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aprile 2016

Squallore, cinismo e noia: l’inarrestabile declino di House of Cards

“La malvagità è un mito inventato dai buoni per spiegare la curiosa attrattiva di certi altri”. C’è stato un momento in cui ho pensato che questa famosa citazione di Oscar Wilde potesse rappresentare la perfetta didascalia di House of Cards, nonchè una spiegazione lampante del suo successo.

Ma si trattava della prima stagione, quando Frank Underwood era ancora “soltanto” un “umile” capogruppo di maggioranza al Congresso impegnato a manovrare senatori e alti funzionari per favorire la propria scalata al potere, e non un capo di stato pluriomicida costantemente indaffarato a sbarazzarsi dei testimoni delle sue malefatte passate e presenti.

Finchè insomma la “malvagità” di Underwood appariva semplicemente come l’inevitabile ricorso a qualche sgambetto e colpo basso per farsi strada in quella giungla di nefandezze e manipolazioni che è la politica, allora potevamo anche simpatizzare col suo personaggio.

Underwood era in fondo un truffatore che stava truffando furfanti perfino peggiori di lui. Ma poi il “giochino” House of Cards si è definitivamente rotto tra la fine della prima stagione e l’inizio della seconda, quando il politico si macchia personalmente di due efferati assassinii: quello di un deputato alcolista in procinto di redimersi e tornare ad essere un buon padre di famiglia, asfissiato col monossido di carbonio nella propria macchina per farlo sembrare un suicidio; e quello di una giovane giornalista sul punto di svelare gli inganni e le macchinazioni di Underwood, e per questo da lui stesso lanciata contro un treno della metropolitana in arrivo sul binario a tutta velocità.

Ecco, da questo momento in poi la storia di Frank Underwood non è più la cronaca del successo di un ambizioso Macchiavelli moderno, bensì il resoconto dell’ascesa al potere di un feroce dittatore, un Pinochet dei giorni nostri.

È da allora che ho smesso di sopportare tutti quei momenti in cui il “nostro” si rivolge direttamente allo spettatore, con aria affabile e sorniona, per svelargli quale asso nella manica stia per tirare fuori durante una trattativa o quale segreto gli permetta di tenere in pugno un suo antagonista.

Eh sì, lo ammetto: faccio fatica a simpatizzare con un personaggio che ho osservato mentre “suicidava” un padre di famiglia e buttava una ventisettenne sotto un treno. Naturalmente queste considerazioni si estendono tranquillamente alla consorte di Frank, Claire.

claire-underwood-blood house of cards Squallore, cinismo e noia: l'inarrestabile declino di House of Cards claire underwood bloodInterpretata da una bravissima Robin Wright-Penn, Claire è se possibile ancora più sconcertante del marito: in quanto donna, ci si aspetterebbe da lei che possa fare ricorso a sentimenti materni e alla famosa sensibilità femminile per farsi venire qualche scrupolo e trovare la forza di dissociarsi dalle nefandezze di Frank.

E invece, eccola sempre al suo fianco (salvo un paio di finti ammutinamenti poi subito rientrati), tanto dedita all’ascesa del coniuge da specializzarsi addirittura nel ricattare, intimidire e praticare la coercizione psicologica nei confronti di chiunque ne minacci il discutibile status quo.

Dalla seconda alla quarta stagione, appena terminata, House of Cards comincia insomma mostrare i due sintomi di una decisa involuzione: 1) diventa sempre meno verosimile e realistico nel mostrarci come Underwood riesca puntualmente a coprire le prove dei suoi crimini; e 2) si conferma una serie tv consacrata unicamente alla glorificazione di una coppia di ripugnanti bastardi, delinquenti e arrampicatori sociali (i coniugi Underwood).

Il dato secondo me inquietante è come questa stronzaggine, questa cattiveria senza sconti eletta a regola di vita, sia probabilmente il più efficace selling point della serie e funga da elemento di richiamo per un pubblico che in Frank Underwood si riconosce.

