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febbraio 2016

La Vespa diventa una sedia da ufficio: ecco la stilosa BV-14 di Bel & Bel

La Vespa Piaggio è lo scooter più famoso al mondo: un oggetto di culto tra i più ambiti e celebrati di sempre. Questo leggendario motorino, simbolo universale del gusto e dello stile made in Italy, piace a tutte le latitudini e seduce da decenni generazioni di uomini e donne di ogni parte del globo. Nemmeno il cinema è rimasto immune al fascino della Vespa: da Vacanze romane di William Wyler a La dolce vita di Federico Fellini, da American Graffiti di George Lucas a Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, Vespa e celluloide sono da sempre protagonisti di un amore senza fine.

E tutt’ora, designer, stilisti, creativi e architetti non smettono di omaggiare con il loro lavoro il fantastico ciclomotore disegnato nel 1946 da Corradino d’Ascanio. L’ultimo in ordine cronologico è il marchio di Barcellona Bel & Bel che ha realizzato una serie di sedie girevoli utilizzando parti originali del telaio di autentici scooter Vespa (in particolare la splendida, iconica forcella dello storico motorino) combinandole con pelle di prima scelta e preziosi dettagli di design. Nasce così la sedia BV-14: interamente realizzata a mano, in edizione limitata e numerata, con una struttura ergonomica e rafforzata internamente, un sistema idraulico pensato per garantire la migliore regolazione di altezza possibile e un look contemporaneo e irresistibile. Le foto che vedete qui di seguito parlano da sole: chi come me adora le Vespe (sento ancora oggi la mancanza della mia amata Vespa 50 Hp nera), non potrà non apprezzare questi splendidi, e straordinariamente confortevoli, oggetti di arredamento. Trovate tutte le informazioni e modalità d’acquisto qui:

Deadpool – Recensione

Tutti pazzi per Deadpool, eh? Basta guardarsi attorno: massiccio consenso critico e boxoffice alle stelle coronano quella che negli ultimi mesi è stata un’avanzata inesorabile da parte di un personaggio che certo non partiva con l’appeal di un Batman o di uno Spiderman. Mesi di campagna marketing a tappeto, in cui abbiamo imparato a conoscere il mutante mercenario sboccato e iperviolento che ora domina le sale delle nostre città. Un trionfo annunciato, insomma, anche se non molto tempo fa sembrava che nessuno volesse scommettere su questo brand in particolare.

Una favola a lieto fine? Forse. Dipende dai gusti in realtà, come sempre. Perché a noi spettatori in fondo dovrebbe importare poco degli incassi di un film, mica i soldi vanno in tasca a noi. Ma se il film ci piace e ne vogliamo altri, allora gli incassi ci interessano eccome. Deadpool ha ottenuto questa vittoria a mani basse, partendo come un outsider e scalando lo scetticismo e la diffidenza fino alla vetta.

A dirla tutta, ogni fotogramma del film trasuda voglia di vincere e di cambiare le regole, con quell’entusiasmo che possiede solo chi ha dovuto lottare per venire alla luce e sa di aver lanciato una sfida. Siamo al di fuori del blockbuster e del cinecomic seriale, almeno dal punto di vista dell’impegno e dell’originalità. Ma Deadpool si compiace troppo della sua condizione, e ben presto diventa chiaro che il suo risultato principale è uno: essere l’ariete che apre la via ai cinecomic più spinti. Non ho detto più adulti, perché in realtà le due cose potrebbero non coincidere affatto.

Il montaggio non cronologico, la voce off, le spalle Colosso e Testata Negasonica, le canzoni inserite in contrasto quasi scorsesiano con la violenza delle scene, sono tutte ottime risorse ben gestite, che scacciano la polvere del comic-movie in senso classico e portano lo spettacolo in un territorio tutto suo. Il problema non è certo il coraggio.

