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novembre 2016

Snowden recensione oliver stone joseph gordon-levitt

Snowden – Recensione

Ci ho visto una grande rivelazione (o meglio puntualizzazione) in un film come Snowden. Non quella della storia in sé, che era già di dominio pubblico, ma quella riassunta con uno scambio di battute che si trova circa a metà del film in cui il protagonista, interpretato da un Joseph Gordon-Levitt sempre sul pezzo, afferma che non si possono paragonare le informazioni che la gente condivide volontariamente con quelle che vengono carpite tramite spionaggio, in modo non dichiarato, che potremmo interpretare con un “non illudetevi che il mondo virtuale che proiettate a vostro piacere sui social sia la realtà.” Tombola! Sarà anche ovvio ma, che fosse nelle intenzioni del regista Oliver Stone o meno, questo a mio avviso è il contenuto più interessante e originale che possiamo hackerare dal film: ricordarci che questi due reami sono separati.

Perché tutto il tumulto, lo scandalo in questione è che i più avanzati sistemi di monitoraggio globale non puntano alla dimensione parallela che abbiamo creato intenzionalmente nel web, per interessargli quella dovrebbe essere vita reale. Invece, è altrove che rivolgono l’attenzione: telefonate, email, chat, internet, webcam che si accendono da sole, cimici in casa. Tutto il pacchetto, in pratica. Perché quando postiamo sui social frammenti pur veritieri della nostra quotidianità stiamo comunque, parafrasando Hitchcock, “riscrivendo la vita senza le parti noiose”. Non è la realtà, quella è solo integrale, tutto o niente.

Ma Snowden è in prima battuta la storia di un eroe che svela una trama nascosta di grandezza indicibile, e Oliver Stone sceglie di raccontarcela con un tono da cronista di fiction, sempre a metà strada tra la vicenda personale di un hacker dell’intelligence che non riesce a incatenare la propria coscienza e la vicenda sociale e tecnologica che riguarda ogni essere umano sul pianeta. La storia di miliardi di persone raccontata attraverso una sola.

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In Snowden il potere della tecnologia sul genere umano è talmente dogmatico che basta dichiararlo perché lo spettatore ci creda, mentre trent’anni fa tutto questo sarebbe stato un film di fantascienza distopica. La tecnologia è l’equivalente moderno della magia delle favole e Snowden, un ragazzo occhialuto che nel film somiglia un sacco a Harry Potter, ha scoperto che qualcuno la sta usando con qualche licenza di troppo, in quella che è la stessa psicosi portata in scena quarant’anni fa da Francis Ford Coppola ne La Conversazione ma elevata all’ennesima potenza su scala planetaria.

La partita si gioca tutta in incognito, è virtuale. Forse è per questo che la ragazza del genio –bravissima Shailene Woodley – gli scatta una marea di foto: il ragazzo viene visualizzato come una star tangibile e riluttante, un eroe personale, le sue sembianze sono tanto più importanti quanto più il mondo reale viene spazzato sotto al tappeto del web.

E forse è qui che il film trova un po’ il suo limite: un tema così vasto necessita di un certo livello di sintesi, invece Snowden a dirla tutta è un po’ lungo non per il minutaggio in sé, ma perché leggermente ripetitivo col passare del tempo, sebbene non ci siano cali preoccupanti di ritmo o di interesse. Sarebbe una storia perfetta per una serie tv ma anche come film fa la sua figura, anche se non possiede quelle qualità di regia e scrittura da farti venire la voglia di rivederlo al più presto.

È un film più adatto all’attualità di un tema scottante che a lasciare il segno nella storia del cinema, non raggiunge i picchi di coinvolgimento e dramma di JFK o Nato il 4 luglio, ma fa piacere constatare che nel mondo di Oliver Stone gli eroi che affrontano nemici innumerevoli e invisibili contano ancora e sono sempre molto ben accetti.

