Independence Day: Rigenerazione recensione

Independence Day: Rigenerazione – Recensione

Idealmente, il primo Independence Day ha varato il trend, tuttora maggioritario, del cinema senza limiti di messa in scena: quello in cui il limite se lo poneva il regista o la produzione o non se lo poneva nessuno. Ovviamente, è stato un grande test per Hollywood, la quale il più delle volte sceglie proprio di non porsi alcun limite: ho perso il conto di quanti blockbuster si rovinano a causa dell’eccesso di azione e distruzione totale che spesso schiaccia il terzo atto. In teoria, questo Independence Day: Rigenerazione cascherebbe a fagiolo, vent’anni dopo, per chiudere questa lunghissima tradizione e riportare così il cinema ad altissimo budget a un senso più moderato dello spettacolo. Qualcosa mi dice che non andrà così.

Come succede spesso a certi cinecomic addomesticati in sala montaggio, i blockbuster dei nostri giorni sanno anche partire bene, in cerca di un minimo di personalità, ma a lavori in corso confluiscono tutti nella solita stessa direzione, come attirati da un campo magnetico invincibile, e alla fine chinano la testa come cavalli domati e finiscono tutti giù nella cascata. Il conflitto più irrisolto a Hollywood rimane quello tra personaggi e azione.

In Independence Day: Rigenerazione ci sono una decina di figure bidimensionali, che si spartiscono un carico di incombenze narrative sufficiente a malapena per tre personaggi veri e a tuttotondo; invece sono tanti e tutti ridotti a punti di vista (multietnici e multiculturali, come da galateo) per la narrazione, con la debole eccezione dell’ex presidente Bill Pullman e della sua eroica e caparbia figlia.

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Perché tutto il film gira così, una sorta di zapping senza sosta tra varie situazioni in cui, con lo scorrere degli eventi, i tempi si fanno sempre più stretti e la sceneggiatura sempre più funzionale. Una galassia di scenette di forse una ventina di secondi l’una in cui vengono compressi dialoghi/spiegoni per far capire cosa sta succedendo e cosa succederà, coi personaggi che spruzzano parole come estintori in mezzo alle fiamme, tutti privi di una sfera emotiva, senza un attimo di respiro che li renda agenti degni di nota e dotati di un peso. La scena madre del film, per quello che riguarda i protagonisti e non invece tutto il carrozzone di astronavi e distruzione assortita, si gioca su…una barba tagliata.

Sul fronte visivo, ci troviamo davanti le solite arterie ostruite dalla CGI tipica dei blockbuster catastrofici, che siano di Roland Emmerich o di Michael Bay o di chiunque altro disponga di budget alieni: inquadrature zeppe di movimento e di dettagli, tra combattimenti ed esplosioni, ogni millimetro dello schermo riempito di azione, iper-stimolazione senza sosta, un’invasione di informazioni visive senza gerarchia. E dato che tutte le forze narrative si esauriscono in questi frangenti action i personaggi sono costretti a introdurre in due parole il background l’uno dell’altro, roba tipo “Tu e io andavamo a letto insieme in occasione dei convegni”, o “tu una volta mi hai quasi ammazzato”. Insomma, quel genere di cose che nel mondo reale non si direbbero mai, non in quelle situazioni, non in quel modo.

Independence Day: Rigenerazione è il trionfo della sintesi e della leggerezza, in un settore dell’entertainment che già li schiaccia a tavoletta da secoli. Di recente Roland Emmerich ha rivendicato la forte influenza del primo film della serie su tanto cinema blockbuster successivo. Ed è proprio lì il punto: l’hanno imitato talmente tanto che l’unico modo per stupire di nuovo sarebbe stato, che so, giocarsi tutto con astronavi grandi come una moneta. Non è andata esattamente così.

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  1. Reply HokutoNoKen 15 settembre 2016 at 11:50

    Quanta spocchia in questa recensione.

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