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Qui il problema è che ogni tratto caratteristico è marcato senza criterio. Le parolacce e le volgarità volano in modo per lo più gratuito, la violenza e il trash sono esibiti e insistiti e diventano la storia stessa, anche se il tutto è diretto con intraprendenza. Deadpool rischia di essere un prodotto più rilevante per la sua influenza sul mercato che per la qualità intrinseca. È un film su un antieroe alle prese con la vendetta e una love story, ma sotto la maschera è un urlo liberatorio su come abbattere le barriere, bruciando il codice di condotta e danzando attorno al suo falò. Immaginate Kick-Ass, Hancock e Mad Max – Fury Road miscelati in proporzioni estreme e avrete un’idea piuttosto precisa e veritiera di cosa Deadpool sia.

Il film diretto da Tim Miller è un logorroico e scalmanato saggio di stile sopra le righe, virtuosismo, autoconsapevolezza, ritmo, deliberata sfrontatezza e provocazione. Una sorta di madornale effetto rebound, indomabile manifesto anarchico che non ne può davvero più delle regole che disintegra sotto i nostri occhi.

Questo ci ricorda (non ci insegna, perché abbiamo già avuto, tra gli altri, Watchmen col rating R, ed era ben altra pasta) che si può prendere un fumetto di casa Marvel o DC e trarne un trip selvaggio, autoironico e scorretto, e soprattutto che con queste credenziali si possono fare un sacco di soldi; ma è difficile scambiare tutta questa libertà per grande Cinema, o anche solo per la soluzione dei problemi che affliggono molti cinecomic.

Senza per questo negare che al prossimo Wolverine farebbe comodo un po’ di tutta questa violenza grafica, ma ricordando anche che Il Cavaliere Oscuro è uno dei pochi prodotti a trascendere i generi e lo fa senza mostrare nemmeno una goccia di sangue. La realtà dei cinecomic è complessa e paradossale, e Deadpool è sicuramente parte di un possibile cambiamento, ma solo il tempo ci dirà se tutto questo è abbastanza per sfornare film imperdibili.

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gotham

La prima stagione di Gotham: riparliamone ora

Qualcuno dirà che se hanno chiamato la serie “Gotham” – e non Batman + un verbo a scelta – era proprio perché avevano intenzione di creare una storia che, pur orbitando nell’atmosfera dell’icona dei comics amata in tutto il mondo, stesse in piedi sulle sue gambe. Allo stesso tempo, il prendere le distanze da Batman poteva permettere di spezzare le catene del pg13 e proporre finalmente un adeguato tasso di violenza senza scandalizzare troppo nessuno. Perché è vero che finora Batman stravince su ogni altro personaggio dei fumetti quanto a qualità di trasposizioni cinematografiche, ma è anche vero che pure questi ottimi film patiscono più volte certe restrizionI. Penso soprattutto a Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno, in cui gli scenari di guerriglia urbana e le uccisioni varie reclamavano a gran voce una rappresentazione più esplicita.

Ora, il percorso più coraggioso e artisticamente meritevole sarebbe stato quello di partire da una vena periferica e poi un po’ alla volta lasciar correre la trama fino al cuore pulsante del cosmo narrativo in questione, che è ovviamente il personaggio dell’Uomo Pipistrello in persona. Da questo punto di vista l’impostazione è ineccepibile: un salto indietro nella Gotham City di 15-20 anni rispetto all’arrivo dell’eroe, scegliendo il giovane detective Gordon come Virgilio in grado di guidare lo spettatore nell’infernale regno di corruzione della città.

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Il tutto pensato come un poliziesco duro e violento, sulla scia dell’approccio complesso usato da Nolan, ma anche sublimato in una dimensione artefatta che ricorda da vicino l’estro del fumetto. Il tutto coronato da un ottimo cast, Ben Mckenzie a Donal Logue in primis, talmente bravi da rendere vivace e ancora una volta coinvolgente il solito stereotipo degli sbirri con vedute e metodi radicalmente differenti. Per non parlare della scelta di usare come detonatore la morte degli Wayne. Ma qui cominciano anche i problemi.

