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giugno 2016

Joker Harley Quinn Suicide Squad

Il pg-13, Joker e Harley Quinn: tutte le risorse di Suicide Squad

Se devo essere sincero trovo difficile essere impaziente per qualcuno dei prossimi (e meno prossimi) cinecomic. Ammiro i fumetti come forma di narrazione, di intrattenimento e a volte di arte, ma quelli funzionano a modo loro. E poi è da secoli che non mi azzardo a seguire il fumetto seriale, perché ogni bel gioco dura poco.

Ora possiamo anche disquisire su quanto sia quel “poco”, tenendo anche conto che ciò che è poco per una storia o personaggio può non esserlo per qualcun altro, dipende dalla qualità. Ma esiste un limite oltre il quale nessuno è in grado di spingersi se vuole mantenere una certa credibilità, poche storie. Coi film, così come con le serie tv, il discorso è lo stesso. Il punto è che forse lo penso solo io, per cui non si contano i cinecomic già progettati o in lavorazione, di solito sequel di qualcosa di già cominciato.

In tutto questo non è certo Suicide Squad il titolo più a rischio di saturazione, dato che dedicare un film a una super squadra di cattivi dei comics è ancora una cosa inedita. Il regista e sceneggiatore poi è David Ayer, un uomo di cinema con talento e una certa passione per le storie toste, se avete visto Harsh Times o Training Day sapete cosa intendo. No davvero, non ci sono premesse negative per Suicide Squad, è un film a cui guardo con simpatia. Hanno pure l’asso nella manica, o meglio il Joker: discreta mossa testare Jared Leto senza addosso le aspettative che titoli come “Batman” o “Justice League” inevitabilmente comporterebbero. Del resto, ormai è prassi che i pesi massimi entrino in punta di piedi, vedi Spiderman in Captain America: Civil War o lo stesso Batman di Ben Affleck in Batman V Superman.

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Ma c’è un altro vantaggio che la Warner/DC può prendersi: fare frutto dell’esperienza del rivale Deadpool. Quando è stato chiarito che Suicide Squad non avrebbe avuto il rating R, ma un ben più comune pg-13 qualcuno ha storto il naso: come si può mettere in scena un branco di villain senza un adeguato tasso di violenza esplicita?

La risposta è si può, eccome se si può. Questo non è Il Silenzio degli Innocenti o Seven, ma un film guascone e sgargiante per divertirsi con il lato più folle dell’universo DC. Non è un trattato sulla cattiveria dell’animo umano, non occorre alcuna scena di sangue spinta o raccapricciante. Il pg-13 è un limite solo in determinati casi.

Se devi portare in scena Wolverine, un tizio che ha gli artigli e che colpisce con quelli i suoi avversari, allora non hai molta scelta, ma solo per una questione di credibilità della messa in scena e di rispetto per una peculiarità di base del personaggio. Ma con tizi deformi e mostruosi o truccati da clown che maneggiano armi classiche come mitra e mazze da baseball non occorre nessun rating R. Anzi, si spera che la sua assenza abbia spinto a pensare le scene in modo più creativo. Se prendi Joker o Killer Croc e poi li fai comportare in tutto e per tutto come Tony Montana significa che tutta questa sarabanda di cinecomic è solo questione di costumi colorati. E poi c’è il caso Deadpool, come dicevamo.

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Il mutante Marvel ha fatto il botto, ma personalmente non sento alcun bisogno di altri film così gratuiti. L’abbattimento del pg-13 è già stato celebrato dal film con Ryan Reynolds, per cui circolare, non c’è più niente da vedere su quel fronte. A Suicide Squad tocca se mai il passo successivo: sdoganare i bad guys e il nuovo Joker in particolare, e dare credibilità alla formula oltre che, ovviamente, lanciare Margot Robbie in modo definitivo, consacrare lei e la sua Harley Quinn.

Non è un caso se insieme al Joker è il personaggio con più riflettori addosso. Non solo perché la Robbie ha quel tipo di bellezza assoluta con cui prima o poi il pubblico deve fare i conti, ma anche perché viviamo nel periodo in cui i personaggi femminili prendono il comando di molti blockbuster. Da Hunger Games a Star Wars, le quote rosa sono in rialzo e in un attimo la cosa è già diventata un trend consolidato.

