Ghostbusters II

Il momento di riscoprire Ghostbusters II

Il nuovo Ghostbusters tutto al femminile diretto da Paul Feig ha riportato sotto i riflettori uno dei franchise la cui resurrezione era meno probabile, vuoi per l’ormai veneranda età dei vecchi protagonisti, vuoi anche per la scomparsa di uno dei pilastri della mitologia, il compianto Harold Ramis. Ma ormai si sa, dagli anni ’80 non si esce, al massimo si dimenticano per un po’, e quindi il marchio col celeberrimo “divieto di fantasmi” ora è di nuovo sulla bocca di tutti. E forse anche i vecchi pregiudizi, tipo quello per cui Ghostbusters II sarebbe inferiore all’originale.

Perché mai? L’ho sempre sentita questa storia, e non mi ha mai convinto nemmeno per un attimo. Cosa c’è che non va nel sequel dell’89? Cosa c’era di tanto migliore nel predecessore? Voglio dire, se ci guardiamo bene possiamo effettivamente convenire che la formula sia stata un po’ riciclata, rimettendo i protagonisti nella stessa condizione iniziale del primo film: un pugno di eccentrici e simpatici falliti in una New York troppo facile a dimenticare i suoi salvatori. Va bene, l’idea originale rende più prezioso il film che l’ha introdotta, ma il divario si ferma lì.

Certo Ghostbusters II non è un semplice remake in camuffa. La love story in panne tra Venkman e la sua Dana Barrett/Sigourney Weaver, la caduta in disgrazia dei protagonisti, tutto ci parla di una storia che continua e che in qualche modo invecchia e riflette su se stessa. Il personaggio di Bill Murray poi, ancora più che nel primo film, esaspera lo scollamento all’interno della squadra, sparigliando tutte le possibili noiose simmetrie nelle dinamiche del gruppo: lui è uno dei fondatori della banda ma allo stesso tempo ci crede il giusto, si lascia coinvolgere di meno a livello sentimentale (quel fronte è tutto occupato dalla sua ex), certo molto meno dei suoi commilitoni Ray e Igon, che sono dei nerd senza speranza persi nella loro eterna indagine dell’occulto.

Nossignore, Peter Venkman non rientra in questo gioco. Lui somiglia per certi versi alla Dana Scully di X-Files: per quanto faccia esperienza diretta di misteri irrisolvibili, per quanto combatta spesso corpo a corpo contro mostri di ogni tipo e venga a contatto con gente toccata da esperienze quantomeno inspiegabili, rimane in qualche modo fuori dall’ordine di idee di vivere in un mondo in cui il paranormale è molto più normale del previsto, o almeno fuori dall’idea che ciò conti qualcosa.

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Se questa illogica ostinazione in X-Files caratterizza il personaggio nel suo rapporto col collega Mulder e permette quindi di portare avanti la serie a oltranza grazie alla tensione tra i due caratteri (bisogna vedere poi con che risultati), in Peter Venkman/Bill Murray lo scetticismo serve a far desiderare dagli spettatori che l’iconico scienziato rientri nei ranghi: i suoi colleghi hanno la competenza e la pervicacia, ma la leadership è tutta sua, e la band non lavora bene finché il frontman non torna al suo posto.

Ma anche il resto del film funziona a dovere tutto intorno. Il fiume di melma sotto la città, il processo in tribunale con l’esilarante performance dell’amico Louis, il maestro Janosz con la sua parlata pericolante. Senza tralasciare il villain principale, Vigo il Carpatico, il cui ritratto sfoggia una presenza scenica realmente sinistra ma senza sminuire il puro divertimento veicolato dalla pellicola, che per certi versi era comunque molto avanti, con un auto citazionismo consapevole e una democratica messa in discussione degli eroi da parte dell’opinione pubblica che oggi sono all’ordine del giorno, e in chiave molto più seriosa.

Mica prendersela a male per il finale tamarro con la Statua della Libertà. Già il primo film si tuffava di testa in un terzo atto esagerato da qualunque lato lo si volesse vedere, con la differenza che nel sequel la messa in scena è monumentale (letteralmente!), e forse leggermente più epica. In Ghostbusters II non c’è passo indietro che non si riduca alla ripetizione delle caratteristiche vincenti del primo, ma non senza gustose variazioni sul tema, e se possibile ancora più ironia. D’altra parte, non è il tipo di serie in cui pretendere sempre maggior spessore psicologico o altre svolte improbabili.

Se stronchiamo questo dobbiamo stroncare una marea di sequel odierni, e non so quanto il pubblico sia disposto a farlo. Sono passati 27 anni e Ghostbusters II non ha perso un colpo in termini di risate e spettacolo, restituendoci i protagonisti con la loro chimica travolgente e memorabile. Prima dell’uscita del nuovo capitolo potrebbe valer la pena riguardarsi il precedente, è la volta buona che lo riabilitiamo, soprattutto perché è legato al primo film in modo vincente e armonioso, una sola festa spensierata e scanzonata con un sempre perfetto bilanciamento tra comicità e avventura.

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