Infatti Gotham, invece che limitarsi a piazzare le coordinate della futura leggenda, sceglie di seguire passo passo le vicende del piccolo Bruce Wayne, in parallelo alla ruvida routine poliziesca di Gordon e Bullock. Di per sé non sarebbe neppure un problema, se non fosse che così facendo si neutralizza il senso di anticipazione, e che fin da subito il rampollo ci viene presentato come una sorta di bambino prodigio, che indaga per scoprire l’assassino dei suoi e prende lezioni di combattimento da un Alfred che sembra Batman lui stesso.

Complice anche il fatto che i realizzatori della serie hanno pensato di inserire a getto continuo personaggi principali, secondari e terziari del mondo di Batman, spingendosi spesso a dire troppo sulle loro origini e motivazioni e, soprattutto, stabilendo che in definitiva si dovevano conoscere e bazzicare già tutti fin da giovani. Quando invece una cronaca così puntuale del loro passato rischia di banalizzarne il presente e il futuro.

L’idea di accennare a ciò che accadrà, in perfetto stile da prequel, era buona, ma appunto andava giocata di fino, un ammiccamento e un indizio ogni tanto. Invece qui si calano tutte le carte senza una reale necessità, dato che la trama principale è solida e ben eseguita, più che sufficiente a mandare avanti lo show, e la regia e la fotografia sono sempre molto curate e in alcuni episodi diventano addirittura audaci e creative, ma senza mai dare nell’occhio.

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In generale, non puoi impostare una serie su toni senza dubbio adulti, tra spinosi dilemmi etici, turpiloquio, sangue a fiotti e trame complesse e poi insinuare che tutte le figure in scena sono in qualche modo votate a uno specifico destino fin dalla loro infanzia o giovinezza, che è un concetto quantomeno naive.

Ma Gotham resta in piedi nonostante le sue contraddizioni. Soprattutto i primi sei-sette episodi sono davvero soddisfacenti, con una scrittura elettrizzante e piacevole, una messa in scena che rivendica con gusto la discendenza dal fumetto e un flusso di idee magari piccole, ma vitali. Anche la forza della trama orizzontale, che prevale sulle pure gustose storie verticali, è sempre amministrata con la giusta intensità. Certo alcuni personaggi sono un tantino invadenti, specie i sempre sopra le righe Fish Mooney e Pinguino, e va anche detto che col procedere della stagione i toni sfuggono di mano e, da un registro noir ma eroico, si passa a tinte fin troppo fosche e morbose. A quel punto l’intrattenimento rimane, ma il romanticismo del fumetto diventa un ricordo lontano e potremmo davvero essere finiti in True Detective, o qualcosa del genere.

Per la seconda stagione c’è da sperare che Gotham ritrovi la sicurezza di sé: ritoccare i toni, minimizzare il fan-service, puntare tutto sui suoi protagonisti, mettere da parte Bruce Wayne per coltivarne la presenza sottotraccia. Se vuoi rendere l’idea dell’importanza di Batman devi farne sentire la mancanza prima. E magari affidare il maggior numero di episodi a T.J. Scott, senza dubbio il regista di spicco della prima stagione. Comunque è decisamente una strada promettente, un prodotto che recupera i requisiti cardine di una buona serialità, senza pretese di essere semplicemente Cinema allungato ad arte. Ritmo, varietà, densità di avvenimenti, le facce giuste nei ruoli giusti. Se credete che siano cose scontate beh, buon per voi.

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Beyoncé Super Bowl 50

Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga

Domenica notte è andato in scena il Super Bowl 50, l’attesissima finale del campionato americano di football, un imprescindibile rito laico collettivo che ogni anno incolla 110 milioni di cittadini davanti agli schermi e che nell’immaginario a stelle e strisce ricopre la stessa importanza del Santo Natale o del Giorno del Ringraziamento.

