Monthly Archives

maggio 2016

Giorni di un futuro James Bond: facciamo mente locale

A dispetto delle sue numerose, precedenti incarnazioni, per quel che mi riguarda è solo nel 2006 che James Bond è nato a nuova vita. Quindi, se è vero che si vive solo due volte, in teoria la resurrezione è un trucco che potrebbe non riuscirgli più. A meno che gli astri non si allineino ancora una volta come per Casino Royale; il quale era il primo Bond di Daniel Craig ma, occhio, per il regista Martin Campbell era già il secondo.

Il buon Martin, uomo che conosce il mestiere di intrattenitore, aveva già servito la spia di Sua Maestà con Goldeneye, varando l’ avventura a due zeri di Pierce Brosnan. Ma in quella pur godibile versione a metà strada tra il vecchio Bond e quello attuale non era ancora espresso tutto il potenziale della creatura di Ian Fleming.

Sto dicendo che impazzire dietro al toto-regista può essere uno spreco di energie. Come sapete è solo ieri che Sam Mendes ha dichiarato che non dirigerà il prossimo film di 007. Non ne sono tanto sorpreso, credo che l’uomo dietro ad American Beauty e Revolutionary Road abbia dato tutto quello che poteva al personaggio, considerato che la scrittura non era tanto all’altezza. In Skyfall pesa l’assenza di uno script più emozionante e tagliente, nonostante abbia il terzo atto forse più bello mai visto nella saga.

E dato che anche il rimpiazzo di Craig sembra ormai vicino (si mormora Tom Hiddleston) la gente comincia a chiedersi cosa fare perché Bond sopravviva e attraversi una nuova era con successo. Lecito, ma la domanda rischia di essere un falso problema, perché gira e rigira le strade possibili sono due e solo due.

1) Prendere questo franchise ultracinquantenne e affidarlo a un regista giovane e valoroso, che abbia un forte senso autoriale compatibile con i requisiti minimi del sistema Bond, e lasciargli l’incarico con due direttive di base: confezionare un grande hit al botteghino e farlo nella maniera più “pericolosa”, cioè aggiungendo qualcosa a quanto detto finora o almeno modificando un po’ la prospettiva. A questo fine, potrebbe essere una buona idea anche fargli scrivere la sceneggiatura. Un Rian Johnson, al momento occupato con Star Wars, sarebbe una scelta perfetta per un Bond leggermente più noir che action.

james-bond-anderson-wheeler-500-ne-double-rifle  Giorni di un futuro James Bond: facciamo mente locale james bond anderson wheeler 500 ne double rifle
2) Oppure non scommettere tutto solo su chi dirige. Nel senso, se si hanno le idee e una sceneggiatura di alto livello allora è sufficiente prendere un buon regista action/thriller. Martin Campbell ai tempi di Casino Royale era al secondo approccio col franchise, eppure gli ha dato una freschezza inaudita, questo perché ha lavorato al meglio ma anche perché tutto il resto funzionava a dovere, e lui era chiamato a condurre un progetto con delle idee chiare e vincenti. Campbell sparse, tra l’altro, un aroma molto diverso rispetto a Goldeneye, perché a monte c’era la voglia di mettere il nuovo episodio su un binario differente e più eccitante.

Insomma, si tratta di scegliere se partire dal regista o dall’idea, per poi ricavare il resto. Nell’era Craig abbiamo avuto un assaggio di entrambi, il film più autoriale e quello più efficiente: Skyfall e Casino Royale. Certo rimane l’incognita dell’attore protagonista, se avrà la presenza necessaria a coronare la formula nel migliore dei modi. Se c’è una visione forte del nuovo tono, non tutti gli attori possono funzionare allo stesso modo. Essere costretti a puntare in alto, questo è il punto. Auguriamoci che ce ne sia bisogno.

Guardare Looper e gasarsi per Star Wars episodio VIII

Devo ammettere che il mio interesse per il nuovo corso di Star Wars si è affievolito dopo la visione de Il Risveglio della Forza. Non perché non sia stato all’altezza delle mie aspettative, tutt’altro ma, come un marinaio dopo lunghe odissee, mi interessava solo rivedere terra all’orizzonte, non esplorarla. Episodio VII, diretto da J.J. Abrams, è stato un decollo di successo, ha riacceso il fuoco, ha riaperto i giochi. Ma per quel che mi riguarda, soddisfatto a fine visione, li ha anche chiusi.

