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dicembre 2016

Twin Peaks 3 David Lynch revival Mark Frost Laura Palmer

Twin Peaks 3: indizi per essere ottimisti

Dispiace che non sia ancora uscito un classico teaser trailer (cioè uno che mostri qualche cosa di breve ma indicativo) sulla terza stagione di Twin Peaks, ma non posso dire di non capirlo: diversi registi di razza operano in controtendenza alla moda di mostrare tutto e subito che impera in questi anni, per massimizzare l’impatto al momento del rilascio, forse questo è lo stesso caso. Del resto, il mistero era un elemento fondamentale del leggendario serial di Mark Frost e David Lynch.

Finora sono apparsi solo brevi filmati concentrati su dettagli, infinitesimali accenni a personaggi e ambientazioni, o poche note della colonna sonora del grande Angelo Badalamenti. Gran bella certezza quest’ultima, che in Twin Peaks la soundtrack era a dir poco fondamentale, e riusciva a fare quasi tutto con appena due temi ricorrenti. Rimanere attaccati alle radici prima di compiere qualunque espansione è necessario, perché in questi 26 anni di sospensione il mondo dell’entertainment è cambiato davvero troppo, e ci sono cose che il nuovo Twin Peaks non dovrebbe assolutamente fare.

Una su tutte, cercare di competere coi serial polizieschi procedurali che stanno al potere da parecchi anni. Twin Peaks deve creare il vuoto attorno a sé, per poi riempirlo con la sua aura di giallo metafisico, surreale e fiabesco, senza però perdere aderenza ai canoni del racconto popolare. Certo, con Lynch alle redini il pericolo di confondersi nel mucchio è a dir poco remoto, ma ricordarlo serve a centrare il punto: la nuova stagione di Twin Peaks è una scommessa così grande che la priorità dev’essere una personalità schiacciante. Una terza stagione che diluisce ed adultera la gloria passata sarebbe un fallimento totale.

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In questo senso segnali confortanti arrivano dalla costume designer, Nancy Steiner, che afferma che il look dei personaggi è anche influenzato da un gusto retrò (ma la storia è ambientata oggi), e dal mini teaser incentrato su Gordon Cole, il supervisore dell’FBI interpretato dallo stesso Lynch, che farà il suo ritorno nella terza stagione. Nel breve filmato non è solo l’aspetto del personaggio a confermare quanto detto dalla Steiner, ma anche quel poco dell’ambiente circostante: uno schedario dall’aria antica e polverosa. Siamo lontani dalla passione per superfici pulite e set tecnologici e asettici di tanta tv contemporanea. Dal particolare all’universale, sono dettagli come questi che alludono a scelte poco conformiste.

La prima cosa che avverti quando rimetti su il Twin Peaks originale è di essere improvvisamente immerso in un’altra epoca, in un’altra atmosfera, ma non solo da un punto di vista cronologico. E questa sensazione rimane incollata ad ogni episodio, giocando un ruolo tanto importante quanto quello di attori e storia. È con questo mood che si è conquistato il culto di cui gode tuttora, il che significa che non c’è nessun buon motivo per abbandonarlo. L’altro pericolo è che, anche per stare al passo coi tempi, i nuovi episodi perdano la commistione di dramma e commedia delle origini per piombare nel baratro di sola tragedia alla Fuoco Cammina Con Me, che del complesso e sfaccettato spirito di Twin Peaks aveva poco o niente.

Ma i presagi per questo revival sono ottimi finora, anche se sappiamo molto poco. In attesa che la macchina promozionale si metta veramente in moto vi lascio col buffo video di Gordon Cole/David Lynch alle prese con una…ciambella. Decisamente un altro indizio che il fondamentale umorismo sarà presente anche stavolta.

Blade Runner 2049 teaser trailer Harrison Ford Denis Villenuve Ryan Gosling

Cinema del terzo tipo: il teaser trailer di Blade Runner 2049

Non fatevi ingannare: il 2049 è l’anno in cui è ambientato il nuovo Blade Runner, ok, ma vista l’importanza del progetto – il sequel di quello che è generalmente considerato il secondo film di fantascienza più influente di sempre – è bello pensare che quel 2049 significhi in realtà che ci aspettano 2048 sequel in un’opera sola, almeno come ambizione. Dite che sono troppi? Ok, ma stando alle parole del protagonista Ryan Gosling, Blade Runner 2049 vale comunque più di uno:

È come tre dei film che faccio di solito, ma in uno solo. Parlo proprio della lunghezza, della portata e dell’esperienza. Non ho mai fatto una cosa così tanto avvolta nel mistero e con tanta attesa intorno.