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Christopher Nolan Cavaliere Oscuro Inception Dunkirk

La mia classifica dei film di Christopher Nolan

Vi sarete resi conto che da queste parti il cinema di Christopher Nolan va forte. Per cui ho pensato di stilare una classifica dei suoi film, con relativo commento, per cercare di chiarirmi le idee io stesso, tra l’altro. Risultato: un disastro! Non sono affatto sicuro di alcune delle posizioni, ma d’altra parte conta molto anche il gusto soggettivo e non occorre trasformare tutto in algebra. Una cosa è certa, se c’è una categoria di registi per cui ha senso stilare questo tipo di classifiche è quella di chi ha una filmografia breve, vi immaginate mettere in graduatoria i film di Woody Allen?

Non voglio neanche scrivere un trattato per ogni film, che tanto se ne è parlato per anni in lungo e in largo per tutto il web e ancora si continua a farlo. Mi interessa più che altro lanciare qualche considerazione random, senza farne una roba accademica. Il regista de Il Cavaliere Oscuro e Interstellar è pur sempre al centro di un fenomeno pop anche se con il prossimo Dunkirk, film di guerra senza grossi attori se non in ruoli di supporto, Nolan sembra ancora tenere a distanza le derive più commerciali.

Mentre non ho avuto problemi a stilare la cima e il fondo della graduatoria, è la sezione centrale che mi ha creato non poche difficoltà, e mi rendo conto che certi titoli potrebbero facilmente cambiare di posto da un momento all’altro. Ma è un gioco, e se mai può essere un ulteriore spunto di riflessione. Procediamo, partendo dall’ultima posizione e risalendo alla prima.

8) FOLLOWING
Non si può pretendere che un’opera prima girata con amici e parenti e mezzi ridotti al minimo sia un filmone epocale, ma Following è comunque un esordio promettente, con dentro tutte o quasi le peculiarità dell’autore e degli esiti notevoli nella scrittura e nella fotografia. Su altri fronti si vede la lunga strada da fare, per esempio la regia dei combattimenti. Non è necessario un grande budget per fare grandi film, ma un budget troppo piccolo può essere limitante, specie se si ha ancora poca esperienza. Nota di merito al casting, gli attori sono molto ben scelti per i relativi personaggi.

Christopher Nolan Cavaliere Oscuro Inception Dunkirk nolan La mia classifica dei film di Christopher Nolan memento 1

7) INSOMNIA
Parliamoci chiaro, può mai essere Insomnia un brutto film? No, neanche un po’, ma è il meno personale che Nolan abbia fatto, un po’ perché è un remake, un po’ perché la storia non permetteva a tutte le sue tematiche tipiche di emergere più di tanto. Certo c’è il discorso sulla colpa e sul labile confine tra buoni e cattivi, ma il taglio fortemente realistico del racconto tarpa un po’ le ali al resto. Ottime prove, fuori dai rispettivi schemi, sia per Al Pacino che per Robin Williams, qui alle prese con uno dei suoi rari ruoli da villain.

6) MEMENTO
Giustamente immancabile nelle classifiche del pubblico, Memento ha un solo problema: è troppo particolare. Quel montaggio complesso, se da un lato è illuminante per le sensazioni che evoca nello spettatore, dall’altro non diventa mai abbastanza fluido da risultare naturale e Memento rimane “confinato” (per quanto possa esserlo un cult indiscusso) nell’esperimento audace e forse anche troppo consapevole. Ciò non toglie che dovrebbero insegnarlo nelle scuole di cinema e anche nei corsi di basket e in quelli per astronauti e filosofi. Insomma da vedere, ma Nolan ha fatto cose migliori anche se, inevitabilmente, meno originali.

5) THE PRESTIGE
Sarà merito anche del romanzo su cui è basato, ma The Prestige ha nei dialoghi una fluidità e una brillantezza notevoli. Il problema di fondo è che forse è lo script che gioca più scopertamente su un piano meta-cinematografico, i colpi di scena non colpiscono più di tanto, come se fossero solo delle parvenze per suggerire qualcosa a livello puramente cerebrale. Non è un film di sorprese, è più una dimostrazione, un saggio finale. Forse rimane il pezzo più freddo del catalogo, ma recitato, girato e montato con classe cristallina. Un film in costume di straordinaria modernità e pieno di fascino, totalmente privo di certe grossolanità che invece appartengono alle produzioni più grandi.