Suicide Squad rischia anche di sfatare il mito dei cattivi come personaggi più popolari: cosa succede quando diventano i protagonisti e il punto di vista della storia è il loro? La loro aura mitica resiste ancora? Ma su Joker non lo sapremo mai, visto che sembra più una guest star che un protagonista. Comunque ci siamo capiti, non facciamoci problemi per il pg13, è uno di quei limiti educativi che vietano ben poco di importante e aprono invece tutto un panorama di possibilità, se il film è in mano alle persone giuste. Sarà il caso di David Ayer? Mi riguardo Fury, e credo di avere la risposta.

Westworld

Serie di questo mondo e dell’altro: arriva Westworld

Uomo o macchina? Questo è il problema. Nella fantascienza lo è sempre stato, Inutile ribadire che questo topic non passerà mai di moda. Oggi non andiamo neanche in bagno senza uno smartphone, non occorre che ve lo dica io. Il punto della narrativa sci-fi non è se sia un problema convivere con la tecnologia, ma fino a quando la tecnologia accetterà di stare sottomessa.

Un tema che si può trattare in modo sempre più convincente, questo sì. Senza farla tanto lunga, quello che si vede di Westworld, serie basata sul film Il Mondo dei Robot del grande Michael Crichton, è esattamente quello che ci vuole per una storia realmente ambiziosa. Uno spazio fisico molto vasto inquadrato senza limiti, grandi scene in cui sembra di sentire il vento, sperando che l’ambizione non si traduca in trama ultra complicata e piena di spiegoni.

Così a occhio, la serie sembra avere quel tipo di comfort paradossale alla Blade Runner, per cui ti ritrovi ipnotizzato da uno scenario che non dovresti mai desiderare. Westworld racconta di un parco a tema in cui l’intrattenimento della gente è affidato a dei robot con sembianze umane… Due righe, e potenziale sufficiente per spingere il racconto in tante belle direzioni, tutte interessanti. Praterie western, luci al neon, un paese dei balocchi fatto di opposti che coincidono e la cui pericolosità viene voglia di constatare di persona.

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Westworld potrebbe andare a riempire uno slot al momento per lo più vuoto: quello di una storia con un’ambientazione speciale in grado di unire fantascienza nobile e concettuale a quella super accessoriata e sensoriale, con grande cura per l’atmosfera e la confezione, che poi a questi livelli non è più solo confezione ma contenuto essa stessa.

Il trailer è molto bello, ma soprattutto lascia presagire una longevità e un respiro che staccano nettamente il prodotto dalla media. Di serie tv ne abbiamo tante, ma la maggior parte non è fatta per lasciare il segno. Westworld invece è prodotta da J.J.Abrams e scritta e diretta in parte da Jonathan Nolan, due firme tra le più prestigiose dei nostri tempi. In pratica ci sono le premesse per un incastro ossessivo nelle nostre top five. Lo stesso Nolan ci fornisce la stazza del progetto, quando dice che è come mettere insieme Alien, Gli Spietati e I Giorni del Cielo. Il tutto in dieci ore, e con le serie di simile durata la HBO ha già dimostrato ciò di cui è capace, vedi alla voce True Detective.

In più, davanti alla telecamera una squadra di un certo livello: Anthony Hopkins, Ed Harris, Evan Rachel Wood, per citarne alcuni, hanno le facce giuste per portarci ancora una volta tra le pieghe del dilemma tra natura e intelligenza artificiale, in questo caso intesa anche come via della perdizione e perdita dell’innocenza, o di ciò che ne resta. Un cast abbastanza forte da creare un sistema complesso, fatto di interazioni vincenti, un vero magnete per l’interesse del pubblico.

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Un po’ come raccogliere la sfida dei colossi di un genere, salire sul ring con Terminator o lo stesso Blade Runner, all’ombra del sempiterno 2001 Odissea Nello Spazio. Sto parlando delle specifiche del racconto perché in realtà il concetto di base, l’influenza della tecnologia sul nostro mondo a tanti livelli, non è più fantascienza già da un pezzo.

Però, ecco, auguriamoci che per quanto l’impianto si faccia fantasioso e bizzarro, anche in modo positivo, la scrittura dei personaggi conservi sempre un che di naturalistico e familiare. Che non si tratti di uno di quei prodotti in cui per esprimere, che so, il senso di solitudine, devi inquadrare il cielo per mezz’ora senza che succeda nulla o far parlare tutti col contagocce per far sentire il vuoto esistenziale che rintocca sullo sfondo.

