Monthly Archives

ottobre 2016

Doctor Strange Recensione Benedict Cumberbatch

Doctor Strange – Recensione

Ricordo quando solo pochi mesi fa, nell’onda anomala di critiche (in gran parte fuori luogo) che ha sommerso Suicide Squad, a spiccare era la condanna per eccessiva leggerezza sulle orme dei Marvel Studios. Posto che senza dubbio quella leggerezza, eccessiva o meno, è una delle poche cose che salvano il film di casa Warner/DC, sarete contenti (o forse no) di sapere che anche Doctor Strange, sia pure con risultati migliori, sfrutta la stessa arma segreta.

Contrariamente a quello che molti credono, l’ironia e il divertimento possono essere grandi risorse in questo genere, al punto da costituirne il vero aspetto “adulto”. In Doctor Strange è l’ironia, la contraddizione brillante e distaccata, a rendere tutto trasversale e universalmente appetibile, grazie alla qualità e all’inventiva della scrittura e del comparto tecnico, ma anche alla sua capacità di rendere tollerabili plot che non sono proprio originalissimi.

Il dramma può e deve stare nelle vicissitudini dei protagonisti, nel dolore che sono chiamati a provare, non nella presunta minaccia di tizi in costume che piegano lo spazio-tempo o di alieni che sbucano dal cielo per radere al suolo la città, soprattutto con la visualizzazione standard dei blockbuster. Per questo è giusto che Kaecilius, il villain portato in scena da Mads Mikkelsen, non risalti più di tanto.

Non è lui il centro del racconto, non è lui a creare i problemi più importanti. Doctor Strange non è l’ennesima storia del bene contro il male, ma di un uomo rovinato che deve compiere uno spettacolare viaggio interiore per rimettersi in piedi. Storie così non hanno età, e per fortuna stavolta niente ospitate o altro fan service di sorta.

Doctor Strange Recensione Benedict Cumberbatch doctor strange Doctor Strange - Recensione doctor

I cattivi e i loro piani per conquistare il mondo: è questa, di solito, la parte davvero dozzinale e infantile. Doctor Strange minimizza questi aspetti, guarda le cose da una prospettiva singolare e individualista e rende l’eroe e il contesto umanamente credibili, un ritratto affidabile con cui possiamo relazionarci. Possiamo anche voler salvare il mondo, ma tutto parte da un disagio che sentiamo in prima persona: quando Strange vede le sue mani massacrate e la sua magistrale carriera di chirurgo compromessa assistiamo alla scena più dolorosa del Marvel Universe fino a oggi.

Con queste basi si può anche sorvolare su certe debolezze: l’effetto della città che si plasma a oltranza è fin troppo insistito. Decine di palazzi e strade che si scompongono e si spostano in una sola inquadratura sono troppe per goderseli fino in fondo; quando invece l’azione è creativa, e il design è sfrenato al punto giusto e non oltre, perfino un essere cosmico come Dormammu diventa una scelta spassosa. Il primo trip di Strange, poi, è un breve ma enorme capolavoro di follia controllata ed eccellenti effetti visivi.

Certo se tutto questo funziona si deve anche a Benedict Cumberbatch: il suo Doctor Strange è un genio spocchioso che scala le marce tra il divertente e il patetico senza il vistoso istrionismo di Tony Stark/Iron Man, ciò lo rende più o meno il miglior personaggio del Marvel Universe, uno che non sai mai cosa si inventerà la prossima volta. Ma tutto il cast, in particolare Tilda Swinton, funziona a meraviglia e nulla è lasciato al caso.

Tempistiche appropriate, azione creativa, ironia ben calibrata, volti e interpretazioni impeccabili. Nessuno pretende che questi film siano pietre miliari (e infatti non è questo il caso), ma che raccontino una storia definita, fresca e con un tocco umano al centro di tutto. Doctor Strange lo fa, senza dubbio.

