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settembre 2016

Captain America: The Winter Soldier

Captain America: The Winter Soldier – Le 10 cose migliori

Tra meno di un mese uscirà Doctor Strange, il prossimo cinecomic targato Marvel Studios, annunciato a più riprese come un diversivo all’interno della loro produzione. In attesa di scoprire come, rispolveriamo quello che considero il miglior film dei Marvel Studios fino a oggi. Captain America: The Winter Soldier ha riscosso applausi scroscianti un po’ a tutti i livelli, ma forse possiamo spingerci più in profondità e mettere a fuoco le ragioni precise di questo trionfo, i dieci segreti del suo successo.

1) Winter Soldier, col suo traslare Capitan America in un contesto di action-thriller cospirazionista e paranoico, dimostra due cose: uno, di aver compreso il suo personaggio fino in fondo e di distinguerlo dai compagni di scuderia; due, di aver colto quest’occasione per agganciarsi a un’idea di cinema tradizionale invece che ripiegarsi nell’autoreferenzialità tipica dei cinecomic.

2) Pur vantando la piena cittadinanza nel progetto dell’Universo Espanso, Winter Soldier è un film maledettamente e felicemente autonomo, il che vuol dire che più di tutti gli altri si arrangia e punta tutto su se stesso, ottenendo guarda caso il meglio. Se si fosse appoggiato di più alla “famiglia” ne avrebbe certamente sofferto.

Captain America: The Winter Soldier  Captain America: The Winter Soldier - Le 10 cose migliori captain america winter soldier poster slice

3) Dimostra una volta di più come i supereroi siano spettacolari anche con costumi sobri e senza grandi fasci di luce colorata: Capitan America veste una versione molto spenta del suo costume classico per quasi tutto il tempo, e Bucky ha semplicemente uno dei migliori look visti finora nel Marvel Universe: la sua divisa spartana e sinistra bilancia alla grande la stravaganza del braccio metallico, che è una figata pazzesca e resa in modo impeccabile. Morale della favola, non bisogna temere il restyling “realistico” nei cinecomic, texture grezze e colori desaturati hanno tanto da offrire. Inoltre, a essere determinante è la fotografia.

4) L’interazione vincente con Vedova Nera, merito anche di Scarlett Johansson, che in questo ruolo fa sempre del suo meglio, tutta simpatia, attrazione e carisma.

5) L’idea di porre Capitan America al centro di azioni di gruppo che non siano gli Avengers, sfruttando quindi le tensioni interne tipiche di una squadra in cui c’è un solo fuoriclasse. Un trucco di sceneggiatura che aumenta molto la tensione narrativa e contribuisce a definire i caratteri dei personaggi, oltre che a umanizzare l’eroe.

6) L’uso parsimonioso del Soldato d’Inverno che, per quanto è azzeccato e ben inserito nella storia, fa un po’ la parte del Darth Maul della situazione: arriva due o tre volte, si mangia la scena e se ne va, senza neanche fare il ruttino.

7) Robert Redford. Vedere un simile gigante lavorare con tanta classe e umiltà in uno scenario per lui inedito e paradossale è un po’ una lezione di vita, oltre che di Cinema.

Captain America: The Winter Soldier  Captain America: The Winter Soldier - Le 10 cose migliori captain america the winter soldier sebastian stan

8) Il terzo atto, comunque pieno di action e CGI che definire “sopra le righe” è riduttivo, riesce a limitare e variegare l’effetto baraccone rispetto ai canoni. Grazie anche al fatto che hanno lasciato fuori dal film tutti i personaggi con superpoteri troppo invadenti, la prova è che tutto il casino finale lo fanno gli helicarrier.

9) Le hanno lodate anche i sassi, ma il recente Captain America: Civil War ha dimostrato come certe cose abbiano bisogno di grande precisione: le scene d’azione. In Winter Soldier sono bellissime, mosse ma chiare e coinvolgenti. in Civil War, e qui vado fuori dal coro, a volte sono più finte, altre volte semplicemente più fumettistiche, in senso deteriore (la sequenza dell’aeroporto). A quanto pare l’equilibrio raggiunto in Winter Soldier non era poi così scontato.

10) Winter Soldier dimostra, ancora una volta, come si possa fare un cinecomic e un blockbuster più adulto (con margini di ulteriore upgrade) senza bisogno di avere fiotti di sangue sulla scena. Non sono la violenza e la crudeltà mostrate e fare migliore un film, ricordatevelo!