Ora, dubito che per la lunghezza la cosa vada presa alla lettera (magari si riferisce alla durata delle riprese), ma per il resto era prevedibile ed è bello sentirne conferma dall’interno. Fare un sequel di Blade Runner senza vagonate di ambizione sarebbe un nonsense bello e buono. Quale che sia il risultato finale, e il film si candida a prescindere come pungiball per una buona fetta di pubblico e critica, l’attesa della sua uscita non avrebbe alcun senso se la posta in gioco non fosse così alta. Denis Villeneuve alla regia, Ridley Scott alla produzione, Roger Deakins alla fotografia… e potremmo continuare.

E ora finalmente abbiamo un assaggio molto stuzzicante di ciò che ci aspetta il prossimo ottobre, dopo mesi di lavorazione a porte chiuse e zero indiscrezioni, una roba che ci riporta a quando Internet era pura fantascienza. Di tutto si può dire su questo teaser trailer, ma non che quello non sia il mondo di Blade Runner. Il che non significa però che non ci siano delle differenze.

La prima delle quali è che quel layout della tetra Los Angeles del futuro nel film originale era ottenuto a colpi di modellini e mascherini, prospettive forzate etc., e per quanto fossero fatti bene, c’era un’aria di finto, di un finto artistico, che negli anni 80 e ancora nella prima metà dei 90 caratterizzava tanti bei film, da Dick Tracy al Batman di Burton a Il Corvo di Alex Proyas. Era bellissimo, ed era una cosa molto legata all’era pre-digitale, però riproposta oggi annullerebbe qualunque sviluppo estetico creativo.

Invece nel trailer di Blade Runner 2049 vediamo una perfezione più realistica, anche se il design e il sound sembrano molto fedeli agli originali. Eppure c’è quel cambio totale di atmosfera quando il personaggio di Ryan Gosling va a cercare Deckard: uno scenario fatto di luce gialla degno del finale di Skyfall (sempre Deakins), la testa della statua, la sabbia… che sia una delle Colonie Extra-Mondo di cui si parlava nel primo capitolo?

Tutti segnali, insieme all’immediato svelamento di Rick Deckard/Harrison Ford, che il film originale è il punto di partenza ma non quello di arrivo, che ci aspetta ben altro nel sequel, il sospetto della furba operazione nostalgia si squaglia come neve al sole. Il trailer mostra poco, ma quello che colpisce è quanto allo stesso tempo sia vicino e lontano dall’opera originale. Giudicate voi stessi, buona visione!

Rogue One recensione Star Wars Felicity Jones darth vader gareth edwards

Rogue One: A Star Wars Story – Recensione

È arrivato il grande giorno, siamo fuori dal tunnel. Con Rogue One, che non sfoggia i numeri romani di rito come gradi su una divisa, ma contiene l’uno già nel titolo quasi a reclamare la sua originalità di approccio, siamo ufficialmente fuori dal medioevo dell’entertainment degli ultimi 15 anni, quello tutto CGI gratuita, personaggi-pupazzi e scrittura pretestuosa. Ora bisogna vedere se la cosa dura. Ma intanto godiamoci il momento.

Se vi piacciono le storie di redenzione, questa fa per voi: Star Wars, con la nuova trilogia di Lucas, aveva abbracciato la logica del green screen e della estrema pulizia di ambienti, astronavi e droidi, ed è Star Wars che ora ci riporta a un’epica più sporca e sudata, dove i colori esistono ma non sono sparsi a piene mani, e dove gli Star Destroyer sono immortalati in tutta la loro maestosa enormità, con volumi pesanti e materici.

È tutto chiaro fin dalla primissima scena: una ripresa aerea di bellezza indescrivibile ci introduce a un prologo carico di tensione che pare uscito da un western di Sergio Leone. Rogue One è un film di punti di riferimento che cambiano, è il decreto che rimette in ordine la gerarchia tra narrativa e tecnologia, qui presente in dosi massicce ma soggiogata senza via di scampo alle esigenze dello spettacolo e del pieno coinvolgimento dello spettatore.