Doctor Strange Recensione Benedict Cumberbatch doctor strange Doctor Strange - Recensione doc
The Predator Shane Black

The Predator: Shane Black ha capito tutto e bene

A volte nella vita crediamo che dopo un brutto periodo, una serie di avversità, l’universo debba cominciare a ricompensarci e le cose a girare meglio. E a volte succede. Lo stesso vale anche per il Cinema, e a volte non succede. Ma forse con il brand di Predator siamo ormai giunti a quel punto, quello in cui dopo diversi film che non rendono giustizia al personaggio e all’eredità del primo, magnifico exploit dell’87 (senza disdegnare neppure il secondo però), potremo rivedere il cacciatore interstellare meno mansueto di tutti i tempi di nuovo al centro di una grande avventura. Sono le tempistiche a farcelo sperare, ma anche le dichiarazioni di Shane Black, regista e co-sceneggiatore del prossimo The Predator. Black, tra le altre cose, dice (da Collider):

Io penso che [Predator] dovrebbe essere spaventoso, penso che dovrebbe essere divertente e penso che in definitiva dovrebbe suscitare meraviglia e focalizzarsi sulla percezione di cose che gli esseri umani raramente hanno occasione di vedere… Non parlo del pubblico, parlo dei personaggi del film, non sto dicendo che il film sarà diverso da qualunque cosa abbiate mai visto [ride].

Ripensate al primo capitolo, quello diretto da John McTiernan e con Arnold Schwarzenegger alla guida del cast. I personaggi non arrivano mai a identificare il loro avversario come un alieno, non si soffermano mai su quale possa essere la sua natura o provenienza, completamente distratti dal fatto stesso che un simile abominio esista, certo, ma anche dal vedere la loro abilità e le loro armi per la prima volta inutili, dal vedere le loro certezze crollare.

The Predator Shane Black predator The Predator: Shane Black ha capito tutto e bene Black

Billy, interpretato da Sonny Landham, esprime un tale fatalismo da far pensare che quello che li bracca sia più che altro un demone, visione rafforzata dai racconti della loro prigioniera, Anna. Se non ci fosse la prima scena con la navicella che sgancia la capsula sulla Terra non potremmo mai essere sicuri di chi cavolo sia realmente quel “ugly motherfucker”.

Ma, chiunque sia, è elettrizzante il ruolo che gioca nella partita: la squadra militare capisce di essere stata ingannata da Dillon, l’agente della CIA, ma la questione morale, il tradimento che li divide annichilisce di fronte all’arrivo del Predator, che riporta un piccolo gruppo di esseri umani allo stato brado e ricorda loro che hanno fatto i conti senza l’oste. Un inganno beffardo della natura, che cambia la prospettiva e punta la storia in una nuova direzione. Questo fa la fantascienza più nobile, ci riporta alle questioni di base. E su questo si concentra il capostipite del franchise.

Lo stupore, la sensazione di essere incappati in un terribile mistero, di trovarsi nel posto sbagliato nel momento più sbagliato di sempre. Questo è l’umore del film. La regia, la scrittura e la recitazione, così come anche il magnifico score di Alan Silvestri, lavorano su questi aspetti con un’efficacia pazzesca, quanti primi e primissimi piani in questo film d’azione e violenza, così muscolare e fantascientifico ma allo stesso tempo così umano! Non era affatto recitazione da stuntman, puramente fisica, ma da veri personaggi, sovrastati dal dubbio e dall’incredulità. Se c’è una battuta che sintetizza tutto il film è una domanda, quella che, fino all’ultimo secondo, Dutch/Schwarzenegger pone al Predator stesso: “Cosa diavolo sei?”

Forse è di questo che parla quindi Shane Black: riportare al centro il sense of wonder, sia pure terrificante, l’idea di essersi cacciati nell’unico problema di cui nessuno può suggerire una soluzione, e vedere come i protagonisti reagiscono a questo. I buoni presentimenti sul progetto continuano, The Predator dovrebbe andare in produzione a febbraio, e uscirà negli USA un anno dopo.

