Steve Jobs – Recensione

La Terra di Mezzo, la Galassia Lontana Lontana… e ora il mondo di Aaron Sorkin. Dopo svariati film e serie tv all’attivo, tutti più o meno di successo e di qualità, lo si può ben dire. Da Codice d’Onore a The Social Network, passando per The West Wing e Newsroom, i suoi personaggi non viaggiano nell’Iperspazio e non cavalcano draghi sputa fuoco, ma hanno qualcos’altro che li distingue: ragionano e parlano a un livello superiore, hanno un cervello che è tre volte il nostro.

In questa perfetta partita a Tetris che risponde al titolo di Steve Jobs, come anche nelle precedenti opere scritte da Sorkin, ogni battuta è liscia e pronta per un incastro da manuale, e sempre affilata come un rasoio. A volte contiene ironia e anche il seme dell’equivoco, per creare un piccolo corto circuito pilotato all’interno del botta e risposta, per poi riprendere quota prima ancora che il ritmo se ne accorga. Senza mai perdere la visione di insieme: quella di un cinema action della parola, organizzato in brillanti coreografie di linee di dialogo e movimento degne delle scazzottate di Matrix, ben conscio che un intero film di gente seduta che chiacchiera sarebbe teatro filmato e non Cinema.

Da cui le famose camminate. Nel mondo di Aaron Sorkin, la gente parla tanto ma spesso lo fa mentre cammina per raggiungere un’altra stanza, in preda alla fretta o al panico. Dato che il Cinema, specialmente quello hollywoodiano, deve concentrare la vita in due ore, distillando l’esistenza in una sorta canzone pop radiofonica, occorrono ritornelli. Sorkin li sparge a piene mani sotto forma, per l’occasione, di piccoli bug di sistema (qui quasi ossessivo quello a proposito dei due Andy che si confondono, o quello della squadra dell’Apple 2), piccoli punti ciechi in cui lo Steve Jobs di Michael Fassbender incappa e sperimenta il problema dell’incomunicabilità, specie quando uno degli interlocutori è un genio e gli altri no.

Steve Jobs Recensione Aaron Sorkin Steve Jobs - Recensione Steve Jobs - Recensione vxa570bu6korygjyxszjjbjcpmu5swdoefnmhwxq9onbok5vkyrfwonbhrxk

L’analisi più sottile del personaggio scaturisce proprio da queste scene. Steve Jobs, che inneggia tutto il tempo a un OS chiuso, non ampliabile e non compatibile, sta in realtà parlando di se stesso. Non a caso, molti dei duetti con gli altri personaggi terminano con lui che annuncia che verserà dei soldi sul loro conto. È una reazione esasperata e rassegnata, che gli altri fanno scattare in lui non appena inseriscono la password giusta, il più è trovarla. Ma coi dialoghi aumentati della ditta Sorkin la password giusta salta fuori, più prima che poi.

In tutto questo, il grande merito di Danny Boyle è contenere la sua solita verve registica senza per questo sacrificarla. Steve Jobs è il tipico lavoro su limiti autoimposti che produce un piccolo classico del genere, neutralizzando il rischio dello sterile esercizio di stile. Lo realizzi quando il regista inquadra una platea talmente vasta e vuota da suscitare vertigini degne dello spazio profondo: se avesse avuto una storia più mossa per le mani forse non avrebbe colto quell’immagine così forte e peculiare con tanta opportuna e kubrickiana geometria; o quando proietta un missile in partenza dalla rampa di lancio sul muro di un corridoio, dove i personaggi stanno solo parlando, senza che la cosa stoni affatto. È bello andare sopra le righe quando lo fai bene.

Steve Jobs Recensione Aaron Sorkin Steve Jobs - Recensione Steve Jobs - Recensione steve jobs review 3

Con Steve Jobs Boyle e Sorkin hanno anche fatto le due scelte radicali più giuste: scansare la formula “dalla culla alla bara”, scegliendo invece solo tre momenti chiave; e defenestrare a priori il discorso della maggior somiglianza fisica possibile. Nel mondo ingessato dei biopic è raro trovare tanto coraggio e buon senso tutti insieme. Ne esce un film instancabile nel ritmo e denso nel contenuto, che cattura il senso di anticipazione delle leggendarie presentazioni del guru della Apple, e riesce anche a sorprenderci con l’incredibile sproporzione tra meticolosità della preparazione e fiasco commerciale del prodotto di volta in volta lanciato, manco ci stesse raccontando la storia dell’ultimo dei perdenti.

Steve Jobs disintegra l’agiografia senza clamore, rendendo naturale un racconto sugli esseri umani intesi come tecnologia, osservati e studiati come processori più o meno compatibili e prevedibili nella loro debolezza. Non c’era autore più adatto di Sorkin, coi suoi dialoghi sempre a un passo dal collasso per perfezione sopraggiunta, per rinfrescare una figura così carismatica. Nello stesso tempo, il genere biopic si scrolla di dosso la dittatura delle protesi facciali, del metodo ostentato e delle luci smorte con un urlo liberatorio. Ed è una vittoria che durerà ben oltre la stagione dei premi.

Steve Jobs Recensione Aaron Sorkin Steve Jobs - Recensione Steve Jobs - Recensione 1444991363804

Comments

comments

Leave a Reply