Beyoncé Super Bowl 50

Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga

Domenica notte è andato in scena il Super Bowl 50, l’attesissima finale del campionato americano di football, un imprescindibile rito laico collettivo che ogni anno incolla 110 milioni di cittadini davanti agli schermi e che nell’immaginario a stelle e strisce ricopre la stessa importanza del Santo Natale o del Giorno del Ringraziamento.

Ogni anno, il Super Bowl rappresenta la quintessenza della capacità che gli americani hanno di creare grandi show: sul campo di gioco la sfida è fisicamente intensissima e incredibilmente avvincente, più una lotta tra gladiatori che una moderna competizione sportiva; sugli spalti, nei bar e a casa propria, i tifosi esprimono il proprio entusiasmo con costumi bizzarri, eccessi alcolici e tanta allegria collettiva; e durante l’’half-time’ (l’equivalente del nostro intervallo calcistico tra primo e secondo tempo), mentre le squadre si riposano negli spogliatoi e rivedono gli schemi di gioco per ribaltare ognuna la partita a proprio favore, un palco eretto per l’occasione in mezzo al field ospita le performance – quasi sempre indimenticabili – di star di calibro mondiale come Slash, Madonna e i Rolling Stones.

super-bowl-50 Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga super bowl 50 bruno mars et al confirmed to perform in halftime show fans disappointed as coldplay is the headline performerNel Super Bowl tutto è insomma Harder, Better, Faster, Stronger, tanto per parafrasare il titolo di un brano dei Daft Punk. Ma domenica, nel Levi’s Stadium di Santa Clara, graziosa cittadina alle porte di San Francisco, lo spettacolo ha deluso su tutti i fronti: sul piano del gioco, la partita – che ha premiato gli sfavoriti Denver Broncos a scapito dei pur temibili Carolina Panthers – ha visto dominare le difese (quella dei Broncos in particolare), il gioco di contenimento, le tattiche conservative, l’immobilismo e l’attendismo.

Pochi i punti sul tabellone, soltanto tre i touchdown, per il resto tanti errori e palle sprecate. A rimetterci sono stati i Carolina Panthers, che dopo aver disputato tutta la regular season avanzando con la determinazione inesorabile (e inaffondabile) di un autentico Panzer, e dati quindi per vincitori certi da tutti i pronostici della vigilia, ieri sera sono dovuti capitolare di fronte alle proprie imprecisioni e alla difesa granitica dei Broncos.

A “tradirli” contro ogni aspettativa è stato proprio il loro grande trascinatore, il quarterback Cam “Superman” Newton, un giovane di talento impareggiabile che per mesi ha macinato yard su yard, tra scatti in velocità e passaggi perfetti, e sbloccato partite ben più ardue di questa ma che per qualche motivo, proprio sul più bello, si è “sgonfiato” e sciolto come neve al sole, forse accusando il peso delle aspettative e delle speranze che tutti riponevano in lui.

La difesa granitica dei Broncos e i tanti errori commessi dai Carolina Panthers hanno consegnato la vittoria nelle mani dei “cavalli selvaggi” del Colorado

Cam Newton Carolina Panthers Superbowl 50 Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga 508992430 e1455050686378

Non ha però brillato per nulla nemmeno il suo antagonista, il veterano Peyton Manning, quaranta primavere il prossimo marzo, che nella partita conclusiva della sua carriera ha fatto diversi erroracci, alcuni imbarazzanti (il suo tentativo di passaggio a un compagno, subito intercettato dal fenomenale defensive end dei Panthers, Kony Ealy, è già stato definito da molti giornalisti uno dei peggiori passaggi mai visti nella storia del Super Bowl) e ha potuto sollevare l’ambito trofeo Vince Lombardi soltanto grazie al lavoro incredibile della sua difesa unito all’incapacità di finalizzare dei Panthers.

Attacchi inconcludenti su entrambi i fronti insomma, azione ridotta pressochè a zero e tanti saluti all’intrattenimento. Intrattenimento che non è mancato solo durante il gioco, bensì anche durante lo show dell’intervallo, quando a dividersi il palco sono stati i Coldplay, Beyoncè e Bruno Mars.