Ogni anno, il Super Bowl rappresenta la quintessenza della capacità che gli americani hanno di creare grandi show: sul campo di gioco la sfida è fisicamente intensissima e incredibilmente avvincente, più una lotta tra gladiatori che una moderna competizione sportiva; sugli spalti, nei bar e a casa propria, i tifosi esprimono il proprio entusiasmo con costumi bizzarri, eccessi alcolici e tanta allegria collettiva; e durante l’’half-time’ (l’equivalente del nostro intervallo calcistico tra primo e secondo tempo), mentre le squadre si riposano negli spogliatoi e rivedono gli schemi di gioco per ribaltare ognuna la partita a proprio favore, un palco eretto per l’occasione in mezzo al field ospita le performance – quasi sempre indimenticabili – di star di calibro mondiale come Slash, Madonna e i Rolling Stones.

super-bowl-50 Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga super bowl 50 bruno mars et al confirmed to perform in halftime show fans disappointed as coldplay is the headline performerNel Super Bowl tutto è insomma Harder, Better, Faster, Stronger, tanto per parafrasare il titolo di un brano dei Daft Punk. Ma domenica, nel Levi’s Stadium di Santa Clara, graziosa cittadina alle porte di San Francisco, lo spettacolo ha deluso su tutti i fronti: sul piano del gioco, la partita – che ha premiato gli sfavoriti Denver Broncos a scapito dei pur temibili Carolina Panthers – ha visto dominare le difese (quella dei Broncos in particolare), il gioco di contenimento, le tattiche conservative, l’immobilismo e l’attendismo.

Pochi i punti sul tabellone, soltanto tre i touchdown, per il resto tanti errori e palle sprecate. A rimetterci sono stati i Carolina Panthers, che dopo aver disputato tutta la regular season avanzando con la determinazione inesorabile (e inaffondabile) di un autentico Panzer, e dati quindi per vincitori certi da tutti i pronostici della vigilia, ieri sera sono dovuti capitolare di fronte alle proprie imprecisioni e alla difesa granitica dei Broncos.

A “tradirli” contro ogni aspettativa è stato proprio il loro grande trascinatore, il quarterback Cam “Superman” Newton, un giovane di talento impareggiabile che per mesi ha macinato yard su yard, tra scatti in velocità e passaggi perfetti, e sbloccato partite ben più ardue di questa ma che per qualche motivo, proprio sul più bello, si è “sgonfiato” e sciolto come neve al sole, forse accusando il peso delle aspettative e delle speranze che tutti riponevano in lui.

La difesa granitica dei Broncos e i tanti errori commessi dai Carolina Panthers hanno consegnato la vittoria nelle mani dei “cavalli selvaggi” del Colorado

Cam Newton Carolina Panthers Superbowl 50 Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga 508992430 e1455050686378

Non ha però brillato per nulla nemmeno il suo antagonista, il veterano Peyton Manning, quaranta primavere il prossimo marzo, che nella partita conclusiva della sua carriera ha fatto diversi erroracci, alcuni imbarazzanti (il suo tentativo di passaggio a un compagno, subito intercettato dal fenomenale defensive end dei Panthers, Kony Ealy, è già stato definito da molti giornalisti uno dei peggiori passaggi mai visti nella storia del Super Bowl) e ha potuto sollevare l’ambito trofeo Vince Lombardi soltanto grazie al lavoro incredibile della sua difesa unito all’incapacità di finalizzare dei Panthers.

Attacchi inconcludenti su entrambi i fronti insomma, azione ridotta pressochè a zero e tanti saluti all’intrattenimento. Intrattenimento che non è mancato solo durante il gioco, bensì anche durante lo show dell’intervallo, quando a dividersi il palco sono stati i Coldplay, Beyoncè e Bruno Mars.

