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luglio 2016

L’inarrestabile M. Night Shyamalan: dopo il trionfo con The Visit ecco il nuovo horror Split

È dall’uscita di The Visit che inneggio forsennatamente al ritorno del grande M. Night Shyamalan. Più che di un ritorno, si tratta a mio parere di una vera e propria resurrezione. Dopo l’incredibile filotto di imbarazzanti flop inanellati dal regista di nazionalità indiana-americana tra il 2006 e il 2013 (ripetiamo insieme: Lady in the Water, The Happening, The Last Airbender e After Earth, arrghhhhh), il buon vecchio M. Night sembrava davvero spacciato.

E anche io, suo fan di vecchia data, non potevo fare a meno di sentire echeggiare nella mente le parole profetiche di Marcellus Wallace in Pulp Fiction (lui parla di pugili ma si può applicare tranquillamente a qualsiasi campo professionale): “Vedi, questa attività è stracolma di stronzi poco realisti che da giovani pensavano che il loro culo sarebbe invecchiato come il vino. Se vuoi dire che diventa aceto, è così; se vuoi dire che migliora con l’età, non è così”. Insomma, devo ammettere che anch’io, come tanti, mi ero ormai rassegnato all’idea che il culo di M. Night Shyamalan fosse diventato aceto.

Ma poi con il capolavoro The Visit ho dovuto ricredermi, avendo dinanzi agli occhi la prova che il culo di M. Night non è aceto, au contraire, è un pregiatissimo Chateau Lafite d’annata. Ma come? La prima cosa che mi è venuta da pensare è che M. Night abbia applicato alla lettera l’appello che Marcellus Wallace rivolge, in chiusura di conversazione, al pugile Butch Coolidge: “È l’orgoglio che ti blocca il cervello e te lo mette nel culo. Mettiglielo tu nel culo. L’orgoglio fa solo male. Non aiuta, mai! Supera certe cagate.”

Eh sì, la visione di The Visit fu la prova lampante che M. Night Shyamalan aveva decisamente “superato certe cagate” ed era tornato a fare sul serio. E ora, il trailer della sua nuova fatica Split mi conferma che il nostro eroe sta continuando in questo rinato e glorioso percorso all’interno del cinema americano. L’idea del film è incentrata su un tizio, interpretato da James McAvoy che bisogna dirlo ha una discreta cartola, il quale è affetto da un devastante disturbo dissociativo dell’identità. Nello specifico, sono ben 23 le personalità che lo abitano e che non lo lasciano stare. Al punto da convincerlo a rapire tre adolescenti indifese per dare sfogo alle sue psicosi incontrollabili.

Bene, diciamo subito che il film parte da una premessa discretamente cool. E vedere il trailer in cui McAvoy interpreta con disinvoltura uno psicopatico dall’aria insopportabilmente perfezionista, una distinta signora di mezz’età e un giovane campeggiatore dall’aria simpatica, non può che riempire di entusiasmo, aspettativa e stima per il “born again filmmaker” M. Night Shyamalan.

Belle sensazioni, che vengono rafforzate dal fatto che il team alla base di Split è lo stesso di The Visit (su tutti il produttore Jason Blum, un signore che per la cronaca ha fondato una delle case di produzione horror più cool in circolazione, la Blumhouse). Qui sotto potete vedere il trailer. E ora alziamo tutti insieme i calici per brindare al ritorno del grande M. Night.

 

Blair Witch 10 Cloverfield Lane

Blair Witch, 10 Cloverfield Lane e i vantaggi dei “sequel a sorpresa”

In che modo Internet e i social influenzano il Cinema? Semplice, coinvolgendo il pubblico in tempo reale in ogni fase della lavorazione, aggiornandolo e assorbendone le reazioni, una nuova gestione “democratica” di proprietà intellettuali (Superman, Star Wars, Star Trek e ogni altro mito pluridecennale fondato su carta o su schermo) che legalmente appartengono a pochi ma idealmente tutti sentono proprie. Ma è un bene?

Non tanto. Se parliamo di film making io sono per un assolutismo moderato, dove il regista/autore è il sovrano che dialoga sì con la produzione (a volte è chi ci mette i soldi che salva un titolo da derive artistoidi) e cerca di colpire il pubblico, ma accettando l’idea che il prodotto non potrà piacere a tutti, anzi, che non deve neanche provarci. Altrimenti è come un aereo in cui anche tutti i passeggeri vogliono tenere una mano sulla cloche: come credete andrà a finire?