E che addirittura lo apprezza e lo applaude. Se così non fosse, non si spiega come il furbo marketing che accompagna l’uscita di ogni stagione di House of Cards sia imperniato e faccia leva proprio su questo aspetto della malvagità come elemento cool, come se la capacità di calpestare chi si mette tra noi e i nostri obiettivi fosse un’espressione inequivocabile di intelligenza e determinazione in contrapposizione alla stupidità e all’ottusa abulia del buonismo nazionalpopolare.

Diciamoci la verità: per alcuni italiani, Frank Underwood è un role model. Mi sembra quasi di vederli, questi 30-40enni che incarnano il panel perfetto di seguaci della serie.

Uomini e donne mediamente colti, residenti in grandi centri urbani, senza figli e senza alcuna intenzione di averne, focalizzati come sono sulla propria carriera, sulla necessità di macinare risultati e premi produttività, facendo le scarpe al collega di turno per scalare i ranghi di un’azienda o di una pubblica amministrazione, con quella tipica stronzaggine “underwoodiana” che loro chiamano grinta, voglia di emergere, atteggiamento da vincenti, perfino carisma.

Frank Underwood ci viene presentato come una rockstar, Claire come la sua fedele “groupie”. O ancora meglio, ecco, come Luigi XVI con la sua Maria Antonietta. Due sovrani moderni, spietati e senza scrupoli, intenti ad abbuffarsi di potere e privilegi fino al momento in cui le loro teste, inevitabilmente, cadranno nel secchio (cosa che per alcuni, tra cui il sottoscritto, rappresenta l’unico vero motivo per continuare a guardare la serie).

Ma anche mettendo da parte l’odio per Underwood, che giunti a questo punto dovrebbe aver assunto proporzioni talmente elefantiache da guastare irrimediabilmente la visione a chiunque, è facile constatare come la qualità dello show in termini di scrittura sia molto peggiorata, di stagione in stagione.

I vari nemici che si sono misurati con il neoinsediato presidente non sono mai apparsi come una minaccia credibile, ma piuttosto come inoffensivi sparring partner messi lì soltanto per consentire alla narrazione di proseguire con un minimo di ritmo.

Un copione trito e ritrito che ha caratterizzato anche la quarta stagione: anche qui vediamo Underwood manovrare il prossimo e mettere in atto i soliti trucchi del mestiere nel tentativo di raggiungere i suoi scopi (in questo caso la rielezione); e i vari antagonisti di turno cercare di mandarlo fuoristrada con trucchi e trucchetti che si rivelano però sempre inefficaci e spesso addirittura dei veri e propri boomerang. maxresdefault-(6) house of cards Squallore, cinismo e noia: l'inarrestabile declino di House of Cards maxresdefault 6

Alla fine di ogni stagione, inclusa la quarta, Underwood è sempre ancora in sella, e puntualmente lo vediamo mentre, dopo essere riuscito a neutralizzare anche l’ultimo tentativo di ribaltone da parte dei suoi nemici, si toglie lo sfizio di guardare dritto in camera e ammiccare allo spettatore come a dire “Visto? Ce l’ho fatta anche stavolta”.

L’inverosimiglianza raggiunge il suo picco in coincidenza con gli episodi girati dalla stessa Robin Wright-Penn e nei quali il personaggio di Claire si “allarga” al punto da arrogarsi dei poteri che sarebbero impossibili per una First Lady reale.

Per esempio assumersi la responsabilità di trattare in vece del marito questioni di sicurezza nazionale, rivolgendosi a funzionari della CIA e dell’FBI con la stessa familiarità con cui parlerebbe ai propri domestici. O candidarsi a sorpresa come vice-presidente al fianco del marito pur non avendo alcuna esperienza a livello istituzionale se non ruoli di facciata in fondazioni foraggiate proprio grazie all’infaticabile manovrare di Frank.

È tutto molto naif, tutto molto pretestuoso, una messinscena priva di slancio e concretezza e che sta ormai virando sempre più sul versante “scandalistico” andando a pescare senza alcun pudore nel pecoreccio più spinto (basti a pensare alla trasgressione giusto un po’ patinata del triangolo amoroso con lo scrittore Tom Yates o l’orgia bisex di una o due serie fa con la guardia del corpo Meechum).