SANTA CLARA, CA - FEBRUARY 07: Chris Martin of Coldplay performs during the Pepsi Super Bowl 50 Halftime Show at Levi's Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Ezra Shaw/Getty Images) Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga gettyimages 508986288 master 1
SANTA CLARA, CA – FEBRUARY 07: Chris Martin of Coldplay performs during the Pepsi Super Bowl 50 Halftime Show at Levi’s Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Ezra Shaw/Getty Images)

A dare il via alle danze ci ha pensato la band inglese capitanata da Chris Martin che ha scelto di portare in scena un vivace caleidoscopio di colori, lo stesso che ha ispirato l’album A Head Full of Dreams. Vestiti con abiti variopinti, e circondati da un pubblico di ragazzi abbigliati di nero per creare contrasto, i “soft rockers” londinesi hanno suonato alcuni dei loro singoli di maggior successo – Viva La Vida e Paradise – oltre alla hit di lancio del nuovo album, Adventure of a Lifetime.

Ma la performance, per quanto colorata e vivace, aveva un non so che di artificioso e poco convincente: come l’inaugurazione di un’Olimpiade in un paese del blocco sovietico negli anni ’70, con coreografie stucchevoli, folle di giovani sorridenti e messaggi di solidarietà che sembrano messi lì apposta per indurre conformismo generalizzato e adesione a un programma prestabilito. Così solare ed “ecumenico”, lo spettacolo dei Coldplay mi ha lasciato un retrogusto di propaganda un pò qualunquista, infiocchettata e resa cool per essere consumata dalle giovani generazioni di “slacktivist” sedute davanti allo schermo.

Poi è arrivato il momento di Beyoncè: l’imperatrice del R’n’B, complice la solita grinta un po’ “cafonal”, ha monopolizzato il palco con i suoi movimenti sensuali, rischiando anche, a un certo punto, una caduta (poi abilmente evitata) e sfoderando pezzi forti come il nuovo hit single Formation.

Ora, che l’ex frontwoman delle Destiny’s Child sia un’autentica forza della natura in grado di trascinare le folle è indubbio, ciònonostante nella sua performance di domenica sera c’è qualcosa che non mi ha convinto: il suo look “black and gold” firmato DSQUARED2 e fatto apposta per omaggiare il celebre abito di sapore “militarista” indossato da Michael Jackson durante il memorabile show del Super Bowl XXVII del 1993 mi è sembrato decisamente pretenzioso e autoreferenziale. Una paraculata, per dirla in parole povere, aggravata ulteriormente dal messaggio politico che la diva ha voluto associare alla performance.

super-bowl-2016-beyonce Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga super bowl 2016 beyonce 2Ci avrete fatto caso anche voi, no? Le backup dancer vestite da Pantere Nere (pericolosa organizzazione afroamericana, paramilitare ed estremista, attiva negli Stati Uniti dagli anni ’60 agli ’80) con tanto di saluto a pugno chiuso inserito nella coreografia; la scelta di un singolo, Formation, che sta già suscitando polemiche per il forte messaggio che invia alla polizia statunitense (le scene clou del videoclip, girato a New Orleans, includono numerose inquadrature di Beyoncé in piedi su una macchina della polizia che sta affondando e il fotogramma di un muro con la scritta “Smettetela di spararci”); la volontà di presentarsi davanti a milioni di americani sfoggiando un costume con tanto di bandoliera dorata e file di munizioni in bella vista che appare decisamente in contrasto con la mega-scritta “Believe in love” che campeggiando sugli spalti ha chiuso l’half-time show. Beyoncé la sta insomma buttando in politica (forse in vista di un ipotetico futuro elettorale?).

E vedere questa star planetaria, eletta regina di Instagram, idolatrata da generazioni di ragazzini cresciuti a pane e social network, autonominarsi leader carismatico delle folle “a favore di telecamera”, mi ha fatto capire cosa deve aver provato chi ha assistito, il 2 dicembre 1804, alla cerimonia solenne con cui Napoleone Bonaparte ha deciso di auto-incoronarsi arbitrariamente “imperatore dei francesi”.

Tra coreografie ammiccanti alle Pantere Nere, un costume con bandoliere e file di munizioni in bella vista, e un brano schierato contro la polizia, Beyoncé ha portato sul palco del Super Bowl 50 uno spettacolo aggressivo e politicizzato

Dopo l’esibizione della bella (e brava, diciamolo pure) moglie di Jay-Z, a salire sul palco è stato Bruno Mars alias Peter Gene Hernandez, artista hawaiiano che ha fatto del riciclo di sonorità tipiche dell’età d’oro del funk e del soul una ragione di vita (e di incassi multimilionari).