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4) INTERSTELLAR
Al momento è l’unico film di Nolan spaiato da tutti gli altri. Sarà che il progetto iniziale era stato realizzato per Spielberg, ma con Interstellar scopriamo un Nolan diverso dal solito. Scene lunghe, montaggi paralleli ridotti al minimo e fascinazione per l’ignoto. Allo stesso tempo il tema spaziale gli permette di sfornare alcune delle sequenze più mastodontiche della sua carriera. Il film che meno di tutti conta sulle parole, Interstellar ha quel passo e quel tono da appuntamento unico, più che da nuovo filone da esplorare anche in futuro, ma sarebbe bello se Nolan si portasse dietro questa attitudine a prendersi i tempi e gli spazi senza troppa attenzione al cronometro.

3) IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO
Quanto ci sarebbe da parlare. Non mi hanno mai fatto effetto le presunte illogicità dello script. Se mai pesano di più le trascuratezze (tipo Batman pugnalato senza conseguenze nel pre-finale) e la galleria di stereotipi narrativi che struttura tutto il film. Di per sé non sarebbe un gran problema, ma venendo dopo il Cavaliere Oscuro la cosa pesa parecchio. Eppure che messa in scena! Che fotografia! In più la prima metà ha una sceneggiatura ricca e dinamica e un ritmo perfetto, i colpi li comincia a perdere nella confusione del terzo atto. Risalta in negativo la resa delle botte tra Batman e Bane nel primo scontro, troppo finta e che rovina in parte una scena davvero importante.

2) BATMAN BEGINS
Se Batman Begins sta sopra a, per dire, Interstellar, è perché non dura troppo e riesce a dire tutto quello che vuole con grande destrezza, risultando più essenziale. Se sta sotto a Il Cavaliere Oscuro è perché nella parte finale, diciamo dalla festa di compleanno in poi, diventa tutto un baraccone girato e montato col fast forward inserito. Ma Batman Begins è veramente un film importante, senza il quale il pluricelebrato sequel non avrebbe avuto senso né occasione di esistere.

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1) IL CAVALIERE OSCURO / INCEPTION
Proprio così, in cima alla classifica abbiamo un ex aequo. Il Cavaliere Oscuro è il blockbuster che risolve tutte le contraddizioni tra cinema commerciale e cinema d’autore, spiazzando critica e pubblico e allo stesso tempo incantandoli, costringendo il genere a fermarsi e riflettere. L’unico blockbuster dal 2000 a oggi che abbia addirittura superato le aspettative madornali che lo precedevano. L’adattamento di un fumetto che diventa un grande film invece che fermarsi allo step intermedio del semplice fumettone.

Inception è un altro gol da centrocampo, mentre ancora risuona l’applauso per il precedente. Un lavoro dall’ambizione smisurata, con un unico difetto: tutti quegli spiegoni non sono il massimo della vita, ma il secondo tempo ripaga e dà loro un senso, li trasforma in un investimento. È un film così bello che le scene più illogiche sono le più memorabili, pensate al combattimento nel corridoio in rotazione: continuare a lottare in quelle condizioni è l’ultima cosa che chiunque farebbe, che c’era da salvare l’osso del collo prima di tutto, eppure nessuno spettatore ha mai sollevato la questione, nonostante su questo film si sia discusso fino alla nusea. Inception è potente anche per come sfrutta i difetti per fare grande cinema, che non ha sempre a che vedere col realismo e la plausibilità.

Non so se si è capito ma per me Nolan il meglio finora lo ha dato nel giro delle grandi produzioni. Non è raccomandabile, in quest’epoca in cui escono blockbuster costosissimi e senza uno straccio di idea o di personalità, minimizzare il lavoro di uno dei pochi registi che rendono conto di ogni spicciolo. All’inizio avevo detto di non volerne fare una questione algebrica, ma se Interstellar ha qualcosa di superiore a The Prestige in fondo è nell’impatto di molte immagini e della musica, aspetti che nel duello tra gli illusionisti lavorano su scala minore, in linea con la natura del racconto. Non è una colpa lavorare su medio-piccole produzioni ma se è vero che il Cinema è prima di tutto immagine beh, la somma di talento e mezzi può, e sottolineo può, fare la differenza.