Il solito discorso, se una saga ha troppi film in programma io perdo interesse. Ora, Episodio VIII sarà scritto e diretto da Rian Johnson. Non mi era dispiaciuta la notizia, ma neppure aveva modificato la mia attitudine. Per me la sfida era circoscritta al nuovo inizio. Poi ho rivisto Looper, al momento l’ultimo film di questo giovane e talentuoso regista, e ho capito che il suo nome non è stato solo una scelta opportuna, ma vincente, suggestiva, stimolante.

Looper è fantascienza di alto livello che abbraccia il noir e il western a seconda dei momenti, e vedere una simile antologia del Cinema americano riprodotta e integrata all’interno di uno Star Wars sarebbe un sogno senza ritorno. Non c’è falla di sceneggiatura che possa affossare un prodotto così umanistico e avvincente, di così ampio respiro. Non è la trama in sé a rendere grande un film, ancora meno se ogni scena è lavorata con calma e cura, ancora meno se i personaggi parlano ma non straparlano: quando entra in scena Emily Blunt, per l’occasione bella fino allo stordimento, che si siede in veranda e finge in silenzio di fumare una sigaretta lo spettatore capta qualcosa che è più di un’informazione, qualcosa di non necessario, quindi un regalo, uno dei tanti che Looper contiene.

Star Wars Episodio VIII  Guardare Looper e gasarsi per Star Wars episodio VIII file 567376 looper international trailer 06272012 184921

Quanto è bello giocarsi un film tra attori di questo calibro. Joseph Gordon Levitt e Bruce Willis si dividono lo stesso ruolo e proprio per questo la loro mancanza di empatia reciproca è un paradosso da cui si esce lobotomizzati; nessuno prevarica nessun’altro e tutti servono il film, dando il meglio possibile. Violenza, spettacolo, atmosfera, e l’attitudine a rendere i personaggi indispensabili, a farci tenere a loro, a creare piccoli momenti caratteristici. Looper non va mai in overdose di plot, lasciando tempo ai dettagli per emergere mano a mano che la storia, e soprattutto il mood, li richiedono.

Il passo da Looper, o anche Brick (suo primo lungometraggio), a Star Wars è così grande che non può non venire la curiosità di sapere come si risolverà. Voglio dire, Abrams ha talento ma veniva comunque dagli Star Trek, qui invece nessuno ha mai visto Johnson alle prese con una produzione stratosferica, ed è molto difficile credere che si lascerà alle spalle tutta questa sua ingombrante autorialità. Inoltre, il secondo capitolo di una trilogia spesso è quello in cui si ha più libertà creativa, e a volte diventa il più dark: pensate a Indiana Jones, a Ritorno al Futuro e al Cavaliere Oscuro. Johnson è ancora di più l’uomo giusto al posto giusto.

Ciò non significa che sia in ansia per Episodio VIII. Il mi distacco è rimasto invariato, con la differenza che ho gustato più a fondo un film che avevo già visto ma di cui non avevo apprezzato a pieno tutte le qualità. Quindi no, non sono un fan di Star Wars, ma per assurdo credo fermamente che dopo l’ottimo capitolo di Abrams ci aspetti con tutta probabilità il vero gioiello della saga, quello da tramandare ai posteri prima di ogni altro, quello che sarà salutato come un capolavoro e premiato da critica e pubblico al di là di ogni ragionevole dubbio. E io lo guarderò come un film unico, in tutti i sensi.

Star Wars Episodio VIII  Guardare Looper e gasarsi per Star Wars episodio VIII Joseph Gordon Levitt in Looper
Colonia recensione

Colonia – Recensione

Esistono ottimi film che raccontano varie forme di prigionia. Da Fuga da Alcatraz a Sorvegliato Speciale, passando per Le Ali Della Libertà. Colonia appartiene a quella sottocategoria in cui oltre a essere prigionieri i protagonisti devono in qualche modo flirtare col nemico, in un continuo duello psicologico che porti allo sbloccarsi di una situazione insostenibile.

Non è detto che a raccontare al meglio questo tipo di storia debba essere il film più ancorato alla realtà. Colonia, basato su fatti di cronaca avvenuti in Cile nel ’73, ha quell’impostazione da Cinema di denuncia serio e impegnato e, sia pure a basso voltaggio, lo è. Ma a fine visione dimostra di essere eseguito con convinzione ma senza segni particolari.