Intanto che in cabina di comando ci vorrà un bel po’ di deodorante, ma poi gli esiti possibili sono due: o l’aereo si schianta oppure sta su, ma senza andare in alcuna direzione precisa, e le mie fonti mi dicono che il carburante non ha l’abitudine di durare in eterno. Ed ecco che salta fuori che The Woods, horror annunciato più di un anno fa, da pochi giorni si è rivelato come un sequel di The Blair Witch Project, il fenomeno che ha dato la stura a tutta la corrente found footage che parte da fine anni ’90 e arriva fino ai giorni nostri.

Blair Witch 10 Cloverfield Lane  Blair Witch, 10 Cloverfield Lane e i vantaggi dei "sequel a sorpresa" 1

The Blair Witch Project, oltre a sdoganare un cinema di intrattenimento dalla confezione molto casual era un film che funzionava bene. Un congegno a tensione fatto con due soldi, una camera a mano, un bosco e tante urla, nonché uno smodato ma vincente ricorso al vedo/non vedo (con netta prevalenza del secondo). Se il nuovo episodio, intitolato semplicemente Blair Witch, si può permettere di calare le carte e reclamare solo a ridosso dell’uscita lo stemma del casato, allora forse anche altri tipi di produzione potrebbero seguire l’esempio.

Dopotutto è quello che hanno fatto anche con 10 Cloverfield Lane, che solo in corsa è diventato membro della famiglia Cloverfield (prima si intitolava Valencia), continuando però a centellinare le informazioni da diffondere. Il fatto che siano entrambi prodotti a budget medio basso potrebbe far pensare che ai blockbuster questa mentalità resti estranea, se non fosse che dietro Cloverfield c’è J.J.Abrams, uno dei nomi più grossi di Hollywood, e un possibile link col circuito delle mega produzioni.

Si potrebbe obiettare che i primi fautori della “lavorazione di massa” siano… tutti i cittadini del pianeta: i blockbuster usano spesso grandi set all’aperto, trasformando qualunque passante in ogni angolo del mondo in un fotoreporter d’assalto. Il resto lo fa il bisogno impellente che molti hanno di condividere ogni cosa che rimanga impressa nel loro smartphone. Ma è un falso problema, difficile che una scazzottata o un inseguimento spoilerino qualcosa di importante, le scene davvero cruciali si girano più che altro in location blindate.

Blair Witch 10 Cloverfield Lane  Blair Witch, 10 Cloverfield Lane e i vantaggi dei "sequel a sorpresa" Dark Knight

C’è modo di testare quale strategia di marketing sia più remunerativa? Non saprei, ma mi piacerebbe tantissimo tornare alla modalità pre-2000, quando quasi tutto quello che la gente sapeva su un grosso blockbuster di settembre era reperibile in un pugno di articoli dati alle stampe due o tre mesi prima. Certo ci si giocherebbe l’aiuto da casa, il supporto interattivo del pubblico, ma se ne può fare a meno e compensare con un atto di fede, e le idee chiare.

Né è necessario fare finta che Internet non esista, al limite basta usarlo in altro modo. Invece che subissare di notizie sulla lavorazione, scatti rubati nei camerini del make up e indiscrezioni circa le più recondite intenzioni della produzione, largo a campagne virali che ti inseriscono nell’atmosfera del film ma senza svelarti troppe informazioni e immagini chiave, costruendo un cuscinetto virtuale col compito di distogliere l’attenzione dalle cucine e allo stesso tempo far pregustare il banchetto finale, e comunque ponendosi dei limiti. Quella per Il Cavaliere Oscuro rimane ancora oggi la più memorabile, che guarda caso mostrava poco del film vero e proprio e sempre in forma di evento.

Certo organizzare una bella campagna marketing costa di più che rilasciare una dichiarazione o twittare una foto dal set, ma non scordiamo i vantaggi del silenzio radio: questi sequel “a tradimento” viaggiano leggeri, arrivano come ladri nella notte, attizzano il pubblico con l’intrigo e lo soddisfano prima che subentri qualunque stanchezza. Fanno l’effetto di un regalo inaspettato, una vera sorpresa, e magari, chissà, evitano di costruire un hype spropositato per film che alla prova dei fatti non lo meritano, cioè quasi tutti. Speriamo che quello di Blair Witch e 10 Cloverfield Lane sia solo l’inizio di un nuovo trend, più creativo e meno gossipparo, che riporti attorno al Cinema l’alone di mistero necessario a farci sognare ancora.