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Animali Notturni recensione Amy Adams

Animali Notturni – Recensione

Forse qualcuno sa dove trovare gli animali fantastici, ma gli animali notturni? Meglio non trovarli mai, stando a quello che si vede. No, nel nuovo film di Tom Ford, dopo l’esordio di A Single Man del 2009, non ci sono creature magiche e si respira un’aria che non ha proprio niente a che vedere coi blockbuster per famiglie, ma l’immaginazione trova spazio anche qui, in realtà.

Susan è una donna in crisi: il suo matrimonio imbarca acqua da tutte le parti e gli affari vanno male quando un giorno le arriva per posta un manoscritto, firmato dal suo grande amore e primo marito, Edward, che non vede da tanti anni. La donna si immerge allora nella lettura di quello che si rivela essere un romanzo crudo e violento, ma comunque una fuga irresistibile dal grigiore della sua vita quotidiana e delle sue notti insonni.

Non voglio rivelare di più perché Animali Notturni va gustato senza troppe anticipazioni. Non è solo questione della trama, ma proprio di come tre piani di racconto si integrino in maniera affascinante, senza incepparsi e senza inciampare mai, e di come questa struttura insolita sia messa lì per un fine preciso, che riguarda il senso più profondo della vicenda e dei personaggi.

Nonostante il triplice piano narrativo, Animali Notturni appartiene in tutto e per tutto a quel genere di storie nere ambientate lontano dalle grandi metropoli, in terre di confine o in provincie sperdute, dove già lo scenario allude a un gap di civiltà, una zona grigia dove i cellulari non prendono mai e le volanti della polizia passano a tutta birra ma non si fermano, una dimensione diseredata dal resto degli Stati Uniti. Noir ossessivo, dramma lancinante, thriller implacabile, siamo dalle parti di Non è un paese per vecchi, Prisoners e tutti quegli altri film senza eroi che immergono il pubblico nei suoi peggiori incubi.

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Titoli che in comune hanno anche il focus sul rapporto causa/effetto che governa le vite dei protagonisti, su come da scelte apparentemente casuali e ordinarie dipendano eventi tragici e decisivi, il tutto impacchettato con meccanismi di tensione snervante, un’estenuante ruota di speranze e delusioni che gira fino a fare male.

Un film così tosto è accettabile solo quando è fatto a regola d’arte e in questo caso tutto è ottimizzato a dovere. Il cast è ricco e lavora al 150% delle possibilità, tra Jake Gyllenhaal, Michael Shannon e Aaron Taylor-Johnson, ma forse la padrona di casa, Amy Adams, riesce a spiccare comunque perfino in mezzo a tanto ribollire di talento, confermandosi come una delle migliori attrici dei nostri tempi. Visivamente Animali Notturni ha la saggezza di ricercare la comunicativa delle immagini senza lesinare in bellezza, quasi mai spinta fino all’esibizione, anche se un paio di sequenze propinano del semplice e gratuito cattivo gusto.

A dirla tutta, forse il secondo tempo non cresce tanto quanto il primo incoraggia a sperare e ci sono un paio di passaggi, di cui uno molto importante, piuttosto illogici, ma siamo sempre su alti livelli, con un ulteriore valore aggiunto: una riflessione sull’immaginazione, con tanto di benefit e costi, che non ruba mai la scena ma anzi facilita e nobilita tutte le funzioni vitali della storia. Quando Susan legge il libro sembra di vedere il piccolo Bastian che divora le pagine di La Storia Infinita, e vi assicuro che è l’ultimo parallelo che mi sarebbe venuto in mente prima della visione.

Difficile trovare grossi difetti in Animali Notturni, è semplicemente un film che si prende i suoi tempi, che ha una sua estetica importante ma equilibrata, che ragiona per atmosfere senza tempo ma che non si dimentica mai dello spettatore, un film che cerca un dialogo col pubblico ma senza mai perdere la sua identità. Non li fanno tutti i giorni.