Eppure Colonia le sue carte le ha e se le gioca. Il villain (un ottimo Michael Nyqvist) è azzeccato, inquietante, e si muove nel territorio della setta di cui è il leader con la sicurezza e la presenza scenica di uno stregone che sa di aver già soggiogato ogni cosa attorno a sé. Lo scenario definisce il carattere del film e Emma Watson si impegna, senza dubbio. La sua Lena è senza ombre, una giovane donna innamorata che scenderà all’inferno per tentare di salvare il suo uomo. Ma abbinare la Watson, con la sua aria da brava ragazza, a un personaggio scritto già in modo molto limpido non è esattamente la soluzione artistica più coraggiosa.

Colonia recensione  Colonia - Recensione colonia article detail

Scrittura e regia apparecchiano il thriller ma le situazioni, senza sfumature, sono già chiare e nette fin dall’inizio e il discorso si fa più procedurale che emotivo: il senso di minaccia si esprime fin dal primo incontro tra Lena e Paul Schafer e da lì in poi i personaggi sono pedine che esplorano un tabellone già svelato più che figure complesse in attesa di regalare sviluppi imprevedibili.

Certo il giocare a carte scoperte senza indulgere troppo in tentazioni da film horror sembra più rispettoso della storia vera che è la base del film, salvandolo dall’imboccare con troppa decisione la strada del puro entertainment, che sarebbe poco opportuno. Ma mi piace pensare che si possa calcare la mano sulla costruzione drammaturgica e allo stesso tempo rispettare la natura seria del soggetto.

Mentre, sul piano prettamente cinematografico, nel recente 10 Cloverfield Lane, sempre a proposito di prigionia, abbiamo ammirato la bella e brava Mary Elizabeth Winstead mangiarsi la scena senza mai dare nell’occhio. Abbiamo assistitito al suo passaggio da vittima per caso ad autentica e inarrestabile forza della natura, quasi un ologramma dell’istinto di sopravvivenza universale. In Colonia Emma Watson non si muove su questo livello di trasfigurazione.

Non si trasforma sotto i nostri occhi e quindi neppure il film, che conta così tanto su di lei, diventa mai altro da ciò che è all’inizio. Il che non è un limite tanto grave, ma il senso di una reale escalation, di una progressione drammatica memorabile sbiadisce in fretta.

Encomiabile comunque la Watson per il suo mettersi in gioco in produzioni non tanto scontate, con una carriera post Harry Potter variegata e densa di impegni. Ma aspettiamo ancora la prova della consacrazione, che probabilmente coinciderà col momento in cui in lei non sarà rimasta più la benché minima traccia di Hermione Granger.

Colonia recensione  Colonia - Recensione colonia watson bruhl running

Dunkirk di Christopher Nolan: dieci grandi speranze

A Dunkerque, in Francia, le riprese del nuovo colossal di Christopher Nolan sono cominciate da appena un paio di giorni e andranno avanti per i prossimi mesi. In attesa di un teaser trailer che attizzi i popoli, ho pensato di mettere giù le mie personali speranze sul prodotto finale ma tenendomi sulle generiche, che il film mica lo devo fare io, e poi mi piace essere stupito. Posto che comunque di Dunkirk si sa ancora poco o niente.

Quello che è certo è che Nolan ha imboccato già con Interstellar una strada differente rispetto a prima, quella di una narrativa meno ludica e scattante, più contemplativa, leggermente meno di genere e più “universale”. Non a caso è il film in cui la posta in gioco è la più grande mai apparsa nella sua intera filmografia: la salvezza dell’umanità. Personalmente non ho fatto salti di gioia a suo tempo ma Interstellar, sia pure coi suoi problemucci, è un grande film, anche se preferisco una storia in cui tutto l’universo sta dentro le motivazioni di un solo personaggio, e non viceversa.

Ma veniamo alle mie dieci speranze.

