrezza ben camuffata diventa il nocchiere di un viaggio infernale che conduce lo spettatore in un limbo metafisico, una dimensione parallela in cui l’unico punto di riferimento è quel maledetto tavolo da gioco dove quattro disperati si stanno giocando tutto, in primis la loro anima.

“Certo che è una notte strana per giocare” dirà non a caso, all’inizio della partita, proprio l’avvocato Sant’Elia, scrutando lo sghembo albero di Natale che fa bella mostra di sé in giardino emanando una luce spettrale e inquietante. Una battuta che sintetizza magicamente lo spirito di un’intera pellicola. Quella scena, accompagnata dalle musiche sublimi e sinistre di Riz Ortolani, non può che fissarsi nella memoria dello spettatore con la forza dolorosa di una marchiatura a fuoco, indimenticabile emblema di un film “cattivo” e geniale, urticante di una bellezza che non concede tregua. A proposito: Buon Natale da Saito Airlines.

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  1. Reply scarabello 8 febbraio 2016 at 17:24

    “No tu lo sai brutto stronzo quanto prendo al giornale io? Lo sai!?”

    Capolavoro senza tempo e senza confini.

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