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marzo 2016

Batman V Superman: Dawn Of Justice

Batman V Superman: Dawn Of Justice – Recensione

La massima attrazione di Batman V Superman: Dawn Of Justice è sempre stata il nuovo Batman di Ben Affleck. Fin dalle prime immagini ufficiali, le sue sembianze marcatamente fumettistiche e milleriane hanno catalizzato sogni e speranze di milioni di persone. Finalmente un Batman che sembra uscito dalle tavole disegnate. Salvo che quel costume nel film è sempre illuminato così poco che lo si poteva anche lasciare del tutto nero.

Ma il trattamento della fotografia così austera riflette tutta la mentalità con cui si è affrontato questo progetto: la ricerca disperata di essere presi sul serio. Ma mentre Nolan aveva buon gioco a incorporare Batman, un tizio senza raggi laser e super forza, nel mondo reale, qui si cerca di far sembrare importante per il mondo reale un concetto inevitabilmente fumettistico come lo scontro tra esseri con superpoteri. Qual è il nesso con la vita di ogni giorno che il pubblico dovrebbe cogliere? Dov’è il fascino dell’operazione “realismo”? In due ore e mezza si fa l’appello di tanti spunti ma nessuno ha il tempo di essere realmente “trattato”, costretti invece a pogare tutto il tempo tra scene d’azione, battute troppo studiate e i vari cameo della futura Justice League.

Batman V Superman: Dawn Of Justice  Batman V Superman: Dawn Of Justice - Recensione bvs 1 0

Da questo punto di vista Batman V Superman ha la stessa pretesa di certi film d’autore: contenere idee interessanti ma senza prendersi la briga di renderle calde e attraenti. Inoltre, con la mancanza di interpretazione e di adattamento e l’accumulo di sub plot (che fa sembrare Batman V Superman un’intera stagione televisiva compressa in due ore e mezza), si rendono pericolosamente simili – e quindi inutili – ben tre linguaggi differenti: cinema, fumetto e serie tv.

Come si può pensare che nello stesso film possano convivere in modo organico la lotta contro Doomsday, un mostro onnipotente che disintegra le città con un battito di ciglia, e un complotto raffazzonato attorno a un proiettile su una scena del crimine? La seconda storia appare irrilevante, come pure l’inchiesta socio-politica sul Superman tiranno e “falso dio”, forse una scusa per vedere il kryptoniano in tribunale e sperare che la cosa risulti visionaria e surrealista, una di quelle contraddizioni pregne di senso artistico. Ma con questa messa in scena e questo ritmo tutto ciò non può avere credibilità.

Batman V Superman: Dawn Of Justice  Batman V Superman: Dawn Of Justice - Recensione bvs 4

Per un film così poco fisiologico, con troppa trama per così poco tempo, c’era almeno un modo di risolvere meglio la narrazione: ridurre il plot al duello ideologico e fisico tra Batman e Superman e trattare il primo come “villain” fino in fondo, senza alcun bisogno di introdurre Doomsday, e lasciare la sua “redenzione” come gran finale. Avremmo così avuto molta CGI in meno e uno scontro tra gli eroi titolari più lungo, ragionato e significativo. Ma anche stavolta si è optato per la soluzione meno spinosa: una minaccia più grossa e improvvisa(ta) in grado di far coalizzare i protagonisti nel giro di un minuto.

Ma Batman V Superman è un prodotto di quest’epoca, e il satellite di un fenomeno che va comunque inquadrato nella sua completezza. Non dimentichiamo che il pubblico ha avuto la possibilità di “abitare” in questo film già da un anno e mezzo, grazie al web e ai social. Foto di scena, trailer, indiscrezioni, immagini rubate. Questi prodotti non hanno più un inizio e una fine ben marcati e non sono più semplici film, ma connettori di massa interattivi, con milioni di utenti che usano gli aggiornamenti dal set come carburante per mesi di fan fiction a perdere. Universi espansi e condivisi fuori e dentro lo schermo quindi, la visione in sala resta solo una tappa tra le tante in un cammino virtualmente infinito, lasciandoci con un’unica certezza: l’epicentro dell’entertainment si sta spostando.

In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan

Tra pochi giorni il mondo non potrà parlare dei Batman precedenti senza fare paragoni con Batman V Superman, quindi l’ultima occasione per fare il punto senza tifoserie è ora. Dopo la versione di Burton della volta scorsa, oggi tocca a quella di Christopher Nolan. Anche in questo caso la parola d’ordine è concentrarsi su Batman, lasciando in disparte i villain.