Nolan Dunkirk  Dunkirk di Christopher Nolan: dieci grandi speranze interstellar christopher nolan
1) Che il film non duri troppo. Gli ultimi due del regista britannico durano circa due ore e tre quarti, e con un war movie di queste proporzioni la cosa potrebbe sfuggire di mano. Più un film dura, più rischia di perdere l’equilibrio e rovinarsi.
2) Che la guerra più che il fulcro del racconto ne sia lo scenario lasciando, attraverso le gesta di personaggi fittizi, spazio creativo sufficiente a bilanciare i vincoli narrativi dell’evento storico.
3) Che eventuali, probabili scene di massa siano dirette in modo ineccepibile e non si risolvano in sequenze d’azione infinite e senza pathos. Uscendo nel pieno della prossima estate verrebbe da pensare a un film di sicuro impatto sul grande pubblico ma, beh, speriamo che questo non implichi un effetto cinecomic.
4) Che Nolan non si interessi agli Oscar.
5) Che anche nelle scene di massa più imponenti non si perda mai il filo emotivo del racconto, lasciando più spazio alla risonanza dell’azione che all’azione stessa.
6) Che Fionn Whithead e gli altri giovani attori protagonisti siano bravi e carismatici abbastanza da non accusare il peso della loro inesperienza.
7) Che il taglio visivo non sappia di vecchio. Hoyte Van Hoytema ha fatto un ottimo lavoro su Interstellar ma Spectre non è all’altezza. L’ennesimo film sulla Seconda Guerra Mondiale necessita di un colpo d’occhio fresco.

Nolan Dunkirk  Dunkirk di Christopher Nolan: dieci grandi speranze inception
8) Che il plot sia forte ma non troppo complesso, lasciando molto più spazio per i particolari alla sceneggiatura, agli attori e alla regia.
9) Finora il Cinema di Nolan ha viaggiato a due velocità: quella sostenuta a colpi di montaggi paralleli de Il Cavaliere Oscuro e Inception, e quella più lenta e lineare di Interstellar. Forse Dunkirk necessita di una saggia combinazione delle due marce, così da non perdersi in un eccessivo classicismo che, dato il tema, potrebbe essere dietro l’angolo.
10) Che Dunkirk omaggi i grandi film di guerra che lo hanno preceduto ma che abbia un’anima del tutto nolaniana, tanto nel contenuto che nel modo di raccontarlo.
Se devo farvi un esempio di ciò che intendo, vi cito Fury. Non credo che Nolan userà un registro tanto duro, ma per il resto quello è un film che non sembra vecchio e neppure troppo classico, molto serio ma comunque avvincente. Chissà, magari è piaciuto anche a Nolan.

The Boy recensione

The Boy – Recensione

È un periodo strano per il cinema horror. L’età d’oro dei Carpenter, dei Raimi, degli Hooper, dei Romero – grandi autori dotati di uno stile inconfondibile che con la loro presenza e le loro idee facevano progredire ed evolvere la cultura horror e deliziavano intere generazioni di appassionati – è terminata. Ora questo genere cinematografico è più simile a un fast food in cui si entra e si consuma in fretta e furia prodotti pensati unicamente per fornire una buona dose di spavento usa e getta e lasciarsi subito dimenticare.

In uno scenario simile è difficile trovare della qualità. La maggior parte dei film sono semplicemente o troppo stupidi o troppo feroci e nichilisti senza una vera ragione, in ogni caso sempre sbilanciati su un estremo o sull’altro, troppo privi di sostanza e di identità per poter lasciare un segno. Fa dunque piacere vedere lavori come The Boy, capaci di puntare su un’idea originale affiancandole una regia curata e puntuale che regala uno spettacolo decisamente godibile mantenendo sempre il giusto equilibrio tra le componente narrativa, il linguaggio filmico e la forma stilistica.

The Boy al cinema recensione  the boy The Boy - Recensione The Boy 1

L’ambientazione è quella di ogni storia gotica che si rispetti. Una grande dimora vittoriana sperduta tra le dolci campagne inglesi (anche se in realtà il film è girato nell’altrettanto suggestiva British Columbia). È qui che la giovane americana Greta (Lauren Cohan, sì proprio così, la mitica Maggie di The Walking Dead) trova un rifugio e un posto di lavoro per lasciarsi alle spalle una brutta storia di violenza domestica che la ha lasciato in eredità tanti traumi tra cui lo shock di una gravidanza interrotta.

L’impiego offertole dai coniugi Heelshire consiste nel fare da tata al figlioletto Brahms, un bimbo di 8 anni che non avrebbe proprio nulla di strano se non fosse…un pupazzo di porcellana a grandezza naturale. Proprio così. La prima reazione della giovane quando le viene presentato il piccolo è scoppiare in una risata di sconcerto, un’ilarità che svanisce però nel momento in cui si rende conto che gli anziani Heelshire non scherzano. Sono convinti che dentro quella bambola di porcellana dal sorriso vagamente inquietante (uno di quei sorrisi che continui a fissare con la sgradevole sensazione di essere riuscito per un istante a cogliere un movimento, tanto improvviso quanto impercettibile, un po’ come capita a chi osserva la Gioconda) ci sia l’anima del figlio.