Peccato però che non abbiano osato di più a livello di regia. Basta il pre-finale sulle note di Trouble Man per far capire come anche solo usare una colonna sonora meno ovvia di uno score epico ma generico possa sortire effetti dirompenti, e alzare ulteriormente la qualità artistica globale. Ma almeno il film la strada la indica.

Top Gun Tom Cruise

L’altro Top Gun: il film con Tom Cruise in 8 pregi di cui nessuno parla mai

Quello che spesso viene chiamato con disprezzo “cinema commerciale”, secondo un certo tipo di filosofia che vuole che ogni forma espressiva abbia un adeguato coefficiente di pallosità intrinseca, in realtà è una categoria complessa, a dispetto di ogni semplificazione di stampo ideologico. Esistono film commerciali che effettivamente fanno appello al peggio dell’industria: budget enormi e marketing forsennato con esiti spesso disastrosi, o magari carini ma pronti per essere dimenticati un attimo dopo l’uscita dalla sala. E poi esistono i Top Gun.

Il film del compianto Tony Scott è eccessivamente compiacente e ruffiano, ma sul piano del puro entertainment è cinema commerciale al meglio delle possibilità, l’equivalente di una canzone pop fatta per l’heavy rotation perché piena di entusiasmo e arrangiata nel modo più consono alla sua natura, qualcosa che scopri lungo il processo creativo, ben diverso dall’iper-produzione standard decisa a tavolino che affonda molti dei blockbuster odierni. Tra pochi giorni il film che ha lanciato Tom Cruise nello spazio aereo dove volano solo le superstar tornerà al cinema in 3D, una buona occasione per ripassare uno dei fondamentali della cultura pop di sempre e riscoprirne i pregi più snobbati.

1) Nonostante il revisionismo sempre teso a sottostimarlo come semplice popcorn movie militarista, Top Gun in realtà si fa beffe dello schema classico dei blockbuster di tutte le epoche: non c’è un villain, nemmeno a pagarlo a peso d’oro; i piloti russi del combattimento finale servono solo per quella sequenza, ma non sono personaggi, sì e no dei pretesti per chiudere con una posta più alta.

2) Quella bella abitudine, ormai persa, di proporre all’inizio dei titoli di coda una carrellata dei personaggi del film. Sulle solenni note di un You’Ve Lost That Lovin’ Feelin’ dei Righteous Brothers, vediamo tutte le facce del cast, i vivi e i morti, in un momento di festa, con un tocco da teatro antico. Un altro esempio dell’epoca è Predator, e in tempi molto più recenti Adventureland. Una cosa che puoi fare solo se hai messo insieme un certo numero di personaggi per cui simpatizzare. Sarebbe bello se lo facessero più spesso. Ma nei film di oggi a volte i protagonisti tendono a essere gente da prendere a sassate, più che altro.

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3) Un po’ come Blade Runner, è un film scaturito da un brodo acido di tensioni, imprevisti, problemi tecnici e di budget, eppure è riuscito a intrattenere il mondo in quel momento e a diventare un classico.

4) Per i suddetti drammi e conflitti di produzione, è uno di quei pochi casi in cui guardare gli extra del dvd è appassionante come guardare il film stesso.

5) L’intera soundtrack. Una ricerca ossessiva della melodia, dell’epica, dell’energia, con un sound allora così modaiolo da risultare oggi un album tanto estremo quanto coeso da cima a fondo. Di musica anni ’80 ne è uscita tanta, ma la soundtrack di Top Gun ne è un concentrato denso come il cemento. E spacca!

6) Top Gun è uno dei pochissimi film a restituirci il tocco più classico di Tony Scott. Ben presto infatti il regista avrebbe imboccato un sentiero molto più videoclipparo, aspro e nervoso. Personalmente, niente di ciò che ha fatto da metà anni ’90 in poi è all’altezza di Top Gun o L’Ultimo Boyscout. Niente.

7) Nonostante le tante critiche, Top Gun è un blockbuster fatto di veri personaggi, tempistiche umane, sana alternanza di azione e scene coi piedi per terra (letteralmente!), e come tale supera senza sforzo il 90% dei blockbuster odierni. Compresi tanti cinecomic, esatto. La prossima volta che vi lamentate di Top Gun per la sua tamarrità chiedetevi quale film ad alto budget vi ha fatto impazzire ultimamente, e regolate il vostro giudizio di conseguenza.