Ghostbusters II

Il momento di riscoprire Ghostbusters II

Il nuovo Ghostbusters tutto al femminile diretto da Paul Feig ha riportato sotto i riflettori uno dei franchise la cui resurrezione era meno probabile, vuoi per l’ormai veneranda età dei vecchi protagonisti, vuoi anche per la scomparsa di uno dei pilastri della mitologia, il compianto Harold Ramis. Ma ormai si sa, dagli anni ’80 non si esce, al massimo si dimenticano per un po’, e quindi il marchio col celeberrimo “divieto di fantasmi” ora è di nuovo sulla bocca di tutti. E forse anche i vecchi pregiudizi, tipo quello per cui Ghostbusters II sarebbe inferiore all’originale.

Perché mai? L’ho sempre sentita questa storia, e non mi ha mai convinto nemmeno per un attimo. Cosa c’è che non va nel sequel dell’89? Cosa c’era di tanto migliore nel predecessore? Voglio dire, se ci guardiamo bene possiamo effettivamente convenire che la formula sia stata un po’ riciclata, rimettendo i protagonisti nella stessa condizione iniziale del primo film: un pugno di eccentrici e simpatici falliti in una New York troppo facile a dimenticare i suoi salvatori. Va bene, l’idea originale rende più prezioso il film che l’ha introdotta, ma il divario si ferma lì.

Certo Ghostbusters II non è un semplice remake in camuffa. La love story in panne tra Venkman e la sua Dana Barrett/Sigourney Weaver, la caduta in disgrazia dei protagonisti, tutto ci parla di una storia che continua e che in qualche modo invecchia e riflette su se stessa. Il personaggio di Bill Murray poi, ancora più che nel primo film, esaspera lo scollamento all’interno della squadra, sparigliando tutte le possibili noiose simmetrie nelle dinamiche del gruppo: lui è uno dei fondatori della banda ma allo stesso tempo ci crede il giusto, si lascia coinvolgere di meno a livello sentimentale (quel fronte è tutto occupato dalla sua ex), certo molto meno dei suoi commilitoni Ray e Igon, che sono dei nerd senza speranza persi nella loro eterna indagine dell’occulto.

Nossignore, Peter Venkman non rientra in questo gioco. Lui somiglia per certi versi alla Dana Scully di X-Files: per quanto faccia esperienza diretta di misteri irrisolvibili, per quanto combatta spesso corpo a corpo contro mostri di ogni tipo e venga a contatto con gente toccata da esperienze quantomeno inspiegabili, rimane in qualche modo fuori dall’ordine di idee di vivere in un mondo in cui il paranormale è molto più normale del previsto, o almeno fuori dall’idea che ciò conti qualcosa.

Ghostbusters II  Il momento di riscoprire Ghostbusters II GB

Se questa illogica ostinazione in X-Files caratterizza il personaggio nel suo rapporto col collega Mulder e permette quindi di portare avanti la serie a oltranza grazie alla tensione tra i due caratteri (bisogna vedere poi con che risultati), in Peter Venkman/Bill Murray lo scetticismo serve a far desiderare dagli spettatori che l’iconico scienziato rientri nei ranghi: i suoi colleghi hanno la competenza e la pervicacia, ma la leadership è tutta sua, e la band non lavora bene finché il frontman non torna al suo posto.

Ma anche il resto del film funziona a dovere tutto intorno. Il fiume di melma sotto la città, il processo in tribunale con l’esilarante performance dell’amico Louis, il maestro Janosz con la sua parlata pericolante. Senza tralasciare il villain principale, Vigo il Carpatico, il cui ritratto sfoggia una presenza scenica realmente sinistra ma senza sminuire il puro divertimento veicolato dalla pellicola, che per certi versi era comunque molto avanti, con un auto citazionismo consapevole e una democratica messa in discussione degli eroi da parte dell’opinione pubblica che oggi sono all’ordine del giorno, e in chiave molto più seriosa.

Mica prendersela a male per il finale tamarro con la Statua della Libertà. Già il primo film si tuffava di testa in un terzo atto esagerato da qualunque lato lo si volesse vedere, con la differenza che nel sequel la messa in scena è monumentale (letteralmente!), e forse leggermente più epica. In Ghostbusters II non c’è passo indietro che non si riduca alla ripetizione delle caratteristiche vincenti del primo, ma non senza gustose variazioni sul tema, e se possibile ancora più ironia. D’altra parte, non è il tipo di serie in cui pretendere sempre maggior spessore psicologico o altre svolte improbabili.

