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agosto 2016

Westworld Evan Rachel Wood Anthony Hopkins

Il nuovo epico trailer di Westworld, con Evan Rachel Wood e Anthony Hopkins

Mi secca creare hype senza certezze che possano dirsi matematiche, ma qui continua a uscire materiale sull’ormai imminente serie Westworld, e ogni volta sembra di allenarsi per le Olimpiadi dello sbavo. Quindi rassegnamoci: con buona probabilità quello che arriva è un evento cosmico. J.J.Abrams, Jonathan Nolan e Lisa Joy hanno messo insieme questo show dal look privo di barriere temporali in cui l’avventura si fa totale e spinosa, un dilemma assemblato a colpi di concept e di azione, di recitazione e di fantasmagorico design di scenari e tecnologie avveniristiche.

In linea coi tempi, sembra molto centrale la figura femminile, in questo caso Evan Rachel Wood, che ha la presenza, il talento e il carisma necessari a sostenere tale peso, ma fa piacere anche vedere tanto spazio per Anthony Hopkins, sperando che lo stesso avvenga per Ed Harris, che nel trailer ha una sola battuta ma che probabilmente, per la storia, è la più importante di tutte.

Certo il cast è anche più vasto, e a me i cast affollati piacciono, di solito. L’importante è ricordarsi che non tutti possono (o devono) avere lo stesso screen time, anche perché non è detto che per fare colpo uno debba essere sempre in scena. Comunque il trailer porta con sé la sensazione, più forte che mai, che dove il Cinema spesso fallisce la tv è ormai in grado di riuscire perfettamente, al punto che l’ambizione di Westworld sembra altissima tanto per il piccolo schermo che per il grande. Seriamente, quale altra serie sta tentando un’impresa di questa portata?

Ovviamente con tanta ambizione arriva anche il relativo rischio di fallire. Il fatto che Westworld sembri così figo non lo mette al sicuro da eventuali intoppi; come volare troppo vicino al sole, o peggio ammalarsi per qualche bacillo banale: lentezza, freddezza, carenze varie di scrittura, di struttura etc… Se questi sono problemi di tantissimi film, dove tutta la partita si gioca in due ore, a maggior ragione lo possono essere nelle serie tv, dove la discontinuità di ritmo e idee può essere ancora più fatale. Perché una serie bella solo a metà non è una bella serie. Lo sapremo solo vivendo, nel frattempo godiamoci il trailer in tutta la sua gloria.

Blade Runner 2 Johann Johannsson Jared Leto

Blade Runner 2: su Johann Johannsson alle musiche e sul casting di Jared Leto

Intendiamoci, è vero che squadra che vince non si cambia, ma è anche vero che così facendo alla lunga ci si preclude tutto un certo tipo di evoluzione. A meno che la squadra non sia quella di Blade Runner 2: il regista Denis Villeneuve per questa missione ad altissimo rischio ha richiamato il fidato e magistrale Roger Deakins alla fotografia. Sai com’è, insieme hanno messo su schermo alcune delle cose più belle viste al cinema negli ultimi anni. E alla festicciola si unisce anche Johann Johannsson, che ha già composto le musiche di Prisoners e Sicario.

Johann Johannsson è uno di quei compositori che sganciano soundtrack di profondità: poca melodia, tanto lavoro sulle sonorità, le sue partiture si muovono come mostri massicci sotto terra, inquietanti e poderose, circolari e sinistre come giostre in rovina spinte dal vento, o come quella specie di tergicristalli di Godzilla nella scena del tunnel in Sicario. Come molti aspetti delle più recenti opere di Villeneuve, il sound design di Johannsson lascia un segno permanente.

Ma se proprio devo trovare un neo in questa mossa beh, è l’occasione persa per richiamare in campo una leggenda: Vangelis. Non so se per Blade Runner 2 sia mai stato preso in considerazione, ma sarebbe stata un’ottima occasione per sentirlo di nuovo al lavoro (anche se si parla di un nuovo album imminente dal titolo Rosetta), magari recuperando quello stile unico a base di melodie viventi, quei synth luminosi che hanno contrassegnato un’epoca di musica e cinema. Né credo che la sua non più verde età sarebbe stata un limite: John Williams lavora ancora, no?