SANTA CLARA, CA - FEBRUARY 07: Chris Martin of Coldplay performs during the Pepsi Super Bowl 50 Halftime Show at Levi's Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Ezra Shaw/Getty Images) Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga gettyimages 508986288 master 1
SANTA CLARA, CA – FEBRUARY 07: Chris Martin of Coldplay performs during the Pepsi Super Bowl 50 Halftime Show at Levi’s Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Ezra Shaw/Getty Images)

A dare il via alle danze ci ha pensato la band inglese capitanata da Chris Martin che ha scelto di portare in scena un vivace caleidoscopio di colori, lo stesso che ha ispirato l’album A Head Full of Dreams. Vestiti con abiti variopinti, e circondati da un pubblico di ragazzi abbigliati di nero per creare contrasto, i “soft rockers” londinesi hanno suonato alcuni dei loro singoli di maggior successo – Viva La Vida e Paradise – oltre alla hit di lancio del nuovo album, Adventure of a Lifetime.

Ma la performance, per quanto colorata e vivace, aveva un non so che di artificioso e poco convincente: come l’inaugurazione di un’Olimpiade in un paese del blocco sovietico negli anni ’70, con coreografie stucchevoli, folle di giovani sorridenti e messaggi di solidarietà che sembrano messi lì apposta per indurre conformismo generalizzato e adesione a un programma prestabilito. Così solare ed “ecumenico”, lo spettacolo dei Coldplay mi ha lasciato un retrogusto di propaganda un pò qualunquista, infiocchettata e resa cool per essere consumata dalle giovani generazioni di “slacktivist” sedute davanti allo schermo.

Poi è arrivato il momento di Beyoncè: l’imperatrice del R’n’B, complice la solita grinta un po’ “cafonal”, ha monopolizzato il palco con i suoi movimenti sensuali, rischiando anche, a un certo punto, una caduta (poi abilmente evitata) e sfoderando pezzi forti come il nuovo hit single Formation.

Ora, che l’ex frontwoman delle Destiny’s Child sia un’autentica forza della natura in grado di trascinare le folle è indubbio, ciònonostante nella sua performance di domenica sera c’è qualcosa che non mi ha convinto: il suo look “black and gold” firmato DSQUARED2 e fatto apposta per omaggiare il celebre abito di sapore “militarista” indossato da Michael Jackson durante il memorabile show del Super Bowl XXVII del 1993 mi è sembrato decisamente pretenzioso e autoreferenziale. Una paraculata, per dirla in parole povere, aggravata ulteriormente dal messaggio politico che la diva ha voluto associare alla performance.

super-bowl-2016-beyonce Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga super bowl 2016 beyonce 2Ci avrete fatto caso anche voi, no? Le backup dancer vestite da Pantere Nere (pericolosa organizzazione afroamericana, paramilitare ed estremista, attiva negli Stati Uniti dagli anni ’60 agli ’80) con tanto di saluto a pugno chiuso inserito nella coreografia; la scelta di un singolo, Formation, che sta già suscitando polemiche per il forte messaggio che invia alla polizia statunitense (le scene clou del videoclip, girato a New Orleans, includono numerose inquadrature di Beyoncé in piedi su una macchina della polizia che sta affondando e il fotogramma di un muro con la scritta “Smettetela di spararci”); la volontà di presentarsi davanti a milioni di americani sfoggiando un costume con tanto di bandoliera dorata e file di munizioni in bella vista che appare decisamente in contrasto con la mega-scritta “Believe in love” che campeggiando sugli spalti ha chiuso l’half-time show. Beyoncé la sta insomma buttando in politica (forse in vista di un ipotetico futuro elettorale?).

E vedere questa star planetaria, eletta regina di Instagram, idolatrata da generazioni di ragazzini cresciuti a pane e social network, autonominarsi leader carismatico delle folle “a favore di telecamera”, mi ha fatto capire cosa deve aver provato chi ha assistito, il 2 dicembre 1804, alla cerimonia solenne con cui Napoleone Bonaparte ha deciso di auto-incoronarsi arbitrariamente “imperatore dei francesi”.

