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Sully – Recensione

Cinque minuti e otto secondi. Provateci voi a fare un intero film su un volo aereo che dura così poco. Difficile ricavarne materiale a sufficienza, difficile anche trovare spazio per romanzare i personaggi, le vicende di bordo, far nascere amori tra due file di sedili per poi piangerli una volta spezzati dal destino, anche perché Sully è basato su una storia non solo vera, ma anche a lieto fine. Clint Eastwood ha tratto la sua ultima fatica dal “miracolo sull’Hudson”, quando nel 2009 il volo US Airways 1549 ha dovuto effettuare un ammaraggio appena dopo il decollo da New York, senza perdere una sola delle vite a bordo.

Come rendere quindi cinematografica un’odissea così fulminea e – grazie a Dio – senza lutti? Sully, reso con la solita ineccepibile bravura da Tom Hanks, è un uomo ancora in preda allo shock (il film racconta i fatti immediatamente successivi all’incidente) che cammina in un mondo schizofrenico: la gente comune lo ferma per abbracciarlo e professargli la propria ammirazione, i media e la commissione di inchiesta brandiscono sospetti e insinuazioni come sciabole affilate cercando di stabilire se l’eroe, a prescindere dall’esito, ha preso o no la decisione più giusta e sicura. Non basta il miracolo, occorre che sia fatto secondo le regole.

In Sully, diversamente che in Flight di Zemeckis, la moralità irreprensibile del protagonista non è in discussione. È sul piano psicologico che si gioca la partita, col comandante che, messo sotto pressione dagli inquirenti, comincia quasi a dubitare lui stesso di aver fatto la cosa giusta scegliendo di ammarare nel fiume Hudson invece che tentare di raggiungere uno dei vicini aeroporti.

Ed è allora che il film si adatta al dilemma: per spettacolarizzare ed estendere la narrazione quell’incidente siamo chiamati a vederlo e rivederlo più volte, ma sempre con diverse soluzioni e prospettive: flashback frammentati che un po’ per volta ricompongono l’intera sequenza, ma anche incubi che infestano tanto il sonno che la veglia, simulazioni di volo, registrazioni della scatola nera. Ogni tessera va al suo posto, poi viene rimessa in discussione, poi torna al suo posto e così via.

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Questo non fa di Sully uno di quegli esercizi di stile fissati col montaggio compulsivo. La struttura è classica e lineare, a prova di intellettualismi e velleità sperimentali, guidata dal dramma umano, sviluppata senza fretta, senza la minima confusione, sempre col passo sicuro di un cinema senza mode e senza incertezze, ma anche perfettamente al centro del proprio tempo senza sembrare che ne sia preoccupato.

Clint Eastwood, a 86 anni, si è preso la briga di girarlo tutto in IMAX digitale, regalandoci un viaggio emozionante, spettacolare, classico e con attori perfetti (sempre solidissimo anche Aaron Eckhart), offrendoci anche una ricostruzione totale e pienamente soddisfacente delle scene più spettacolari, anche se in qualche momento fa capolino una CGI inadeguata.

Lo spettro dell’11 settembre aleggia su gran parte del film, che cerca una piccola e simbolica catarsi in questa vicenda, forse più modesta ma decisamente positiva, in cui si esalta tra l’altro l’efficienza delle forze newyorkesi, capaci di intervenire e trarre tutti in salvo nel giro di 24 minuti.

Prima Snowden, ora Sully, continua la stagione degli eroi americani contemporanei, e spiace dirlo – ma non poi tanto – sono più avvincenti (e utili) di molti supereroi in kevlar o calzamaglia dei tanti cinecomic che invadono senza sosta il cinema di questi anni. Sully è l’ennesima dimostrazione che i superpoteri basta che li abbia il regista, e lo spettacolo è assicurato.

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