Café Society - Recensione

Café Society – Recensione

Quando ho cominciato a sentire parlare di Café Society ho pensato: ma guarda, Jesse Eisenberg e Kristen Stewart di nuovo insieme, e questa volta diretti da Woody Allen. Certo speravo che non fosse il Woody Allen di To Rome With Love o Midnight In Paris, ma non mi aspettavo un risultato tanto convincente. Invece il maestro newyorkese torna con un lavoro ispirato e garbato, degno del suo nome.

Café Society in effetti, e lo dico in positivo, ha qualcosa in comune con Adventureland (la deliziosa ed elegiaca commedia che ha per la prima volta intuito la magica alchimia tra Eisenberg e la Stewart), ma appunto trattato e rivisto secondo le logiche del più griffato Cinema d’autore. Anche qui abbiamo a che fare con un giovane che arriva in una nuova comunità e che cerca di farsi strada e di ottenere l’amore della donna dei suoi sogni, in mezzo a insidie velate, senza che si scenda mai su un vero piede di guerra.

I personaggi coinvolti infatti vivono nella realtà della Hollywood degli anni ’30, un contesto ad alto tasso di ipocrisia e malcelata decadenza, in cui nessuno dice mai esattamente quello che pensa e in cui anche i conflitti più istintivi si stemperano in buone maniere. Si soffre in silenzio, come ne L’Età dell’Innocenza o ne Il Grande Gatsby, ma con più ritmo, ironia e fiducia.

Un’epoca artefatta, che il magistrale Vittorio Storaro ritrae con le luci morbide e le composizioni perfette di certe riproduzioni retrò. Vi direi di segnarvi il suo nome se non fosse già un’autorità da decenni, ma con il suo uso del digitale pieno di calore e bellezza il direttore della fotografia entra di diritto anche nel gruppo, con Roger Deakins, Emmanuel Lubezky e pochi altri, dei maghi della nuova tecnologia, quelli che non solo non ti fanno rimpiangere la pellicola ma addirittura ti illudono che, in fondo, in giro ci sia di meglio. Ma finché non sono tutti come loro la vecchia scuola non si batte.

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Comunque, se quello di Eisenberg è un po’ il suo personaggio tipico, ma quanto mai opportuno, anche Kristen Stewart, su cui l’occhio della telecamera riposa tanto volentieri, si porta in scena la sua dissonanza rispetto ai lustrini dello stardom e del relativo business nella vita reale; Allen romanza il tutto, connette e disconnette i due caratteri a tempo, e li rende gradevoli e sgradevoli da un secondo all’altro, ma sempre senza troppo melodramma. Sono lontane le meccaniche a vista di Basta Che Funzioni, come anche il patchwork folcloristico di Incontrerai L’Uomo Dei Tuoi Sogni.

E mentre il tono rimane leggero, un bisturi che incide senza dolore, Allen scarta le tappe più ovvie e punta a riflessioni intime sulla doppiezza dei sentimenti; per la verità Café Society viaggia tutto sull’onda del dualismo, in cui si contrappongono passioni in lotta e visioni differenti: non solo quelle dei due protagonisti, ma anche quelle tra due mentalità, quella di Los Angeles e quella di New York, con un po’ di spazio anche per il derby ebrei/cristiani, ovviamente qui ridotti a pure ideologie.

Tante vedute, tanti strati, ma che riempiono e definiscono una sola vicenda, cassaforte di tutto il tesoro emozionale del film. Café Society tenta un romanticismo con riserva, ancora più tortuoso perché vissuto da personaggi che vogliono a tutti i costi ottenere qualcosa ma senza fare del male a nessuno, finché è possibile. Ne esce fuori un aneddoto lastricato di vecchio jazz, insieme al forte sospetto che questa stessa storia possa esserci raccontata con le stesse facce in ogni epoca, basta che ci sia questo gusto nel farlo.

Café Society è accogliente e brillante, malinconico e possibilista, morbido e focalizzato… e qualunque altro aggettivo che possa definire un lavoro buono per tutti i palati e per tutte le età, l’idea di un classico in cui sembra di scorgere l’inizio di un nuovo ciclo vitale e artistico, senza sforzo apparente né incertezza nel passo. Bentornato a questo nuovo, appassionato Woody Allen, e speriamo di averne ancora.

Café Society - Recensione  Café Society - Recensione Kristen Stewart e Jesse Eisenberg em Caf   Society

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3 Comments
  1. Reply Johanna 7 ottobre 2016 at 2:15

    Interessante il parallelismo con Adventureland. Io adoro sia Greg Mottola che Woody Allen…

  2. Reply Capt. Dent 7 ottobre 2016 at 11:20

    Per quanto riguarda Mottola per me Adventureland spicca alla grande sul resto dei suoi lavori… Comunque il parallelo tra quello e Café Society potrebbe andare anche oltre: il triangolo amoroso, con rapporti molto simili tra i tre personaggi coinvolti…del resto era lo stesso anche ne Il Segreto del Mio Successo (tra l’altro pure lì c’entrava lo zio del protagonista e una sua dipendente), alla fine sono cose che ritornano, sia pure con toni differenti. Café Society però sviluppa questi presupposti in maniera tutta sua.

  3. Reply Johanna 8 ottobre 2016 at 11:29

    Sì, e la delicatezza e quel velo di nostalgia che entrambi i film sanno proiettare li trovo qualcosa di molto bello. Adoro l’Allen di questo film come quello di Radio Days, Anything Else e Blue Jasmine.

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