Ci sono altri modi più elettrizzanti e incisivi, e più economici. Il cuore della macchina dev’essere sempre umano, altrimenti scatta la noia. Ovvio che non va bene neppure la seriaccia action che spreca tutti gli spunti più intelligenti in raffiche di inseguimenti, sparatorie e scazzottate, ma a occhio quel pericolo pare già scongiurato. Autunno, arriva presto.

Ready Player One

Non solo Indiana Jones: occhio a Ready Player One di Steven Spielberg

Io sono per lo Steven Spielberg di Indiana Jones, più che per quello in modalità Lincoln o altri film storici e impegnati. Non ho elementi oggettivi che dicano che quello più adventure sia il suo lato artistico migliore, ma mi piace che abbia costruito, una pellicola per volta, l’immaginario di un pubblico multi generazionale. Un lungo tratto di storia del Cinema, uno scenario condiviso per la fantasia collettiva, da Lo Squalo a Jurassic Park, passando per E.T. (che a me non è mai piaciuto) e Duel. Questo è il lato della filmografia in cui io vedo maggiormente le grandi peculiarità di questo Maestro.

Ecco perché, quando tempo fa è uscita la notizia del suo coinvolgimento come regista nell’adattamento di Ready Player One, ho sentito il click. Il romanzo cult di Ernest Cline parla di un prossimo futuro in cui la Terra versa in miseria nera e l’unica fuga da questa grama situazione è rappresentata da una realtà virtuale chiamata molto opportunamente Oasis, un gioco intriso di cultura pop anni ’80. In pratica, quello che arriva dalle cucine è un delizioso profumo di sense of wonder come si faceva trent’anni fa, nell’epoca di Ritorno al Futuro e Ghostbusters.

Spielberg quel sense of wonder ha contribuito enormemente a crearlo, ed è come andare in bicicletta. Player One suona un po’ come se il papà di Incontri Ravvicinati stesse per praticare un meraviglioso Inception nel proprio subconscio estendendo l’invito ad altri milioni di persone, per ridare corrente tutti insieme a una grande idea ora un po’ appannata. Non mi dispiace che nel corso della carriera abbia scelto di fare anche altro, di cimentarsi con le cose “serie” e i film da Oscar, a volte peraltro con notevoli risultati, ma se si parla di riavere indietro quella specifica scintilla, l’inconfondibile stampo sforna-miti di alto livello per tutti i palati, allora ci vuole lui. Anche perché, al momento, vere macchine del tempo non ne abbiamo, tranne quella di Saito. Ma lui non la presta a nessuno.

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Qualcuno dirà che bisogna lascarsi il passato alle spalle, e che gli anni ’80 sono diventati troppo modaioli e quindi troppo comodi. Posto che anche se fosse non sarebbe un problema, io credo invece che tornare adesso in quell’epoca possa produrre risultati ottimi e inediti, perché più passa il tempo più riusciamo a vedere le cose col giusto distacco, facendo così un bel film ambientato in quel periodo invece che un semplice revival autocompiaciuto. Ho perso il conto delle produzioni rovinate dal meta-cinema.

Probabile che al giorno d’oggi capiamo e comprendiamo meglio quel periodo storico, e siamo in grado di ambientarci storie con un punto di vista più complesso e sincero. Il Cinema va avanti, ma in qualche modo sembra di essere ancora nei mitici eighties, li possiamo vedere ovunque. Non a caso sequel e prequel di quei classici “giovani” sono all’ordine del giorno in ogni forma possibile, anche se quasi sempre con risultati un po’ molto vabbeh.

Il fatto poi che io rivoglia lo Spielberg sognatore e visionario non significa che mi faccia andare bene un Tin Tin qualunque, che non mi ha affatto convinto a partire dalla tecnologia utilizzata, con tutto il suo carico deresponsabilizzante: teniamoci stretti un minimo di leggi della fisica e di limiti ambientali, che sono utilissimi a educare e disciplinare il film fin dalla prima stesura dello script. Né ho apprezzato il lato più spielberghiano di Super 8. Insomma, non basta una teorema applicato per fare il botto, proprio per questo Ready Player One è un progetto molto ambizioso e impegnativo. E sì, con abbastanza rischi impliciti da farsi venire gli incubi.

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Il più minaccioso dei quali è che, con un film fantastico su cultura anni ’80 e realtà virtuale, in un’epoca in cui ogni messa in scena è possibile, ci si dimentichi di porsi qualche paletto necessario. Volendo, Ready Player One potrebbe essere trasposto in qualunque modo: una trilogia, uno dei tanti franchise senza fondo dei giorni nostri o anche una serie tv. Ma se si vuole realizzare un singolo film, magari anche come avvio promettente di qualcosa di più vasto, occorre fare delle scelte: su che mezzi usare, su quale storia raccontare, dribblando la sindrome sei-film-in-uno tipica dei blockbuster odierni.