Se stronchiamo questo dobbiamo stroncare una marea di sequel odierni, e non so quanto il pubblico sia disposto a farlo. Sono passati 27 anni e Ghostbusters II non ha perso un colpo in termini di risate e spettacolo, restituendoci i protagonisti con la loro chimica travolgente e memorabile. Prima dell’uscita del nuovo capitolo potrebbe valer la pena riguardarsi il precedente, è la volta buona che lo riabilitiamo, soprattutto perché è legato al primo film in modo vincente e armonioso, una sola festa spensierata e scanzonata con un sempre perfetto bilanciamento tra comicità e avventura.

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Terminator Terminator 2

Otto ragioni per cui Terminator è meglio di Terminator 2

Magari siete tutti lì in attesa spasmodica dei prossimi Avatar, ma per quello che mi riguarda io considero ancora il primo Terminator, 1984, come il capolavoro di James Cameron, cioè il capolavoro di un regista che ha quasi sempre oscillato tra film buoni e filmoni, compreso Titanic, l’ultimo grande tassello della sua carriera al momento, un tale successo che, in una realtà parallela, sarebbe un franchise con venti sequel se solo non fosse ontologicamente impossibile. Puoi anche fare tre Avatar in pochi anni ma di Titanic nella vita ne giri uno solo.

Ma io considero il suo capolavoro Terminator, dicevo, e il fatto che abbia deciso di usare come termine di paragone Terminator 2 vi fa capire quanto reputi anche quello una grande opera, che però sposta leggermente il focus del primo film in direzione più spettacolare ma meno concentrata, quasi anticipando le guerre tra superuomini di tanti blockbuster odierni, ponendo molta attenzione sulla forma e la resa degli effetti, laddove nel primo episodio certe macroscopiche carenze tecniche erano comunque inghiottite da una narrazione vibrante, schiacciante, inesorabile.

A ogni modo, ecco le otto ragioni per cui ritengo Terminator superiore a Terminator 2.

1) La chiave del film originale è “tenere la distanza”: lo spettatore è sempre sulla corda perché sa che se il Terminator arriva corpo a corpo con Reese e Sarah questi ultimi non hanno alcuna possibilità di rivedere l’alba. Non a caso l’unica volta che succede è quando il T-800 è ormai un rudere che si trascina, e anche così… Nel secondo si passa al più banale “vediamo chi picchia più forte”, mentre nel primo c’era ancora una concezione vulnerabile dell’eroe, uno che non è all’altezza della situazione ma ce la mette tutta comunque, contro tutti i pronostici.

Terminator Terminator 2  Otto ragioni per cui Terminator è meglio di Terminator 2 t1000

2) Nel primo film Arnold Schwarzenegger sparisce totalmente nel personaggio, con un lavoro di immedesimazione mai abbastanza sottolineato, come se Cameron nascondesse un armadio piazzandolo al centro della stanza. Fate la prova, ditemi se vi sembra lo stesso attore di Predator o Commando, tanto per stare in quegli anni lì. Nel secondo la sua performance comincia a trasudare umanità e simpatia, perde fiction per strada, più Arnold e meno Terminator, e anche il suo vestiario e il modo stesso in cui gli si sfigura il volto sembrano molto più studiati e “piacevoli” alla vista. Del resto è quello che la storia richiedeva.

3) Il tema musicale è lo stesso ed è diventato un marchio di fabbrica del franchise fino a oggi, ma la versione tutta sintetica del primo film è la più secca e tesa, nel secondo già è più spalmato e melodrammatico, sempre figo ma con un arrangiamento un po’ più, per così dire, alla Vento di Passioni. Mettetevi lì e riascoltate entrambe le versioni a occhi chiusi. Quale delle due vi racconta meglio di un cyborg assassino che proviene da un futuro da incubo?

4) Con tutta la simpatia per Robert Patrick, il T-1000 non fa paura come il T-800.

5) Concettualmente, il T-1000 ha una sorta di problema all’interno del film: non si riesce mai a metterlo in relazione con le visioni del futuro (nelle quali infatti non si vede mai niente di simile) da cui proviene, tutto l’aspetto del metallo liquido lo rende un villain quasi più fantasy che sci-fi, lontano dal tema tecnologico così ben rappresentato invece dal più grezzo T-800. Un villain del genere rischia di essere troppo definitivo, troppo perfetto, ed è un po’ il problema della CGI rispetto agli effetti speciali reali.

Terminator Terminator 2  Otto ragioni per cui Terminator è meglio di Terminator 2 terminator movie still 1

6) Manco a dirlo, il primo film ha un vantaggio determinante su tutti gli altri, compreso il 2: porta in scena l’idea e, dato che la racconta con tempi e modalità eccellenti, rende tutti i sequel più o meno ripetitivi. Un po’ come Rocky. Paradossalmente Terminator Salvation, pur essendo un film molto inferiore, fa alla base una mossa più creativa di quanto non faccia T2.