Tutto è ancorato a una fisicità che influenza ogni inquadratura, Rogue One è il primo Star Wars molto più di fantascienza che fantasy, e che guarda allo spazio più con la dinamica e la sensorialità di Gravity e Interstellar che come i vecchi episodi della saga, con quelle vertigini e quel silenzio che rendono tutto una vera esperienza diretta. Gareth Edwards, che già aveva dimostrato una sensibilità da alto budget interessante con una materia rischiosissima come Godzilla, dirige un film in cui ogni punto di luce è strappato con fatica alle tenebre, con un tocco personale che investe ogni cosa, a partire dalle ambientazioni: dalla Città Sacra che pare uno scenario di guerra in medio oriente alla sterminata e tentacolare distesa urbana dove conosciamo Cassian, uno sprawl tetro e verticale degno di Blade Runner.

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Quando hai un blockbuster vecchia scuola come questo non occorre neppure che sia un film perfetto o un capolavoro di sceneggiatura, ti appaga per il semplice fatto di essere autentico, concreto: una sensazione rara e preziosa. A quel punto non ti importa se ti stanno riproponendo alcuni elementi vecchi di quarant’anni, l’umore è diverso, e soprattutto c’è un’interessante tensione al sacrificio e all’abnegazione che domina tutta la storia e rischia di essere il contenuto con più carica trascendente di tutto Star Wars.

Rogue One però non si limita ad aggiungere mitologia in termini di nuovi personaggi, tutti convincenti a partire dalla Jyn Erso di Felicity Jones, ma ci ripropone ciò che ci è già famigliare questa volta al meglio delle possibilità, soprattutto una lunghissima battaglia finale da applausi scroscianti, per la prima volta nella lunga storia dei finali baracconi ed eterni, con effetti, tempistiche e angoli di ripresa delle navicelle da impazzire di gioia e fomento. Un implacabile crescendo dove ci si prende sempre il tempo di chiarire la posta in gioco prima di far esplodere l’azione, così che tutto abbia il senso necessario.

L’unico film “minore” e “sacrificabile” – è uno spin-off – della serie è praticamente il maggiore di tutti, e non lo dico per semplice amore del paradosso. Rogue One, soprattutto inoltrandosi nel terzo atto, sviluppa una forza d’urto, un peso specifico, un impatto tangibile, una qualità registica che nel canone non ha precedenti. Un film che contiene sottotraccia tutte le lezioni che i blockbuster attuali devono ristudiarsi di sana pianta, e che supera anche Il Risveglio della Forza, che già iniziava questo recupero artistico, per efficacia, atmosfera e personalità.

Un’avventura totale e spettacolare giocata tutta su colori scuri, toni rugginosi, polverosi, ma sempre in immagini piene di vitalità. Chi l’avrebbe mai detto? Stiamo vivendo l’epoca in cui si sfornano i migliori film di Star Wars, e per varie ragioni sono sempre più convinto che il prossimo, episodio VIII, sarà l’apice senza appello. Intanto celebriamo a dovere Rogue One, e tutto quello che significa per tutti noi che amiamo il Cinema.

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Dunkirk trailer christopher nolan interstellar fionn whitehead

Il nuovo trailer di Dunkirk di Christopher Nolan: commento veloce a caldo

A occhio e croce direi che stanno facendo come ai tempi dei primi trailer di Interstellar: mostrare molte scene ma tutto sommato nulla di eclatante. Nel nuovo trailer di Dunkirk abbondano inquadrature di battaglia e di massa, navi, aerei e tutto l’arsenale tipico di un war movie in piena regola, ma le riprese veramente memorabili e impressionanti sono pochissime, quasi zero. A colpire di più sono in realtà i dettagli più insospettabili, tipo la sabbia sollevata dall’esplosione che ricade sulla testa di Fionn Whitehead, e in generale quei momenti dal tocco un po’ malickiano.

Però io avrei fatto diversamente, dando fuoco alle polveri già a questo giro, per un film che per varie ragioni avrebbe bisogno di essere spinto più del solito. Il che significa scegliere del girato più visionario e lavorare molto di più sul montaggio: quella dei trailer è un’arte, mentre qui per lo più sembrano scene messe in fila, che non focalizzano nessun personaggio in particolare ma abbozzano solo la scala del racconto. Quello che occorre è creare un evento, a maggior ragione quando rilasci pochissime news sull’opera in corso. Qui non succede.