Tra coreografie ammiccanti alle Pantere Nere, un costume con bandoliere e file di munizioni in bella vista, e un brano schierato contro la polizia, Beyoncé ha portato sul palco del Super Bowl 50 uno spettacolo aggressivo e politicizzato

Dopo l’esibizione della bella (e brava, diciamolo pure) moglie di Jay-Z, a salire sul palco è stato Bruno Mars alias Peter Gene Hernandez, artista hawaiiano che ha fatto del riciclo di sonorità tipiche dell’età d’oro del funk e del soul una ragione di vita (e di incassi multimilionari).

Per carità, io sono il primo ad apprezzare alcuni suoi brani – trovo in particolare Treasure un pezzo deliziosamente orecchiabile – ma non posso negare che la performance da lui resa sul palco del Super Bowl mi sia apparsa quantomai derivativa e “secondaria”.

Certo, il ragazzo ha talento, ma per favore, la smetta di impersonare il “Jacko de’ Noantri” con quella camminata sempre in odore di moonwalk, i ricci cotonati e gli occhialoni scuri anni ‘80.

Dei tre “spettacoli nello spettacolo” di cui si è fregiato l’intermezzo del Super Bowl 50 non me n’è piaciuto insomma nessuno.

Giovanilista, più che giovanile, quello dei Coldplay; presuntuoso, politicizzato e aggressivo quello di Beyoncè; troppo “vicario” e derivativo quello di Bruno Mars.

Per il resto, a risollevare la serata non sono bastati nemmeno i trailer proiettati durante l’intervallo, altro atteso momento di intrattenimento della grande festa a stelle e strisce.

L’unico raggio di luce nelle tenebre della futilità (vedi alla voce Deadpool, X-Men: Apocalysse, Indipendence Day: Rigenerazione e, mi dispiace, non mi ha convinto nemmeno Gods of Egypt, scusa Alex) è stato, a dire il vero, il teaser di 10 Cloverfield Lane, mystery/thriller fantascientifico prodotto dalla Bad Robots di Sua Maestà J.J. Abrams che vedremo nelle sale italiane il 21 aprile prossimo.

Dal gioco allo spettacolo, questo Super Bowl 50 mi è sembrato il riflesso involontario di un’America che ha bisogno di ritrovare la sua identità, confusa com’è da una campagna elettorale tanto imprevedibile quanto schizofrenica (io, sia chiaro, voterei Hillary) e ancora incapace di tornare ad essere la grande potenza mondiale che è sempre stata.

A salvare uno spettacolo così avaro di divertimento e intrattenimento è riuscita soltanto Lady Gaga con la sua commovente interpretazione dell’inno nazionale americano

Ma l’America è un grande Paese. Una nazione con la N maiuscola. E il Super Bowl ne è una delle tante dimostrazioni.

Soltanto, aridatece Phil Collins, Prince e Bruce Springsteen. Loro sì, sono una garanzia di qualità capace di rendere il Trofeo Vince Lombardi una delle celebrazioni più indimenticabili dell’intrattenimento Made in Usa.

Tutto il resto, come si suol dire, è fuffa.

SANTA CLARA, CA - FEBRUARY 07: Lady Gaga sings the National Anthem at Super Bowl 50 at Levi's Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Christopher Polk/Getty Images) Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga 160207 news gaga
SANTA CLARA, CA – FEBRUARY 07: Lady Gaga sings the National Anthem at Super Bowl 50 at Levi’s Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Christopher Polk/Getty Images)

Ma ecco, in fondo, anche in questo noioso e politicizzato Super Bowl 50, così avaro di spettacolo e divertimento, c’è stata un’eccezione: la straordinaria performance di Lady Gaga che, in un elegante completo Gucci e con una voce che sarebbe capace di ammansire perfino Sauron l’Oscuro Signore di Mordor, ha fornito un’interpretazione intensissima e commovente di Star-Spangled Banner, l’inno nazionale americano. Grazie, Miss Germanotta, per aver salvato un Super Bowl altrimenti inguardabile e indigeribile.

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