Ora è in preparazione una quinta stagione, intanto Kevin Spacey (attore che, sia chiaro, io adoro) si sta dedicando, al cinema, soprattutto a commedie e cartoni animati, forse perché anche lui ha capito che il ruolo da “glorioso bastardo” di House of Cards rischia di rimanergli appiccicato per sempre rovinandogli la carriera un po’ come accadde ad Anthony Perkins con il personaggio dello psicopatico Norman Bates.

Mentre aspettiamo insomma l’arrivo, nel 2017, di House of Cards 5, c’è un unico aspetto che mi sento di salvare della quarta stagione, l’unica figura positiva, capace di svettare nella melma di faccendieri, cospiratori e malfattori: quella del giornalista “in pensione” Tom Hammerschmidt, vecchio lupo di mare del giornalismo investigativo, personaggio che sembra omaggiare tanti “cronisti d’assalto” visti al cinema, partendo da Tutti gli uomini del presidente per arrivare a Insider.

Proprio questo reporter ficcanaso, che ha già ricostruito buona parte delle malefatte di Underwood in nome del vecchio adagio secondo cui il giornalismo è il miglior cane da guardia del potere istituzionale, potrebbe rappresentare nella prossima stagione il riscatto della verità e dell’onestà sul cinismo e sulla malvagità. E decretare finalmente la caduta di Frank Underwood, con buona pace dei suoi cinici – e spocchiosi – sostenitori.

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Le dieci ragioni per cui Joseph Kosinski salverà il Cinema blockbuster

Non è uno di quei registi superstar, vero? Sarà il fatto che non ha le mani in pasta coi supereroi, o almeno mi piace pensare che sia così. Perché altrimenti significa che il pubblico non sa riconoscere un talento che non solo è palese, ma potrebbe offrire grandi benefici al cinema blockbuster e non solo, e onestamente lo vedrei pure a capo di qualche miniserie tv di fantascienza. Joseph Kosinski, il regista di Tron: Legacy e Oblivion. Attenti a non sottovalutarli, rischiate di perdervi delle perle, anche se in mezzo a cose più discutibili.
Qui di seguito trovate le dieci ragioni, secondo noi, per cui Joseph Kosinski salverà il cinema ad alto budget

1) Prima di essere un regista è un architetto. I suoi film dimostrano che questa cosa per lui è importante, il che conferisce ai suoi mondi quell’aspetto sempre chiaro e ordinato, che si tratti delle tenebre venate di neon di Tron o degli scenari distopici e naturalistici di Oblivion. Ordine e pulizia che influenzano il modo in cui il film è girato, sempre.

2) Entrambi i suoi film dimostrano che il limite principale è la sceneggiatura. Non un problema da poco, ma significa anche che la volta che gliene capita sottomano una migliore il capolavoro scatterà di default. Un bel blockbuster che non sarà un fumettone ripieno di CGI ma uno spettacolo caldo e appassionante di cui potrete godere senza sembrare, agli occhi della gente, degli eterni Peter Pan o dei nerd senza speranza.

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3) La musica dei suoi film è sempre una colonna portante. Senza disdegnare il sound design, Kosinski non si vergogna di attingere allo spirito anni ’80 la cui più grande risorsa era cercare, senza sensi di colpa, il puro piacere della melodia e del suono. In mezzo a tante composizioni anonime e tribaleggianti questo è ossigeno puro.

4) Ha dato a Tom Cruise un ruolo ancora inedito per lui, e molto più interessante dei vari Mission Impossible di questi anni.

5) Ha scelto Olivia Wilde per Tron: Legacy

6) Invece della CGI, per creare il cielo attorno alla casa tra le nuvole di Oblivion ha circondato il set con uno schermo enorme, proiettandoci sopra le nuvole e lasciando che gli attori interagissero con esso. Quel set rischia di essere il posto più bello in cui un essere umano vorrebbe vivere

7) Se non l’avessero già affidato all’ottimo Denis Villeneuve, Kosinski sarebbe perfetto per dirigere Blade Runner 2.