Per carità, io sono il primo ad apprezzare alcuni suoi brani – trovo in particolare Treasure un pezzo deliziosamente orecchiabile – ma non posso negare che la performance da lui resa sul palco del Super Bowl mi sia apparsa quantomai derivativa e “secondaria”.

Certo, il ragazzo ha talento, ma per favore, la smetta di impersonare il “Jacko de’ Noantri” con quella camminata sempre in odore di moonwalk, i ricci cotonati e gli occhialoni scuri anni ‘80.

Dei tre “spettacoli nello spettacolo” di cui si è fregiato l’intermezzo del Super Bowl 50 non me n’è piaciuto insomma nessuno.

Giovanilista, più che giovanile, quello dei Coldplay; presuntuoso, politicizzato e aggressivo quello di Beyoncè; troppo “vicario” e derivativo quello di Bruno Mars.

Per il resto, a risollevare la serata non sono bastati nemmeno i trailer proiettati durante l’intervallo, altro atteso momento di intrattenimento della grande festa a stelle e strisce.

L’unico raggio di luce nelle tenebre della futilità (vedi alla voce Deadpool, X-Men: Apocalysse, Indipendence Day: Rigenerazione e, mi dispiace, non mi ha convinto nemmeno Gods of Egypt, scusa Alex) è stato, a dire il vero, il teaser di 10 Cloverfield Lane, mystery/thriller fantascientifico prodotto dalla Bad Robots di Sua Maestà J.J. Abrams che vedremo nelle sale italiane il 21 aprile prossimo.

Dal gioco allo spettacolo, questo Super Bowl 50 mi è sembrato il riflesso involontario di un’America che ha bisogno di ritrovare la sua identità, confusa com’è da una campagna elettorale tanto imprevedibile quanto schizofrenica (io, sia chiaro, voterei Hillary) e ancora incapace di tornare ad essere la grande potenza mondiale che è sempre stata.

A salvare uno spettacolo così avaro di divertimento e intrattenimento è riuscita soltanto Lady Gaga con la sua commovente interpretazione dell’inno nazionale americano

Ma l’America è un grande Paese. Una nazione con la N maiuscola. E il Super Bowl ne è una delle tante dimostrazioni.

Soltanto, aridatece Phil Collins, Prince e Bruce Springsteen. Loro sì, sono una garanzia di qualità capace di rendere il Trofeo Vince Lombardi una delle celebrazioni più indimenticabili dell’intrattenimento Made in Usa.

Tutto il resto, come si suol dire, è fuffa.

SANTA CLARA, CA - FEBRUARY 07: Lady Gaga sings the National Anthem at Super Bowl 50 at Levi's Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Christopher Polk/Getty Images) Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga 160207 news gaga
SANTA CLARA, CA – FEBRUARY 07: Lady Gaga sings the National Anthem at Super Bowl 50 at Levi’s Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Christopher Polk/Getty Images)

Ma ecco, in fondo, anche in questo noioso e politicizzato Super Bowl 50, così avaro di spettacolo e divertimento, c’è stata un’eccezione: la straordinaria performance di Lady Gaga che, in un elegante completo Gucci e con una voce che sarebbe capace di ammansire perfino Sauron l’Oscuro Signore di Mordor, ha fornito un’interpretazione intensissima e commovente di Star-Spangled Banner, l’inno nazionale americano. Grazie, Miss Germanotta, per aver salvato un Super Bowl altrimenti inguardabile e indigeribile.