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Knight Of Cups recensione Terrence Malick Christian Bale

Knight Of Cups – Recensione

Non ho mai capito come mai in certi ambienti il cinema d’autore sia messo in automatico al di sopra di quello industriale. I film d’autore estremi non sono misurabili coi soliti parametri, e se non li puoi misurare diventa difficile anche paragonarli e quindi collocarli. Eppure Knight of Cups, come The Tree Of Life dello stesso Terrence Malick, potrebbe essere considerato all’interno della cinematografia “eletta”. Ma a torto, anche perché non ne ha bisogno.

Il tratto distintivo di registi come Malick, Lynch e altri è quello di fare cinema a modo loro, non quello di vincere confronti improponibili con altri registi più “commerciali”, che a volte hanno capacità straordinarie e la cui unica “colpa” è di giocare in un campionato differente. Knight Of Cups va affrontato in modo personale, va giudicato in modo personale, non si può insegnare ad apprezzarlo. Non è migliore o peggiore di altri film più regolati, è solo interamente dominato dalla visione del suo autore, ben più radicalizzata rispetto ai suoi stessi classici, come I Giorni Del Cielo o La Sottile Linea Rossa.

Malick piazza la telecamera fuori dallo spazio conosciuto e dentro a ciascuno di noi, una sorta di iper-soggettiva, come lo sguardo di un defunto con la testa leggera, che si infiltra tra i vivi per osservarli, per spiarli. Tutto il layout ambientale appare più vero che mai, mentre gli esseri umani sembrano a volte monumentali, altre volte distanti e secondari, pronti a scivolare fuori fuoco, un teatrino di ombre cinesi.

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Rick, il personaggio di Christian Bale, è lì da qualche parte nell’inquadratura ma interagisce poco o niente con quello che succede intorno, salvo rare eccezioni. Il sonoro lavora nello stesso modo, minimizzando il parlato diretto ed esaltando le voci fuori campo, dando sempre di più l’idea che tutta la storia sia un viaggio in incognito nelle profondità di un mondo sommerso, una sorta di Atlantide sprofondata in un oceano di luce naturale, artificiale e tenebra.

Se sia un ridimensionamento o un’esaltazione dell’essere umano e delle sue gesta sta allo spettatore, ma l’impressione è che anche la più piccola creatura possa spingersi oltre e raggiungere la condizione superiore che le è sempre spettata, come il continuo moto ascensionale dei pesci nella scena dell’acquario sembra suggerire. Tutto ciò che appare sullo schermo è un mondo vergine, tutto sembra osservato per la prima volta. Il richiamo di una fede evidentemente cristiana pervade il film dall’inizio alla fine in modo sempre più esplicito, trabocca da ogni colpo d’occhio, mentre continua la ricerca del vero amore, considerato una possibile pista per l’Assoluto.

Non a caso Knight Of Cups è un fiume di visioni e suggestioni scandito da un’unica parvenza di criterio: le donne. Da Imogen Poots a Cate Blanchett, da Natalie Portman a Teresa Palmer, sono le attrici e i loro personaggi i capitoli del racconto, di un cammino sempre teso verso qualcosa di più elevato.

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Tutto lascia supporre che ci sia sempre una “stanza accanto”, un luogo vicino ma invisibile in cui sta succedendo tutto ciò che realmente conta. Ma “la realtà non interessa più a nessuno”, come sussurra una delle splendide ragazze che popolano la vita errante di Rick, così non ci resta che contemplare il mondo materiale, consolati dalla prodigiosa fotografia volatile e aeriforme del maestro Emmanuel Lubezki.

Di film come Knight Of Cups ne escono pochi, se no andrebbe considerato in modo ben diverso. Credo che una delle sue capacità sia di ricordarci che lo stampino del cinema blockbuster è estremamente riduttivo: la scena d’azione (spesso eterna) subito all’inizio, e poi altre a intervalli regolarissimi, e i soliti schemi dei personaggi e delle loro dinamiche, la solita sbronza di CGI nel finale. A volte può riuscire bene, ma più spesso che no la formula ammazza il cinema. A quel punto, Knight Of Cups ti ricorda, per esempio, che si possono avere immagini anche molto più belle senza un pixel di effetti visivi, e che tutta quell’ansia da prestazione non è necessaria.

