Squallore, cinismo e noia: l’inarrestabile declino di House of Cards

“La malvagità è un mito inventato dai buoni per spiegare la curiosa attrattiva di certi altri”. C’è stato un momento in cui ho pensato che questa famosa citazione di Oscar Wilde potesse rappresentare la perfetta didascalia di House of Cards, nonchè una spiegazione lampante del suo successo.

Ma si trattava della prima stagione, quando Frank Underwood era ancora “soltanto” un “umile” capogruppo di maggioranza al Congresso impegnato a manovrare senatori e alti funzionari per favorire la propria scalata al potere, e non un capo di stato pluriomicida costantemente indaffarato a sbarazzarsi dei testimoni delle sue malefatte passate e presenti.

Finchè insomma la “malvagità” di Underwood appariva semplicemente come l’inevitabile ricorso a qualche sgambetto e colpo basso per farsi strada in quella giungla di nefandezze e manipolazioni che è la politica, allora potevamo anche simpatizzare col suo personaggio.

Underwood era in fondo un truffatore che stava truffando furfanti perfino peggiori di lui. Ma poi il “giochino” House of Cards si è definitivamente rotto tra la fine della prima stagione e l’inizio della seconda, quando il politico si macchia personalmente di due efferati assassinii: quello di un deputato alcolista in procinto di redimersi e tornare ad essere un buon padre di famiglia, asfissiato col monossido di carbonio nella propria macchina per farlo sembrare un suicidio; e quello di una giovane giornalista sul punto di svelare gli inganni e le macchinazioni di Underwood, e per questo da lui stesso lanciata contro un treno della metropolitana in arrivo sul binario a tutta velocità.

Ecco, da questo momento in poi la storia di Frank Underwood non è più la cronaca del successo di un ambizioso Macchiavelli moderno, bensì il resoconto dell’ascesa al potere di un feroce dittatore, un Pinochet dei giorni nostri.

È da allora che ho smesso di sopportare tutti quei momenti in cui il “nostro” si rivolge direttamente allo spettatore, con aria affabile e sorniona, per svelargli quale asso nella manica stia per tirare fuori durante una trattativa o quale segreto gli permetta di tenere in pugno un suo antagonista.

Eh sì, lo ammetto: faccio fatica a simpatizzare con un personaggio che ho osservato mentre “suicidava” un padre di famiglia e buttava una ventisettenne sotto un treno. Naturalmente queste considerazioni si estendono tranquillamente alla consorte di Frank, Claire.

claire-underwood-blood house of cards Squallore, cinismo e noia: l'inarrestabile declino di House of Cards claire underwood bloodInterpretata da una bravissima Robin Wright-Penn, Claire è se possibile ancora più sconcertante del marito: in quanto donna, ci si aspetterebbe da lei che possa fare ricorso a sentimenti materni e alla famosa sensibilità femminile per farsi venire qualche scrupolo e trovare la forza di dissociarsi dalle nefandezze di Frank.

E invece, eccola sempre al suo fianco (salvo un paio di finti ammutinamenti poi subito rientrati), tanto dedita all’ascesa del coniuge da specializzarsi addirittura nel ricattare, intimidire e praticare la coercizione psicologica nei confronti di chiunque ne minacci il discutibile status quo.

Dalla seconda alla quarta stagione, appena terminata, House of Cards comincia insomma mostrare i due sintomi di una decisa involuzione: 1) diventa sempre meno verosimile e realistico nel mostrarci come Underwood riesca puntualmente a coprire le prove dei suoi crimini; e 2) si conferma una serie tv consacrata unicamente alla glorificazione di una coppia di ripugnanti bastardi, delinquenti e arrampicatori sociali (i coniugi Underwood).

Il dato secondo me inquietante è come questa stronzaggine, questa cattiveria senza sconti eletta a regola di vita, sia probabilmente il più efficace selling point della serie e funga da elemento di richiamo per un pubblico che in Frank Underwood si riconosce.

E che addirittura lo apprezza e lo applaude. Se così non fosse, non si spiega come il furbo marketing che accompagna l’uscita di ogni stagione di House of Cards sia imperniato e faccia leva proprio su questo aspetto della malvagità come elemento cool, come se la capacità di calpestare chi si mette tra noi e i nostri obiettivi fosse un’espressione inequivocabile di intelligenza e determinazione in contrapposizione alla stupidità e all’ottusa abulia del buonismo nazionalpopolare.

Diciamoci la verità: per alcuni italiani, Frank Underwood è un role model. Mi sembra quasi di vederli, questi 30-40enni che incarnano il panel perfetto di seguaci della serie.

Uomini e donne mediamente colti, residenti in grandi centri urbani, senza figli e senza alcuna intenzione di averne, focalizzati come sono sulla propria carriera, sulla necessità di macinare risultati e premi produttività, facendo le scarpe al collega di turno per scalare i ranghi di un’azienda o di una pubblica amministrazione, con quella tipica stronzaggine “underwoodiana” che loro chiamano grinta, voglia di emergere, atteggiamento da vincenti, perfino carisma.

Frank Underwood ci viene presentato come una rockstar, Claire come la sua fedele “groupie”. O ancora meglio, ecco, come Luigi XVI con la sua Maria Antonietta. Due sovrani moderni, spietati e senza scrupoli, intenti ad abbuffarsi di potere e privilegi fino al momento in cui le loro teste, inevitabilmente, cadranno nel secchio (cosa che per alcuni, tra cui il sottoscritto, rappresenta l’unico vero motivo per continuare a guardare la serie).

