Captain America: Civil War – Recensione

“La sequenza dell’aeroporto è una delle migliori scene d’azione del Marvel Universe, o addirittura in assoluto. “ Il virgolettato è perché questa sentenza è la sintesi di tante altre girate sul web nelle ultime settimane. Si tratta di uno dei punti focali che la visione di Captain America: Civil War ha generato, forse il più condiviso, e analizzando tale reazione possiamo partire dalla singola sequenza e capire l’intero film, con pregi e difetti. Perché quella dell’aeroporto non è affatto una grande scena d’azione.

Quella dell’evasione di Bucky, con annessa scena dell’elicottero, lo è: senso di minaccia, chiara percezione del dislivello di forza, da cui maggiore comprensione di quanto siano coraggiosi i buoni; nonché un sano senso del limite e dello spazio, che tiene tutto, relativamente, coi piedi per terra. Ma perché al pubblico piace tanto quella dell’aeroporto? In pratica è la più lunga, con meno percezione del dislivello tra umani e super-umani, con più CGI, con meno dramma, ma soprattutto quella che ti permette di vedere in un colpo solo la maggior parte di supereroi: insomma, la sintesi perfetta di ciò che rende tanti blockbuster dei fumettoni, e della mentalità da trama orizzontale, di televisiva memoria, che il Cinema sta purtroppo facendo sua.

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Capisco se il pubblico vuol vedere Spiderman, ma perché aggiungere anche Ant-Man? Un solo uomo insetto in vena di gag non era abbastanza? Tra l’altro non è l’unico ‘doppio’ vagamente inutile in scena (qualcuno ha detto War Machine?); del resto, nei fumetti americani i parti gemellari in conseguenza di un singolo atto creativo sono all’ordine del giorno.

Qui poi anche l’ultimo dei personaggi “non super” è in grado di essere sbattuto contro i muri e di cadere da svariati metri di altezza senza farsi niente, perché lo spettacolo ha le sue esigenze. Ma cosa intendiamo per spettacolo? Una rissa tra pupazzetti e pupazzoni (quando Ant-Man diventa enorme ci si chiede a cosa serviva tutta la serietà precedente) in cui il film diventa una demo di superpoteri?

Ecco perché Captain America: Civil War, che non è affatto un brutto film, lascia comunque perplessi: c’è molto più del necessario, ma soprattutto molto più del conveniente. Molti dicono che la prima parte è quasi priva d’azione, quando il fatto è che l’azione c’è ma è più misurata. La scena dell’aeroporto invece si poteva tranquillamente dimezzare, lasciando a casa un po’ di gente in costume e rendendo più solido e compatto tutto il film. Quando a duellare sono tizi come Iron Man e Capitan America è già comunque una “Civil War”, non occorrono truppe di supporto.

Intendiamoci, nulla in Captain America: Civil War è scadente. Ma ci sono delle “stecche” che abbassano il tiro, quando c’erano tutta l’ambizione e tutti i mezzi per fare il miglior film dei Marvel Studios e uno dei migliori cinecomic; a conti fatti invece non si riesce a eguagliare il bel predecessore, The Winter Soldier che, guarda caso, era un vero film su Captain America e non un Avengers 3. Qui il più grande problema è proprio l’incombere dell’universo espanso, che diluisce il materiale presente e rende il suo contenuto meno prezioso.

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Ma come si può fermare il vento con le mani? La filosofia del “di più é meglio” sta fagocitando tutto e ottiene un consenso indiscutibile. Certo Civil War questa idea dell’abbondanza e, in parte, del superfluo la applica molto meglio di Batman V Superman: i fratelli Russo riescono a mettere in scena i dilemmi etici, politici ed emotivi che formano il plot senza che sembrino pretesti e non si ha mai la sensazione che i tempi del racconto e del montaggio siano compressi e truccati.

Ma la sindrome del crossover rimane, ed è la summa (e forse la fine?) della politica “solo brand collaudati” che impera a Hollywood che, a pensarci, è un trend che si spiega da solo: se fai un film su un soggetto originale di cosa parlerà la gente sul web in attesa dell’uscita? Si perderebbe tutta quella promozione gratuita e autogestita. Ma se tocchi icone della cultura pop con decenni di tradizione (e magari già qualche film) alle spalle, il marketing spontaneo della Rete è garantito.

Ecco anche, forse, il perché di tanta trama, tanti personaggi, tante scene post-crediti finali: di questo e delle relative implicazioni e allusioni parlerà gran parte del pubblico, tenendosi caldo fino al prossimo film. Questo è lo zeitgeist, e se qualcuno scegliesse Captain America: Civil War come campione di quest’epoca forse non ci sarebbe tanto da ridire. Ma non è detto che un simile andazzo debba piacere a tutti.

Un’ultima nota positiva importante: complimenti per l’evoluzione del costume di Capitan America. Da First Avenger è stata fatta tanta strada e quello attuale riesce a essere iconico, funzionale e credibile. Uno dei migliori nel panorama del genere.

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