The Predator Shane Black predator The Predator: Shane Black ha capito tutto e bene Arnold predator
Logan Hugh Jackman Wolverine

Un’aria da Johnny Cash: Hugh Jackman è Wolverine nel trailer di Logan

Ma dico io, per una volta che nel trailer di un cinecomic scelgono Johnny Cash invece delle solite soundtrack epiche prese dal magazzino non possiamo semplicemente dire grazie? Invece più di uno la indica come una scelta ovvia, mentre col solito score generico e arrembante scommetto che nessuno si sarebbe lamentato, misteri del web e del pubblico. Comunque è arrivato il teaser trailer di Logan, diretto da James Mangold, e con esso un primo assaggio di quella che sarà l’ultima avventura col Wolverine di Hugh Jackman.

Visto quello che il trailer offre, la scelta di affidare le immagini alle note di “Hurt” (che Cash aveva coverizzato dai Nine Inch Nails diversi anni fa) ha un significato che a molti può essere sfuggito, ce lo spiega lo stesso James Mangold, che tra l’altro ha diretto un biopic sul celebre cantautore americano, Walk The Line. Mangold dice:

Ovviamente ho un legame e una predilezione per Johnny Cash, così come per il suo tono, il suo messaggio e la sua musica. Ma la vera intenzione dietro a tutte queste decisioni è quella di separare noi, in modo meticoloso, dagli altri film sui supereroi. Pensiamo che offriremo qualcosa di un po’ diverso, e vogliamo essere certi di vendere al pubblico facendo leva sulla differenza. A volte, anche se il film è un po’ diverso, lo studio prova a promuoverlo come tutti gli altri. La musica di Johnny Cash, in un certo modo, ci distingue da quella specie di metodo tutto standard, magniloquente, minaccioso, ronzii e martellate, porte che si spalancano e sbattono ed esplosioni che caratterizza alcuni di questi film.

Morale della favola, i codici dei cinecomic allevati in batteria pesano tantissimo, se si vuole fare un bel film bisogna tagliare qualche cima e cominciare a puntare la prua verso il mare aperto. Questo sembra dire il teaser trailer di Logan. Pare che stavolta vedremo tutto ciò che il precedente e già molto valido Wolverine – L’Immortale aveva solo potuto promettere. Così forse a questo giro non ci troveremo il cugino di Mazinga nel terzo atto del film. Sarebbe il minimo: riconoscere ed esaltare le qualità di un personaggio, il modo in cui lo distinguono dagli altri, e poi costruirgli attorno la storia e lo scenario più adatti alle sue esigenze e a quelle del suo pubblico. Sarebbe il minimo, ma dato che ormai i supereroi si spostano solo in branco non lo fa più nessuno.

Logan Hugh Jackman Wolverine logan Un'aria da Johnny Cash: Hugh Jackman è Wolverine nel trailer di Logan logan ww

E nessuno sa se il film sarà davvero bello o no, chiariamolo, il trailer di Logan è intenso ma non mostra niente di trascendentale, però comunica in modo vibrante un contesto e un tema, e un gusto preciso nelle immagini, invece che una serie di fatti e informazioni. A un teaser non si dovrebbe chiedere di più, in effetti. Ma certamente quello che vediamo qui è ciò che resta del cinema una volta spazzate via tutte le sovrastrutture tipiche del genere. Non vediamo un muro di CGI, niente costumi colorati e mantelli, niente ospiti di qualche universo espanso. Qui vediamo Wolverine, consumato, braccato e con un paio di affetti da proteggere.

Lo vediamo nel corpo ferito e invecchiato di Jackman, ma anche in quella cisterna d’acqua rovesciata, e nella foresta. Siamo nel lato più selvaggio del più famoso degli X-Men, e non somiglia affatto a quello che ha prevalso finora. Anche la trama in sé sembra ridotta al minimo, e la posta in gioco non fa pensare alla salvezza del mondo o anche solo di una città, ma a qualcosa molto più ad altezza d’uomo. Quale che sia l’esito finale, il film per come appare finora dovrebbe diventare scuola dell’obbligo per tutti i cinecomic e per quasi tutti i blockbuster.