Revenant – Redivivo: recensione

Ci siamo. È lui, il filmone che tutti stavamo aspettando. Dodici nomination agli Oscar, recensioni adoranti e una partenza sprint al box office sono il corollario che ha accompagnato l’arrivo nelle sale dell’atteso Revenant – Redivivo del regista Alejandro Gonzalez Inarritu. È l’anno del Signore 1823 e il pioniere/cercatore di pelli Philip Glass (Leonardo DiCaprio) ha un appuntamento irrinunciabile col sapore doloroso e glaciale della vendetta, e con un orso decisamente riottoso e intrattabile. Sullo sfondo la selvaggia natura nordamericana.

A livello superficiale, Revenant – Redivivo assomiglia alla classica storia di vendetta tra cowboy: dopo essere stato abbandonato in un fosso a morire in seguito alla feroce mattanza alla quale l’ha sottoposto l’orso, Glass si mette in caccia del compagno di spedizione John Fitzgerald (Tom Hardy) per vendicare il da lui assassinato figlio, Hawk (Forrest Goodluck).

Ma invece di tipiche consuetudini western come sole cocente, gringos dalla battuta (e dal grilletto) facile e chiassosi saloon, il film ci trasporta nello spietato e innevato Nord, dove l’epica romanticizzata dell’espansionismo americano ai tempi del West cede il posto a una rappresentazione intrisa di atroci sofferenze e visioni feroci. Uno spettacolo in cui il popolo dei Nativi americani rivendica a gran voce la propria versione dei fatti. Questo, statene pur certi, è un West che non avete mai visto prima sul grande schermo.

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Nella drammatica sequenza iniziale la tribù dei nativi Arikara attacca i cacciatori d’orsi ritenuti responsabili del rapimento della figlia del capoclan. Si tratta di una scena che senza dubbio entrerà negli annali del cinema come una delle più avvincenti battaglie cinematografiche mai orchestrate, una motivazione sufficiente a ripagare di per sè il prezzo del biglietto. Da questo avvio al fulmicotone fino al truculento finale, la rappresentazione della violenza è inesorabile e torci-stomaco.

A differenza di molti action movie, dove la morte e i combattimenti risultano spesso buffi e inverosimili, qui ogni schizzo di sangue e ogni straziante affondo penetrano fin dentro le ossa dello spettatore con il loro crudo realismo.

I pochi sopravvissuti alla “macelleria indiana” alla quale assistiamo nelle scene iniziali del film sono condotti in salvo da Glass attraverso le foreste. Ma proprio qui, l’esploratore rimane vittima dell’attacco da parte dell’orso.

Devo dire che prima d’ora, non avevo mai visto gli occupanti di una sala cinematografica contorcersi letteralmente nell’angoscia, ma vi garantisco che questa scena – della durata di alcuni minuti – vi farà rigirare impotenti sulla poltrona in preda al panico, mentre l’occhio della cinepresa continua a insistere sadicamente sul lento massacro di Glass.

La vittoria schiacciante di Revenant – Redivivo parte d’altronde proprio da qui: dall’inarrestabile lavoro della macchina da presa e dalla capacità del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki di immortalare la cruda vitalità degli scenari naturali nei quali la storia si svolge.

La qualità visiva è così netta e viscerale che ti sembra di sentire l’aria gelida nei polmoni e la neve agitarsi malferma sotto i piedi. I paesaggi non assomigliano affatto a quelli di una cartolina patinata, al contrario vibrano della brutale onestà della natura: un mondo in cui straordinaria bellezza e terrificanti minacce convivono e si fondono senza soluzione di continuità.

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L’affermazione secondo cui “l’ambientazione di un film o di un romanzo ne è uno dei personaggi principali, al pari degli attori protagonisti” è un clichet che si legge molto spesso in articoli che analizzano un’opera di finzione. Ma nel caso di Revenant – Redivivo, non c’è osservazione più accurata di questa. In effetti ci si potrebbe addirittura spingere ad affermare che al cospetto dello sterminato paesaggio – interamente filmato in condizioni di luce naturale (il che significa circa un’ora-un’ora e mezza al giorno) – tutti gli altri personaggi devono accontentarsi di un ruolo secondario.