7) Con un budget tipo paghetta settimanale il primo film riesce a essere tanto visionario e apocalittico quanto il successore, costato molto di più e forte di tutta l’esperienza di un regista, a quel punto della carriera, già molto navigato. Non ho niente contro i film ad alto budget, ma per un aspirante cineasta è più utile studiarsi Terminator che Terminator 2.

8) L’uso dello spazio, la scelta di campo. Los Angeles è una megalopoli sterminata, che spesso a Hollywood e dintorni diventa, in varie salse, lo scenario prediletto per storie tetre: da Heat a Blade Runner a… (500) giorni insieme, ma gli esempi sarebbero infiniti. In Terminator la Città degli Angeli è vissuta come un labirinto, visualizzata in modo caratterizzante, un’area sterminata resa claustrofobica come un ascensore guasto incastrato tra due piani. E allo stesso tempo girare quei meravigliosi inseguimenti tutti ad altezza d’uomo, una forza dinamica spaventosa. Tutta questa energia da contenimento nel secondo film si disperde, con la storia che a un certo punto lascia la città per il deserto.

Ma non per questo vorrei altri sequel o prequel, neppure se li girasse Cameron in persona. Una cosa che il franchise ha dimostrato è che esistono idee narrative talmente valide che il tempo riesce a migliorarne solo la resa tecnologica. Umani 1 – macchine 0, palla al centro.

Sangue, terrore e ultraviolenza nel trailer di 31, nuovo horror di Rob Zombie

Rob Zombie è giustamente accreditato come il re dello slasher horror “sudista”, quello legato a doppio filo all’anima country dell’America “profonda”: film che quando li guardi ti pare di sentire in sottofondo i fieri e incalzanti riff di chitarra dei Lynyrd Skynyrd e ti immagini di essere seduto in un diner di provincia a gustare pane di mais, pollo fritto e maiale sfilacciato mentre le motoseghe entrano in azione sullo sfondo causando dolori indicibili e urla al di sopra di qualunque tolleranza acustica.

Zombie31  Sangue, terrore e ultraviolenza nel trailer di 31, nuovo horror di Rob Zombie Zombie31Questo titolo, va detto, Rob se l’è guadagnato fin dal fulminante esordio con la casa dei 1000 corpi, confermandolo con l’ottimo sequel La casa del diavolo. La capacità di mescolare violenza e perversione a gustosi scenari country-rock è senza dubbio un talento innato di Rob Zombie che di recente ha mandato i suoi fan in brodo di giuggiole con il trailer dell’ultima fatica 31, horror ultraviolento realizzato grazie a un’operazione di crowfunding che ha coinvolto i tanti seguaci del regista, e che uscirà nelle sale in edizione limitata a settembre 2016.

La storia di 31 è semplice e devastante come un colpo d’ascia: cinque lavoratori addetti di un luna-park vengono attirati in una località isolata da un gruppo di clown psicopatici e sanguinari che li costringono a una micidiale gara di sopravvivenza tra torture inaudite e trappole frutto di un sadismo oltre ogni limite. Il cast è di tutto rispetto e include, tra gli altri, la moglie di Rob, Sheri Moon Zombie e il mito vivente Malcolm McDowell (l’Alex DeLarge di Arancia Meccanica). Qui sotto trovate il trailer, un’esplosione di angoscia e tensione che sembra proprio il preludio ad un piccolo grande capolavoro dell’horror indipendente.

Doctor Strange Marvel

I superpoteri più adatti al Cinema: Doctor Strange

Piccolo test per vedere se siete persone previdenti: se poteste scegliere un superpotere da possedere, quale sarebbe? Potete pensarci, prendetevi tutto il tempo che volete, l’importante è fare la scelta giusta. Ma qualunque cosa scegliate assicuratevi che un domani venga bene in un eventuale film, altrimenti scordatevi pure una trasposizione delle vostre gesta su grande schermo. O almeno una di classe. Abbiamo parlato diverse volte dei problemi dei cinecomic, vale a dire del 50% e forse più dei blockbuster odierni. Questo entra nel novero, i superpoteri sono molto fighi disegnati sulla carta ma quando li porti al Cinema rischiano di andare troppo sopra le righe, e da lì alla rovina il passo, ancorché non obbligato, è breve. Doctor Strange sembra aver fatto tesoro di questa lezione.