Per il resto, tanto rispetto per il talentuoso Hugh, che ormai vicino ai 50 e dopo 17 anni con gli artigli e i basettoni lotta ancora strenuamente per regalarci il miglior film di Wolverine, con una progressione finora evidente degli episodi. Il trailer è una bella botta, fa un sacco di promesse, ma soprattutto conferma la strada non prettamente commerciale imboccata già col titolo e con la scelta di sfondare apertamente il pg13, grazie anche all’ariete Deadpool. Confermare questo trend al box-office può voler dire molto per il futuro del genere. Per ora, Logan con ogni probabilità sarà un blockbuster e un film diverso dal solito, cominciate a lamentarvi.

Inferno Recensione Tom Hanks

Inferno – Recensione

Ma da cosa fugge esattamente il moderno cinema d’azione e d’avventura? In Inferno, di nuovo diretto da Ron Howard, Robert Langdon/Tom Hanks è alle prese con un enigma la cui mancata soluzione comporterebbe conseguenze catastrofiche per il genere umano, e si butta ancora una volta al centro di una mischia internazionale. Per l’occasione lo accompagna una bella Monna Lisa in carne e ossa, Felicity Jones, giusto in tempo prima della sua partenza per la galassia lontana di Star Wars; questa potrebbe essere l’ultima volta che la vediamo in versione non-superstar.

Occorre altro? No, quindi si parte con lo schema narrativo classico che ibrida la fuga del protagonista con la ricerca di qualcosa che risolva la situazione, prima che i cattivi risolvano lui. In Inferno Firenze, come era stato per Roma in Angeli e Demoni, diventa un enorme tabellone affrescato per la partita definitiva, terreno ideale per lo sviluppo del racconto: concentrarsi sul movimento, sugli snodi narrativi, sull’ingresso via via di nuovi personaggi, svelando un po’ per volta la trama dietro alla minaccia. Però, ecco, mano a mano che si aggiunge carne al fuoco ci si aspetterebbe anche un incremento dell’intensità, del dramma, del thriller.

Invece tutto avviene senza soffermarsi su nulla in particolare, che sia l’atmosfera di una location specifica (però bella la scena nel solaio del Palazzo Vecchio, in cui finalmente un set particolare detta regole particolari per l’azione), o le motivazioni dei tanti agenti in gioco, vige la regola che le cose basta dirle perché il racconto possa fare il suo mestiere. Diversamente ci vorrebbe troppo tempo, tempo da sottrarre alle corse a perdifiato, alle sparatorie e agli indovinelli, e quelli sono il tesoro intoccabile di questo tipo di produzioni. Sarebbe quasi lodevole tutta questa attenzione alla parola, ma qui non siamo a teatro o in letteratura. Questo è Cinema, e le immagini e le svolte narrative avrebbero bisogno di respirare, come qualunque cosa che possa dirsi vitale.

Inferno Recensione Tom Hanks inferno recensione Inferno - Recensione felicity tom inferno large transE07EF2Z  N2UKkDd533Iq7UeQUnGUoaeSDsntNi5sF0

 

Inferno conserva gran parte del team creativo de Il Codice Da Vinci e Angeli e Demoni, ma qui è tutto alleggerito, una versione da viaggio, da battaglia, meno gonfia nella messa in scena e più agile. Se da un lato questo garantisce un ritmo costante dall’altro si perde però quel leggero afflato epico che, seppur di grana grossa, in passato dava un po’ di spessore in più, mentre altri comparti mostrano i muscoli ben oltre il necessario, con un muro sonoro che colpisce per la violenza più che per l’opportunità, e le allucinazioni di Langdon troppo inclini all’estetica digitale. Però quando Inferno tira un po’ il freno, su certe svolte, ogni ingranaggio scatta alla perfezione.