Per quanto riguarda Jared Leto, che ufficialmente chiude il casting a lavori già cominciati, sono contento. Intendiamoci, in Suicide Squad il Joker passa quasi sotto i radar, a dargli un minimo di senso e interesse è Harley Quinn. Ma già quando mesi fa è uscita questa immagine qui

Blade Runner 2 Jared Leto Johann Johannsson  Blade Runner 2: su Johann Johannsson alle musiche e sul casting di Jared Leto JOK

io mi sono detto, e da quello che ho visto in giro sono stato il solo, “wow, sembra uscito da Blade Runner!” E quindi il fatto che ora ci rientri mi pare giusto e naturale. In generale, Leto è il tipo di presenza che, se parliamo di potenziale, bilancia a dovere il resto del cast.

C’è Harrison Ford, che è la pietra angolare senza cui non si poteva fare nulla; c’è Ryan Gosling, che in scenari ammutoliti e agghiaccianti ci sguazza dai tempi di Drive e Solo Dio Perdona; poi c’è Robin Wright, che è molto brava, anche se ammetto che la sua Claire Underwood di House Of Cards, insieme al consorte, è uno dei personaggi più antipatici della tv. Per non parlare di tutte quelle belle ragazze dai volti misteriosi, tipo Sylvia Hoeks, Mackenzie Davis, Ana De Armas etc., ognuna delle quali potrebbe essere la femme fatale definitiva. Un cast pieno di donne, davvero.

Jared Leto corona tutto questo. Per qualche ragione, tra scrittura, recitazione e montaggio hanno toppato il Joker, che è un po’ come toppare Darth Vader o qualunque altro personaggio che il pubblico generalista di solito venera a prescindere, ma se avete visto i film di Villeneuve sapete che non c’è attore che sotto la sua direzione offra una prova meno che buona. Blade Runner 2 inoltre viaggia libero da pressioni che non siano le aspettative di un pubblico già “selezionato” dal film originale, stiamo comunque parlando del sequel di un cult fatto di tempi dilatati e maniacale lavoro su immagini e suoni. Non esattamente un cinecomic che vuole tutto e subito. Del resto, se vuoi un film prettamente commerciale non lo affidi a Denis Villeneuve. E adesso dateci un teaser trailer, per favore, e che sia immenso.

Jurassic Park Steven Spielberg

Dieci ragioni per amare Jurassic Park

Sono passati secoli, ma su Jurassic Park non è calato un solo granello di polvere, né si vede una mezza grinza. Steven Spielberg uscì a quel casello per puro caso: lui e Michael Crichton stavano facendo un brainstorming su ER, quando ancora sembrava dovessero trarne un film e non una serie, quando saltò fuori che il romanziere stava lavorando anche a una storia sui dinosauri e la clonazione. Spielberg ebbe una folgorazione, i due lasciarono momentaneamente da parte ER e…il resto è storia. O meglio, il resto è Jurassic Park.

23 anni e 3 sequel più tardi, quella pietra miliare è ancora lì, salda e intatta, per molti versi imbattuta. Eccone il perché in dieci punti.

1) Jurassic Park rappresenta ancora l’entertainment di Hollywood puro, certo, vale a dire non ancora intaccato dall’oscurità post-11 settembre che si è infilata in tanti tentpole successivi al 2001. Ma pur concentrandosi sulla meraviglia e l’avventura non disdegna una riflessione sulla tracotanza umana e spinose questioni di bioetica, con poche e chiare parole, assumendo senza paura una posizione molto morale, ma soprattutto molto umile nei confronti della natura. Il dialogo nella stanza delle diapositive, con solo il brusio del proiettore a fare da sottofondo, è una delle scene più belle e d’atmosfera di tutto il film.

2) Pur comprendendo un massiccio uso di effetti visivi, Jurassic Park rimane uno degli ultimi del suo genere a usare la tecnologia come stampella e non come perno. Nel terzo atto del film, nonostante Independence Day e la sua distruzione di massa siano ormai dietro l’angolo, non distruggono praticamente niente.

3) I personaggi sono stereotipi perfetti che subiscono (alcuni almeno) un’evoluzione stereotipata anch’essa, ma credibile, dimostrata in laboratorio, con tempi naturali.

4) Pur essendo un film fatto in gran parte di tecnica sopraffina, il cuore rimane sempre il racconto di una storia straordinaria. Se fosse stato solo tecnica non sarebbe diventato il classico che è.