Non è così difficile immaginare che i personaggi meno blasonati della Marvel e della DC possano offrire l’occasione per film più creativi e diagonali, meno canonici. Quando guardiamo un trailer degli Avengers o di Batman V Superman in termini di azione vediamo per lo più cose in linea con quello che ci aspettiamo, tra cui gente in costume che si picchia molto forte e cose che esplodono. Quando vediamo il trailer di Doctor Strange cosa ci ricorda?

A me ricorda più Batman Begins, certo non il solito cinecomic, e Inception, certo non il solito blockbuster, e non è affatto un male. Non è questione di copiare qualcosa, ma di ispirarsi per un’impostazione un po’ diversa, qualcosa che permetta di usare un film ad alto budget per esplorare qualche aspetto un po’ atipico di ciò che definiamo “spettacolare”. Scoprire che un palazzo lo puoi far collassare in mille pezzi, sì, ma anche semplicemente spostarlo o capovolgerlo, in modo da destabilizzare lo spettatore, regalargli il brivido di una vertigine, invece che fare il solito strike con i grattacieli per sentire il pubblico esultare a pieni polmoni come dagli spalti di uno stadio.

Quando poi di palazzi ne sposti a decine in un colpo solo, descrivendone i movimenti con precisione ed eleganza, conservando una geometria del caos, ecco che hai tutta una gamma di possibilità visive e suggestive che prima quasi non credevi esistessero. Se poi a tutta questa riorganizzazione dello spazio aggiungi un nuovo modo di collocare personaggi e oggetti allora il tuo esperimento acquista una terza dimensione spendibile in termini narrativi e non solo decorativi, poiché le città capovolte e i mari aperti costringono i protagonisti a comportarsi in modo differente. Il trailer di Doctor Strange fa quest’effetto, grazie anche a qualche scelta leggermente più paradossale del solito, tipo riprendere questi scenari cangianti e fluidi con una fotografia ultra realistica.

Doctor Strange Marvel  I superpoteri più adatti al Cinema: Doctor Strange doctorstrange41316

Quando ricorri ai trucchi digitali la nitidezza nel mostrare le cose diventa l’unica ancora alla realtà, la barriera definitiva tra il live action e l’animazione pura, l’unico modo di giocare pulito se approcci una materia tutt’altro che realistica. Se poi si vedono lampi di Batman Begins e Inception non stai solo alzando la posta in gioco, ma stai anche avvisando il pubblico che può coltivare delle aspettative alte sul tuo prodotto. Lo stesso Benedict Cumberbatch ha detto che ci aspetta un film Marvel differente e innovativo.

Non è male che in Doctor Strange il concetto diventi più filosofico alla Matrix, e dal trailer sembra che la magia sia molto più importante e presente dalle mazzate pure e semplici. Quando si prendono i mezzi di uno studio potente e li si adopera per cercare di fare qualcosa di diverso, beh trovo che il gioco diventi molto interessante. Quando anche il cast viene assemblato seguendo criteri un po’ meno ovvi e piazzando le facce giuste nei ruoli giusti, allora le cose vanno anche meglio.

Mads Mikkelsen è, oltre che una scelta non scontata, un ottimo attore; Rachel McAdams dopo True Detective 2 è una garanzia qualunque ruolo le venga affidato, e sarà straniante rivederla nei panni di una persona che si presume essere compassionevole. Per Cumberbatch il dubbio non è sulla bravura, quanto su come renderà il carisma necessario a un personaggio dei fumetti non dei più popolari, che dovrebbe reggere buona parte del film (e del franchise). Sarebbe bello anche che riuscisse a non farsi rubare la scena dal villain, come a volte succede in questo tipo di prodotti. Ma soprattutto non avrei mai immaginato di vedere questi attori tutti nello stesso film. La cosa promette bene. Chiaro che il film fa ancora a tempo a tradire tutte queste aspettative, non sto dicendo che l’upgrade sia ormai certo.

Comunque tutta questa faccenda di puntare il dito appena si vede un riferimento diverso dal solito, quasi che sia un peccato avere ambizioni più alte, è uno dei più grandi controsensi che scattano in un certo tipo di spettatore, che se gli propini sempre la solita minestra non dice niente, ma se vede qualcosa di più insolito comincia a parlare di scarsa originalità. Lasciamoci tutto questo alle spalle, e vediamo dove ci porterà questo Doctor Strange.