Nella nostra epoca viene annunciato un reboot ogni cinque secondi, ma pochissimi hanno successo di critica e pubblico e sono realmente giustificati sul piano artistico, e uno degli eletti è il Batman di Nolan. Una serie di film grandi ma non perfetti, che incontrano il maggior limite nell’iper-scrittura, che spinge talvolta a soluzioni drastiche ma tremendamente rozze. Pensate a Batman Begins, che si gioca lo status di capolavoro per via di quel montaggio da trailer dell’ultimo quarto d’ora, o al Rises, che ha problemi non molto diversi.

Ma fin da Batman Begins, col quale Nolan sottrae Batman al villaggio innevato di Tim Burton per gettarlo nella mischia infinita del mondo reale, abbiamo la prova che un franchise comatoso e dimenticato sotto le ceneri di episodi disastrosi può anche risvegliarsi e tornare alla gloria. Con questa trilogia Nolan è diventato il regista più dibattuto del web, e ha potuto creare una corrente atipica di blockbuster personali e sorprendenti. Attorno alla sua opera si è anche scatenato il più grande equivoco interpretativo a proposito del concetto di “realismo”, una cosa da non dormirci più la notte.

dent-gordon-batman  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan dent gordon batman

Per la prima volta, infatti, attorno a Batman appare… il mondo, complicato, sconfinato e cattivello. Ci si preoccupa di rendere credibile l’interazione tra un fuorilegge e la polizia, che avviene in camuffa e con la diffidenza e l’ostilità dei più. La distanza da Burton, in cui le autorità finivano per riconoscere e celebrare ufficialmente un giustiziere omicida e mascherato senza farsi problemi, è davvero tanta. Inoltre, la realtà metropolitana è visualizzata in scala 1:1 e non più a campione come succedeva nei film precedenti.

Tutta la trilogia comincia e finisce come un unico, grande conto alla rovescia, una corsa contro il tempo, affinché Batman faccia ciò che deve prima della sua inevitabile fine: sparire dalle scene, perché nel mondo reale non c’è posto per lui, nessun pigiama in kevlar potrebbe salvarlo, morirebbe subito o verrebbe smascherato. La sua aura mitica e teatrale si sgretola in corsa, alla fine combatte in pieno giorno, non può più ingannare nessuno. Può solo sperare di restare in giro abbastanza da ispirare la gente, certo non può risolvere le cose da solo. E tutto questo non lo chiamate realismo? Già nel secondo film si capisce che, facendo 2+2, praticamente chiunque può scoprirne l’identità.

Dalle prime apparizioni completamente buie di Batman Begins allo stagliarsi nella luce del sole del Rises, Nolan tiene conto che una soluzione straordinaria come Batman non potrebbe mai diventare routine. Questo era il realismo di cui si parlava, un realismo concettuale, delle dinamiche e del contesto, non relativo alla fisica delle scene d’azione, che viene spesso violata in favore dello spettacolo da decine di blockbuster, fumetti o no. Non sono contraddizioni di principio ma fisiologiche, anche se superflue e fastidiose, concessioni alla filosofia mainstream.

the-dark-knight-rises-PROLOGUE  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan the dark knight rises PROLOGUE

Un racconto che adora i preliminari: il Batman di Christian Bale si forma un po’ per volta, sotto i nostri occhi, rendendo la genesi di un eroe sopra le righe tanto avvincente quanto credibile, verificabile come un esperimento in laboratorio, obbediente a una serie di rapporti causa/effetto raccontati con un ritmo impeccabile: la fluidità del montaggio parallelo della prima parte di Batman Begins è un piccolo miracolo che si rigenera a ogni visione.

Dal Batman fascinoso, autoreferenziale e narcisista di Burton a quello umile che combatte, uno tra tanti, in mezzo ai poliziotti nello scontro finale de Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno l’ampliamento dell’orizzonte è enorme: la trasposizione dei fumetti al cinema completa il suo viaggio e scopre di poter ascendere fino a qualunque vetta, a patto di avere una visione forte e la libertà sufficiente a realizzarla.