5) Nel suo genere e con quel tipo di storia è impossibile fare meglio, come hanno generosamente dimostrato tutti i sequel, compreso Jurassic World.

Jurassic Park Steven Spielberg  Dieci ragioni per amare Jurassic Park tric

6) I protagonisti sono tutti credibili, ma spiccano Alan Grant, un Indiana Jones più serio e umanizzato, e Ian Malcolm, il cui look pare quasi quello del Bonovox dell’epoca (“rockstar” lo definisce John Hammond), in effetti La Mosca è un simbolo significativo tanto per il leader degli U2 che per Jeff Goldblum.

7) Jurassic Park promuove una certa “filosofia del comprimario” che si trova in tanti film, solo che di solito riguarda attori in carne e ossa: mentre la specie protagonista è senz’altro quella dei Velociraptor, la sequenza più intensa e memorabile tocca al T-Rex: l’attacco alle vetture durante l’uragano è una roba da spedire in orbita sperando che gli alieni capiscano che è meglio non sfidarci nell’arte cinematografica. Almeno a decenni alterni.

8) Jurassic Park è perfetto per una visione spensierata nel pieno dell’estate, cioè ora per esempio.

9) Il bello è che è un film del tutto spielberghiano prima maniera, nonostante il budget faraonico e l’ambizione epocale. Il suo Cinema d’avventura con protagonisti ordinari viene semplicemente trapiantato in un blockbuster in cui gli unici che possono rubare la scena sono i dinosauri stessi, e per una volta è bello vedere il cast umano dividere gli applausi con effetti speciali così intelligenti e ben realizzati.

10) Jurassic Park è anche un bel modo per ricordare quanto grande sia stato Michael Crichton. Una volta o l’altra bisognerà dedicargli un post, ma nel frattempo non scordiamo questo autore fondamentale: dinosauri a parte, se oggi le serie tv dettano legge nell’entertainment si deve in gran parte al suo ER, che ha innalzato la produzione media televisiva a livelli cinematografici conservando il meglio della serialità, vantando una qualità tecnica e narrativa stellare più duratura di qualunque altro telefilm. Per non parlare poi della bellezza dei suoi romanzi… Due post, ci vorranno due post per tutto questo.

Suicide Squad - Recensione

Suicide Squad – Recensione

Lasciate perdere tutte le polemiche che ci hanno assordato in queste settimane: e c’è poco Joker, e il film è un videoclip pieno di musica ma senza sostanza, e il pg13 che tarpa la violenza… non è questo il punto. Suicide Squad è, ancora una volta, la lotta del buon Cinema di intrattenimento contro la dittatura della tecnologia con cui proprio non riesce a integrarsi, il tutto racchiuso in due ore di film in cui a bruciare di più sono le occasioni perse. L’opera di David Ayer ha un nemico che non si può battere e che è lo stesso di sempre: lo strapotere della CGI.

A questo giro, il Cavallo di Troia per questo bug di sistema è il villain di turno, l’Incantatrice. Non mi importa se è fedele al fumetto, è uno di quei casi in cui il tradimento della fonte diventa l’unico gesto morale possibile. Già dagli ultimi trailer dove si vedeva la colonna di luce con le nuvole intorno avevo capito che tirava una brutta aria, vedendo il film ogni dubbio è caduto: un personaggio che ha senso solo grazie agli effetti visivi, una strega che proietta luce e sostanze cangianti per quasi tutto il tempo senza che se ne capisca il perché (approccio testato con Doomsday) trascina il film fuori dai binari, tutto diventa Ghostbusters o La Mummia.

Cosa c’entra tutto ciò con una squadra composta da nemici di Batman? L’impressione è che i cinecomic post-trilogia del Cavaliere Oscuro (chi criticava quel “realismo” come si sente ora?) non riescano a stare lontani dal fantasy, nemmeno quando sarebbe solo un vantaggio, nemmeno quando sarebbe naturale. Stavolta per gestire questa linea occorreva sconfinare alla grande e mantenere un controllo ossessivo tutto il tempo, così avremmo anche potuto, al limite, avere il Mad Max: Fury Road dei cinecomic. Inoltre i mostri o li metti in scena con il tocco, il design e la tecnica di un Guillermo Del Toro oppure è meglio che li lasci in panchina, pena la crisi di identità del tuo film. Suicide Squad cade vittima di questa stregoneria. Ma non senza combattere.

