Regression – Recensione

Tra una cosa e l’altra, era un mese che attendevo con un certo languore l’uscita di Regression, e non tanto perché è un film di Amenabar. Semplicemente, pensavo che avesse un cast molto interessante. Mettere insieme Ethan Hawke e Emma Watson significa fare del jazz, suonare al limite della tonalità e fuori tempo, o meglio non del tutto dentro.

Questione di radici e di età. Lui è un attore dalla carriera densa e notevole,un grande lavoratore, rispettato ma mai troppo esposto; lei ha il pregio di essere l’attrice di Harry Potter che però cerca di assemblare il proprio futuro con umiltà. Tra i due ci saranno vent’anni di differenza, e quando li vedi nello stesso thriller ti chiedi, tra le altre cose, se potrebbero essere una bella coppia o no, cinematograficamente parlando. Il film una risposta la prova a dare.

Ma quello che Regression non fa, purtroppo, è costruire la tensione. Per una buona metà, si procede di scena in scena senza un guizzo di regia o di montaggio, come se stessimo sfogliando un albo a fumetti fatto di scene statiche, ognuna con la sua bella didascalia in vista, in cui i dialoghi sono tanti ma difficilmente vanno a segno, e in cui ogni cosa accade senza sforzo, senza slancio, senza motivazione. Le svolte grandi e piccole, i colpi di scena, tutto viene regalato, si perde il gusto della conquista. Come in tanti film cosiddetti d’autore, che mortificano di proposito la narrazione per far risaltare altro. Altro che spesso non c’è o non vale il sacrificio.

2983E3F500000578-3118709-image-m-18_1433960237298  Regression - Recensione 2983E3F500000578 3118709 image m 18 1433960237298

Un’indagine, quella del poliziotto Hawke, che affoga nella procedura, con tutta calma, in cui il massimo dell’imprevisto e del sobbalzo viene da qualche incubo surgelato. Allora diventa difficile capire perché la Watson compaia così poco, quando a forza di fare jazz si poteva spalancare una botola inesorabile sotto i piedi dei protagonisti e precipitarli in un noir di gran classe, giocando con maggiore insistenza tra luci e ombre di un rapporto complesso e sfuggente.

Avremmo sentito meno l’assenza di una vita al di fuori del caso da risolvere. A un certo punto i colleghi invitano il detective ad andare al bowling. Lui rifiuta incredulo, e così noi diciamo addio all’unica occasione di vedere una scena non strettamente connessa con l’indagine, insomma un qualunque segnale che ci troviamo in presenza di esseri umani a tuttotondo.

Come familiarizzi con qualcuno se non lo vedi mai farsi una birra al pub, o scherzare con l’edicolante all’angolo? L’intera cittadina teatro della vicenda sembra abitata solo dalle luci artificiali proiettate dagli edifici e dai semafori, e il suggestivo lavoro di fotografia non restituisce valore a sufficienza.

Un thriller smarrito, che non riesce a trovare una via di fuga da quello che sembra un enorme teatro di posa. E mentre Ethan Hawke riesce a far suo il personaggio ma non a rimediare alla povertà della scrittura, la Watson insegue stereotipi espressivi a orologeria. Ma un momento in cui brilla, poco prima della fine, lo trova anche lei, ed è il momento in cui forse si sforza di meno. Qualche regista di talento dovrebbe regalarle un ruolo sfrenato tipo Il Cigno Nero, ne vedremmo delle belle probabilmente.

Comunque sia, Regression mostra che il cast non era affatto male assortito, e in futuro non mi stupirei di ritrovare Hawke e la Watson di nuovo insieme in un contesto più adatto. La loro alchimia diagonale e non del tutto sfruttata rimane l’intuizione e l’azzardo migliore del film, insieme a qualche spettrale visione notturna.

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  1. Reply Roxy 20 dicembre 2015 at 14:22

    Hai completamente ragione. Bravo

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