Ma anche mettendo da parte l’odio per Underwood, che giunti a questo punto dovrebbe aver assunto proporzioni talmente elefantiache da guastare irrimediabilmente la visione a chiunque, è facile constatare come la qualità dello show in termini di scrittura sia molto peggiorata, di stagione in stagione.

I vari nemici che si sono misurati con il neoinsediato presidente non sono mai apparsi come una minaccia credibile, ma piuttosto come inoffensivi sparring partner messi lì soltanto per consentire alla narrazione di proseguire con un minimo di ritmo.

Un copione trito e ritrito che ha caratterizzato anche la quarta stagione: anche qui vediamo Underwood manovrare il prossimo e mettere in atto i soliti trucchi del mestiere nel tentativo di raggiungere i suoi scopi (in questo caso la rielezione); e i vari antagonisti di turno cercare di mandarlo fuoristrada con trucchi e trucchetti che si rivelano però sempre inefficaci e spesso addirittura dei veri e propri boomerang. maxresdefault-(6) house of cards Squallore, cinismo e noia: l'inarrestabile declino di House of Cards maxresdefault 6

Alla fine di ogni stagione, inclusa la quarta, Underwood è sempre ancora in sella, e puntualmente lo vediamo mentre, dopo essere riuscito a neutralizzare anche l’ultimo tentativo di ribaltone da parte dei suoi nemici, si toglie lo sfizio di guardare dritto in camera e ammiccare allo spettatore come a dire “Visto? Ce l’ho fatta anche stavolta”.

L’inverosimiglianza raggiunge il suo picco in coincidenza con gli episodi girati dalla stessa Robin Wright-Penn e nei quali il personaggio di Claire si “allarga” al punto da arrogarsi dei poteri che sarebbero impossibili per una First Lady reale.

Per esempio assumersi la responsabilità di trattare in vece del marito questioni di sicurezza nazionale, rivolgendosi a funzionari della CIA e dell’FBI con la stessa familiarità con cui parlerebbe ai propri domestici. O candidarsi a sorpresa come vice-presidente al fianco del marito pur non avendo alcuna esperienza a livello istituzionale se non ruoli di facciata in fondazioni foraggiate proprio grazie all’infaticabile manovrare di Frank.

È tutto molto naif, tutto molto pretestuoso, una messinscena priva di slancio e concretezza e che sta ormai virando sempre più sul versante “scandalistico” andando a pescare senza alcun pudore nel pecoreccio più spinto (basti a pensare alla trasgressione giusto un po’ patinata del triangolo amoroso con lo scrittore Tom Yates o l’orgia bisex di una o due serie fa con la guardia del corpo Meechum).

Ora è in preparazione una quinta stagione, intanto Kevin Spacey (attore che, sia chiaro, io adoro) si sta dedicando, al cinema, soprattutto a commedie e cartoni animati, forse perché anche lui ha capito che il ruolo da “glorioso bastardo” di House of Cards rischia di rimanergli appiccicato per sempre rovinandogli la carriera un po’ come accadde ad Anthony Perkins con il personaggio dello psicopatico Norman Bates.

Mentre aspettiamo insomma l’arrivo, nel 2017, di House of Cards 5, c’è un unico aspetto che mi sento di salvare della quarta stagione, l’unica figura positiva, capace di svettare nella melma di faccendieri, cospiratori e malfattori: quella del giornalista “in pensione” Tom Hammerschmidt, vecchio lupo di mare del giornalismo investigativo, personaggio che sembra omaggiare tanti “cronisti d’assalto” visti al cinema, partendo da Tutti gli uomini del presidente per arrivare a Insider.

Proprio questo reporter ficcanaso, che ha già ricostruito buona parte delle malefatte di Underwood in nome del vecchio adagio secondo cui il giornalismo è il miglior cane da guardia del potere istituzionale, potrebbe rappresentare nella prossima stagione il riscatto della verità e dell’onestà sul cinismo e sulla malvagità. E decretare finalmente la caduta di Frank Underwood, con buona pace dei suoi cinici – e spocchiosi – sostenitori.

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  1. Reply Cyrus 13 giugno 2016 at 16:11

    Bè che dire, complimenti per questo concentrato di arroganza e presunzione. Per fortuna House of Cards non ha alcun bisogno della tua approvazione. D’altronde le tue argomentazioni sono deboli. In pratica ci stai dicendo che Underwood ti sta sulle balle. E allora? Ti sfugge che una delle funzioni della buona tv, così come del buon cinema, sia quella di permetterci di esplorare dimensioni psicologiche e simboliche anche molto distanti da noi, permettendoci perché no di immedesimarci nel lato più oscuro della natura umana e perfino di simpatizzare con certi suoi aspetti. Perchè l’essere umano è infinitamente complesso e capace anche di atroci malvagità, e un prodotto come HOC, grazie alla rappresentazione lucidamente feroce che fa del potere e delle brutali macchinazioni che esso rende necessarie, ci permette di imparare qualcosa, anche in chiave morale. Non è un elogio, è una rappresentazione, una introspezione. E il tuo pezzo dimostra che o non hai capito questo aspetto, o semplicemente non ti interessa.

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