Room – Recensione

Il piccolo Jack (Jacob Temblay) ha appena compiuto cinque anni. Il mondo in cui vive, la sua “casa”, che condivide con la giovane mamma Joy “Ma” Newsome (Brie Larson) è un mondo semplice, fatto di piccole cose, oggetti quotidiani che lui chiama per nome e saluta ogni mattina come fossero vecchi amici: buongiorno televisore, buongiorno armadio, buongiorno letto, buongiorno lavandino, buongiorno pianta.

Con quegli oggetti, Jack ha un rapporto molto particolare: proietta su di loro caratteristiche e qualità che si associano normalmente a esseri umani. E per lui non c’è niente di strano: quelli sono infatti i più intimi amici di famiglia che ha. C’erano quando è nato, e l’hanno visto crescere tra quelle quattro mura, giocando, disegnando e nutrendosi dell’amore incondizionato di mamma Joy.

Ovviamente, Jack non conosce la verità. Non sa che l’angusta stanza in cui vive è in realtà una prigione in cui sua madre è tenuta ostaggio da 7 anni, cinque dei quali in sua compagnia. Il loro aguzzino si chiama Old Nick: un giorno qualunque di sette anni prima ha avvicinato Joy – allora ingenua studentessa diciassettenne– e con una scusa, inventandosi un cane malato e bignoso di cure, ha approfittato della sua gentilezza per poi rinchiuderla nel suo capanno in giardino, trasformato per l’occasione in una prigione insonorizzata e blindata, accessibile solo tramite un codice numerico che ovviamente lui è l’unico a conoscere.

Room recensione room recensione Room - Recensione homepage Room 2015Per sette anni, Old Nick ha continuato a fare visita a Joy pretendendo dalla giovane ripetuti rapporti sessuali: una storia di orrore e abusi dalla quale è nato Jack. E dal canto suo il piccolo è cresciuto senza farsi troppe domande, scambiando la mostruosità quotidiana di quella prigionia per la normalità di una vita che per lui è l’unica possibile.

Andare a dormire nel piccolo armadio tutte le volte che Old Nick fa visita a sua madre; seguire tutte le folli regole imposte dall’uomo, aspettando con trepidazione la domenica, giorno in cui il rapitore è solito premiare la buona condotta di mamma e figlio con piccoli regali o concessioni (un giocattolo, un paio di jeans economici, alcune candeline per la torta di compleanno); tutto questo fa parte di una routine che Jack ha imparato ad accettare senza farsi domande.

Fino al giorno del suo compleanno, quando mamma Joy si decide per la prima volta a raccontargli la verità, innescando una reazione a catena che culminerà nella fuga del piccolo e nella liberazione della famiglia.

Diretto da Lenny Abrahamson, regista irlandese dotato di una vena immaginifica decisamente bizzarra e fuori dagli schemi (il film che l’ha reso famoso, Frank, è la storia di uno strampalato musicista, interpretato da Michael Fassbender, di cui nessuno conosce la vera identità per via dell’enorme maschera di cartapesta che indossa 24 ore su 24), Room è un film che funziona a due velocità: eccellente la prima parte, tutta giocata all’interno della stanza-prigione; molto meno convincente la seconda, quando, in seguito alla loro rocambolesca liberazione, mamma e figlio si trovano all’improvviso sballottati nel mondo reale, dovendo fare i conti con una normalità difficile da riconquistare esasperata dall’ossessiva e morbosa attenzione dei media.

La prima ora è quasi perfetta: le assurde condizioni di vita in cui si trovano Joy e Jack ci vengono raccontate in un misto di orrore e leggerezza, tensione e tenerezza che dà vita a un piccolo miracolo narrativo.

Osservare i tanti piccoli riti quotidiani dei due esseri umani tenuti in cattività – dallo stretching mattutino alla tv pomeridiana, dal coprifuoco obbligatorio di Jack, costretto a chiudersi nell’armadio ogni volta che Old Nick decide di fare visita a Joy, alle notti insonni trascorse a osservare il cielo stellato attraverso l’unica porzione di cielo disponibile, quella inquadrata dal piccolo lucernario posto sul soffitto del capanno – ci riempie di angoscia, malinconia e commozione come pochi film hanno potuto fare prima d’ora.

In questa fase della pellicola, la scrittura e la messa in scena sono talmente buone da risucchiarci letteralmente dentro quel mondo, quell’angusta stanza, permettendoci di familiarizzare con il piccolo Jack – che con i suoi capelli lunghi e selvaggi sembra quasi una versione rivisitata di Mowgli ne Il libro della giungla – e di fare nostri i suoi sogni, le sue speranze, i suoi piccoli momenti di gioia quotidiani.

Room recensione room recensione Room - Recensione room movie review 759Allo stesso modo, ogni visita di Old Nick ci riempie di angoscia e repulsione, mentre come Jack ne osserviamo impotenti le fattezze e i gesti attraverso le fessure nelle ante dell’armadio.

E che dire della sequenza che ci mostra la fuga del bimbo a bordo del pick-up di Old Nick? Semplicemente magistrale. Poi però, da quando madre e figlio si svegliano in una stanza d’ospedale, finalmente liberi dall’incubo, Room sembra un po’ perdere il filo del discorso.

Abrahamson e la sceneggiatrice Emma Donoghue provano a dare una lettura introspettiva del disagio che attanaglia la Joy liberata, costretta a fare i conti con la propria adolescenza perduta e con il rapporto conflittuale con la madre.

Ma la loro idea, magari filologicamente fedele rispetto ai fatti reali ai quali il film si ispira (l’agghiacciante storia dell’adolescente austriaca Elisabeth Fritzl), non si traduce efficacemente su pellicola. E a farne le spese è lo spettatore, costretto a osservare una lunga e francamente sterile successione di scene d’interni e a sorbirsi un carosello di litigi, incomprensioni e crisi di coscienza in in cui la noia prende spesso il sopravvento sul pathos.

Lenny Abrahamson ripete insomma lo stesso errore commesso con Frank, confenzionando cioè un film basato su una grande idea e ottimamente realizzato per metà tempo, ma che poi esaurisce lo slancio e le idee e si rifugia in una conclusione un po’ insipida.

E se il meritato Oscar a Brie Larson rappresenta un innegabile punto di forza e di vanto per Room, il film in definitiva delude un po’: troppi e troppo semplicistici i psicologismi dell’ultima ora sui quali si basa la seconda parte della pellicola (in cui addirittura, a tratti, Joy e Jack sembrano preferire la vita nella “Stanza” alla libertà così duramente conquistata).

Troppo insoddisfacente la gestione di alcuni attori, su tutti William H. Macy, che fa la sua comparsa in qualità di padre impazzito di gioia per aver ritrovato la figlia salvo poi squagliarsela per motivi non meglio precisati un paio di scene più tardi.

Alla fine, Room rimane un film che vale la pena vedere, soprattutto per quel fenomenale primo tempo infarcito di buone idee e buon ritmo. Ma la prossima volta, caro Lenny, consegnaci un film perfetto dall’inizio alla fine, sappiamo che ce la puoi fare tranquillamente. Grazie.

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