8) In definitiva, Top Gun vi offre l’opportunità di sedervi davanti a un film e vedere se riuscite a godervi lo spettacolo e l’avventura senza troppe menate, come gran parte dei prodotti di quel decennio. Tutto il cinismo che oggi porta al successo serie come Breaking Bad e House Of Cards all’epoca non era ancora di moda, con Top Gun potete (ri)scoprire l’eccesso opposto.

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Suicide Squad spin-off Harley Quinn

Da Suicide Squad allo spin-off: Harley Quinn e i rischi del successo

Certo, quando diciamo che una cosa è piaciuta a tutti non intendiamo “tutti” in senso letterale, dato che qualche dissidente c’è sempre (per fortuna), ma intendiamo comunque una stragrande maggioranza, abbastanza netta e assodata da servire come certezza, una certezza meno relativa possibile. Come quella che Harley Quinn è una delle poche cose inattaccabili all’interno di quel vivace calderone di contraddizioni che risponde al titolo di Suicide Squad. E la cosa è così assodata che uno spin-off sulla ragazza del Joker (mentre il “Puddin” di Jared Leto ha ancora l’agenda vuota al momento) sta già prendendo forma.

Perché sia pure in mezzo a problemi di montaggio e di scrittura di tutta la baracca, Margot Robbie che fa atletica nella sua gabbia, o che ascolta Diablo tra un cicchetto e l’altro in religioso silenzio, con quel viso fatto apposta per quel trucco sbavato, sono sottile stregoneria per immagini, il sangue del Cinema. Ma è una buona ragione per scorporarla, sia pure temporaneamente, dal resto della Squad?

Il film di David Ayer ha da poco superato i 700 milioni al box-office mondiale, il che vuol dire che è andato bene e che presto o tardi mamma e papà, probabilmente, gli regaleranno un fratellino, l’unico sequel di un cinecomic con un potenziale se lo chiedete a me. Ma se cominciamo a fare a brandelli Suicide Squad per concentrarci solo su Harley e magari su Deadshot temo che le apparizioni di questi personaggi si moltiplicheranno senza sosta, in un sistema di episodi a grappoli che delle due andrebbe invece moderato e ragionato, e la particolarità di quel film potrebbe andare perduta.

Lo spin-off in questione a quanto pare non sarà un progetto solista dedicato solo al personaggio della Robbie, ma la vedrà interagire con altre figure femminili del mondo DC. Se da un lato questo significa continuare a cercare la mischia e dimostrare il proprio valore in un film corale, ammirevole scelta rispetto al farsi belli con un monologo su misura, dall’altro ci vorrà molta personalità, molte idee chiare per non incappare in un doppione di Suicide Squad che non sappia di semplice clone virato al femminile.

Suicide Squad spin-off Harley Quinn  Da Suicide Squad allo spin-off: Harley Quinn e i rischi del successo suicide squad trailer breakdown harley quinn elevator

Ormai abbiamo già capito che tutti questi cinecomic raccontano sempre la stessa storia: i supereroi e i loro avversari hanno, sia pure espresso in modalità differenti, sempre lo stesso background (la grande idea distintiva dietro al Joker di Ledger: niente background, solo suggestioni e focalizzarsi sul presente) e anche i villain, se diventano protagonisti, si comportano esattamente come i buoni, solo più divertenti.

Con queste premesse, la cultura degli spin-off, per quanto opportuni e meritati, aumenta il rischio di rivedere sempre le solite storie, come pure passare da un film corale all’altro senza una ragione creativa forte, di cui al momento non sappiamo nulla. Se poi Harley Quinn tornerà anche nell’eventuale Suicide Squad 2 allora aumenta il pericolo che il personaggio faccia la fine di Iron Man: ubiqua, immancabile, scontata. Un candidata perfetta per il degrado da icona a tormentone.

Quando in realtà Suicide Squad è in pole position per essere solo migliorato, il che non esclude certo anche dei cambiamenti radicali. Se ci sono personaggi che non funzionano si possono sostituire, o modificare, ma l’assetto di base è azzeccato, e il tocco di David Ayer ha fatto comunque la differenza. Certo, se realizzano lo spin-off su Harley Quinn con l’idea di fare prima di tutto un bel film allora sarà valsa la pena, ma la questione di principio rimane. James Bond è lì a dimostrarlo: non si possono fare tanti film su uno stesso personaggio avendo sempre risultati all’altezza.