Molti dibattono se un quinto Indiana Jones sia necessario, quando quello che conta è che Spielberg realizzi qualcosa di altrettanto ispirato ed emozionante, senza per questo fare il verso a se stesso; quello che occorre è anzi tornare nei luoghi delle origini con l’esperienza e la saggezza di un creativo navigato quale in effetti è. Le opere realizzate solo di pancia saranno più spontanee, ma presto rischiano di essere ripetitive. Inoltre, fare Cinema non è uno sport, la giovinezza non è affatto un requisito fondamentale.

L’unica mia preghiera è che la CGI sia usata il meno possibile, il perché lo si capisce grazie a Spielberg stesso: prendete Jurassic Park, e ditemi se il t-rex meccanico e solido del grandissimo Stan Winston non appare ancora oggi molto più convincente e impressionante di tutti i dinosauri digitali di Jurassic World. Il sentiero è sempre stato lì, non resta che percorrerlo più in profondità.

Stranger Things, arriva a luglio la serie tv più attesa del momento

Stranger-Things-poster  Stranger Things, arriva a luglio la serie tv più attesa del momento Stranger Things posterL’estate è la stagione delle scoperte e delle sorprese. Il magico periodo dell’anno in cui spesso ci imbattiamo in qualcosa che colpisce la nostra immaginazione e forse, in piccolo, ci cambia anche un po’ la vita. Uno dei miei libri preferiti di sempre l’ho scoperto proprio d’estate: Educazione di una canaglia di Eddie Bunker. Per non parlare dei capolavori del Re, Stephen King, o di certi film horror di culto pescati grazie alla mitica Notte Horror di Italia 1. Non è dunque un caso, forse, che stia per uscire nel cuore dell’estate, il 15 luglio, una serie tv che sta rappresentando in queste settimane il massimo dell’hype per gli appassionati delle serie tv: Stranger Things. Ideata da Matt e Ross Duffer, la serie è ambientata negli anni ’80 e ruota attorno alla scomparsa di un ragazzino che getta nel panico una placida cittadina di provincia dell’Indiana. Il drammatico evento innesca una reazione a catena che chiama in causa non solo la sua famiglia, impegnata in disperati tentativi di ritrovare il bambino, ma anche inquietanti teorie del complotto e forze soprannaturali. Horror, paranoia, mistero, fantascienza e atmosfere drammatiche: in Stranger Things c’è insomma tutto il classico pout-pourri di emozioni e suggestioni che ha reso grandi tanti film e serie tv degli anni ’80 (da Navigator a Invaders, da E.T. a Twilight Zone passando per Beetlejuice e Visitors). Protagonista Winona Ryder – volto iconico degli anni ’90 – nei panni della mamma Joyce. Ma il cast di stelle è ben più lungo e include Matthew Modine, Finn Wolfhard, David Harbour, Gaten Materazzo e Natalia Dyer, per citarne solo alcuni. Chissà se l’hype si rivelerà un fuoco di paglia destinato a dissolversi durante le otto puntate nelle quali si articola Stranger Things, o se la serie tv entrerà nel novero di quelle fantastiche “sorprese estive” capaci di regalarci stupore e meraviglia per gli anni a venire. Aspettiamo tutti con ansia la risposta. Intanto, qui sotto trovate il trailer. Per il resto, stay tuned.

 

The Predator Shane Black

Dalle stelle con furore: su The Predator e Shane Black

Riguardiamo per una volta Predator, anno 1987, con gli occhi del Predator (vabbeh, però senza la vista termica): un alieno potentissimo e con un equipaggiamento da far impallidire tutti i James Bond da Connery fino a Craig arriva sulla Terra da chissà quale lontano pianeta per una spensierata stagione di caccia grossa, già pronto a collezionare teschi e spine dorsali di poveri malcapitati, magari per ravvivare le mensole del salotto, e casca addosso proprio all’unico essere umano in grado di fargli un mazzo così: “Dutch” Schaefer/Schwarzenegger, of course. Quando la statistica diventa accademia. Comunque la pensiate, se fai considerazioni del genere vuol dire che la tua mente ha oziato davvero troppo dentro quella storia.