Cinema da inseguire più che da seguire, ritorna la domanda di prima: da cosa stanno scappando questi film? La loro attitudine alla velocità, a cui tutto il resto deve adeguarsi meglio che può, comincia a sembrare una (sia pur discutibile) corrente espressiva, ma a che scopo in questo caso? Per stare al passo con la mentalità multitasking nell’era degli smartphone? Ma il pubblico è davvero così impaziente? O magari Inferno funziona come certi giochi di prestigio, in cui a essere determinante è la rapidità di esecuzione, chi può dirlo.

Ma a differenza dei giochi di prestigio qui la fatica dietro al numero di magia si vede, si avverte un forte stress che percorre le strutture portanti, che gli attori hanno spesso meno spazio di manovra di quello che sarebbe fisiologico, che i personaggi hanno il ragionamento e la battuta troppo pronti. Come nei film scritti da Aaron Sorkin, dove però il contenuto è più nobile e la forma più congegnata.

In definitiva, mi manca molto il Ron Howard di Cuori Ribelli e di Fuoco Assassino: storie che si prendevano il tempo, che idolatravano i loro protagonisti al di sopra di qualunque trucco di sceneggiatura; ma anche il ben più recente Frost/Nixon spicca per il suo tocco umanista. Inferno è decisamente un prodotto di un’altra epoca, anche se sono passati solo pochi anni.

 

The Monster, nuovo film horror di Bryan Bertino

The Monster, il trailer del nuovo horror di Bryan Bertino sul mostro nel bosco

Dopo il 2008, anno di uscita del suo capolavoro The Strangers, ammetto di aver perso un pò di vista Bryan Bertino.  E forse non solo io, se è vero che dopo quel folgorante esordio (The Strangers è una cavalcata mozzafiato tra stilemi tipici dello slasher horror, rivisitati con intelligenza, e dinamiche thriller congegnate per funzionare con perfetta puntualità), lo stesso regista texano sembra aver perso un po’ il filo del discorso. Due anni fa Bertino ha diretto Mockingbird, found footage horror a base di clown sadici, universitari annoiati e videocamere portatili; interessante ma in qualche modo incompleto. Poi, eccolo apparire in veste di prodottore con un paio di film, uno dei quali – Stephanie – deve ancora uscire. Non certo un crescendo incalzante, insomma.

The Monster, nuovo horror di Bryan Bertino The Monster The Monster, il trailer del nuovo horror di Bryan Bertino sul mostro nel bosco the monster

Ora però, Bertino potrebbe avere in mano il lancio di dadi risolutivo, quello della svolta. Si tratta di The Monster (prima noto come There Are Monsters), film che uscirà negli USA a novembre (non si sa per ora quando potremo vederlo qui da noi) e che sembra voler riscoprire – con sguardo bertiniano – il terrore ancestrale del mostro nel bosco. Un filone che, dagli avvistamenti del Chupacabra all’instancabile fascinazione per il mostro di Lochness, ha percorso in lungo e in largo la storia antica e recente della cultura pop. La premessa di The Monster, semplice quanto il suo titolo, ci mostra un’auto con a bordo due donne – madre e figlia – che percorre a tarda notte una isolata strada di campagna.

The Monster, nuovo horror di Bryan Bertino The Monster The Monster, il trailer del nuovo horror di Bryan Bertino sul mostro nel bosco the strangers movie image bryan bertino

A un tratto, un guasto improvviso costringe le due viaggiatrici a fermarsi. E mentre cercano aiuto, madre e figlia si rendono conto che qualcosa è in agguato tra gli alberi, una creatura primordiale già impegnata in un diabolico gioco al gatto e al topo. Presupposti molto scarni, dicevamo, e in base ai quali è difficile capire se abbiamo a che fare con un exploit dai toni inevitabilmente trash o una gemma scintillante di suggestioni pop. Io, di Bryan mi fido e quindi propendo per la seconda opzione. Gli attori sono Zoe Kazan, Ella Ballentine e Scott Speedman, quest’ultimo uno dei protagonist di The Strangers. Un segno che è decisamente di buon auspicio. Qui sotto il trailer ufficiale.