L’introduzione, ma diciamo anche il primo tempo intero, è una delle cose più gustose e rinfrescanti viste in un cinecomic, un biglietto da visita stampato a fuoco da cui capiamo senza dubbio che Ayer, con tutto il suo bagaglio di storie violente e infette di corruzione, ha comunque compreso perfettamente l’approccio speciale più opportuno per un fumetto e lo ha reso divertente, vivace nelle scene e nei dettagli. Il secondo tempo del film invece, per varie ragioni, è monotono e affrettato, appiattito sull’action, nonostante abbia i suoi colpi d’occhio e un twist ben giocato. Ma sono difetti che non hanno niente a che vedere con certe critiche di questi giorni o con il confronto con la Marvel.

Suicide Squad - Recensione  Suicide Squad - Recensione suicide squad trailer movie talk slice

Se parliamo di visione, Suicide Squad, molto più del triste e confuso Batman V Superman, è la controparte di quanto mostrato da Christopher Nolan: se quello, epico e squadrato, era il mondo visto con gli occhi di Batman, questo, sgargiante e caotico, è quello visto con gli occhi del Joker. Un Joker qui per la prima volta sessualizzato, dopo quello d’altri tempi di Nicholson e quello marcio e stinto di Ledger, talmente stilizzato, secolarizzato e connesso via smartphone, cool e discreto come un’icona sul desktop, che non è più il leone divora-scene che il pubblico ha conosciuto nelle scorse incarnazioni, ma uno tra tanti in un mondo di freak.

Ma Suicide Squad non ha nessun bisogno del Joker al centro della scena, gli basterebbe essere se stesso: la squadra è ben assortita, i veri capitani sono Margot Robbie e Will Smith e funzionano alla grande, sia come singoli che nel gruppo di teste calde. David Ayer sa come lavorare sul cameratismo disfunzionale, anche se semplificato in ottica di intrattenere anche i giovanissimi, cosa che non impedisce al film di essere leggermente più sboccato, allusivo e violento della media.

Il che è parte del divertimento, insieme alla fotografia intonata al contesto, dove il colore è colore e non si lascia devitalizzare dall’oscurità come visto in Batman V Superman. Tra i prodotti del nuovo DC universe Suicide Squad è senz’altro quello di cui vorrei vedere un prosieguo, il brodo primordiale da cui ricavare il resto della cucciolata, semplicemente perché più insolito nell’impostazione, più imprevedibile nelle potenzialità e…più bello da vedere, nonché ampiamente migliorabile nell’insieme. Quanto avrebbe fatto bene a tutto questo talento in campo essere progettato senza protesi digitali!

Suicide Squad - Recensione  Suicide Squad - Recensione Suicide Squad Margot Robbie as Harley Quinn

Terrore e voyeurismo nell’horror adolescenziale The Good Neighbor

È una stagione effervescente quella che sta vivendo il cosiddetto “horror adolescenziale”. Lo so, si tratta di una categoria concettualmente ampia. Io però intendo, di preciso, l’”horror adolescenziale stile anni ’80”. Un segmento rinverdito dal grande successo dell’indie horror It Follows, e che ora viene trainato da una serie tv bella e strana come Stranger Things. Sul grande schermo, abbiamo parlato poco tempo fa di Don’t Breathe, che porta l’horror adolescenziale in una sfera precisa, quella di “adolescenti borghesi annoiati che per rompere la monotonia decidono di prendersi gioco dello strambo vecchietto che abita di fronte salvo poi realizzare, sul più bello, di aver fatto i conti senza l’oste e che colui che ritenevano un innocuo pensionato asociale è in realtà un lucido e spietato killer seriale”.

E ora eccone un altro che cavalca nella stessa direzione: The Good Neighbor. Protagonisti due giovincelli sprovveduti e un po’ presuntuosi (interpretati da Keir Gilchrist, non a caso uno dei protagonisti di It Follows; e Logan Miller) che per ravvivare un po’ le loro giornate sempre uguali decidono di dedicarsi anima e corpo a un progetto decisamente originale: far credere, all’anziano e burbero vicino di casa (il grande James Caan) che la sua casa è infestata dai fantasmi. Per raggiungere il loro obiettivo, i due nerd della porta accanto mettono in campo un ricco armamentario di videocamere digitali e gadget tecnologici di ultima generazione. Solo che il bisbetico pensionato, di fronte alle loro elaborate messinscene,  non reagisce affatto come si aspettano. Anzi, fa finta di niente, come se la cosa non lo toccasse. E più lo osservano, più i due amici si convincono che la ragione della sua ostentata nonchalance risiede nei segreti che l’uomo nasconde. Prove e indizi che sono custoditi nel seminterrato di casa sua e che condurrebbero a una sola verità: altro che tranquillo vecchietto; l’uomo è in realtà un omicida seriale!

