Revenant – Redivivo: recensione

Ci siamo. È lui, il filmone che tutti stavamo aspettando. Dodici nomination agli Oscar, recensioni adoranti e una partenza sprint al box office sono il corollario che ha accompagnato l’arrivo nelle sale dell’atteso Revenant – Redivivo del regista Alejandro Gonzalez Inarritu. È l’anno del Signore 1823 e il pioniere/cercatore di pelli Philip Glass (Leonardo DiCaprio) ha un appuntamento irrinunciabile col sapore doloroso e glaciale della vendetta, e con un orso decisamente riottoso e intrattabile. Sullo sfondo la selvaggia natura nordamericana.

A livello superficiale, Revenant – Redivivo assomiglia alla classica storia di vendetta tra cowboy: dopo essere stato abbandonato in un fosso a morire in seguito alla feroce mattanza alla quale l’ha sottoposto l’orso, Glass si mette in caccia del compagno di spedizione John Fitzgerald (Tom Hardy) per vendicare il da lui assassinato figlio, Hawk (Forrest Goodluck).

Ma invece di tipiche consuetudini western come sole cocente, gringos dalla battuta (e dal grilletto) facile e chiassosi saloon, il film ci trasporta nello spietato e innevato Nord, dove l’epica romanticizzata dell’espansionismo americano ai tempi del West cede il posto a una rappresentazione intrisa di atroci sofferenze e visioni feroci. Uno spettacolo in cui il popolo dei Nativi americani rivendica a gran voce la propria versione dei fatti. Questo, statene pur certi, è un West che non avete mai visto prima sul grande schermo.

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Nella drammatica sequenza iniziale la tribù dei nativi Arikara attacca i cacciatori d’orsi ritenuti responsabili del rapimento della figlia del capoclan. Si tratta di una scena che senza dubbio entrerà negli annali del cinema come una delle più avvincenti battaglie cinematografiche mai orchestrate, una motivazione sufficiente a ripagare di per sè il prezzo del biglietto. Da questo avvio al fulmicotone fino al truculento finale, la rappresentazione della violenza è inesorabile e torci-stomaco.

A differenza di molti action movie, dove la morte e i combattimenti risultano spesso buffi e inverosimili, qui ogni schizzo di sangue e ogni straziante affondo penetrano fin dentro le ossa dello spettatore con il loro crudo realismo.

I pochi sopravvissuti alla “macelleria indiana” alla quale assistiamo nelle scene iniziali del film sono condotti in salvo da Glass attraverso le foreste. Ma proprio qui, l’esploratore rimane vittima dell’attacco da parte dell’orso.

Devo dire che prima d’ora, non avevo mai visto gli occupanti di una sala cinematografica contorcersi letteralmente nell’angoscia, ma vi garantisco che questa scena – della durata di alcuni minuti – vi farà rigirare impotenti sulla poltrona in preda al panico, mentre l’occhio della cinepresa continua a insistere sadicamente sul lento massacro di Glass.

La vittoria schiacciante di Revenant – Redivivo parte d’altronde proprio da qui: dall’inarrestabile lavoro della macchina da presa e dalla capacità del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki di immortalare la cruda vitalità degli scenari naturali nei quali la storia si svolge.

La qualità visiva è così netta e viscerale che ti sembra di sentire l’aria gelida nei polmoni e la neve agitarsi malferma sotto i piedi. I paesaggi non assomigliano affatto a quelli di una cartolina patinata, al contrario vibrano della brutale onestà della natura: un mondo in cui straordinaria bellezza e terrificanti minacce convivono e si fondono senza soluzione di continuità.

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L’affermazione secondo cui “l’ambientazione di un film o di un romanzo ne è uno dei personaggi principali, al pari degli attori protagonisti” è un clichet che si legge molto spesso in articoli che analizzano un’opera di finzione. Ma nel caso di Revenant – Redivivo, non c’è osservazione più accurata di questa. In effetti ci si potrebbe addirittura spingere ad affermare che al cospetto dello sterminato paesaggio – interamente filmato in condizioni di luce naturale (il che significa circa un’ora-un’ora e mezza al giorno) – tutti gli altri personaggi devono accontentarsi di un ruolo secondario.