Cinecomic ammutinato e monito perenne sul potere dell’autorialità al servizio dello spettacolo, il secondo film della trilogia, con la sua andatura paranoica e instabile sempre a un soffio dal deragliamento, è il più nolaniano e rimane il migliore del lotto. Nolan usa il Joker, buco di logica a forma di personaggio, come scusa per trascinare Batman nello stesso sistema cartesiano di Memento e The Prestige e provare l’ebbrezza di girare un film personale con 180 milioni di budget, iniettando lucida anarchia nel blockbuster moderno e dimostrando che anche in un mondo rigoroso alla Heat si può perdere il controllo in modo creativo e fare qualcosa di diverso, decretando il più grande atto di insubordinazione di un genere nel recente cinema hollywoodiano.

tdk-01  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan tdk 01

Note sparse:
Christian Bale, sciolto e puntuale nella vasta gamma di espressioni che lo script gli richiede, nel terzo film offre una delle sue migliori prove d’attore, ma non essendo un villain e trattandosi di un blockbuster nessuno ci fa caso.

Il Cavaliere Oscuro è forse l’unico film del nuovo millennio che sia riuscito a costruire un hype globale devastante e poi, alla prova dei fatti, l’abbia addirittura superato.

Quando sentite dire che il Batman dei fumetti è solo quello “fiabesco” ricordatevi che non è vero. Le storie prive di elementi magici e piene invece di realismo noir/poliziesco sono parte della tradizione e a volte ne rappresentano i risultati più meritevoli (prendete Anno Uno di Miller e Mazzucchelli, per esempio). Nolan si è ispirato a questo lato della mitologia Batmaniana, evidentemente.

In attesa di Batman V Superman: il Batman di Tim Burton

Davvero qualcuno pensa che si possa ancora dire qualcosa di fresco su Batman? Io No. E proprio per questo voglio provarci, ma a una condizione tassativa: concentrarsi sull’alter-ego di Bruce Wayne e lasciare in disparte, per una volta, i villain che così spesso ci hanno distratti dal padrone di casa. Il tutto in vista del prossimo 23 marzo, quando Batman V Superman: Dawn Of Justice arriverà sul grande schermo. Se continuano a propinarcelo in tutte le salse una ragione in effetti c’è: l’Uomo Pipistrello ha smesso da secoli di essere solo un fumetto, sconfinando piuttosto nel mondo reale, dove da quasi tre decenni colonizza l’immaginario collettivo e bruca la mente della gente, assurgendo a una statura proverbiale: non si contano le tracce che la creatura di Bob Kane e Bill Finger ha seminato tanto nei labirintici meandri dei media quanto nel semplice parlato quotidiano delle persone.

Batman, divo e rockstar, piace in tanti modi diversi, a volte anche solo all’inconscio, anche a chi lo conosce poco. In attesa di valutarlo coi nostri occhi e orecchie nella sua nuova incarnazione, recuperiamo le trasposizioni più rilevanti e riuscite dell’Uomo Pipistrello (quindi va da sé, niente Schumacher). Cominciamo col Batman di Tim Burton.

batman-1  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Tim Burton batman 1Sono passati 27 anni, e il primo Batman di Tim Burton è ancora lì. Semplicemente uno dei più grandi cinecomic mai concepiti, a dispetto dei revisionismi e dei tentativi di rottamazione. Cosa tocca sentire. Cinefumetto ma non fumettone, è raro ancora oggi trovare all’interno del genere una simile inclinazione a rendere speciale ogni scena un’inquadratura alla volta. Quel costume così rigido e pesante contribuì davvero tanto alla definizione del personaggio, in pratica era l’anti-CGI, poiché costringeva il regista e la crew a pensare e girare il film coi limiti del mondo fisico, valorizzando con la bravura il poco (almeno per i canoni odierni) che c’era a disposizione. Un po’ l’opposto della mentalità attuale, in cui l’illimitato (ma paradossalmente limitante) potenziale della CGI decide quanti e quali personaggi portare in scena e l’evolversi stesso delle storie. Quando il bello sarebbe, in realtà, essere costretti a fare delle scelte.

Il Batman di Keaton invece, nel primo film, è il personaggio di sottrazione per eccellenza: parla poco e sottovoce, compare col contagocce, soppesa calci e pugni come se facesse testamento. Non ci sono altri supereroi così speciali, così minacciosi, magici e carismatici. Quando è in scena sembra uno stregone, quando spalanca il mantello arrivano spifferi di inferno. La sua immagine entra di prepotenza nella galleria dei mostri dalle fattezze e dal portamento più studiati e caratterizzanti. Sta lì coi vari Predator, Alien, Robocop e così via.

