The Boy recensione

The Boy – Recensione

È un periodo strano per il cinema horror. L’età d’oro dei Carpenter, dei Raimi, degli Hooper, dei Romero – grandi autori dotati di uno stile inconfondibile che con la loro presenza e le loro idee facevano progredire ed evolvere la cultura horror e deliziavano intere generazioni di appassionati – è terminata. Ora questo genere cinematografico è più simile a un fast food in cui si entra e si consuma in fretta e furia prodotti pensati unicamente per fornire una buona dose di spavento usa e getta e lasciarsi subito dimenticare.

In uno scenario simile è difficile trovare della qualità. La maggior parte dei film sono semplicemente o troppo stupidi o troppo feroci e nichilisti senza una vera ragione, in ogni caso sempre sbilanciati su un estremo o sull’altro, troppo privi di sostanza e di identità per poter lasciare un segno. Fa dunque piacere vedere lavori come The Boy, capaci di puntare su un’idea originale affiancandole una regia curata e puntuale che regala uno spettacolo decisamente godibile mantenendo sempre il giusto equilibrio tra le componente narrativa, il linguaggio filmico e la forma stilistica.

The Boy al cinema recensione  the boy The Boy - Recensione The Boy 1

L’ambientazione è quella di ogni storia gotica che si rispetti. Una grande dimora vittoriana sperduta tra le dolci campagne inglesi (anche se in realtà il film è girato nell’altrettanto suggestiva British Columbia). È qui che la giovane americana Greta (Lauren Cohan, sì proprio così, la mitica Maggie di The Walking Dead) trova un rifugio e un posto di lavoro per lasciarsi alle spalle una brutta storia di violenza domestica che la ha lasciato in eredità tanti traumi tra cui lo shock di una gravidanza interrotta.

L’impiego offertole dai coniugi Heelshire consiste nel fare da tata al figlioletto Brahms, un bimbo di 8 anni che non avrebbe proprio nulla di strano se non fosse…un pupazzo di porcellana a grandezza naturale. Proprio così. La prima reazione della giovane quando le viene presentato il piccolo è scoppiare in una risata di sconcerto, un’ilarità che svanisce però nel momento in cui si rende conto che gli anziani Heelshire non scherzano. Sono convinti che dentro quella bambola di porcellana dal sorriso vagamente inquietante (uno di quei sorrisi che continui a fissare con la sgradevole sensazione di essere riuscito per un istante a cogliere un movimento, tanto improvviso quanto impercettibile, un po’ come capita a chi osserva la Gioconda) ci sia l’anima del figlio.

Non solo, ma pretendono da lei la stretta osservanza di un rigido protocollo di regole per evitare che il piccolo Brahms si agiti o si arrabbi. Greta all’inizio si adegua per non scontentare la coppia di bizzarri vecchietti, convinta in cuor suo che si tratti di un mare di sciocchezze frutto probabilmente della demenza senile. Ma nei giorni successivi, la nuova tata americana comincerà ad accorgersi che strani accadimenti si verificano quando le regole di Brahms non vengono rispettate, come se in quel “pupo” in porcellana dal sorriso indecifrabile albergasse veramente una coscienza umana.

Recensione del film The Boy the boy The Boy - Recensione The Boy 2

Unico suo alleato nel fronteggiare questa escalation di inquietanti presagi è Malcolm (Rupert Evans), giovane proprietario del negozio di alimentari giù in paese, che ogni mattina fa visita agli Heelshire per consegnare la spesa e controllare che sia tutto in ordine. E che dovrà fare appello a tutto il proprio coraggio per proteggere la bella Greta, di cui si è subito invaghito, del destino minaccioso che incombe sull’antica casa degli Heelshire. The Boy è un film piacevole e avvincente che scorre fluido evitando di cadere nei soliti clichet del genere (apparizioni spettrali o demoniache, flashback virati in seppia per raccontarci infanzie da incubo, scimmiette giocattolo che si animano improvvisamente e si mettono a correre per la stanza) e senza mai perdere il proprio fuoco prospettico.

Senza dubbio l’asso nella manica di The Boy è proprio Brahms, iconico pupazzo di porcellana disegnato e realizzato con il preciso intento di creare qualcosa di unico e inconfondibile. Missione compiuta, come è stato facile constatare fin dai primi trailer del film circolati mesi fa. Proprio nel gestire il comportamento di Brahms e le sue interazioni con Greta, la regia è riuscita a non cadere in trappole e tranelli di tipo tecnico ma anche narrativo (mostrarci il pupazzo “in azione”, ad esempio, avrebbe depotenziato l’aura di mistero che lo circonda e avrebbe virato l’intera pellicola in chiave trash-kitsch, invece il regista William Brent Bell e la sceneggiatrice Stacey Delay hanno scelto la strada più felice, facendoci intuire le cose piuttosto che mostrarcele esplicitamente). Il risultato è una storia che procede diritta e ben a fuoco verso l’immancabile e soprendente twist: una svolta imprevedibile in cui i cinefili riconosceranno un omaggio a un piccolo gioiello del cinema horror neozelandese di un paio di anni fa, Housebound, e che deve la sua efficacia proprio al modo intelligente e misurato con cui sono state gestite le fasi che la precedono. Anche nel finale, che naturalmente non svelo, The Boy riesce a non eccedere né in nichilismo e né in ovvietà, consegnandoci un film che rappresenta una bella prova, capace di proiettare un raggio di luce sulla scena attuale del cinema horror. In fin dei conti, l’essenza di The Boy si riassume tutta nella cura per il dettaglio che caratterizza il suo protagonista di porcellana, Brahms: un’opera artigianale, realizzata con cura e passione, che sa essere classica senza risultare già vista e che, proprio come l’immagine del misterioso pupazzo, ci rimarrà appiccicata nella mente per un pò dopo essere usciti dalla sala cinematografica.

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