Con Interstellar per l’appunto sospettavo che si tenessero il meglio per il trailer finale, e così è stato: il terzo esplodeva annichilendo i primi due e riportava in cima le aspettative per un film di Christopher Nolan, e sono quasi sicuro che anche per Dunkirk l’andazzo sarà il medesimo.

Rimane lodevole il coraggio, intanto, quello di promuovere un simile colossal con toni e tempi piuttosto estranei alla macchina hollywoodiana. Dunkirk esce a luglio negli Stati Uniti e il 31 agosto in Italia. Eccovi il trailer.

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Animali Fantastici e Dove Trovarli – Recensione

A volte quando guardi un film riesci a vedere che tutti o quasi quelli coinvolti si stanno impegnando davvero tanto. Attori che ci credono e buttano lì pure qualche finezza extra, registi che mollano volentieri il filo della pura cronaca per soffiare un alito di vita in qualche dettaglio che tanto dettaglio non è, magari una cura non banale per scenografie già altrimenti viste e riviste…in Animali Fantastici e Dove Trovarli si possono notare tutte queste cose, eppure alla fine si tratta di un altro film demotivato e interlocutorio, categoria prevalente nell’ambito blockbuster.

Peccato, perché David Yates è senza dubbio quello che ha fatto le cose più interessanti ai tempi di Harry Potter: lungi dal fermarsi all’action carico di CGI, in ben due dei quattro film da lui diretti il regista aveva tirato il freno dove serviva e si era immerso nel mondo magico di J.K. Rowling cercando di scrostarne la patina di serie e di fare qualcosa di significativo, di personale. In Animali Fantastici e Dove trovarli ritornano certe sue caratteristiche, ma non c’è sotto un plot abbastanza focalizzato o una sceneggiatura abbastanza tagliente.

La storia di Newt Scamander, pur reso con simpatia da Eddie Redmayne, e delle sue bestie magiche e delle conseguenze che il loro arrivo a New York sta per scatenare è un parziale rientro nei sollazzi infantili, un po’ come Lo Hobbit lo è stato rispetto a Il Signore Degli Anelli. Non c’è meraviglia, se non forse per i bambini, nel contemplare le prodezze delle creature in CGI, che ormai è la premessa di ogni blockbuster moderno.

C’è una coltre di immobilità che avvolge l’idea stessa di prequel, perché sai che la storia che hai davanti culmina in qualcosa di già visto. Non aiuta che in campo entrino personaggi poco interessanti (tranne Colin Farrell che compensa con il carisma e la bravura) con uno script privo di mordente, per cui la sensazione di girare in tondo ritorna più forte che mai.

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La politica delle serie al cinema ha demolito i punti di riferimento delle storie. Non esistono più inizio e fine, neppure un climax definito, abbiamo solo una serie di avventure che ripetono gli stessi schemi in contesti un po’ diversi e che non danno mai il massimo perché, per dare il massimo, occorrono dei limiti, ad esempio quelli temporali, così che tutte le risorse preparino il colpo più forte, l’apice drammatico destinato a lasciare il segno.

Animali Fantastici e Dove Trovarli è un avvio lento. Da una parte è un bene, perché così c’è tempo di preparare un setting diverso dal solito e gustarne l’aspetto e l’atmosfera, dall’altro però non ci sono contenuti che richiedano un passo così tranquillo, e l’avventura ci viene proposta senza meccanismi fondamentali come la tensione o il senso della minaccia.

Gran parte del tempo se ne va per mostrare gli animali fantastici, per introdurre i personaggi un po’ strani, per creare momenti che cercano di essere buffi, con un tono che lascia intendere un afflato poetico che in realtà non si raggiunge mai: passato il primo momento di simpatia, si insiste su quegli aspetti più vistosi della magia che negli Harry Potter dello stesso Yates avevano giustamente ceduto il passo a forze narrative più adulte e interessanti.