Knight Of Cups Christian Bale Terrence Malick

Knight Of Cups, il trailer che vale più di tanti film interi

Non fatevi ingannare, con questo breve articolo voglio portare la vostra attenzione sul trailer che trovate in fondo, che tra l’altro è tutto tranne che nuovo. Quello che scrivo qui è un riempitivo, ma con uno scopo preciso e nobile: ritardare il piacere della visione, per godersela anche di più. Knight Of Cups, di Terrence Malick, quando ormai nessuno ci credeva più, ha una data di uscita anche italiana, dopo che negli altri paesi se lo sono visto già da un pezzo. Qualcuno ne ha parlato come di un film bello ma vuoto, ma chissene, ci faremo una nostra idea quando lo vedremo. Il punto è un altro. E cioè che questo trailer da solo è più bello e soddisfacente di una marea di film interi.

Certo, quello per cui la gente fa la fila è cinema col vantaggio della schematicità, ma quella offerta da Knight Of Cups, almeno a occhio, è la miglior alternativa possibile. Inutile mettersi lì a descriverlo a parole, basta guardarlo e subito si vede il punto di contatto tra la libertà espressiva e il talento sopraffino. Potremmo essere grati a Malick già da ora: senza Knight of Cups non avremmo avuto questo trailer, che è più spettacolare dei baracconi e più intenso di tanti drammoni “due stanze e una cucina”.

Merito anche del tocco inconfondibile di Emmanuel Lubezki, il direttore della fotografia che con le inquadrature, le luci e i movimenti di macchina racconta storie e/o stati d’animo molto meglio di tanti sceneggiatori. Il suo modo di girare, ma forse anche di osservare le cose, polverizza qualunque tentativo di stipare la fotografia di un film tra le mere categorie tecniche. Incredibile poi l’evoluzione del suo stile, impossibile pronosticarne i limiti. Il tre volte premio Oscar (una delle scelte incontestabili dell’Academy) ha già reso unici Revenant e Gravity, per citare alcune delle sue cose migliori in assoluto. Quei film senza di lui cosa sarebbero?

Quello che vediamo nel trailer è un sogno visto da un treno in corsa: poche parole, immagini maestose e intime, geometriche o prossime alla deformazione, massimi sistemi che risuonano tra cielo e mare e tutte quelle altre cosette che puoi raccontare in modo credibile solo se non ti accontenti. In più, bravura e credibilità totali imballate con cura nelle sembianze di Christian Bale, Cate Blanchett e Natalie Portman. Basta con le chiacchiere, azione. Knight Of Cups esce il 9 novembre.

Colin Trevorrow Jurassic World

Colin Trevorrow e Jurassic World 2: la questione animatronic e CGI

Su questi schermi mi è capitato spesso di lamentarmi di come la CGI – gli effetti visivi generati al computer – abbia sostanzialmente inquinato il cinema degli ultimi 15-20 anni, rendendolo di fatto peggiore di quello che potrebbe essere. Ovviamente, si tratta di un problema dei film ad alto budget, che spesso sono così pieni di corpi digitali proprio per questo viziaccio di demandare gran parte del lavoro creativo a qualcosa che si può realizzare solo in post-produzione. Ma il limite non è solo esteriore, visivo.

Il problema nasce dalla consapevolezza che il computer ti offre un arsenale sterminato di immagini in movimento, niente è troppo estremo o fantasioso per uno strumento virtuale come quello. Ma questa consapevolezza di avere munizioni infinite ha scavato una fossa abissale sotto i piedi del genio creativo hollywoodiano: se il film lo puoi assemblare a colpi di effetti visivi, perché sprecarsi a scrivere una bella sceneggiatura?