Batman – il ritorno per il sottoscritto non tiene testa al precedente. Ma le migliorie erano importanti: il costume, frutto di un design e di una resa fotografica eccellenti, la musica che è già da sola un film a sé, ma soprattutto la grandiosa intuizione che Burton, nel suo eccessivo sacrificare il personaggio titolare, riuscì a mettere in scena: un Batman che si deve “accontentare” di salvare la città, finendo invece snobbato dai tre villain, che vivono e combattono sopra la sua testa, lasciandolo indietro e non accogliendolo nel loro club di freak disperati.

batman-explosion  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Tim Burton batman explosionL’idea che lui possa fare ben poco se non giocare in difesa e cercare di parare quanti più rigori possibili, sperando che nel frattempo i sui nemici si azzuffino e neutralizzino tra loro. Un cinecomic in cui il cerchio non si chiude, lasciando spazio ad ogni possibile fuga immaginifica. In fin dei conti, ai cattivi non frega niente di lui, condannandolo, reietto sia dalla luce che dalle tenebre, a vagare ancora in cerca di una casa. Lui è il bambino imbronciato che in cortile gioca sempre da solo. Lode a Burton per aver osato tanto e aver ampliato la mente e le aspettative del pubblico. Senza per questo negare che il regista abbia tirato troppo la corda in direzione autoriale, e non senza conseguenze, la peggiore delle quali è proprio perdere di vista il protagonista in favore di personaggi molto più gigioni.

Nel mondo pre-crossover di allora, i supereroi dovevano cavarsela da soli nel catturare l’attenzione e la benevolenza del pubblico, ed erano veramente adulti anche per questo. Anche guardato con gli occhi smaliziati di oggi, il Batman di Burton ha un’aria totalmente incompatibile con qualunque compagno di avventure, al punto che con ben due film a disposizione non riuscirono a infilarci neppure Robin, nonostante vari tentativi. Questo perché era un franchise con una qualità che nel panorama blockbuster di oggi è spaventosamente carente: le idee chiare.

Room – Recensione

Il piccolo Jack (Jacob Temblay) ha appena compiuto cinque anni. Il mondo in cui vive, la sua “casa”, che condivide con la giovane mamma Joy “Ma” Newsome (Brie Larson) è un mondo semplice, fatto di piccole cose, oggetti quotidiani che lui chiama per nome e saluta ogni mattina come fossero vecchi amici: buongiorno televisore, buongiorno armadio, buongiorno letto, buongiorno lavandino, buongiorno pianta.

Con quegli oggetti, Jack ha un rapporto molto particolare: proietta su di loro caratteristiche e qualità che si associano normalmente a esseri umani. E per lui non c’è niente di strano: quelli sono infatti i più intimi amici di famiglia che ha. C’erano quando è nato, e l’hanno visto crescere tra quelle quattro mura, giocando, disegnando e nutrendosi dell’amore incondizionato di mamma Joy.

Ovviamente, Jack non conosce la verità. Non sa che l’angusta stanza in cui vive è in realtà una prigione in cui sua madre è tenuta ostaggio da 7 anni, cinque dei quali in sua compagnia. Il loro aguzzino si chiama Old Nick: un giorno qualunque di sette anni prima ha avvicinato Joy – allora ingenua studentessa diciassettenne– e con una scusa, inventandosi un cane malato e bignoso di cure, ha approfittato della sua gentilezza per poi rinchiuderla nel suo capanno in giardino, trasformato per l’occasione in una prigione insonorizzata e blindata, accessibile solo tramite un codice numerico che ovviamente lui è l’unico a conoscere.

Room recensione room recensione Room - Recensione homepage Room 2015Per sette anni, Old Nick ha continuato a fare visita a Joy pretendendo dalla giovane ripetuti rapporti sessuali: una storia di orrore e abusi dalla quale è nato Jack. E dal canto suo il piccolo è cresciuto senza farsi troppe domande, scambiando la mostruosità quotidiana di quella prigionia per la normalità di una vita che per lui è l’unica possibile.

Andare a dormire nel piccolo armadio tutte le volte che Old Nick fa visita a sua madre; seguire tutte le folli regole imposte dall’uomo, aspettando con trepidazione la domenica, giorno in cui il rapitore è solito premiare la buona condotta di mamma e figlio con piccoli regali o concessioni (un giocattolo, un paio di jeans economici, alcune candeline per la torta di compleanno); tutto questo fa parte di una routine che Jack ha imparato ad accettare senza farsi domande.

Fino al giorno del suo compleanno, quando mamma Joy si decide per la prima volta a raccontargli la verità, innescando una reazione a catena che culminerà nella fuga del piccolo e nella liberazione della famiglia.