Il fatto che Margot Robbie sia direttamente coinvolta a livello anche produttivo mi fa sperare che, nel pur ovvio congegno industriale in cui questi prodotti prendono forma, ci sia dietro un attaccamento personale della brava e bella performer australiana. Un po’ come è stato per Hugh Jackman, che a forza di essere Wolverine ha messo a segno almeno un più che valido spin-off che tuttora spicca nel genere a fumetti. E il tocco personale di chi ci mette la faccia può essere il timone più adatto a spingere in porto la corazzata di mezzi e talento che solo una major può spiegare in campo.

Suicide Squad spin-off Harley Quinn  Da Suicide Squad allo spin-off: Harley Quinn e i rischi del successo suicide squad line up in rain 189669
Independence Day: Rigenerazione recensione

Independence Day: Rigenerazione – Recensione

Idealmente, il primo Independence Day ha varato il trend, tuttora maggioritario, del cinema senza limiti di messa in scena: quello in cui il limite se lo poneva il regista o la produzione o non se lo poneva nessuno. Ovviamente, è stato un grande test per Hollywood, la quale il più delle volte sceglie proprio di non porsi alcun limite: ho perso il conto di quanti blockbuster si rovinano a causa dell’eccesso di azione e distruzione totale che spesso schiaccia il terzo atto. In teoria, questo Independence Day: Rigenerazione cascherebbe a fagiolo, vent’anni dopo, per chiudere questa lunghissima tradizione e riportare così il cinema ad altissimo budget a un senso più moderato dello spettacolo. Qualcosa mi dice che non andrà così.

Come succede spesso a certi cinecomic addomesticati in sala montaggio, i blockbuster dei nostri giorni sanno anche partire bene, in cerca di un minimo di personalità, ma a lavori in corso confluiscono tutti nella solita stessa direzione, come attirati da un campo magnetico invincibile, e alla fine chinano la testa come cavalli domati e finiscono tutti giù nella cascata. Il conflitto più irrisolto a Hollywood rimane quello tra personaggi e azione.

In Independence Day: Rigenerazione ci sono una decina di figure bidimensionali, che si spartiscono un carico di incombenze narrative sufficiente a malapena per tre personaggi veri e a tuttotondo; invece sono tanti e tutti ridotti a punti di vista (multietnici e multiculturali, come da galateo) per la narrazione, con la debole eccezione dell’ex presidente Bill Pullman e della sua eroica e caparbia figlia.

Independence Day: Rigenerazione recensione  Independence Day: Rigenerazione - Recensione 2859

Perché tutto il film gira così, una sorta di zapping senza sosta tra varie situazioni in cui, con lo scorrere degli eventi, i tempi si fanno sempre più stretti e la sceneggiatura sempre più funzionale. Una galassia di scenette di forse una ventina di secondi l’una in cui vengono compressi dialoghi/spiegoni per far capire cosa sta succedendo e cosa succederà, coi personaggi che spruzzano parole come estintori in mezzo alle fiamme, tutti privi di una sfera emotiva, senza un attimo di respiro che li renda agenti degni di nota e dotati di un peso. La scena madre del film, per quello che riguarda i protagonisti e non invece tutto il carrozzone di astronavi e distruzione assortita, si gioca su…una barba tagliata.

Sul fronte visivo, ci troviamo davanti le solite arterie ostruite dalla CGI tipica dei blockbuster catastrofici, che siano di Roland Emmerich o di Michael Bay o di chiunque altro disponga di budget alieni: inquadrature zeppe di movimento e di dettagli, tra combattimenti ed esplosioni, ogni millimetro dello schermo riempito di azione, iper-stimolazione senza sosta, un’invasione di informazioni visive senza gerarchia. E dato che tutte le forze narrative si esauriscono in questi frangenti action i personaggi sono costretti a introdurre in due parole il background l’uno dell’altro, roba tipo “Tu e io andavamo a letto insieme in occasione dei convegni”, o “tu una volta mi hai quasi ammazzato”. Insomma, quel genere di cose che nel mondo reale non si direbbero mai, non in quelle situazioni, non in quel modo.

Independence Day: Rigenerazione è il trionfo della sintesi e della leggerezza, in un settore dell’entertainment che già li schiaccia a tavoletta da secoli. Di recente Roland Emmerich ha rivendicato la forte influenza del primo film della serie su tanto cinema blockbuster successivo. Ed è proprio lì il punto: l’hanno imitato talmente tanto che l’unico modo per stupire di nuovo sarebbe stato, che so, giocarsi tutto con astronavi grandi come una moneta. Non è andata esattamente così.