The Good Neighbor è un film che incuriosisce, come dimostra il trailer che trovate qui sotto. Certo, i proclami un po’ pomposi che ne accompagnano la promozione e che chiamano in causa addirittura La finestra sul cortile di Hitchcock sembrano un po’ azzardati. Ma il film, partendo dalla classica ambientazione anni ’80 – il tipico sobborgo residenziale tranquillo e pulito in cui si nasconde un mostro con la cantina piena di cadaveri – sembra voler fare una riflessione nemmeno così fuoriluogo sulle paranoie e gli effetti collaterali di questa nuova era della videosorveglianza in cui ogni nostra mossa viene scrutata e rilevata, dando adito a nuovi voyerismi e inedite devianze.

Dunkirk Teaser Trailer Christopher Nolan

Il teaser trailer di Dunkirk: di nuovo nel mondo di Christopher Nolan

Non ci speravo affatto, sapete, tutto questo parlare di Seconda Guerra Mondiale, di realtà storica, l’assenza di un cast di stelle carismatiche (a parte Tom Hardy e Cillian Murphy, però in ruoli di supporto), i protagonisti ventenni… non so, ma quando hanno annunciato Dunkirk non ho sentito la scossa dei bei vecchi tempi. In generale, quando un regista con uno stile e una poetica speciali sembra concedere troppa attenzione a temi tradizionali io ci rimango maluccio. Ma il teaser trailer di Dunkirk ha rimesso le cose a posto. Almeno per ora.

A volte ci dimentichiamo che il punto non è il cosa ma il come. Vale anche per Nolan. Di film brutti non ne ha ancora fatti, ma Il Cavaliere Oscuro – il ritorno e Interstellar sembravano l’imbocco di un sentiero più classico e formulare, più aperto al cliché. Solo che per me Nolan il meglio lo ha dato in un contesto di ambizione spinta, quella di abbracciare in un solo colpo settori del pubblico che normalmente si fanno la guerra, quelli che fanno colazione con Fast And Furious e quelli che pensano che il Cinema sia nato e morto con Kubrick. La più efficace arma di Nolan non è questa o quell’abilità specifica, ma l’intenzione.

Il mio principio è questo: per i blockbuster tradizionali di registi ce ne sono già a bizzeffe, quindi lasciamo che Nolan sia Nolan e non qualcun altro. Il teaser di Dunkirk a occhio e croce promette questo: il ticchettio ossessivo che accompagna le poche immagini lascia intendere una storia che non può essere raccontata in qualunque modo o con qualunque tempistica, ma che necessita di scelte, perché allo spettatore arrivi quel film e non un milione di altre variazioni possibili ma non altrettanto valide. Avete presente Revenant? Film girato in modo magistrale, ma a volte hai la sensazione che se ne potrebbero fare sei diversi cut, e cambierebbe poco o niente. Provate invece a immaginare differenti montaggi di Inception, Il Cavaliere Oscuro o The Prestige.

Dunkirk Teaser Trailer Christopher Nolan  Il teaser trailer di Dunkirk: di nuovo nel mondo di Christopher Nolan Dunkirk teaser trailer

Ed è questo tipo di arbitrarietà che sembra bandito dal trailer di Dunkirk, dopo che uno spettro simile aveva fatto capolino anche nelle ultime due opere di Nolan, non a caso le più lunghe. Non è una certezza, ma solo una speranza con indizi a supporto. Insieme ad alcune immagini spettrali, uno scenario a cui nessuna metrica da blockbuster estivo impedirà di essere simbolico ed evocativo, trasfigurato dall’ottima fotografia di Hoyte Van Hoytema, a cui va un grazie speciale per aver archiviato il pattern cromatico di Spectre.

