Knight Of Cups recensione Terrence Malick Christian Bale

Knight Of Cups – Recensione

Non ho mai capito come mai in certi ambienti il cinema d’autore sia messo in automatico al di sopra di quello industriale. I film d’autore estremi non sono misurabili coi soliti parametri, e se non li puoi misurare diventa difficile anche paragonarli e quindi collocarli. Eppure Knight of Cups, come The Tree Of Life dello stesso Terrence Malick, potrebbe essere considerato all’interno della cinematografia “eletta”. Ma a torto, anche perché non ne ha bisogno.

Il tratto distintivo di registi come Malick, Lynch e altri è quello di fare cinema a modo loro, non quello di vincere confronti improponibili con altri registi più “commerciali”, che a volte hanno capacità straordinarie e la cui unica “colpa” è di giocare in un campionato differente. Knight Of Cups va affrontato in modo personale, va giudicato in modo personale, non si può insegnare ad apprezzarlo. Non è migliore o peggiore di altri film più regolati, è solo interamente dominato dalla visione del suo autore, ben più radicalizzata rispetto ai suoi stessi classici, come I Giorni Del Cielo o La Sottile Linea Rossa.

Malick piazza la telecamera fuori dallo spazio conosciuto e dentro a ciascuno di noi, una sorta di iper-soggettiva, come lo sguardo di un defunto con la testa leggera, che si infiltra tra i vivi per osservarli, per spiarli. Tutto il layout ambientale appare più vero che mai, mentre gli esseri umani sembrano a volte monumentali, altre volte distanti e secondari, pronti a scivolare fuori fuoco, un teatrino di ombre cinesi.

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Rick, il personaggio di Christian Bale, è lì da qualche parte nell’inquadratura ma interagisce poco o niente con quello che succede intorno, salvo rare eccezioni. Il sonoro lavora nello stesso modo, minimizzando il parlato diretto ed esaltando le voci fuori campo, dando sempre di più l’idea che tutta la storia sia un viaggio in incognito nelle profondità di un mondo sommerso, una sorta di Atlantide sprofondata in un oceano di luce naturale, artificiale e tenebra.

Se sia un ridimensionamento o un’esaltazione dell’essere umano e delle sue gesta sta allo spettatore, ma l’impressione è che anche la più piccola creatura possa spingersi oltre e raggiungere la condizione superiore che le è sempre spettata, come il continuo moto ascensionale dei pesci nella scena dell’acquario sembra suggerire. Tutto ciò che appare sullo schermo è un mondo vergine, tutto sembra osservato per la prima volta. Il richiamo di una fede evidentemente cristiana pervade il film dall’inizio alla fine in modo sempre più esplicito, trabocca da ogni colpo d’occhio, mentre continua la ricerca del vero amore, considerato una possibile pista per l’Assoluto.

Non a caso Knight Of Cups è un fiume di visioni e suggestioni scandito da un’unica parvenza di criterio: le donne. Da Imogen Poots a Cate Blanchett, da Natalie Portman a Teresa Palmer, sono le attrici e i loro personaggi i capitoli del racconto, di un cammino sempre teso verso qualcosa di più elevato.

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Tutto lascia supporre che ci sia sempre una “stanza accanto”, un luogo vicino ma invisibile in cui sta succedendo tutto ciò che realmente conta. Ma “la realtà non interessa più a nessuno”, come sussurra una delle splendide ragazze che popolano la vita errante di Rick, così non ci resta che contemplare il mondo materiale, consolati dalla prodigiosa fotografia volatile e aeriforme del maestro Emmanuel Lubezki.

Di film come Knight Of Cups ne escono pochi, se no andrebbe considerato in modo ben diverso. Credo che una delle sue capacità sia di ricordarci che lo stampino del cinema blockbuster è estremamente riduttivo: la scena d’azione (spesso eterna) subito all’inizio, e poi altre a intervalli regolarissimi, e i soliti schemi dei personaggi e delle loro dinamiche, la solita sbronza di CGI nel finale. A volte può riuscire bene, ma più spesso che no la formula ammazza il cinema. A quel punto, Knight Of Cups ti ricorda, per esempio, che si possono avere immagini anche molto più belle senza un pixel di effetti visivi, e che tutta quell’ansia da prestazione non è necessaria.

Per concludere, l’unico suggerimento è di abbandonare il codice binario tra autorialità e cinema popolare, più un film è particolare e meno è misurabile e paragonabile, come dicevo in apertura. Knight Of Cups è speciale e fuori dagli schemi come un pellegrinaggio in qualche luogo pieno di spiritualità o un giro sulla Luna in assenza di gravità e di tutto ciò che è la nostra quotidianità: non è una cosa che fai tutti i giorni, e magari è difficile e ti mette alla prova, ma potrebbe farti cambiare idea su certe cose. Forse non sulla vita, ma almeno sulla tua concezione del cinema.

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