Deadpool – Recensione

Tutti pazzi per Deadpool, eh? Basta guardarsi attorno: massiccio consenso critico e boxoffice alle stelle coronano quella che negli ultimi mesi è stata un’avanzata inesorabile da parte di un personaggio che certo non partiva con l’appeal di un Batman o di uno Spiderman. Mesi di campagna marketing a tappeto, in cui abbiamo imparato a conoscere il mutante mercenario sboccato e iperviolento che ora domina le sale delle nostre città. Un trionfo annunciato, insomma, anche se non molto tempo fa sembrava che nessuno volesse scommettere su questo brand in particolare.

Una favola a lieto fine? Forse. Dipende dai gusti in realtà, come sempre. Perché a noi spettatori in fondo dovrebbe importare poco degli incassi di un film, mica i soldi vanno in tasca a noi. Ma se il film ci piace e ne vogliamo altri, allora gli incassi ci interessano eccome. Deadpool ha ottenuto questa vittoria a mani basse, partendo come un outsider e scalando lo scetticismo e la diffidenza fino alla vetta.

A dirla tutta, ogni fotogramma del film trasuda voglia di vincere e di cambiare le regole, con quell’entusiasmo che possiede solo chi ha dovuto lottare per venire alla luce e sa di aver lanciato una sfida. Siamo al di fuori del blockbuster e del cinecomic seriale, almeno dal punto di vista dell’impegno e dell’originalità. Ma Deadpool si compiace troppo della sua condizione, e ben presto diventa chiaro che il suo risultato principale è uno: essere l’ariete che apre la via ai cinecomic più spinti. Non ho detto più adulti, perché in realtà le due cose potrebbero non coincidere affatto.

Il montaggio non cronologico, la voce off, le spalle Colosso e Testata Negasonica, le canzoni inserite in contrasto quasi scorsesiano con la violenza delle scene, sono tutte ottime risorse ben gestite, che scacciano la polvere del comic-movie in senso classico e portano lo spettacolo in un territorio tutto suo. Il problema non è certo il coraggio.

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Qui il problema è che ogni tratto caratteristico è marcato senza criterio. Le parolacce e le volgarità volano in modo per lo più gratuito, la violenza e il trash sono esibiti e insistiti e diventano la storia stessa, anche se il tutto è diretto con intraprendenza. Deadpool rischia di essere un prodotto più rilevante per la sua influenza sul mercato che per la qualità intrinseca. È un film su un antieroe alle prese con la vendetta e una love story, ma sotto la maschera è un urlo liberatorio su come abbattere le barriere, bruciando il codice di condotta e danzando attorno al suo falò. Immaginate Kick-Ass, Hancock e Mad Max – Fury Road miscelati in proporzioni estreme e avrete un’idea piuttosto precisa e veritiera di cosa Deadpool sia.

Il film diretto da Tim Miller è un logorroico e scalmanato saggio di stile sopra le righe, virtuosismo, autoconsapevolezza, ritmo, deliberata sfrontatezza e provocazione. Una sorta di madornale effetto rebound, indomabile manifesto anarchico che non ne può davvero più delle regole che disintegra sotto i nostri occhi.

Questo ci ricorda (non ci insegna, perché abbiamo già avuto, tra gli altri, Watchmen col rating R, ed era ben altra pasta) che si può prendere un fumetto di casa Marvel o DC e trarne un trip selvaggio, autoironico e scorretto, e soprattutto che con queste credenziali si possono fare un sacco di soldi; ma è difficile scambiare tutta questa libertà per grande Cinema, o anche solo per la soluzione dei problemi che affliggono molti cinecomic.

Senza per questo negare che al prossimo Wolverine farebbe comodo un po’ di tutta questa violenza grafica, ma ricordando anche che Il Cavaliere Oscuro è uno dei pochi prodotti a trascendere i generi e lo fa senza mostrare nemmeno una goccia di sangue. La realtà dei cinecomic è complessa e paradossale, e Deadpool è sicuramente parte di un possibile cambiamento, ma solo il tempo ci dirà se tutto questo è abbastanza per sfornare film imperdibili.

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