Snowden recensione oliver stone joseph gordon-levitt

Snowden – Recensione

Ci ho visto una grande rivelazione (o meglio puntualizzazione) in un film come Snowden. Non quella della storia in sé, che era già di dominio pubblico, ma quella riassunta con uno scambio di battute che si trova circa a metà del film in cui il protagonista, interpretato da un Joseph Gordon-Levitt sempre sul pezzo, afferma che non si possono paragonare le informazioni che la gente condivide volontariamente con quelle che vengono carpite tramite spionaggio, in modo non dichiarato, che potremmo interpretare con un “non illudetevi che il mondo virtuale che proiettate a vostro piacere sui social sia la realtà.” Tombola! Sarà anche ovvio ma, che fosse nelle intenzioni del regista Oliver Stone o meno, questo a mio avviso è il contenuto più interessante e originale che possiamo hackerare dal film: ricordarci che questi due reami sono separati.

Perché tutto il tumulto, lo scandalo in questione è che i più avanzati sistemi di monitoraggio globale non puntano alla dimensione parallela che abbiamo creato intenzionalmente nel web, per interessargli quella dovrebbe essere vita reale. Invece, è altrove che rivolgono l’attenzione: telefonate, email, chat, internet, webcam che si accendono da sole, cimici in casa. Tutto il pacchetto, in pratica. Perché quando postiamo sui social frammenti pur veritieri della nostra quotidianità stiamo comunque, parafrasando Hitchcock, “riscrivendo la vita senza le parti noiose”. Non è la realtà, quella è solo integrale, tutto o niente.

Ma Snowden è in prima battuta la storia di un eroe che svela una trama nascosta di grandezza indicibile, e Oliver Stone sceglie di raccontarcela con un tono da cronista di fiction, sempre a metà strada tra la vicenda personale di un hacker dell’intelligence che non riesce a incatenare la propria coscienza e la vicenda sociale e tecnologica che riguarda ogni essere umano sul pianeta. La storia di miliardi di persone raccontata attraverso una sola.

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In Snowden il potere della tecnologia sul genere umano è talmente dogmatico che basta dichiararlo perché lo spettatore ci creda, mentre trent’anni fa tutto questo sarebbe stato un film di fantascienza distopica. La tecnologia è l’equivalente moderno della magia delle favole e Snowden, un ragazzo occhialuto che nel film somiglia un sacco a Harry Potter, ha scoperto che qualcuno la sta usando con qualche licenza di troppo, in quella che è la stessa psicosi portata in scena quarant’anni fa da Francis Ford Coppola ne La Conversazione ma elevata all’ennesima potenza su scala planetaria.

La partita si gioca tutta in incognito, è virtuale. Forse è per questo che la ragazza del genio –bravissima Shailene Woodley – gli scatta una marea di foto: il ragazzo viene visualizzato come una star tangibile e riluttante, un eroe personale, le sue sembianze sono tanto più importanti quanto più il mondo reale viene spazzato sotto al tappeto del web.

E forse è qui che il film trova un po’ il suo limite: un tema così vasto necessita di un certo livello di sintesi, invece Snowden a dirla tutta è un po’ lungo non per il minutaggio in sé, ma perché leggermente ripetitivo col passare del tempo, sebbene non ci siano cali preoccupanti di ritmo o di interesse. Sarebbe una storia perfetta per una serie tv ma anche come film fa la sua figura, anche se non possiede quelle qualità di regia e scrittura da farti venire la voglia di rivederlo al più presto.

È un film più adatto all’attualità di un tema scottante che a lasciare il segno nella storia del cinema, non raggiunge i picchi di coinvolgimento e dramma di JFK o Nato il 4 luglio, ma fa piacere constatare che nel mondo di Oliver Stone gli eroi che affrontano nemici innumerevoli e invisibili contano ancora e sono sempre molto ben accetti.

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