Per concludere, l’unico suggerimento è di abbandonare il codice binario tra autorialità e cinema popolare, più un film è particolare e meno è misurabile e paragonabile, come dicevo in apertura. Knight Of Cups è speciale e fuori dagli schemi come un pellegrinaggio in qualche luogo pieno di spiritualità o un giro sulla Luna in assenza di gravità e di tutto ciò che è la nostra quotidianità: non è una cosa che fai tutti i giorni, e magari è difficile e ti mette alla prova, ma potrebbe farti cambiare idea su certe cose. Forse non sulla vita, ma almeno sulla tua concezione del cinema.

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The Fighter Mark Wahlberg Amy Adams Christian Bale

Cinema da sogno americano: 7 ragioni per amare The Fighter

Che grande edizione quella degli Oscar 2011! In corsa per le statuette più ambite c’era una ressa di film pieni di personalità, grondanti di ottime performance attoriali e grandi qualità tecniche e stilistiche: Il Cigno Nero, Inception, The Social Network, Il Grinta… peccato solo che alla fine l’abbia spuntata il più calcolato e pettinatino, Il Discorso Del Re. Tra l’altro questo esito brucia anche di più se si pensa che in gara c’era pure quel beverone ipervitaminico e ultradinamico al gusto di cacao dal titolo The Fighter.

Non ho mai più trovato quella carica e quella spregiudicatezza nei successivi lavori del regista David O. Russell, ma all’epoca ero pronto a scommettere tutto su di lui per un futuro radioso a base di ottimi film a budget medio-basso sempre intensi e ottimamente bilanciati.

Basato sulla storia vera di Micky Ward, pugile talentuoso e dal gran cuore, che lotta per emergere quando sembra già quasi troppo tardi e lotta forse anche di più perché quel terremoto della sua famiglia trovi un assestamento che non scontenti troppo nessuno, è uno dei migliori esempi del suo genere. Ma vediamo più nel dettaglio le 7 ragioni per amare The Fighter.

1) Nella miglior tradizione di film sportivi che però usano lo sport più come pretesto per sagomare la storia e i personaggi, come il primo grande Rocky, in The Fighter le cose migliori succedono fuori dal ring e travolgono tutto e tutti come inondazioni bibliche. Risse, inseguimenti, liti, arresti, tutto concorre a una mitologia di quartiere, a una strepitosa “guerriglia” urbana in cui i guantoni non servono più a nessuno.

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2) Tutto questo funziona perché sotto alle questioni serie si respira sempre un certo umorismo, evocato talvolta con gag esilaranti, ma anche con la complessità di questi rapporti, e con un lavoro sul montaggio, sui movimenti di macchina, sul ritmo, sulla colonna sonora a base di rock di lusso, ma soprattutto su quattro protagonisti fiammeggianti, per scrittura e interpretazione. The Fighter è una dinamo impazzita, è il Mad Max Fury Road dei drammi sportivi. Ma più vario e trasversale.

3)Togliamoci il pensiero: il cast. I film corali, quando scritti così bene, partono già con una marcia in più, se poi li affidi agli attori giusti non ce n’è più per nessuno. La prova di Christian Bale, al contrario del suo fisico, non è tra le più sottili, ma è quello che occorre al film nel complesso; Amy Adams e Melissa Leo offrono due tra i personaggi femminili più riusciti di quest’epoca e Mark Wahlberg brilla per il coraggio, essendo l’unico che non va mai sopra le righe pur non mancandogli certo la tentazione! Raro caso in cui ognuno cerca di emergere e allo stesso tempo di innalzare gli altri. Senza tralasciare tutti i comprimari, il branco di sorelle e padri e patrigni che non sono mai inseriti a caso e aggiungono sempre qualche gustoso dettaglio.