Diretto da Lenny Abrahamson, regista irlandese dotato di una vena immaginifica decisamente bizzarra e fuori dagli schemi (il film che l’ha reso famoso, Frank, è la storia di uno strampalato musicista, interpretato da Michael Fassbender, di cui nessuno conosce la vera identità per via dell’enorme maschera di cartapesta che indossa 24 ore su 24), Room è un film che funziona a due velocità: eccellente la prima parte, tutta giocata all’interno della stanza-prigione; molto meno convincente la seconda, quando, in seguito alla loro rocambolesca liberazione, mamma e figlio si trovano all’improvviso sballottati nel mondo reale, dovendo fare i conti con una normalità difficile da riconquistare esasperata dall’ossessiva e morbosa attenzione dei media.

La prima ora è quasi perfetta: le assurde condizioni di vita in cui si trovano Joy e Jack ci vengono raccontate in un misto di orrore e leggerezza, tensione e tenerezza che dà vita a un piccolo miracolo narrativo.

Osservare i tanti piccoli riti quotidiani dei due esseri umani tenuti in cattività – dallo stretching mattutino alla tv pomeridiana, dal coprifuoco obbligatorio di Jack, costretto a chiudersi nell’armadio ogni volta che Old Nick decide di fare visita a Joy, alle notti insonni trascorse a osservare il cielo stellato attraverso l’unica porzione di cielo disponibile, quella inquadrata dal piccolo lucernario posto sul soffitto del capanno – ci riempie di angoscia, malinconia e commozione come pochi film hanno potuto fare prima d’ora.

In questa fase della pellicola, la scrittura e la messa in scena sono talmente buone da risucchiarci letteralmente dentro quel mondo, quell’angusta stanza, permettendoci di familiarizzare con il piccolo Jack – che con i suoi capelli lunghi e selvaggi sembra quasi una versione rivisitata di Mowgli ne Il libro della giungla – e di fare nostri i suoi sogni, le sue speranze, i suoi piccoli momenti di gioia quotidiani.

Room recensione room recensione Room - Recensione room movie review 759Allo stesso modo, ogni visita di Old Nick ci riempie di angoscia e repulsione, mentre come Jack ne osserviamo impotenti le fattezze e i gesti attraverso le fessure nelle ante dell’armadio.

E che dire della sequenza che ci mostra la fuga del bimbo a bordo del pick-up di Old Nick? Semplicemente magistrale. Poi però, da quando madre e figlio si svegliano in una stanza d’ospedale, finalmente liberi dall’incubo, Room sembra un po’ perdere il filo del discorso.

Abrahamson e la sceneggiatrice Emma Donoghue provano a dare una lettura introspettiva del disagio che attanaglia la Joy liberata, costretta a fare i conti con la propria adolescenza perduta e con il rapporto conflittuale con la madre.

Ma la loro idea, magari filologicamente fedele rispetto ai fatti reali ai quali il film si ispira (l’agghiacciante storia dell’adolescente austriaca Elisabeth Fritzl), non si traduce efficacemente su pellicola. E a farne le spese è lo spettatore, costretto a osservare una lunga e francamente sterile successione di scene d’interni e a sorbirsi un carosello di litigi, incomprensioni e crisi di coscienza in in cui la noia prende spesso il sopravvento sul pathos.

Lenny Abrahamson ripete insomma lo stesso errore commesso con Frank, confenzionando cioè un film basato su una grande idea e ottimamente realizzato per metà tempo, ma che poi esaurisce lo slancio e le idee e si rifugia in una conclusione un po’ insipida.

E se il meritato Oscar a Brie Larson rappresenta un innegabile punto di forza e di vanto per Room, il film in definitiva delude un po’: troppi e troppo semplicistici i psicologismi dell’ultima ora sui quali si basa la seconda parte della pellicola (in cui addirittura, a tratti, Joy e Jack sembrano preferire la vita nella “Stanza” alla libertà così duramente conquistata).

Troppo insoddisfacente la gestione di alcuni attori, su tutti William H. Macy, che fa la sua comparsa in qualità di padre impazzito di gioia per aver ritrovato la figlia salvo poi squagliarsela per motivi non meglio precisati un paio di scene più tardi.

Alla fine, Room rimane un film che vale la pena vedere, soprattutto per quel fenomenale primo tempo infarcito di buone idee e buon ritmo. Ma la prossima volta, caro Lenny, consegnaci un film perfetto dall’inizio alla fine, sappiamo che ce la puoi fare tranquillamente. Grazie.