Revenant – Redivivo è poi un film che, sotto la superficie narrativa, rivela la presenza di forti tematiche politiche e ambientaliste. A un certo punto assistiamo, durante una sequenza che ha un che di onirico, al macabro spettacolo di una piramide formata interamente da teschi di bisonte. Un messaggio che riassume in modo simbolicamente molto forte due concetti chiave che hanno posto le basi dell’America moderna: l’adorazione del Dio Denaro e la distruzione dell’ambiente. Aspetti sui quali lo stesso DiCaprio si è soffermato in occasione del discorso con cui ha ricevuto poche settimane fa il Golden Globe come miglior attore protagonista.

Ma un altro dei grandi trionfi di Revenant – Redivivo è senza dubbio la colonna sonora. Uno score delicato ma al tempo stesso potente, una sottile trama di strumenti a corda e archi che, mescolandosi brillantemente con i suoni naturali, ci accompagna senza dirci quali emozioni provare ma riecheggiando e ribadendo quella subordinazione alla natura che rappresenta il fil rouge dell’intera pellicola.

Da registrare solo un piccolo momento di stallo nella parte centrale del film, quando Revenant – Redivivo si mette a macinare acqua per un’oretta buona (davvero tantissime le scene monopolizzate dal possente fiume Missouri che con le sue rapide e le cascate improvvise rappresenta un ostacolo insormontabile e impietoso) mentre noi osserviamo Glass riprendersi dalle ferite. Nel classico film hollywoodiano, la storia sarebbe entrata in modalità vendetta dopo trenta minuti, ma questo film offre molto più di quanto la sua premessa narrativa vorrebbe far sembrare.

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Va detto però che Revenant – Redivivo non avrebbe mai passato il famoso test di Bechdel (test individuale atto a determinare se una qualsiasi forma di racconto abbia o meno connotati di tipo sessista, via Wikipedia). Di certo non si può dire che la presenza fluttuante ed evanescente della moglie morta di Glass riesca a compensare la cronica mancanza di personaggi femminili che caratterizza il film. In sua difesa però possiamo dire che effettivamente, al tempo in cui si svolge la storia, le squadre di cercatori erano composte esclusivamente da uomini.

Nel film, gli atroci crimini commessi ai danni della popolazione femminile locale trovano un ideale riscatto nella cruenta vendetta di una giovane donna indiana nei confronti del suo aguzzino. Il tema del rapimento di native americane come bottino di guerra da parte dei bianchi conquistatori è infatti un motivo centrale del film: basti pensare che il leader del gruppo di Arikara protagonista del film, spende l’intero arco narrativo a disposizione cercando proprio la sua figliola rapita. Diciamo comunque che su questo fronte le intenzioni globali erano nobili, anche se forse la loro esecuzione lo è un po’ meno.

Tutti gli attori sono al top della loro forma, con Hardy e DiCaprio in corsa per una statuetta a testa, rispettivamente come miglior attore non protagonista e miglior attore protagonista. Sarà finalmente giunto il turno di Leo? Potremmo arguire dicendo che la sua versatilità attoriale e il suo carisma erano molto meglio enfatizzati e valorizzati in The Wolf of Wall Street. Se vincerà quest’anno, sarà per essere rimasto steso a terra per la maggior parte del tempo simulando atroci sofferenze.

E tuttavia, non possiamo lamentarci: la sua performance risulta infatti decisamente credibile, e godibile. Di sicuro gli elettori dell’Academy ameranno i racconti sui rigori e le difficoltà estreme affrontate durante le riprese. E con un tale curriculum alle spalle, possiamo dire senza dubbio che sì, questa volta è proprio il turno di Leo.

Per quanto riguarda Inarritu, il regista si è già portato a casa l’anno scorso, con Birdman, gli Oscar al miglior film e al miglior regista. Merita di fare il bis (considerato che con esso arriverebbe anche il record per essere il primo vincitore di due Oscar consecutivi dal 1950)? Questa sua straordinaria rappresentazione della spietata natura americana ci dice che lo meriterebbe ampiamente.