4) Spesso i drammi famigliari si risolvono in una sfilata di personaggi depressi e squallore a catinelle, come a formare un genere a sé. In The Fighter si lavora su temi duri, il tradimento, la dipendenza dalla droga, la manipolazione che può avvenire tra persone con lo stesso sangue, il desiderio di riscatto, la paura del fallimento…etc. Ma tutto trasuda vitalità, moltissime scene sono girate catturando tante battute che si accavallano, tante piccole azioni che avvengono tutte insieme. Sembra un modo caotico di procedere, ma qui David O. Russell fa il miracolo, tenendo tutto sott’occhio, spremendone solo l’energia e conservando una chiarezza formale cristallina.

The Fighter Mark Wahlberg Amy Adams Christian Bale the fighter Cinema da sogno americano: 7 ragioni per amare The Fighter Fighter ring

5) Manco a dirlo, che colonna sonora! Led Zeppelin, Whitesnake, Red Hot Chili Peppers, e tanti altri. Non solo I pezzi scelti spaccano, ma sono inseriti alla grandissima.

6) Come dicevo, The Fighter è basato su una storia vera e O’Keefe, il poliziotto che nel tempo libero va ad allenare Micky con ancora la divisa addosso, è il vero O’Keefe, e offre una prova breve ma impeccabile.

7) Gli Stati Uniti sono entrati nell’era Trump, ma se c’è qualcosa che non deve mancare nella rappresentazione realistica del sogno americano di qualunque epoca e con qualunque presidente è l’idea che nessun successo è definitivo, che si può sempre perdere ciò che si è guadagnato o viceversa andare anche oltre e vincere la prossima sfida. The Fighter questo elemento lo tiene in gran conto: la storia di Micky Ward contiene tre grandi match contro Arturo Gatti, che non vengono neppure sfiorati da questo film, magari ce li racconteranno in futuro, chissà. Ma The Fighter si chiude su una breve scena in cui Mark Wahlberg esprime, rispetto al fratellastro, un contegno, un riserbo, qualcosa che incrina leggermente il trionfo che lui e la sua famiglia hanno appena riportato, e mi piace pensare che sia proprio la consapevolezza che il viaggio non sia ancora finito, senza per forza parlare di un sequel.

Rambo Sylvester Stallone Rambo New Blood

9 ragioni per cui il primo Rambo è anche meglio di quello che credete

Pochi giorni fa è uscita la notizia che, dopo anni di stallo(ne), Rambo si prepara a tornare in attività, ma stavolta Sly non farà parte del gioco. I tempi sono maturi per un reboot, con un nuovo film che si intitolerà Rambo: New Blood, e un attore non ancora precisato a vestire i panni del reduce sterminatore, di nuovo giovane. Addirittura, pare che vogliano un Rambo con le caratteristiche di James Bond… Per me, l’unica cosa che li accomuna è la scena gemella del rientro a casa dopo una vita di pericoli e sofferenze, rispettivamente alla fine di John Rambo e di Skyfall. Due momenti eccellenti, va detto.

Ora, i reboot non ci spaventano più, al massimo uno può sempre ignorarli, ma quale che sia la direzione di questa nuova produzione, il senso profondo del personaggio Rambo è diventato secondario già secoli fa, esattamente dopo il primo film. Non dico che un personaggio venga definito una volta per tutte dalla sua prima avventura, ma Rambo, la serie intera, non ha mai detto niente di più interessante di ciò che era contenuto nel primo episodio. Un po’ come per Rocky, in effetti.

Provate a riguardarlo oggi, e non solo vi accorgerete che non ha perso un colpo in termini di spettacolo e spessore, ma che possiede un fascino strettamente legato alla sua epoca, siamo nel 1982, all’inizio di un decennio che regalerà al pubblico un cinema di evasione impareggiabile, tra commedie epocali, action da premio Nobel e sci-fi e fantasy destinati a forgiare l’immaginario per i 30 anni a seguire e forse oltre. Tutto è bollicine e colore, ma il regista Ted Kotcheff e l’allora giovane neo-star Sylvester Stallone piazzano in pole position un film che è allo stesso tempo intrattenimento e impegno, in misura uguale.

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Ma prima che ci troviamo con un nuovo Rambo, colgo l’occasione per elencare quelli che considero i nove punti di forza del primo grande film.