Revenant – Redivivo è poi un film che, sotto la superficie narrativa, rivela la presenza di forti tematiche politiche e ambientaliste. A un certo punto assistiamo, durante una sequenza che ha un che di onirico, al macabro spettacolo di una piramide formata interamente da teschi di bisonte. Un messaggio che riassume in modo simbolicamente molto forte due concetti chiave che hanno posto le basi dell’America moderna: l’adorazione del Dio Denaro e la distruzione dell’ambiente. Aspetti sui quali lo stesso DiCaprio si è soffermato in occasione del discorso con cui ha ricevuto poche settimane fa il Golden Globe come miglior attore protagonista.

Ma un altro dei grandi trionfi di Revenant – Redivivo è senza dubbio la colonna sonora. Uno score delicato ma al tempo stesso potente, una sottile trama di strumenti a corda e archi che, mescolandosi brillantemente con i suoni naturali, ci accompagna senza dirci quali emozioni provare ma riecheggiando e ribadendo quella subordinazione alla natura che rappresenta il fil rouge dell’intera pellicola.

Da registrare solo un piccolo momento di stallo nella parte centrale del film, quando Revenant – Redivivo si mette a macinare acqua per un’oretta buona (davvero tantissime le scene monopolizzate dal possente fiume Missouri che con le sue rapide e le cascate improvvise rappresenta un ostacolo insormontabile e impietoso) mentre noi osserviamo Glass riprendersi dalle ferite. Nel classico film hollywoodiano, la storia sarebbe entrata in modalità vendetta dopo trenta minuti, ma questo film offre molto più di quanto la sua premessa narrativa vorrebbe far sembrare.

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Va detto però che Revenant – Redivivo non avrebbe mai passato il famoso test di Bechdel (test individuale atto a determinare se una qualsiasi forma di racconto abbia o meno connotati di tipo sessista, via Wikipedia). Di certo non si può dire che la presenza fluttuante ed evanescente della moglie morta di Glass riesca a compensare la cronica mancanza di personaggi femminili che caratterizza il film. In sua difesa però possiamo dire che effettivamente, al tempo in cui si svolge la storia, le squadre di cercatori erano composte esclusivamente da uomini.

Nel film, gli atroci crimini commessi ai danni della popolazione femminile locale trovano un ideale riscatto nella cruenta vendetta di una giovane donna indiana nei confronti del suo aguzzino. Il tema del rapimento di native americane come bottino di guerra da parte dei bianchi conquistatori è infatti un motivo centrale del film: basti pensare che il leader del gruppo di Arikara protagonista del film, spende l’intero arco narrativo a disposizione cercando proprio la sua figliola rapita. Diciamo comunque che su questo fronte le intenzioni globali erano nobili, anche se forse la loro esecuzione lo è un po’ meno.

Tutti gli attori sono al top della loro forma, con Hardy e DiCaprio in corsa per una statuetta a testa, rispettivamente come miglior attore non protagonista e miglior attore protagonista. Sarà finalmente giunto il turno di Leo? Potremmo arguire dicendo che la sua versatilità attoriale e il suo carisma erano molto meglio enfatizzati e valorizzati in The Wolf of Wall Street. Se vincerà quest’anno, sarà per essere rimasto steso a terra per la maggior parte del tempo simulando atroci sofferenze.

E tuttavia, non possiamo lamentarci: la sua performance risulta infatti decisamente credibile, e godibile. Di sicuro gli elettori dell’Academy ameranno i racconti sui rigori e le difficoltà estreme affrontate durante le riprese. E con un tale curriculum alle spalle, possiamo dire senza dubbio che sì, questa volta è proprio il turno di Leo.

Per quanto riguarda Inarritu, il regista si è già portato a casa l’anno scorso, con Birdman, gli Oscar al miglior film e al miglior regista. Merita di fare il bis (considerato che con esso arriverebbe anche il record per essere il primo vincitore di due Oscar consecutivi dal 1950)? Questa sua straordinaria rappresentazione della spietata natura americana ci dice che lo meriterebbe ampiamente.

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