Nessun giorno vi cancellerà dalla memoria del tempo

In ricordo dell’11 settembre 2001. Never forget.

“Siete pronti? Ok, let’s roll* !”. Queste parole – pronunciate dall’informatico trentaduenne Todd Beaver poco prima di guidare un ultimo, eroico assalto alla cabina di pilotaggio del volo United 93 in mano ai terroristi – sono un commovente epitaffio dell’11 settembre 2001. Un’istantanea indelebile di ciò che quel giorno ha significato e significa ancora oggi: un momento di coraggio, eroismo e sacrificio. È quasi impossibile definire la portata degli effetti che quel giorno ha prodotto nelle vite di tutti noi. Insicurezza diffusa e una quotidiana consapevolezza di come il pericolo possa annidarsi tra di noi, in ogni momento, ne sono soltanto un esempio, forse il più lampante.

Il più grave attentato della storia dell’umanità ha lasciato profonde cicatrici morali nell’anima dell’Occidente – e di tutto il mondo – ma ha anche mostrato come la libertà, la dignità, il valore e l’altruismo siano più forti di qualsiasi volontà omicida e oscurantista. “United we stand”, uniti possiamo essere forti, recita un motto coniato dagli americani, che in quel tragico momento hanno saputo fare appello alla propria straordinaria dignità e al proprio carattere incrollabile. Mai come allora il popolo di George Washington e Abraham Lincoln si è dimostrato solidale, attento, unito e responsabile. “Non importa con quanta forza proverete a colpirci, perché noi ci rialzeremo, ancora e ancora” sembra il messaggio che gli americani – e noi tutti con loro – hanno voluto inviare ai codardi terroristi e ai loro vili mandanti. Ed è andata proprio così: quella risorta dalle ceneri del World Trade Center è un’America ancora più forte, coraggiosa, e consapevole del proprio ruolo.

Ma cosa è successo quella terribile mattina di 15 anni fa nella capitale culturale del mondo? Vale la pena ripercorrere i tragici eventi, non solo per noi che quel dramma l’abbiamo contemplato impotenti sugli schermi televisivi, o per coloro che se lo sono trovati sulla porta di casa, ma anche e soprattutto per tutti i giovanissimi nati dopo l’11 settembre e che non devono – non possono – permettersi di crescere senza sapere cosa quel giorno abbia voluto dire.

La mattina dell’11 settembre 2001, due aerei di linea si sono schiantati contro le Torri Gemelle a Manhattan, New York. Il primo, un Boeing 767 dell’American Airlines, ha impattato alle 8,46 ora locale (corrispondenti alle 14,46 qui in Italia) contro la facciata settentrionale della Torre nord del World Trade Center aprendovi immediatamente un cratere largo 4,6 metri e alto 4 piani.  A bordo c’erano in tutto 96 persone, compresi i 5 terroristi arruolati da Al Qaeda per dirottare l’aereo. Tutti quanti sono morti sul colpo.

Pochi istanti dopo l’impatto, la prima Torre era già un inferno di fiamme e calore a 2000 gradi mentre le strade sottostanti erano intasate dal viavai di curiosi e passanti messi in allarme da quello che ancora si pensava fosse “soltanto” un tragico incidente. Nemmeno 20 minuti più tardi – alle 9,03 ora locale (le 15,03 in Italia) – il secondo aereo, un Boeing 767 della United Airlines, si è schiantato contro la Torre Sud del World Trade Center aprendo una falla alta 4 piani. Le 65 persone a bordo, inclusi i 5 terroristi responsabili del dirottamento, sono morte sul colpo.

Oramai, per le strade regnavano il caos e il panico e una gigantesca nube di cenere, detriti e fumo avvolgeva tutta l’isola di Manhattan. Come se non bastasse, in quei minuti arrivava la notizia che un terzo aereo, un Boeing 757 dell’American Airlines, aveva colpito il Pentagono causando una strage. Oramai, tutto il mondo era incollato ai televisori col fiato sospeso e il cuore pieno di orrore per ciò che stava accadendo. Purtroppo, il peggio doveva ancora arrivare.