10 Cloverfield Lane J.J.Abrams

Tutti a scuola da J.J.Abrams: 10 Cloverfield Lane, la recensione

L’idea di prendere Cloverfield e farne un’antologia di racconti “autonomi” è stata una delle mosse migliori che J.J.Abrams, qui produttore e già demiurgo di tanti fenomeni tra cui Lost e il refresh di Star Wars e Star Trek, e la sua Bad Robot potessero fare. Non solo perché in un istante ha legittimamente smontato l’ennesimo soufflé pronto a lievitare in decine di sequel dei nostri tempi, conservando comunque un affascinante e più variamente spendibile legame sotterraneo (letteralmente!), ma anche perché ha ribadito un sistema virale e interattivo di coinvolgere lo spettatore basato sul mistero invece che sulla continua fuga di notizie. Cloverfield finora è un codice ricorrente ma criptato, con un’unica certezza: ci ha regalato due film su due fatti con grande amore per il Cinema e per il pubblico. 10 Cloverfield Lane, nello specifico, è una storia da rimanerci sotto.

La classica paranoia da apocalisse nucleare diventa un pretesto per chiudersi a lungo in un rifugio antiatomico ultra attrezzato dove, a parte le ovvie faccende di casa, non puoi fare altro che cercare di divertirti e far passare il tempo, perché quello che sai, quello che ti dicono, è che là fuori tutto ciò che conoscevi non esiste più, o meglio non è più praticabile: se avevi delle persone care, se avevi dei nemici, se avevi questioni in sospeso o qualunque tipo di problema con chicchessia ora quella persona è morta o sta comunque messa molto male. Tabula rasa.

il racconto flirta, complice l’assenza di connessione a internet e del segnale tv, con la tentazione dell’oblio da ogni responsabilità e dal passato senza mai averla scelta, il mondo misura qualche decina di metri quadri e riparte da zero. In cambio devi accettare di fidarti di qualcuno che la tua fiducia non credi la meriti poi tanto, e di viverci assieme.

Per il resto, Il bunker di Howard/John Goodman è un piccolo paradiso nerd: giochi da tavolo, provviste di ogni tipo, un juke-box d’epoca pieno di dischi, dvd in abbondanza, un arredamento vintage full optional (a cui per ovvie ragioni manca solo il cielo azzurro fuori dalle finestre) e, beh…aria respirabile, forse l’ultima rimasta sul pianeta. Ottime ragioni per stare al gioco. Ma allo stesso tempo la sceneggiatura continua a gonfiare e sgonfiare il dubbio con la cadenza ansiogena di un respiratore artificiale, e ogni soffio passa nello sguardo di Mary Elizabeth Winstead, che nello stesso fotogramma rende la sua Michelle vulnerabile, solida, erotica e pericolosa.

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10 Cloverfield Lane è un confortevole riparo dal grande dilemma tra blockbuster ricchi e monotoni e film a basso budget seri ma senza immaginazione e risonanza. Dentro a una piccola location, dentro a un mini cast di appena tre personaggi, il regista Dan Trachtenberg nasconde una stridente sinfonia di scavi psicologici immersi in una tensione hitchcockiana, un angusto plastico laccato e crudele in cui uomini e donne usano talvolta il carisma, talvolta la seduzione e il terrore per ottenere ciò che vogliono, insieme o gli uni contro gli altri.

In un mondo perfetto, a un regista che sforna un primo lungometraggio di tale efficacia verrebbe presto affidato qualche grosso titolo in cerca di visibilità o redenzione, speriamo che sia questo il caso. Trachtenberg gestisce bene tutte le risorse di cui dispone, alleva la psicosi senza sosta o pentimenti, con tre protagonisti azzeccati fino al midollo: la convivenza forzata di due uomini e una donna che non si conoscono e la differenza di età tra Goodman da una parte, la Winstead e John Gallagher jr. dall’altra contribuiscono all’ambiguità, con cui questa piccola grande odissea sepolcrale si pasticcia la bocca e il bavaglino.

10 Cloverfield Lane mostra tanto e allude a tantissimo, in una proporzione aurea che tanti film danno per scontata o che sbagliano di default, scartando la strada del solito esercizio di stile che si pone limiti di location e personaggi per poi metterli in conto al pubblico, mentre qui ogni privazione eleva a potenza l’intensità: anche le pareti, le luci e gli oggetti di scena sono chiamati a “recitare”, e in ogni stanza ha luogo un diverso episodio, una diversa fase della vicenda. Allo spettacolo non manca nulla, la prova è che la parte meno riuscita è proprio quella che si svolge fuori dal bunker.

Leggero offuscamento che viene presto dimenticato. Cloverfield è un marchio venuto dal nulla che al momento vanta un’affidabilità del 100%, e che ha un sacco di promesse ancora nascoste nel cilindro. Dopo la New York a cielo aperto e il rifugio sotterraneo il prossimo giro potrebbe portarci ovunque, regalarci tanto una storia ambientata nello spazio che a bordo di una nave da guerra o chissà dove; con questi presupposti ogni attesa varrà la pena.