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8) Se la scrittura dei suoi film è ancora problematica, tutto il resto…non lo è. Come talento visivo e sonoro, Kosinski sta avanti al 90% dei suoi colleghi.

9) I suoi film non durano tre ore e non contano sui salvataggi in extremis delle extended cut in home video, non essendo questione di minuti o di sangue in più (dato che il suo senso dello spettacolo prescinde dalla sciocca diatriba più violenza/meno violenza). Un film che dura il giusto in relazione a ciò che ha da dire è un bene sempre più raro. Nei film di Kosinski ogni scena ha il tempo di essere ciò che deve, e l’occasione di diventare un momento speciale, senza gonfiare il minutaggio complessivo ai livelli di Ben-Hur.

10) Avendo solo due film alle spalle, è lecito pensare che il meglio per lui debba ancora venire.

Poi magari sarò smentito, ma se al momento bisogna scommettere beh, le ragioni per farlo ci sono, e sono abbastanza.

Il portafoglio che si crede un mazzo di carte da poker

“La vittoria non è mai certa, ma non rischiare tutto in determinati casi è un disonore.” È questa l’enigmatica ed evocativa frase che accompagna il portafoglio All In, oggetto di lifestyle davvero curioso e intrigante creato dal designer Valerio Cicco per il brand romano Differnp.

La prima volta che mi ci sono imbattuto è stata per caso, qualche anno fa, nel gift shop del Palazzo delle Esposizioni a Roma. Appena l’ho visto, non ho potuto fare a meno di acquistarlo, e da quel momento l’ho ricomprato diverse volte.

Ve lo consiglio se cercate un oggetto di uso quotidiano ma molto cool con cui attirare l’attenzione: da quando lo possiedo, ovunque io mi sia trovato – in un bar di San Francisco, in un bistrò di Parigi, persino in un hotel di Sao Paulo – mi sono puntualmente sentito chiedere da qualcuno con aria sbalordita “Ma quello cos’è, un portafoglio? Fantastico! Dove l’hai preso?”.

Sarà per il fascino irresistibile che le carte da poker esercitano nell’immaginario collettivo, merito della loro capacità di sintetizzare in pochi simboli grafici quel flirt continuo con il destino che è la nostra intera esistenza (è proprio vero che “non rischiare tutto in determinati casi è un disonore”).

1385980887  Il portafoglio che si crede un mazzo di carte da poker 1385980887D’altronde, il talento nel celebrare e raccontare i miti della cultura pop dei nostri giorni è una virtù cardinale per Differenp.

Fondata dal copywriter capitolino Federico Bulleri, classe 1980, l’azienda produce oggetti cool – non solo portafogli, anche magliette in cotone dotate di taschino “aggiornabile” (vale a dire rimovibile e sostituibile con altri decorati con fantasie e disegni diversi) – utilizzando un materiale duttile e all’avanguardia, il tyvek®: ha una consistenza simile alla carta ma resiste allo strappo, all’acqua ed è riciclabile.

41casBMmyxL  Il portafoglio che si crede un mazzo di carte da poker 41casBMmyxLE grazie alla sua duttilità si presta molto bene alla creatività di Differenp che lo arricchisce con design e colori di grande impatto. Ce n’è per tutti i gusti, davvero: dal portafoglio Sola Andata che riproduce alla perfezione un biglietto aereo per una destinazione esotica a Totocalci, che come evidenzia già il nome, celebra un autentica icona dell’Italia anni ’70-’80: la schedina del Totocalcio.

Ma naturalmente il mio preferito è proprio All In che ritrae una mano di carte da poker – precisamente un poker d’assi e un re di cuori – nella mitica versione Bycicle (pregiato marchio statunitense che le commercializza dal 1885). Tra l’altro è curioso come, nonostante il poker moderno sia un’invenzione americana, non risultino esserci prodotti made in Usa simili – o anche solo lontanamente paragonabili – a “All In”. Ci troviamo insomma di fronte a un classico caso di “Italians Do It Better”. Per maggiori informazioni chiedete a Sergio Leone.