Alle 9,59 infatti, la Torre Meridionale è crollata su sé stessa, seguita alle 10:28 dalla Torre Nord.I due edifici sono collassati e venuti giù come gigantesche navi che stessero inabissandosi nell’oceano (solo che non erano navi, e soprattutto quello non era l’oceano bensì Manhattan, una delle zone a più alta densità abitativa del pianeta). C’era un quarto volo che avrebbe dovuto, nei piani dei terroristi, schiantarsi contro il Campidoglio o la Casa Bianca a Washington ma che precipitò in Pennsylvania, a 250 chilometri dal suo obiettivo.In seguito, si è appreso che i passeggeri a bordo del volo United Airlines numero 93 (tra di loro l’eroico informatico trentaduenne Todd Beaver), una volta compreso quale fosse il fine dei terroristi, scatenarono un’eroica battaglia all’interno del velivolo nel tentativo di riprendere il controllo della cabina di pilotaggio. E nonostante non siano riusciti a impossessarsi del velivolo, il loro eroico sacrificio ha impedito ai dirottatori di raggiungere il loro obiettivo prefissato, costringendoli piuttosto a precipitare nel campo isolato di Shanksville, Pennsylvania.

Alla fine, il bilancio definitivo delle vittime è stato di 2977. Questo, in sintesi, è ciò che successe quel terribile giorno di settembre, dopo il quale nulla è più stato come prima. Le parole sono come sempre insufficienti e inadeguate a restituire la portata tragica di quei fatti, il dolore e lo shock di una nazione colpita e di tutto il mondo che in quel momento si stringeva attorno ad essa con sgomento e commozione. Qualcuno potrebbe chiedere “E’ davvero così importante ricordare quel giorno a 15 anni di distanza?”. Sì, è importante.

Per quelli che morirono, per quelli che sono sopravvissuti, per tutti quelli che hanno visto minacciato il concetto stesso di “Libertà”. Per i nati dopo l’11 settembre, come dicevamo poc’anzi, perchè sappiano, e non dimentichino mai. Per ribadire che quella libertà è ancora viva e vegeta nonostante gli sforzi infami e spregevoli dei terroristi di cancellarla e sopprimerla per sempre. Perché, ne siamo certi, finchè tutti continueremo a ricordare, quella libertà non sarà più in pericolo. E se qualcuno ci accuserà di essere retorici, pazienza. E’ un prezzo che paghiamo volentieri in cambio della consapevolezza di aver fatto la nostra (piccola) parte per aiutare la gente a non dimenticare.  God Bless America.

*  Sic.

Arrival Denis Villeneuve Blade Runner 2

Cosa aspettarci da Arrival di Denis Villeneuve, con un occhio a Blade Runner 2

Che Arrival non sia il solito film di fantascienza super carrozzata si capisce al primo sguardo: le tute che indossano i protagonisti sono sacchi arancioni informi, l’astronave aliena è un dirigibile verticalizzato, così essenziale nella linea da non lasciare alcun appiglio per gli occhi. Ma come avete reagito al trailer? Io l’ho trovato deludente. Il nuovo film di Denis Villeneuve, regista di Prisoners e Sicario, uno che quando mette mano a un nuovo progetto si alza il vento tutto intorno, rivolge il suo sguardo alla fantascienza umanistica, come Contact o Interstellar, ma quello che abbiamo visto finora è solo una sequenza di scene e parole, montate insieme a oltranza, che non riesce a trasmettere la tensione che vorrebbe. Ma 15 recensioni sono già uscite, e Rotten Tomatoes assegna ad Arrival un bel 100% di consensi. L’unanimità.

Non che uno debba vederci chissà cosa in questi punteggi, a fine corsa potrebbe essere un altro film ordinario che vanta una ricezione più o meno positiva molto diffusa, come Mud o Captain America: Civil War; quello che conta è la media dei voti, se uno proprio vuole farsi un’idea dell’accoglienza.

Statisticamente è difficile che le cose rimangano così, ma vale per tutti i film (o quasi). Poco importa. La cosa bella è che Villeneuve abbia scelto una storia e una messa in scena molto sobrie, e che abbia la possibilità di dimostrare ancora una volta come gli eccessi di mezzi e CGI siano quantomeno inutili a fare grande Cinema e grande intrattenimento. Certo, bisogna stare attenti a non sbracare nel mattone d’autore.