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Sully Clint Eastwood Tom Hanks Imax

Sully, Tom Hanks, Imax: Clint Eastwood di nuovo pronto al decollo

Va bene, è uscito il trailer del nuovo film di Clint Eastwood, Sully, e tutti si sono giustamente precipitati a guardarlo. Noi più che altro cogliamo l’occasione per fare il punto su perché è importante continuare a guardare i film del grande Clint. Prendete questo Sully: un film che si prospetta solido e vincente, la storia vera del cosiddetto Miracolo sull’Hudson, un magnifico salvataggio di un aereo passeggeri senza perdere neanche un’anima, con a capo del cast un attore leggermente inossidabile come Tom Hanks. Per giunta affiancato da un altro che meriterebbe una carriera anche più luminosa, Aaron Eckhart, e da una veterana di quelle serie e affidabili, Laura Linney. E dietro la macchina da presa, ovviamente, Clint Eastwood, l’autore, molti lo definiscono così. Anche se forse è qualcosa di più.

Perché forse Clint ha iniziato a calcare le scene prima che tutta questa faccenda dell’essere autori diventasse così importante. Ha attraversato i decenni come una macchina del tempo, ha bazzicato così tanti generi e tematiche, ha variato i registri, ha lavorato con centomila attori, quasi sempre spingendoli a prove da dieci e lode. Ora ha 86 anni, e continua a creare in modo incessante. Come si fa a individuare una vena autoriale forte e persistente lungo un cammino di vita così sterminato?

Certo, volendo potremmo metterci lì a rinvenire tracce di un percorso unitario, ma con una produzione così vasta il risultato sarebbe oltremodo limitante, buono per una tesina dell’università, non certo per rendere giustizia a questo gigante del Cinema. Credo che molti autori, in realtà, vorrebbero semplicemente essere considerati dei Clint Eastwood.

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Personalmente non lo metterei mai nello stesso campionato con Tim Burton, Quentin Tarantino o altri nomi dalla poetica e dallo stile così immediatamente riconoscibili. Sapremmo dire quale indiscutibile caratteristica accomuna, che so, Firefox, Gunny, La recluta, Gli Spietati, Un Mondo Perfetto, Gran Torino e Jersey Boys? A prescindere dal fatto che ci sono alti e bassi come è logico che sia, il suo modo di agire e di selezionare le storie è quello, più che di un autore, di un grande narratore, quasi di un reporter: non solo per la varietà degli spunti, ma perché non disdegna, alla sua veneranda età, di mettersi in gioco con drammi ad alto tasso di spettacolarità: ora tocca a un ammaraggio di un aereo nel fiume Hudson, qualche anno fa allo tsunami di Hereafter. Eastwood sarebbe un perfetto corrispondente da una zona di guerra. Per Sully si è anche preso il disturbo di girare nel nuovo IMAX digitale.

L’IMAX non è una novità: quello a pellicola lo associamo a pochissimi registi, gente come J.J.Abrams e Christopher Nolan, abituata a maneggiare brand e budget enormi e con un’età media che è circa la metà di quella di Eastwood, il quale però ha evidentemente colto l’occasione dell’ultimo ritrovato della ditta per girare una storia che sembra invocare a gran voce una qualità superiore. Gli incidenti aerei al cinema non sono mai mancati, e alcuni sono al centro di scene e film molto validi, vedi alla voce Flight o Castaway, entrambi per gentile concessione di un altro narratore d’eccezione: Robert Zemeckis. Eastwood, come il padre di Ritorno al Futuro e Chi ha incastrato Roger Rabbit, ha perso le chiavi della sua zona di comfort, anche perché forse nemmeno ce l’ha.

Tutta roba che fa pensare che il suo percorso artistico non sia affatto finito. Lui fa quello che tanti film non fanno, rendere conto di ogni minuto a disposizione, invece di arrendersi al virus dei tempi morti. Sully mette sul piatto una storia vera recentissima, un cast assemblato in modo inedito, una freschezza nell’immagine che sa di tutto meno che di un cineasta in là con gli anni. Non perché debba nascondere la sua età, tutt’altro, ma perché un regista sa che il suo posto è dietro le quinte, da dove può servire meglio il film, a differenza di altri colleghi che però arrotondano volentieri facendo pure i personaggi. Clint Eastwood non fa l’icona, lo è diventato a forza di vivere e girare.

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