10 Cloverfield Lane J.J.Abrams

Tutti a scuola da J.J.Abrams: 10 Cloverfield Lane, la recensione

L’idea di prendere Cloverfield e farne un’antologia di racconti “autonomi” è stata una delle mosse migliori che J.J.Abrams, qui produttore e già demiurgo di tanti fenomeni tra cui Lost e il refresh di Star Wars e Star Trek, e la sua Bad Robot potessero fare. Non solo perché in un istante ha legittimamente smontato l’ennesimo soufflé pronto a lievitare in decine di sequel dei nostri tempi, conservando comunque un affascinante e più variamente spendibile legame sotterraneo (letteralmente!), ma anche perché ha ribadito un sistema virale e interattivo di coinvolgere lo spettatore basato sul mistero invece che sulla continua fuga di notizie. Cloverfield finora è un codice ricorrente ma criptato, con un’unica certezza: ci ha regalato due film su due fatti con grande amore per il Cinema e per il pubblico. 10 Cloverfield Lane, nello specifico, è una storia da rimanerci sotto.

La classica paranoia da apocalisse nucleare diventa un pretesto per chiudersi a lungo in un rifugio antiatomico ultra attrezzato dove, a parte le ovvie faccende di casa, non puoi fare altro che cercare di divertirti e far passare il tempo, perché quello che sai, quello che ti dicono, è che là fuori tutto ciò che conoscevi non esiste più, o meglio non è più praticabile: se avevi delle persone care, se avevi dei nemici, se avevi questioni in sospeso o qualunque tipo di problema con chicchessia ora quella persona è morta o sta comunque messa molto male. Tabula rasa.

il racconto flirta, complice l’assenza di connessione a internet e del segnale tv, con la tentazione dell’oblio da ogni responsabilità e dal passato senza mai averla scelta, il mondo misura qualche decina di metri quadri e riparte da zero. In cambio devi accettare di fidarti di qualcuno che la tua fiducia non credi la meriti poi tanto, e di viverci assieme.

Per il resto, Il bunker di Howard/John Goodman è un piccolo paradiso nerd: giochi da tavolo, provviste di ogni tipo, un juke-box d’epoca pieno di dischi, dvd in abbondanza, un arredamento vintage full optional (a cui per ovvie ragioni manca solo il cielo azzurro fuori dalle finestre) e, beh…aria respirabile, forse l’ultima rimasta sul pianeta. Ottime ragioni per stare al gioco. Ma allo stesso tempo la sceneggiatura continua a gonfiare e sgonfiare il dubbio con la cadenza ansiogena di un respiratore artificiale, e ogni soffio passa nello sguardo di Mary Elizabeth Winstead, che nello stesso fotogramma rende la sua Michelle vulnerabile, solida, erotica e pericolosa.

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10 Cloverfield Lane è un confortevole riparo dal grande dilemma tra blockbuster ricchi e monotoni e film a basso budget seri ma senza immaginazione e risonanza. Dentro a una piccola location, dentro a un mini cast di appena tre personaggi, il regista Dan Trachtenberg nasconde una stridente sinfonia di scavi psicologici immersi in una tensione hitchcockiana, un angusto plastico laccato e crudele in cui uomini e donne usano talvolta il carisma, talvolta la seduzione e il terrore per ottenere ciò che vogliono, insieme o gli uni contro gli altri.

In un mondo perfetto, a un regista che sforna un primo lungometraggio di tale efficacia verrebbe presto affidato qualche grosso titolo in cerca di visibilità o redenzione, speriamo che sia questo il caso. Trachtenberg gestisce bene tutte le risorse di cui dispone, alleva la psicosi senza sosta o pentimenti, con tre protagonisti azzeccati fino al midollo: la convivenza forzata di due uomini e una donna che non si conoscono e la differenza di età tra Goodman da una parte, la Winstead e John Gallagher jr. dall’altra contribuiscono all’ambiguità, con cui questa piccola grande odissea sepolcrale si pasticcia la bocca e il bavaglino.

10 Cloverfield Lane mostra tanto e allude a tantissimo, in una proporzione aurea che tanti film danno per scontata o che sbagliano di default, scartando la strada del solito esercizio di stile che si pone limiti di location e personaggi per poi metterli in conto al pubblico, mentre qui ogni privazione eleva a potenza l’intensità: anche le pareti, le luci e gli oggetti di scena sono chiamati a “recitare”, e in ogni stanza ha luogo un diverso episodio, una diversa fase della vicenda. Allo spettacolo non manca nulla, la prova è che la parte meno riuscita è proprio quella che si svolge fuori dal bunker.

Leggero offuscamento che viene presto dimenticato. Cloverfield è un marchio venuto dal nulla che al momento vanta un’affidabilità del 100%, e che ha un sacco di promesse ancora nascoste nel cilindro. Dopo la New York a cielo aperto e il rifugio sotterraneo il prossimo giro potrebbe portarci ovunque, regalarci tanto una storia ambientata nello spazio che a bordo di una nave da guerra o chissà dove; con questi presupposti ogni attesa varrà la pena.

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