Arrival Denis Villeneuve Blade Runner 2  Cosa aspettarci da Arrival di Denis Villeneuve, con un occhio a Blade Runner 2 arrival teaser fbpic

C’è qualche altra ragione particolare per augurarsi che Arrival sia bello? Di più, che sia eccellente, interessante, innovativo ma comunque di grande intrattenimento? Certo. Non solo perché significherà uscire dalla sala gasati a bomba, ma anche perché, mentre scrivo, Villeneuve sta girando Blade Runner 2, e lo sapete che significa: il progetto più ambizioso e più strano di Hollywood e dintorni degli ultimi anni (tanto da lanciare un messaggio forte anche solo come intenzione), la sfida più calda dell’immediato futuro, l’allineamento di talenti che tutti aspettavamo, la reunion dei Beatles.

Per cui sapere che il regista è in buona proprio con lo sci-fi sarebbe un gran conforto. Dico sarebbe, perché voglio vedere coi miei occhi prima di sbilanciarmi. Perché Blade Runner 2 può venire fuori in mille modi diversi, ma il presupposto può essere uno solo: un approccio speciale, sperando che Villeneuve e soci abbiano scelto quello giusto.

E se Arrival sarà effettivamente bello probabile che il problema sia uno solo: il trailer, così sequenziale e pieno di trama, vuole attirare l’attenzione del grande pubblico, che spesso in effetti considera la trama la cosa più importante; ma il film intero è destinato ad andare oltre, con una dimensione più astratta che semplicemente ancora non si riesce a vedere. Lo scopriremo presto, Arrival esce il 24 novembre.

Star Wars Rogue One Il Risveglio della Forza

Da Il Risveglio della Forza a Rogue One, lode al nuovo look di Star Wars

Come ho già scritto altrove, non sono un fan di Star Wars, e non attendo con ansia i film antologici come Rogue One: A Star Wars Story, l’unico capitolo che aspetto con curiosità è episodio VIII, perché lo scrive e dirige Rian Johnson. Il che significa che sono più interessato a come questo talentuoso giovane autore vede la saga più popolare di sempre che alla saga in sé. Non vogliatemene, ma qui si parla di Cinema e non solo di affetto per un film. Ma c’è una cosa vista nei trailer di Rogue One che merita di essere evidenziata: il look.

La nuova trilogia di Star Wars, diretta interamente da George Lucas, aveva un aspetto troppo patinato e levigato per i miei gusti. Se racconti una storia ultra classica dal sapore mitologico, con creature di fantasia, droidi, astronavi e spade laser rendere tutto pulito e colorato, senza un granello di polvere, è la scelta estetica più ovvia.

Viceversa, i nuovi episodi, Il Risveglio della Forza e Rogue One, stanno usando un colpo d’occhio molto più old school, ancorando queste storie epiche e mitiche a un terreno più vicino a noi che sediamo in sala, che in questo modo diventiamo spettatori ancora più privilegiati. La fotografia giusta può fare molto del prodotto finale, è l’unico vero 3D che funzioni: la stessa scena può essere girata in molti modi diversi, al punto che alla fine non sarà neanche più la stessa. I buoni dialoghi ce li ha anche la radio o un libro, il primo vessillo del Cinema è l’immagine. La sequenza del trailer di Rogue One col Caccia Stellare che esce dall’oscurità è una di quelle cose che, per un non fan come me, danno ancora senso a Star Wars.

Star Wars Rogue One Il Risveglio della Forza  Da Il Risveglio della Forza a Rogue One, lode al nuovo look di Star Wars star wars

Ricordarselo può essere utile soprattutto quando la storia che ci raccontano nasce già vincolata dalla tradizione, specialmente in un prequel. In Rogue One vediamo luci all’apparenza meno studiate, che sanno di tutto meno che di green screen, con un aspetto naturale e imponente, con maggiore profondità dello sguardo e una sana contraddizione in cerca di una risoluzione.

Come anche paiono in calo i mostri e le altre creature spesso interamente digitali che abbiamo visto nei film precedenti. Come per i capitoli più adulti di Harry Potter, ormai credo siamo tutti d’accordo che a un certo punto levare dalla scena certi elementi non può che giovare, e che non sta in quelli l’aspetto bigger than life che tanto ci piace. Speriamo che mantengano questo look anche per Episodio VIII. Nel frattempo beccatevi C2-B5, la versione Impero di R2-D2. Dite ciao.

Star Wars Rogue One Il Risveglio della Forza  Da Il Risveglio della Forza a Rogue One, lode al nuovo look di Star Wars 1494204