Il che vuol dire che forse è il caso che ammetti di avere già prenotato uno dei preziosissimi posti nella tua top ten di sempre. Non ho mai fatto lo spoglio delle altre posizioni, ma so che in quella sporca decina Predator, il primo film del franchise, c’è sicuramente. Qualcuno dirà che è solo un film d’azione, in realtà è sufficiente una visione a confutare questa critica: in Predator i primi piani sui volti dei personaggi, con tutte quelle espressioni di rabbia, terrore e dolore, sono fondamentali ingredienti dello show. Non è uno spensierato e ipercinetico pop-corn movie, ma un film avvincente e inesorabile su esseri umani che affrontano l’ignoto e la morte stessa. Irresistibile poi il nodo inestricabile tra action, horror e sci-fi, e la scioltezza con cui il plot svolta all’improvviso da film di guerra – o meglio di guerriglia – imboccando una strada nuova solo dopo una lunga introduzione, con un’escursione degna dello Psyco di Hitchcock.

Predator è anche uno di quei casi in cui nessun sequel o crossover ha lasciato un segno paragonabile al primo capitolo. Per intenderci, non è andata come per Alien. Ma la serie ha un asso nella manica: essendo incentrata su un villain mostruoso, il suo protagonista non sarà mai troppo vecchio per il ruolo, sotto il make up ci possono mettere infatti attori nuovi ogni volta. Come avviene ormai per molti cinecomic, è il costume la vera star del franchise.

Per dare senso a un sequel, però, occorre innanzi tutto avere le idee giuste, quindi trovare qualcuno che quelle idee le metta in pratica. The Predator, il prossimo film dell’alieno con sangue verde e mascherone, è finito in mano a Shane Black, che si è messo in luce ben prima di The Nice Guys. Black è l’uomo che ideò e scrisse Arma Letale, il che vuol dire che se oggi vedete un bel poliziesco o un bel buddy movie è molto probabile che lo dobbiate in buona parte a lui.

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Il buon Shane ha anche recitato nel primo Predator, però: era Hawkins, il nerd con la barzelletta sconcia sempre pronta nella super task force capitanata da Schwarzy. Come in Jurassic Park, hanno quindi scelto di riutilizzare una molecola del DNA originale per rilanciare il marchio, affidando il nuovo episodio a un regista che, quando lo senti parlare delle sue intenzioni riguardo a certi progetti, vorresti trasmetterlo a reti unificate: creare film evento, che si distinguano per la loro qualità, dare una scossa a un sistema ormai prevedibile. Aria di vecchia scuola, insomma, nel senso migliore del termine.

Non che io faccia affidamento sulle sole parole: anche ai tempi di Iron Man 3 sembrava che fosse in arrivo un cinecomic degno di nota, ma il prodotto finale mi è sempre parso nella media del genere, più forte nei singoli dettagli che nell’insieme. Ora, credo che Predator sia un franchise più selvatico e quindi più facile da gestire, con addosso meno pressione.

Una mitologia più elastica e duttile, a cui però gioverebbe la presenza di Arnold Schwarzenegger. Proprio così: a patto di non costruirgli attorno un semplice remix come Terminator Genisys, credo che il grande Arnold funzionerebbe alla grande in un ruolo di supporto, con poca o zero azione ma con tanto carisma, lo stesso che di recente ha mostrato in Sabotage, e la bravura vista in Contagious. La possibilità che l’icona austriaca partecipi esiste, dopotutto.

Non sto abbracciando la politica “solo brand collaudati”, sia chiaro. Ma bisogna guardare i fatti, e i fatti sono che un nuovo capitolo di Predator si farà. Aspettiamo trepidanti l’annuncio del cast, ma nel frattempo sappiamo che Shane Black lo dirige e co-scrive, e che vuol fare le cose per bene. Se esiste un modo di risollevare questa serie, o anche solo di fare un ultimo film che possa dirsi significativo, le premesse in cui speravate sono probabilmente queste.

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True Detective 2, e datecene ancora please

Quando ho visto la prima stagione di True Detective era già uscita da un po’, e praticamente ovunque la sentivo magnificare con un entusiasmo che, ben presto, mi ha fatto sorgere qualche dubbio. Comunque alla fine l’ho recuperata, e mi è piaciuta tanto. Ma forse non era quel capolavoro perfetto che molti dicevano. Certo aveva dei momenti degni di quella fama, ma per essere tutta perfetta di momenti come quelli doveva averne di più, e forse disposti in ordine più crescente. Però è anche vero che la perfezione assoluta non esiste, e se esistesse sarebbe comunque un problema perché chiuderebbe i giochi una volta per tutte. Poi è uscita True Detective 2, e sebbene accolta con favore, c’è chi ha parlato di delusione.

