Ready Player One

Non solo Indiana Jones: occhio a Ready Player One di Steven Spielberg

Io sono per lo Steven Spielberg di Indiana Jones, più che per quello in modalità Lincoln o altri film storici e impegnati. Non ho elementi oggettivi che dicano che quello più adventure sia il suo lato artistico migliore, ma mi piace che abbia costruito, una pellicola per volta, l’immaginario di un pubblico multi generazionale. Un lungo tratto di storia del Cinema, uno scenario condiviso per la fantasia collettiva, da Lo Squalo a Jurassic Park, passando per E.T. (che a me non è mai piaciuto) e Duel. Questo è il lato della filmografia in cui io vedo maggiormente le grandi peculiarità di questo Maestro.

Ecco perché, quando tempo fa è uscita la notizia del suo coinvolgimento come regista nell’adattamento di Ready Player One, ho sentito il click. Il romanzo cult di Ernest Cline parla di un prossimo futuro in cui la Terra versa in miseria nera e l’unica fuga da questa grama situazione è rappresentata da una realtà virtuale chiamata molto opportunamente Oasis, un gioco intriso di cultura pop anni ’80. In pratica, quello che arriva dalle cucine è un delizioso profumo di sense of wonder come si faceva trent’anni fa, nell’epoca di Ritorno al Futuro e Ghostbusters.

Spielberg quel sense of wonder ha contribuito enormemente a crearlo, ed è come andare in bicicletta. Player One suona un po’ come se il papà di Incontri Ravvicinati stesse per praticare un meraviglioso Inception nel proprio subconscio estendendo l’invito ad altri milioni di persone, per ridare corrente tutti insieme a una grande idea ora un po’ appannata. Non mi dispiace che nel corso della carriera abbia scelto di fare anche altro, di cimentarsi con le cose “serie” e i film da Oscar, a volte peraltro con notevoli risultati, ma se si parla di riavere indietro quella specifica scintilla, l’inconfondibile stampo sforna-miti di alto livello per tutti i palati, allora ci vuole lui. Anche perché, al momento, vere macchine del tempo non ne abbiamo, tranne quella di Saito. Ma lui non la presta a nessuno.

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Qualcuno dirà che bisogna lascarsi il passato alle spalle, e che gli anni ’80 sono diventati troppo modaioli e quindi troppo comodi. Posto che anche se fosse non sarebbe un problema, io credo invece che tornare adesso in quell’epoca possa produrre risultati ottimi e inediti, perché più passa il tempo più riusciamo a vedere le cose col giusto distacco, facendo così un bel film ambientato in quel periodo invece che un semplice revival autocompiaciuto. Ho perso il conto delle produzioni rovinate dal meta-cinema.

Probabile che al giorno d’oggi capiamo e comprendiamo meglio quel periodo storico, e siamo in grado di ambientarci storie con un punto di vista più complesso e sincero. Il Cinema va avanti, ma in qualche modo sembra di essere ancora nei mitici eighties, li possiamo vedere ovunque. Non a caso sequel e prequel di quei classici “giovani” sono all’ordine del giorno in ogni forma possibile, anche se quasi sempre con risultati un po’ molto vabbeh.

Il fatto poi che io rivoglia lo Spielberg sognatore e visionario non significa che mi faccia andare bene un Tin Tin qualunque, che non mi ha affatto convinto a partire dalla tecnologia utilizzata, con tutto il suo carico deresponsabilizzante: teniamoci stretti un minimo di leggi della fisica e di limiti ambientali, che sono utilissimi a educare e disciplinare il film fin dalla prima stesura dello script. Né ho apprezzato il lato più spielberghiano di Super 8. Insomma, non basta una teorema applicato per fare il botto, proprio per questo Ready Player One è un progetto molto ambizioso e impegnativo. E sì, con abbastanza rischi impliciti da farsi venire gli incubi.

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Il più minaccioso dei quali è che, con un film fantastico su cultura anni ’80 e realtà virtuale, in un’epoca in cui ogni messa in scena è possibile, ci si dimentichi di porsi qualche paletto necessario. Volendo, Ready Player One potrebbe essere trasposto in qualunque modo: una trilogia, uno dei tanti franchise senza fondo dei giorni nostri o anche una serie tv. Ma se si vuole realizzare un singolo film, magari anche come avvio promettente di qualcosa di più vasto, occorre fare delle scelte: su che mezzi usare, su quale storia raccontare, dribblando la sindrome sei-film-in-uno tipica dei blockbuster odierni.

Molti dibattono se un quinto Indiana Jones sia necessario, quando quello che conta è che Spielberg realizzi qualcosa di altrettanto ispirato ed emozionante, senza per questo fare il verso a se stesso; quello che occorre è anzi tornare nei luoghi delle origini con l’esperienza e la saggezza di un creativo navigato quale in effetti è. Le opere realizzate solo di pancia saranno più spontanee, ma presto rischiano di essere ripetitive. Inoltre, fare Cinema non è uno sport, la giovinezza non è affatto un requisito fondamentale.

L’unica mia preghiera è che la CGI sia usata il meno possibile, il perché lo si capisce grazie a Spielberg stesso: prendete Jurassic Park, e ditemi se il t-rex meccanico e solido del grandissimo Stan Winston non appare ancora oggi molto più convincente e impressionante di tutti i dinosauri digitali di Jurassic World. Il sentiero è sempre stato lì, non resta che percorrerlo più in profondità.

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  1. Reply Rob Lo 20 giugno 2016 at 14:08

    Ecco, Ready Player One sembra infatti una figata notevole e lo attendo con ansia. E’ di Indiana Jones che ormai non mi frega più nulla perchè il franchise è andato completamente a quel paese. Mi riguardo la vecchia trilogia e sto bene così.

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