Non solo, ma pretendono da lei la stretta osservanza di un rigido protocollo di regole per evitare che il piccolo Brahms si agiti o si arrabbi. Greta all’inizio si adegua per non scontentare la coppia di bizzarri vecchietti, convinta in cuor suo che si tratti di un mare di sciocchezze frutto probabilmente della demenza senile. Ma nei giorni successivi, la nuova tata americana comincerà ad accorgersi che strani accadimenti si verificano quando le regole di Brahms non vengono rispettate, come se in quel “pupo” in porcellana dal sorriso indecifrabile albergasse veramente una coscienza umana.

Recensione del film The Boy the boy The Boy - Recensione The Boy 2

Unico suo alleato nel fronteggiare questa escalation di inquietanti presagi è Malcolm (Rupert Evans), giovane proprietario del negozio di alimentari giù in paese, che ogni mattina fa visita agli Heelshire per consegnare la spesa e controllare che sia tutto in ordine. E che dovrà fare appello a tutto il proprio coraggio per proteggere la bella Greta, di cui si è subito invaghito, del destino minaccioso che incombe sull’antica casa degli Heelshire. The Boy è un film piacevole e avvincente che scorre fluido evitando di cadere nei soliti clichet del genere (apparizioni spettrali o demoniache, flashback virati in seppia per raccontarci infanzie da incubo, scimmiette giocattolo che si animano improvvisamente e si mettono a correre per la stanza) e senza mai perdere il proprio fuoco prospettico.

Senza dubbio l’asso nella manica di The Boy è proprio Brahms, iconico pupazzo di porcellana disegnato e realizzato con il preciso intento di creare qualcosa di unico e inconfondibile. Missione compiuta, come è stato facile constatare fin dai primi trailer del film circolati mesi fa. Proprio nel gestire il comportamento di Brahms e le sue interazioni con Greta, la regia è riuscita a non cadere in trappole e tranelli di tipo tecnico ma anche narrativo (mostrarci il pupazzo “in azione”, ad esempio, avrebbe depotenziato l’aura di mistero che lo circonda e avrebbe virato l’intera pellicola in chiave trash-kitsch, invece il regista William Brent Bell e la sceneggiatrice Stacey Delay hanno scelto la strada più felice, facendoci intuire le cose piuttosto che mostrarcele esplicitamente). Il risultato è una storia che procede diritta e ben a fuoco verso l’immancabile e soprendente twist: una svolta imprevedibile in cui i cinefili riconosceranno un omaggio a un piccolo gioiello del cinema horror neozelandese di un paio di anni fa, Housebound, e che deve la sua efficacia proprio al modo intelligente e misurato con cui sono state gestite le fasi che la precedono. Anche nel finale, che naturalmente non svelo, The Boy riesce a non eccedere né in nichilismo e né in ovvietà, consegnandoci un film che rappresenta una bella prova, capace di proiettare un raggio di luce sulla scena attuale del cinema horror. In fin dei conti, l’essenza di The Boy si riassume tutta nella cura per il dettaglio che caratterizza il suo protagonista di porcellana, Brahms: un’opera artigianale, realizzata con cura e passione, che sa essere classica senza risultare già vista e che, proprio come l’immagine del misterioso pupazzo, ci rimarrà appiccicata nella mente per un pò dopo essere usciti dalla sala cinematografica.

Captain America: Civil War – Recensione

“La sequenza dell’aeroporto è una delle migliori scene d’azione del Marvel Universe, o addirittura in assoluto. “ Il virgolettato è perché questa sentenza è la sintesi di tante altre girate sul web nelle ultime settimane. Si tratta di uno dei punti focali che la visione di Captain America: Civil War ha generato, forse il più condiviso, e analizzando tale reazione possiamo partire dalla singola sequenza e capire l’intero film, con pregi e difetti. Perché quella dell’aeroporto non è affatto una grande scena d’azione.