Colin Trevorrow ha diretto Jurassic World, uno dei più grandi incassi della storia del cinema. Dirigerà anche l’episodio IX di Star Wars. Ora, a me Jurassic World non è piaciuto, ma non importa. Quello che conta è che il regista, parlando del prossimo film sui dinosauri, ha casualmente specificato in parole semplici questo concetto del rapporto tra effetti visivi e scrittura pura e semplice. Tra le altre cose Trevorrow afferma questo:

 

[…] Abbiamo scritto delle opportunità per gli animatronic in questo film, perché è una cosa che deve partire dalla scrittura.[…]

 

Buono a sapersi, anche se lo sapevamo già: la scrittura di una sceneggiatura cambia se sai di avere o non avere certi mezzi a disposizione. Il bello è sentirlo detto da uno che opera al centro del business, che sa bene di ciò di cui parla. Trevorrow tocca questo tasto mentre spiega che gli animatronic sono indicati solo per certi movimenti dei dinosauri, e che per il resto occorre la CGI.

Colin Trevorrow Jurassic World  Colin Trevorrow e Jurassic World 2: la questione animatronic e CGI 86462
Patente e libretto, prego

Certo, nessuno ne dubita. Il fatto, e qui parlo del cinema in generale, è che il “resto” in questione esiste perché esiste la possibilità di usare la CGI, e non viceversa. Si usa la tecnologia solo perché c’è, non per altro. Se il digitale non esistesse, e ci si dovesse arrangiare con la pellicola, la gente scatterebbe foto di qualunque cosa per poi postarle sui social?

Se ci si limitasse a girare solo ciò che si può fare dal vivo e usare la CGI solo per le rifiniture questo problema non ci sarebbe. Non ci sarebbe neppure alcun vero limite artistico, perché a oggi non esiste alcuna prova che le scene con la CGI illimitata siano più efficaci, o che siano più belle da vedere, ma soprattutto non esiste alcuna prova che la CGI, per quanto ben fatta, renda un film migliore. Anzi, nove volte su dieci abbiamo le prove del contrario.

Ma, e qui viene meno qualunque alibi, esistono anche grandissime produzioni che riducono al minimo gli effetti digitali e che stanno riscoprendo il fascino e la disciplina che solo effetti pratici e solidi possono portare. Dai nuovi Star Wars ai film di Christopher Nolan, parliamo comunque di trionfi di botteghino, ergo la vecchia scuola in termini di soldi paga quanto la nuova. E guarda caso ne Il Risveglio Della Forza l’unica cosa visivamente stonata dal punto di vista visivo e concettuale è Snoke, il mostro digitale sempre nascosto nella penombra.

Perché quello contro cui si accanisce la critica e la fascia di spettatori dal gusto più educato non è il fatto che i blockbuster siano fatti con le montagne di dobloni, ma che spesso perdano l’anima nel flusso dei miliardi, quelli che escono per le spese e quelli che rientrano al botteghino. Anche fregandosene della critica, Hollywood potrebbe davvero puntare in alto e offrire al mondo un cinema che sia veramente unico e invidiabile, cioè fatto con mezzi che nessun altro si può permettere, ma anche con tutto il talento possibile. Per rinforzare la mia tesi, dato che le immagini contano più delle parole, vi lascio con un minuto e mezzo di video con le prove del vecchio T-REX di Jurassic Park. Have fun!

Café Society - Recensione

Café Society – Recensione

Quando ho cominciato a sentire parlare di Café Society ho pensato: ma guarda, Jesse Eisenberg e Kristen Stewart di nuovo insieme, e questa volta diretti da Woody Allen. Certo speravo che non fosse il Woody Allen di To Rome With Love o Midnight In Paris, ma non mi aspettavo un risultato tanto convincente. Invece il maestro newyorkese torna con un lavoro ispirato e garbato, degno del suo nome.