Poi l’ho vista anch’io, e tutto ciò che mi viene da chiedermi è: perché? Quale aspetto della stagione 2 sarebbe deludente? Dove sta il divario qualitativo rispetto alla prima? Non si può neanche criticare l’assenza di coraggio, che quando si parla di Cinema è un po’ la critica da intenditore, additando il sequel di aver cercato di replicare troppo da vicino le virtù cardinali dell’originale: infatti da due personaggi si passa a quattro, l’ambientazione è molto differente e il gioco si fa più vasto e trasversale. L’alone di romanticismo della stagione 1 sembra sfumare a questo giro, dove i protagonisti sono forse meno romanzati e il mondo appare decisamente più grande e crudele, un iceberg con la parte più minacciosa sempre sommersa e insondabile.

A me è parso invece che Nic Pizzolatto e i vari registi che si sono alternati al volante abbiano svolto un ottimo lavoro, regalandoci un altro giro di giostra sul miglior concetto possibile di serie tv. Non ho nulla contro le serie di qualità che accumulano tante stagioni, ma la capacità di saper dire no, di aprire e chiudere una storia nel giro di pochi episodi, non importa quanto riusciti siano i personaggi e quanto si sia affezionati a loro beh, è qualcosa che può pagare tanto.

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Oltre a questo format vincente, nella stagione 2 abbiamo degli attori talmente in parte che sembra abbiano fatto quello tutta la vita, con una menzione speciale per Colin Farrell: è sempre stato bravo, ma qui ha anche leadership da vendere. Come lui, anche Rachel McAdams, Taylor Kitsch e Vince Vaughn vivono questi personaggi scheggiati dal dolore al punto da diventare taglienti, armi bianche senza impugnatura, che feriscono tanto i nemici che le persone care.

La stagione 2 incastra fatti e conseguenze con una gestione del ritmo tale che ogni azione ha un carico emotivo e introspettivo e i dialoghi sono fatti di parole che fischiano come proiettili. Si può dire che forse, se ci fosse una stagione 3, si potrebbe considerare di non tornare a calcare la mano su tragedie e vissuti così deteriori, giusto per dare una svolta in più, che a volte diventa una scelta necessaria.

La trama è complessa ma non ruba mai la scena, funziona bene perché è sempre chiaro che le azioni e le conseguenze hanno una ragione personale e un peso, è una storia che si guarda dipanarsi con gli occhi dei protagonisti e non al di sopra delle loro teste. Non è la cronaca o la costruzione a stupire, quanto le sue implicazioni, sempre a metà strada tra il caso da risolvere e il dramma esistenziale.

Sarebbe paradossale se magari una serie così giovane e ancora promettente si trovasse a chiudere i battenti anzitempo, quando tante altre infilano episodi a decine senza aver più nulla da raccontare. Un finale anticipato richiamerebbe alla mente la sorte che ebbe Twin Peaks, presto interrotta ma non compiuta, anche se ora è riemersa dalle ceneri e si prepara a tornare in tv. Almeno True Detective è fatta, al momento, di due storie concluse.

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Rinunciare a un’antologia di questa levatura sarebbe un peccato, significherebbe perdere dei cast di lusso (non scordiamoci neppure la combo eccellente di Matthew McConaughey e Woody Harrelson) insieme al più felice connubio tra serialità televisiva e qualità cinematografica della messa in scena: difficile trovare sul piccolo schermo un bilanciamento così perfetto tra il meglio dei due mondi.

Tutto questo però non offre risposta ai miei quesiti iniziali. Non vedo ancora dove sia la delusione in True Detective 2, e sono felice di appartenere alla comunque folta schiera che lo ha apprezzato come e più della prima stagione. Per qualche ragione, è difficile accettare due capolavori con lo stesso marchio, forse è la paura inconscia di incoraggiare una sorta di dittatura culturale sul resto del panorama tv. O forse ha bruciato il fatto che Farrell, la McAdams e soci abbiano portato in scena uno show senza un rapporto umano forte e trainante come l’amicizia tra i detective Cole e Hart.