1) Il primo Rambo, a differenza dei successivi che sono per lo più film d’azione con un eroe invincibile e senza macchia, offrendo una gamma di emozioni muscolari e prove di forza sempre più ardite, è un film di denuncia serissimo e un film di intrattenimento serissimo, o meglio un film in cui la denuncia anti-militarista viene spiegata da una storia avvincente ed emozionante.

2) A differenza che in tutti i sequel, in Rambo l’eroe non gioca in attacco: non è lui che va a liberare qualcuno e sulla strada trucida legioni di soldati nemici, ma sono i suoi nemici che gli danno la caccia per una ragione futile o per obbedire a un ordine stupido.

3) In nessun altro dei suoi film la sua psicologia ammaccata trova tanto spazio come qui, in pratica la fuga comincia perché, inavvertitamente, i poliziotti che lo arrestano fanno scattare il click sbagliato nella sua testa, e da lì apriti cielo.

4) Quello del primo film è un protagonista il cui comportamento richiede una visione complessa: non sempre lo spettatore se la sente di spalleggiarlo e, a differenza di quello che succede di solito, col procedere della storia il pubblico si rende conto che i poliziotti della cittadina si indeboliscono sempre di più e capiscono di aver attaccato briga con la persona sbagliata, al punto che alcuni di loro fanno pena invece che suscitare rabbia. Dopo tutto, a parte lo sceriffo e il suo vice, gli altri avevano tutti di meglio da fare. Nei sequel i cattivi sono cattivi e basta.

5) Il realismo del film rende tutto più eccitante. Nei sequel Rambo annienta decine di agguerriti nemici affrontandoli in casa loro, nel primo capitolo i suoi inseguitori sono sì e no campioni del circolo di bocce e lui si può prendere il lusso di aggredirli uno alla volta nel bosco, un terreno in cui loro valgono anche meno di zero.

6) La cosa spettacolare è come i demoni risvegliati da quelle imbolsite ma arroganti forze dell’ordine trabocchino dalla sua mente e spingano Rambo a trasformare una cittadina grigia e pallosa in una zona di guerra coi fiocchi, come se volesse accordare anche lo scenario alle sue intenzioni eversive, fino a quel momento orfane di qualunque contesto attenuante. Seminando distruzione nel centro abitato, inoltre, Rambo in qualche modo smaschera la crudeltà imbiancata delle autorità e dei civili del luogo.

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7) Il coraggio di dare una chiusura in equilibrio col resto del film senza eccessivi melodrammi: avevano girato anche un finale in cui Rambo moriva, ma alla fine hanno tenuto quello che tutti conosciamo, in cui le autorità lo catturano dopo che lui si è arreso. Una bella scelta misurata, che fa risaltare ancora di più l’assurdità della situazione e quindi la denuncia intrinseca.

8) Avete presente Blade Runner, Westworld e tutto il resto della fantascienza che riflette sul concetto di umanità nelle macchine? Beh, credo che i film sui reduci indaghino lo stesso tema a rovescio, con gli uomini che diventano macchine (da guerra) ma, in più rispetto alla fantascienza, qui c’è anche il tentativo di rientrare nella propria natura. Rambo si comporta per quasi tutto il tempo come un robot privo di emozioni, tranne che alla fine, dove infatti scoppia in un pianto estenuante e liberatorio; ma fino ad allora è una sorta di Hal 9000 in 2001, che comincia a uccidere l’equipaggio che lo vuole disattivare.

9) Last but not least, e qui veniamo a tutte le perplessità sul reboot, Sylvester Stallone stesso. L’interprete perfetto non è necessariamente l’attore tecnicamente più bravo, ma Sly aveva la faccia giusta e lo sguardo giusto, oltre a crederci un casino in un modo che traspare da ogni inquadratura. Si possono dire molte cose sulla sua carriera, ma non che non ci abbia sempre messo tutto se stesso. Guardando i suoi film hai sempre l’impressione che Stallone il cinema lo ami proprio, e che abbia con esso un’empatia profonda e quasi dolorosa, anche quando in superficie porta spesso un messaggio positivo.