Quella dell’evasione di Bucky, con annessa scena dell’elicottero, lo è: senso di minaccia, chiara percezione del dislivello di forza, da cui maggiore comprensione di quanto siano coraggiosi i buoni; nonché un sano senso del limite e dello spazio, che tiene tutto, relativamente, coi piedi per terra. Ma perché al pubblico piace tanto quella dell’aeroporto? In pratica è la più lunga, con meno percezione del dislivello tra umani e super-umani, con più CGI, con meno dramma, ma soprattutto quella che ti permette di vedere in un colpo solo la maggior parte di supereroi: insomma, la sintesi perfetta di ciò che rende tanti blockbuster dei fumettoni, e della mentalità da trama orizzontale, di televisiva memoria, che il Cinema sta purtroppo facendo sua.

Captain America: Civil War - Recensione  Captain America: Civil War - Recensione captain america civil war will significantly alter the marvel cinematic universe 901532

Capisco se il pubblico vuol vedere Spiderman, ma perché aggiungere anche Ant-Man? Un solo uomo insetto in vena di gag non era abbastanza? Tra l’altro non è l’unico ‘doppio’ vagamente inutile in scena (qualcuno ha detto War Machine?); del resto, nei fumetti americani i parti gemellari in conseguenza di un singolo atto creativo sono all’ordine del giorno.

Qui poi anche l’ultimo dei personaggi “non super” è in grado di essere sbattuto contro i muri e di cadere da svariati metri di altezza senza farsi niente, perché lo spettacolo ha le sue esigenze. Ma cosa intendiamo per spettacolo? Una rissa tra pupazzetti e pupazzoni (quando Ant-Man diventa enorme ci si chiede a cosa serviva tutta la serietà precedente) in cui il film diventa una demo di superpoteri?

Ecco perché Captain America: Civil War, che non è affatto un brutto film, lascia comunque perplessi: c’è molto più del necessario, ma soprattutto molto più del conveniente. Molti dicono che la prima parte è quasi priva d’azione, quando il fatto è che l’azione c’è ma è più misurata. La scena dell’aeroporto invece si poteva tranquillamente dimezzare, lasciando a casa un po’ di gente in costume e rendendo più solido e compatto tutto il film. Quando a duellare sono tizi come Iron Man e Capitan America è già comunque una “Civil War”, non occorrono truppe di supporto.

Intendiamoci, nulla in Captain America: Civil War è scadente. Ma ci sono delle “stecche” che abbassano il tiro, quando c’erano tutta l’ambizione e tutti i mezzi per fare il miglior film dei Marvel Studios e uno dei migliori cinecomic; a conti fatti invece non si riesce a eguagliare il bel predecessore, The Winter Soldier che, guarda caso, era un vero film su Captain America e non un Avengers 3. Qui il più grande problema è proprio l’incombere dell’universo espanso, che diluisce il materiale presente e rende il suo contenuto meno prezioso.

Captain America: Civil War - Recensione  Captain America: Civil War - Recensione capcivilwartrailerheader1

Ma come si può fermare il vento con le mani? La filosofia del “di più é meglio” sta fagocitando tutto e ottiene un consenso indiscutibile. Certo Civil War questa idea dell’abbondanza e, in parte, del superfluo la applica molto meglio di Batman V Superman: i fratelli Russo riescono a mettere in scena i dilemmi etici, politici ed emotivi che formano il plot senza che sembrino pretesti e non si ha mai la sensazione che i tempi del racconto e del montaggio siano compressi e truccati.

Ma la sindrome del crossover rimane, ed è la summa (e forse la fine?) della politica “solo brand collaudati” che impera a Hollywood che, a pensarci, è un trend che si spiega da solo: se fai un film su un soggetto originale di cosa parlerà la gente sul web in attesa dell’uscita? Si perderebbe tutta quella promozione gratuita e autogestita. Ma se tocchi icone della cultura pop con decenni di tradizione (e magari già qualche film) alle spalle, il marketing spontaneo della Rete è garantito.

Ecco anche, forse, il perché di tanta trama, tanti personaggi, tante scene post-crediti finali: di questo e delle relative implicazioni e allusioni parlerà gran parte del pubblico, tenendosi caldo fino al prossimo film. Questo è lo zeitgeist, e se qualcuno scegliesse Captain America: Civil War come campione di quest’epoca forse non ci sarebbe tanto da ridire. Ma non è detto che un simile andazzo debba piacere a tutti.

Un’ultima nota positiva importante: complimenti per l’evoluzione del costume di Capitan America. Da First Avenger è stata fatta tanta strada e quello attuale riesce a essere iconico, funzionale e credibile. Uno dei migliori nel panorama del genere.