L’unica certezza è che la qualità del lavoro e dell’impegno non è affatto diminuita e che questi personaggi rimarranno in giro per le nostre menti ben oltre la fine dei titoli di coda. Lunga vita a True Detective, tra le altre cose la serie col titolo più bello di sempre, anche con un 2 accanto.

Wolverine, il supereroe a prova di reboot

Batman 5, Superman 3, Spiderman 3, Fantastici Quattro 2, Hulk 3… No, non è la tombola di Capodanno dei supereroi, ma il numero di attori che hanno vestito i panni di questi totem dell’immaginario collettivo. Il che non sarebbe neanche strano, se non fosse che molti di questi passaggi di testimone si sono verificati in pochi anni, quasi sempre con esiti deludenti. Eppure la filosofia ha attecchito, sicché a volte, in sala, ormai sembra di assistere a screening test piuttosto che a film fatti e finiti.

Il mondo dei cinecomic a Hollywood affonda le sue radici nella fine dello scorso millennio, e oggi è davvero impossibile occuparsi di Cinema popolare senza fare i conti col fenomeno. Un tipo di prodotto che è partito molto lentamente per poi scalare le marce a velocità esponenziale negli anni 2000, fino ai giorni nostri, in cui abbiamo la sensazione che il trend non finirà mai. In realtà, un simile flusso produttivo non sarebbe possibile senza giocarsi la carta del reboot, che permette a un personaggio di floppare (o per lo meno di non convincere) ma di rialzarsi quasi subito…con una faccia nuova sotto la maschera e, di solito, un cambio di gestione in sala comandi.

Ma c’è un’icona dei comics, tra le più popolari, che rappresenta un modo a parte di rapportarsi col genere: Wolverine. Dalla sua prima apparizione cinematografica, in X-Men, il mutante con gli artigli per tutto il mondo è stato solo Hugh Jackman. Diciassette anni, otto film (contando anche i cameo), una figura carismatica e viscerale che, seppure contestata da certe frange puriste, è rimasta piantata al centro di un enorme e affollato franchise diventandone il perno morale, e si prepara a tornare in scena per una (sembra) ultima avventura, Wolverine 3. Perché è così importante?

Perché, con centomila supereroi che non di rado condividono background e poteri molto simili, augurarsi che ognuno abbia il più possibile una personalità definita è l’aspirazione più logica e legittima del mondo. Laddove la scrittura dei fumetti risulta a volte omologata da tradizioni pluridecennali spesso, inevitabilmente, cicliche e copiative la presenza costante di un unico interprete, possibilmente di valore, contribuisce non poco a definire il personaggio e, come a volte avviene, aggiungere qualcosa al mito e dare una scossa di ritorno al fumetto stesso, un circolo virtuoso di arricchimento reciproco, che omologando i due media rischia di perdersi.

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L’attore contribuisce molto a “disegnare” il personaggio su grande schermo. Non è che per ogni supereroe ci siano decine di attori adatti, che abbiano l’aspetto, la bravura, il carisma e lo star power necessari. Sostituire un buon interprete troppo presto può essere un azzardo, si rischia di privare il Cinema della sua autonomia e della sua autorevolezza, scordando che un singolo film può avere sulla cultura pop lo stesso effetto di cento e forse mille albi a fumetti. Inoltre, sapere che un attore si affeziona al ruolo (ovviamente anche per convenienza) garantisce un certo impegno nel mantenerlo fresco e rilevante.

Che Jackman si impegni per me è palese in ogni momento che lo si vede su schermo, ma la conferma viene dalla qualità crescente dei suoi spin-off: Wolverine – Le origini funzionava appena (comunque molto meglio di certe Royal Rumble di gente in maschera che ora sfondano regolarmente il box office eh), ma il sequel diretto da James Mangold è un salto in avanti poderoso e uno dei migliori cinecomic da molti anni a questa parte, e si vede un radicale cambio di impostazione che certo non può essere dovuto al caso. Sapere che il terzo è in mano ancora a questi due signori non può che far sperare bene. Vedere un franchise che cresce invece di peggiorare non è così comune, anche se per chi parte sottotono è più facile.

Certo Wolverine è un personaggio tra i più cinematografici in assoluto: gli artigli e il fattore rigenerante lo mettono a suo agio tanto in film apocalittici quanto in storie hard-boiled. Un duro dal cuore tenero, longevo come un vampiro e disadattato come un samurai, capace di violenza inaudita e linguaggio forte senza mai andare fuori ruolo. Un eroe sì, ma di quelli che sanno fare paura.

