Doctor Strange Recensione Benedict Cumberbatch

Doctor Strange – Recensione

Ricordo quando solo pochi mesi fa, nell’onda anomala di critiche (in gran parte fuori luogo) che ha sommerso Suicide Squad, a spiccare era la condanna per eccessiva leggerezza sulle orme dei Marvel Studios. Posto che senza dubbio quella leggerezza, eccessiva o meno, è una delle poche cose che salvano il film di casa Warner/DC, sarete contenti (o forse no) di sapere che anche Doctor Strange, sia pure con risultati migliori, sfrutta la stessa arma segreta.

Contrariamente a quello che molti credono, l’ironia e il divertimento possono essere grandi risorse in questo genere, al punto da costituirne il vero aspetto “adulto”. In Doctor Strange è l’ironia, la contraddizione brillante e distaccata, a rendere tutto trasversale e universalmente appetibile, grazie alla qualità e all’inventiva della scrittura e del comparto tecnico, ma anche alla sua capacità di rendere tollerabili plot che non sono proprio originalissimi.

Il dramma può e deve stare nelle vicissitudini dei protagonisti, nel dolore che sono chiamati a provare, non nella presunta minaccia di tizi in costume che piegano lo spazio-tempo o di alieni che sbucano dal cielo per radere al suolo la città, soprattutto con la visualizzazione standard dei blockbuster. Per questo è giusto che Kaecilius, il villain portato in scena da Mads Mikkelsen, non risalti più di tanto.

Non è lui il centro del racconto, non è lui a creare i problemi più importanti. Doctor Strange non è l’ennesima storia del bene contro il male, ma di un uomo rovinato che deve compiere uno spettacolare viaggio interiore per rimettersi in piedi. Storie così non hanno età, e per fortuna stavolta niente ospitate o altro fan service di sorta.

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I cattivi e i loro piani per conquistare il mondo: è questa, di solito, la parte davvero dozzinale e infantile. Doctor Strange minimizza questi aspetti, guarda le cose da una prospettiva singolare e individualista e rende l’eroe e il contesto umanamente credibili, un ritratto affidabile con cui possiamo relazionarci. Possiamo anche voler salvare il mondo, ma tutto parte da un disagio che sentiamo in prima persona: quando Strange vede le sue mani massacrate e la sua magistrale carriera di chirurgo compromessa assistiamo alla scena più dolorosa del Marvel Universe fino a oggi.

Con queste basi si può anche sorvolare su certe debolezze: l’effetto della città che si plasma a oltranza è fin troppo insistito. Decine di palazzi e strade che si scompongono e si spostano in una sola inquadratura sono troppe per goderseli fino in fondo; quando invece l’azione è creativa, e il design è sfrenato al punto giusto e non oltre, perfino un essere cosmico come Dormammu diventa una scelta spassosa. Il primo trip di Strange, poi, è un breve ma enorme capolavoro di follia controllata ed eccellenti effetti visivi.

Certo se tutto questo funziona si deve anche a Benedict Cumberbatch: il suo Doctor Strange è un genio spocchioso che scala le marce tra il divertente e il patetico senza il vistoso istrionismo di Tony Stark/Iron Man, ciò lo rende più o meno il miglior personaggio del Marvel Universe, uno che non sai mai cosa si inventerà la prossima volta. Ma tutto il cast, in particolare Tilda Swinton, funziona a meraviglia e nulla è lasciato al caso.

Tempistiche appropriate, azione creativa, ironia ben calibrata, volti e interpretazioni impeccabili. Nessuno pretende che questi film siano pietre miliari (e infatti non è questo il caso), ma che raccontino una storia definita, fresca e con un tocco umano al centro di tutto. Doctor Strange lo fa, senza dubbio.

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