Café Society in effetti, e lo dico in positivo, ha qualcosa in comune con Adventureland (la deliziosa ed elegiaca commedia che ha per la prima volta intuito la magica alchimia tra Eisenberg e la Stewart), ma appunto trattato e rivisto secondo le logiche del più griffato Cinema d’autore. Anche qui abbiamo a che fare con un giovane che arriva in una nuova comunità e che cerca di farsi strada e di ottenere l’amore della donna dei suoi sogni, in mezzo a insidie velate, senza che si scenda mai su un vero piede di guerra.

I personaggi coinvolti infatti vivono nella realtà della Hollywood degli anni ’30, un contesto ad alto tasso di ipocrisia e malcelata decadenza, in cui nessuno dice mai esattamente quello che pensa e in cui anche i conflitti più istintivi si stemperano in buone maniere. Si soffre in silenzio, come ne L’Età dell’Innocenza o ne Il Grande Gatsby, ma con più ritmo, ironia e fiducia.

Un’epoca artefatta, che il magistrale Vittorio Storaro ritrae con le luci morbide e le composizioni perfette di certe riproduzioni retrò. Vi direi di segnarvi il suo nome se non fosse già un’autorità da decenni, ma con il suo uso del digitale pieno di calore e bellezza il direttore della fotografia entra di diritto anche nel gruppo, con Roger Deakins, Emmanuel Lubezky e pochi altri, dei maghi della nuova tecnologia, quelli che non solo non ti fanno rimpiangere la pellicola ma addirittura ti illudono che, in fondo, in giro ci sia di meglio. Ma finché non sono tutti come loro la vecchia scuola non si batte.

Café Society - Recensione  Café Society - Recensione 292805

Comunque, se quello di Eisenberg è un po’ il suo personaggio tipico, ma quanto mai opportuno, anche Kristen Stewart, su cui l’occhio della telecamera riposa tanto volentieri, si porta in scena la sua dissonanza rispetto ai lustrini dello stardom e del relativo business nella vita reale; Allen romanza il tutto, connette e disconnette i due caratteri a tempo, e li rende gradevoli e sgradevoli da un secondo all’altro, ma sempre senza troppo melodramma. Sono lontane le meccaniche a vista di Basta Che Funzioni, come anche il patchwork folcloristico di Incontrerai L’Uomo Dei Tuoi Sogni.

E mentre il tono rimane leggero, un bisturi che incide senza dolore, Allen scarta le tappe più ovvie e punta a riflessioni intime sulla doppiezza dei sentimenti; per la verità Café Society viaggia tutto sull’onda del dualismo, in cui si contrappongono passioni in lotta e visioni differenti: non solo quelle dei due protagonisti, ma anche quelle tra due mentalità, quella di Los Angeles e quella di New York, con un po’ di spazio anche per il derby ebrei/cristiani, ovviamente qui ridotti a pure ideologie.

Tante vedute, tanti strati, ma che riempiono e definiscono una sola vicenda, cassaforte di tutto il tesoro emozionale del film. Café Society tenta un romanticismo con riserva, ancora più tortuoso perché vissuto da personaggi che vogliono a tutti i costi ottenere qualcosa ma senza fare del male a nessuno, finché è possibile. Ne esce fuori un aneddoto lastricato di vecchio jazz, insieme al forte sospetto che questa stessa storia possa esserci raccontata con le stesse facce in ogni epoca, basta che ci sia questo gusto nel farlo.

Café Society è accogliente e brillante, malinconico e possibilista, morbido e focalizzato… e qualunque altro aggettivo che possa definire un lavoro buono per tutti i palati e per tutte le età, l’idea di un classico in cui sembra di scorgere l’inizio di un nuovo ciclo vitale e artistico, senza sforzo apparente né incertezza nel passo. Bentornato a questo nuovo, appassionato Woody Allen, e speriamo di averne ancora.

Café Society - Recensione  Café Society - Recensione Kristen Stewart e Jesse Eisenberg em Caf   Society