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Ma anche un personaggio di questa statura rischia di perdere smalto e importanza se cambia pelle troppo spesso. Non si può pretendere, in un industria come quella di Hollywood, che un beniamino del pubblico appartenga per sempre a un solo attore, ma che almeno passino dieci anni tra una versione e l’altra beh, questo sì. Se qualche anno fa questa politica era ancora attuabile, adesso sarebbe a dir poco rivoluzionaria: il processo di serializzazione ha radicalmente trasformato il genere, i film sono diventati episodi che escono a intervalli di tempo minimi, e non si vedono pause all’orizzonte.

Dal paradosso alla figuraccia il passo è breve: diciassette anni di Wolverine-Jackman e scrivo questo post proprio quando sembra più vicino che mai il momento in cui il buon Hugh riconsegnerà gli artigli. Ma scriverlo anni fa non avrebbe avuto senso, visto il tema. Né tutto questo papiro significa che non riesca a immaginarmi nessun altro nel ruolo: Joaquin Phoenix sarebbe perfetto, se lo chiedete a me, e in Vizio Di Forma sfoggia pure un look che è Wolverine al 100%. Ma, a prescindere da chi sarà coinvolto, un giorno l’investitura di un nuovo interprete avverrà, certo, ma dopo un ciclo artistico compiuto.

Fatto sta che il caso Wolverine passa come un ufo in questo consumismo di facce e corpi, un gran bell’esempio di fedeltà a un brand che paga su tutti i fronti, la prova che da patti chiari nascono amicizie lunghe, che producono a loro volta grandi responsabilità. Come i grandi poteri.

Robert Englund tornerà in un nuovo film della saga di Nightmare?

L’idea, che certamente manderà in solluchero tutti i fan del ciclo horror su Freddy Krueger – il serial killer col guantone e il maglione a righe – arriva dalla Film Comic Con di Belfast, in Irlanda, dove lo stesso Englund si trovava in questi giorni in qualità di ospite. Proprio durante uno dei convegni ai quali era invitato, il buon Robert si è lasciato andare a una confidenza: “Mi piacerebbe interpretare un cameo in un nuovo Nightmare, magari nel ruolo del vecchio e burbero professore o del tizio del gruppo di ascolto che non crede ai racconti degli incubi fatti dalle vittime di Freddy. Penso che il pubblico lo troverebbe divertente”. E come non essere d’accordo?

474889486-robert-englund-attends-el-hormiguero-tv-show-850x560  Robert Englund tornerà in un nuovo film della saga di Nightmare? 474889486 robert englund attends el hormiguero tv showCon il suo carisma e la sua presenza scenica, Robert Englund è stato la spina dorsale della saga di Nightmare nonché azionista di maggioranza del suo successo planetario. Tra la metà degli anni ’80 e la metà degli anni ‘90, l’attore californiano si è guadagnato il titolo di re del cinema horror a stelle e strisce vestendo i panni dello psicopatico omicida nato in seguito allo stupro di una suora da parte dei pazienti di un manicomio. Poi, l’avvento di un cinema horror più logorroico, distratto e videoclipparo, emblema di una generazione preoccupata unicamente di soddisfare il proprio narcisismo con un fiume inarrestabile di chiacchiere autoreferenziali e con l’indulgere in ogni tipo di trasgressione esibizionistica, ha fatto tramontare il mito di Freddy e messo la parola fine a un’epoca gloriosa della cinematografia horror mondiale.

E a nulla è servito il tentativo, disastrosamente fallimentare, di rivitalizzare Nightmare nel 2010 aggiornandolo secondo i canoni e gli stilemi odierni grazie al remake diretto da Samuel Bayer. Un fallimento che lo stesso Englund ha motivato, durante il suo intervento alla Film Comic Con, così: “Nessuno dei protagonisti aveva quella spensieratezza e quell’ingenuità che sono fondamentali per creare un legame con lo spettatore. Per poter investire emotivamente in un personaggio, il pubblico ha bisogno di vederne l’evoluzione, il prima e il dopo. Invece loro si presentavano fin da subito come degli zombi perché già perseguitati da Freddy, e penso che questo sia stato un grosso errore di valutazione.” Ora, io non so se riproporre un nuovo Nightmare abbia più senso nel 2016. Si tratterebbe certamente di un salto nel buio, vista la necessità di adeguare registro e stile e il conseguente rischio di fare flop (come sei anni fa). Ma se Robert ci sta, io sono più che felice di saltare nel buio con lui.