Insomma, forse la definizione del film che gira da mesi va presa alla lettera: Dunkirk, con tutta la sua serietà di film bellico basato su fatti storici, non è un drammone pensato per gli Oscar ma un “action thriller”. Da non intendersi nel senso CGI+pop-corn, ma in quello di avventura a base di epica ed emozioni ma sempre somministrate con la tensione dentro, il Nolan con lo scatto, non quello maratoneta. Interstellar traeva un gran vantaggio dalle scene lunghe, ma perché compensava con l’estro della fantascienza. Viceversa, la Seconda Guerra Mondiale è già un contesto rigoroso di per sé, quindi è il tono che deve liberare il film dagli schemi. Avanti così quindi, sperando di non essere smentiti già dal prossimo trailer.

Harry Potter And The Cursed Child J.K. Rowling

Eroi che non tornano per sempre: Harry Potter And The Cursed Child

Se domani qualcuno dicesse che si faranno nuovi film con protagonista Harry Potter, ne sareste felici? Io, che certo non sono un fan, potrei anche esserlo ma solo a una miriade di condizioni, la prima delle quali che fossero film del calibro e con la fiera indipendenza de Il Principe Mezzosangue. All’epoca diversi fan si sono imbestialiti per la presunta discrepanza rispetto al romanzo omonimo, per il fatto che il sesto episodio delle avventure di Hogwarts fosse stato ridotto, secondo loro, a una storiella rosa adolescenziale.

Forse non si erano accorti che era (ed è rimasto) l’episodio più incentrato (forse insieme ai Doni Della Morte parte 1) sui personaggi di tutta la serie, e il più artistico sotto ogni profilo, il cui merito più grande era proprio di smetterla con la futile e sterile cronaca di fatti per lasciar respirare i protagonisti e le situazioni, e rendersi conto forse per la prima volta di cosa significava vivere e combattere a Hogwarts: in nessuno degli altri film c’è un senso così tangibile di trovarsi in un mondo “altro” rispetto alla nostra realtà quotidiana, non è questione di quante creature magiche spargi sulla scena. E i momenti più dark e avventurosi, come la bellissima sequenza della caverna, erano i migliori nel loro genere, altro che storielle d’amore.

Comunque sia, J.K. Rowling in persona, interrogata su un eventuale recupero della sua più celebre creatura, ha affermato che con il doppio spettacolo teatrale Harry Potter And The Cursed Child (da noi sarà pubblicato col titolo Harry Potter e La Maledizione dell’Erede) la storia del maghetto con la cicatrice a forma di fulmine è definitivamente compiuta:

No no, Lui [Harry] compie un grande viaggio in questi due spettacoli e poi, sì, credo abbiamo concluso. Questa è la nuova generazione, sapete, quindi sono elettrizzata di vederlo realizzato così bene ma, no, Harry ha finito.

Harry Potter And The Cursed Child J.K.Rowling  Eroi che non tornano per sempre: Harry Potter And The Cursed Child harry potter and the half blood prince trio

Sembra strano, in questi anni in cui tanti personaggi su grande schermo sembrano aver craccato la vita eterna, che a dire addio sia proprio lui, forse l’ultima grande icona sfornata dall’Inghilterra pre-Brexit. Paradossalmente, Harry Potter e soci potrebbero vivere le loro avventure più sorprendenti proprio ora che il canone letterario non è più un vincolo e nuovi eventuali film non avrebbero più il giogo soffocante della fedeltà e della completezza del rendiconto. Sarebbe uno scherzetto per Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint interpretare la loro vera età e la sua proiezione in un mondo magico in cui sono letteralmente cresciuti e diventati grandi.

Sia chiaro che non sto invocando nuove gesta del maghetto, mi limito a osservare i casi strani del Cinema: nessun franchise è stato imponente come Harry Potter negli anni 2000 ma questo particolare incantesimo gli sembra precluso, sebbene le avventure in quell’universo narrativo proseguano con il prequel Animali Fantastici e Dove Trovarli. Ma bisogna anche ammettere che, sempre che questa decisione si riveli irrevocabile, c’è qualcosa di molto nobile, qualcosa che scalda il cuore, nel chiudere una storia definitivamente, significa evitare di sradicarla dall’epoca che l’ha vista nascere per consegnarla a una più generica dimensione senza tempo, in stile James Bond, che forse alla lunga è un metodo più redditizio ma anche più spersonalizzante. Ma ora che i personaggi cambiano faccia ogni pochi anni la spersonalizzazione è ancora un problema? Molti diranno di no, mi auguro non tutti.