The Visit – Recensione

A volte, il cinema e lo sport sembrano due facce della stessa medaglia. E quando penso al M. Night Shyamalan di The Visit non posso fare a meno di avere davanti agli occhi il George Foreman del 1994, pugile quaranticinquenne per tutti stanco e ormai destinato all’oblio che, a sorpresa, torna sul ring e vince il suo secondo titolo di campione mondiale dei pesi massimi annientando contro ogni previsione il più giovane, scattante e favorito Michael Moorer.

Dopo una micidiale sequenza di quattro flop consecutivi (Lady in the Water, E venne il giorno, L’ultimo dominatore dell’aria e After Earth), molti davano ormai per spacciato il geniale autore del Sesto Senso e di The Village.  Nemmeno il successo televisivo della sua serie Wayward Pines, peraltro conclusasi dopo una sola stagione, è bastato a convincere gli scettici. In fondo, una rondine non fa primavera. Fino ad oggi Shyamalan, proprio come George Foreman, era considerato insomma un “pugile” finito, senza più energia nei guantoni. Ma con The Visit, M. Night Shyamalan mette a segno un fantastico, fragoroso comeback firmando un film geniale e inaspettato, mostrandoci una volta di più che nel cinema, come nello sport, “non è finita finchè non è finita” (cit. Rocky Balboa).

The Visit - Recensione 1728a37d 32The Visit ruota attorno alla vicenda di due fratelli, la quindicenne Rebecca e il tredicenne Tyler, ancora traumatizzati dall’abbandono del padre, un insegnante di liceo sposato con una sua studentessa che un giorno decide di mollare tutto per rifarsi una nuova vita. Rebecca e Tyler lottano con problemi di insicurezza e autostima legati alla defezione paterna. Complessata e convinta di essere brutta l’una, tanto da rifiutarsi categoricamente di guardarsi allo specchio, e germofobico l’altro, costretto a lavarsi le mani ripetutamente dopo ogni contatto con oggetti o persone.  Un giorno però, la tormentata routine familiare dei due fratelli viene bruscamente interrotta quando vengono invitati a trascorrere una settimana di vacanza a casa dei loro nonni materni, che loro non hanno mai visto e con i quali la madre Paula ha interrotto i rapporti quindici anni prima (proprio in seguito alla fuga amorosa con l’insegnante di liceo).

Incoraggiati dalla madre, che forse spera in questo modo di ricucire il rapporto coi genitori, Rebecca e Tyler accettano l’offerta e si preparano a trascorrere una settimana in una zona rurale della Pennsylvania. Già che ci sono, i fantasiosi adolescenti decidono di filmare l’intera esperienza per ricavarne un documentario. Durante la vacanza però i due anziani, che inizialmente appaiono come i classici nonni affettuosi e pieni di attenzioni (interpretati da un ottimo Peter McRobbie e soprattutto da un’eccezionale Deanna Dunagan) cominciano a manifestare comportamenti sempre più bizzarri e inquietanti, in un’escalation che trasformerà l’innocua scampagnata di Rebecca e Tyler in un vero e proprio incubo dai contorni distorti e diabolici.

Probabilmente qualcuno, per descrivere The Visit, ricorrerà a una definizione abusata come quella di “discesa negli abissi della follia”, ma io non sono d’accordo. The Visit non è una discesa, bensì un’accelerazione frontale, un decollo orizzontale verso l’horror psicologico più puro e raffinato. Quello per cui M. Night Shyamalan è uno dei pochissimi autori accreditati sulla piazza: solo lui riesce a creare film nei quali la potenza della tensione psicologica trasmessa dallo schermo si accompagna a un controllo totale del mezzo cinematografico. Potenza e controllo: viene quasi da pensare che le telecamere del regista statunitense si muovano su penumatici Pirelli piuttosto che su un normale carrello dolly.