Un prequel dovrebbe fare tesoro di ciò che si è conquistato in precedenza, invece Animali Fantastici e Dove Trovarli resetta tanto la storia che buona parte dell’esperienza accumulata. Non è un prodotto particolarmente commerciale, ma non è neppure molto intenso e deciso. Forse bisogna pensare che si tratta di uno spettacolo molto mirato, che parla a un pubblico che trae massima gioia semplicemente dal sapere che la sua saga preferita non sembra avere mai fine. Non si può negare che questo entertainment, così poco legato a una cronologia o a responsabilità definitive, trovi una gran quantità di spettatori entusiasti di stare al gioco. Il fatto poi che altri non lo facciano, beh, quella è un’altra storia.

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Sully recensione clint eastwood tom hanks

Sully – Recensione

Cinque minuti e otto secondi. Provateci voi a fare un intero film su un volo aereo che dura così poco. Difficile ricavarne materiale a sufficienza, difficile anche trovare spazio per romanzare i personaggi, le vicende di bordo, far nascere amori tra due file di sedili per poi piangerli una volta spezzati dal destino, anche perché Sully è basato su una storia non solo vera, ma anche a lieto fine. Clint Eastwood ha tratto la sua ultima fatica dal “miracolo sull’Hudson”, quando nel 2009 il volo US Airways 1549 ha dovuto effettuare un ammaraggio appena dopo il decollo da New York, senza perdere una sola delle vite a bordo.

Come rendere quindi cinematografica un’odissea così fulminea e – grazie a Dio – senza lutti? Sully, reso con la solita ineccepibile bravura da Tom Hanks, è un uomo ancora in preda allo shock (il film racconta i fatti immediatamente successivi all’incidente) che cammina in un mondo schizofrenico: la gente comune lo ferma per abbracciarlo e professargli la propria ammirazione, i media e la commissione di inchiesta brandiscono sospetti e insinuazioni come sciabole affilate cercando di stabilire se l’eroe, a prescindere dall’esito, ha preso o no la decisione più giusta e sicura. Non basta il miracolo, occorre che sia fatto secondo le regole.

In Sully, diversamente che in Flight di Zemeckis, la moralità irreprensibile del protagonista non è in discussione. È sul piano psicologico che si gioca la partita, col comandante che, messo sotto pressione dagli inquirenti, comincia quasi a dubitare lui stesso di aver fatto la cosa giusta scegliendo di ammarare nel fiume Hudson invece che tentare di raggiungere uno dei vicini aeroporti.

Ed è allora che il film si adatta al dilemma: per spettacolarizzare ed estendere la narrazione quell’incidente siamo chiamati a vederlo e rivederlo più volte, ma sempre con diverse soluzioni e prospettive: flashback frammentati che un po’ per volta ricompongono l’intera sequenza, ma anche incubi che infestano tanto il sonno che la veglia, simulazioni di volo, registrazioni della scatola nera. Ogni tessera va al suo posto, poi viene rimessa in discussione, poi torna al suo posto e così via.

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Questo non fa di Sully uno di quegli esercizi di stile fissati col montaggio compulsivo. La struttura è classica e lineare, a prova di intellettualismi e velleità sperimentali, guidata dal dramma umano, sviluppata senza fretta, senza la minima confusione, sempre col passo sicuro di un cinema senza mode e senza incertezze, ma anche perfettamente al centro del proprio tempo senza sembrare che ne sia preoccupato.

Clint Eastwood, a 86 anni, si è preso la briga di girarlo tutto in IMAX digitale, regalandoci un viaggio emozionante, spettacolare, classico e con attori perfetti (sempre solidissimo anche Aaron Eckhart), offrendoci anche una ricostruzione totale e pienamente soddisfacente delle scene più spettacolari, anche se in qualche momento fa capolino una CGI inadeguata.

Lo spettro dell’11 settembre aleggia su gran parte del film, che cerca una piccola e simbolica catarsi in questa vicenda, forse più modesta ma decisamente positiva, in cui si esalta tra l’altro l’efficienza delle forze newyorkesi, capaci di intervenire e trarre tutti in salvo nel giro di 24 minuti.

Prima Snowden, ora Sully, continua la stagione degli eroi americani contemporanei, e spiace dirlo – ma non poi tanto – sono più avvincenti (e utili) di molti supereroi in kevlar o calzamaglia dei tanti cinecomic che invadono senza sosta il cinema di questi anni. Sully è l’ennesima dimostrazione che i superpoteri basta che li abbia il regista, e lo spettacolo è assicurato.

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