The Visit - Recensione 8l60 tp1 00088 copyGuardando The Visit, film che appartiene al genere “found footage” (quello di Blair Witch Project e della saga di Paranormal Activity per intenderci), vengono in mente tantissime trappole in cui Shyamalan sarebbe potuto cadere. Se il regista avesse cercato di emulare i più comuni espedienti stilistici e narrativi di questo sottogenere dell’horror nato e prosperato sul dilagare delle videocamerine digitali, sulla cultura voyeuristica della reality tv e sulla paranoia dilagante tipica delle società del terzo millennio, ora staremmo probabilmente commentando uno dei tanti filmetti a base di tavolette ouija che lanciano messaggi inquietanti, camere da letto riprese di notte con la videocamera a infrarossi e cupe soffitte che si spalancano all’improvviso suggerendo la presenza di forze soprannaturali e demoniache.

E invece no: Shyamalan si serve del found footage usandolo solo come un mero formato, ripudiandone dunque i tic estetici e narrativi e schivandone le tipiche banalità di stampo esoterico. Il risultato è che The Visit non induce negli spettatori il classico mal d’auto causato da movimenti frenetici della telecamera, ma anzi offre una visione incredibilmente misurata, elegante e di carattere. La luce, o è quella naturale diurna oppure quella delle abat-jour e dei lampadari vintage collocati nella casa. In ogni caso perfetta. Mai finta o videoclippara.

the-visit-nana  The Visit - Recensione the visit nanaL’eleganza e la compostezza delle inquadrature è tale che spesso ci dimentichiamo di avere a che fare con un “found footage”. Ma il capolavoro, M. Night Shyamalan lo compie anche sul piano narrativo. The Visit ha il sapore di certi racconti di Edgar Allan Poe. Non solo perché effettivamente il regista sembra trarre un elemento cruciale della storia da una celebre short story del maestro del gotico (Il sistema del dr. Catrame e del prof. Piuma). Ma anche perché, proprio come Poe, Shyamalan si dimostra capace di condensare l’essenza stessa del grottesco e del paradossale in uno spettacolo che genera in chi lo vive reazioni apparentemente inconciliabili e contraddittorie. The Visit suscita angoscia, inquietudine, in certi momenti perfino panico, ma al tempo stesso in alcuni momenti diverte, incoraggiando un riso spontaneo e a tratti quasi isterico. Si ride e si ha paura al tempo stesso.

Lo spettatore, comunque, è sempre spiazzato. E questo lo si deve alla classe di Shyamalan che sceglie di sviluppare la storia lungo un percorso estremamente pulito e lineare – lontanissimo dalle “bufale” a sfondo soprannaturale/satanico/spiritista sui quali si fondano molti film del genere – concentrandosi unicamente sul clima psicologico quasi “hitchcockiano” che si instaura tra i due bambini e i loro strani nonni. Infatti, nonostante la linearità e il minimalismo della trama, chi guarda non sospetta nulla fino all’arrivo dell’immancabile twist (elemento caratterizzante di tutti i film di Shyamalan). In questo, il regista de Il sesto senso sembra aver fatto sua la lezione dispensata da Poe ne La lettera rubata: l’idea cioè che il modo migliore per nascondere qualcosa sia collocandola in piena vista. Shyamalan lo fa, e i risultati sono eccezionali. Fin dalle prime scene, il regista non cerca in alcun modo di nascondere la natura assurda e grottesca della situazione che Rebecca e Tyler si trovano davanti. Addirittura, ci fornisce diversi indizi sull’origine precisa di quella situazione (i pannolini, lo strano coprifuoco, le frequenti visite di persone che menzionano in continuazione un luogo specifico). Ma noi, mesmerizzati dal fascino della mise-en-scène, completamente soggiogati dall’intelligenza della sceneggiatura, non capiamo, e brancoliamo nel buio. Fino all’infallibile, strepitoso colpo di scena. E anche qui, la maturità di Shyamalan si palesa nel fatto che, finalmente, il regista non sceglie di accompagnare lo scioccante final twist con il pur suggestivo “spiegone” conclusivo a cui ci ha abituato. No, in The Visit, lo spettatore è lasciato solo a rivivere e ripercorrere dentro di sé la successione degli eventi. E molti, una volta usciti dalla sala cinematografica, si accorgeranno di non essere più capaci di togliersi dalla testa il film per diverse ore, se non addirittura giorni.

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