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2017

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Joss Whedon e il modo di seguire le serie tv

Come sono cambiate le serie tv negli ultimi dieci anni? Tanto. Il formato medio più popolare si è accorciato sensibilmente (10-12 episodi a stagione contro i 20 e passa di una volta) ed è cambiata l’idea stessa della narrativa tipica per la tv. Se prima infatti c’era molto più senso del ritmo, necessario a mantenere un impegno settimana dopo settimana per mesi, ora il campo è dominato in gran parte da miniserie che somigliano tanto a film allungati, con una densità narrativa più rarefatta. È il caso delle due serie più acclamate dell’anno scorso, Westworld e Stranger Things.

Ma soprattutto è cambiato il modo in cui gli spettatori hanno questi prodotti a disposizione. Accanto alla tradizionale uscita settimanale, molte serie ora le ingurgitiamo un episodio dopo l’altro, spesso nel giro di una giornata o due, che siano episodi scaricati o dvd. Full immersion, o forse meglio Binge-Watching. Un nuovo metodo talmente radicato e diffuso che a chiedersi se piaccia davvero a tutti ci si sente degli idioti. Eppure non piace così tanto a tutti. Joss Whedon, l’anima di Avengers ma che ha fatto la sua gavetta in tv mettendo a segno cult indiscussi come Buffy l’ammazzavampiri, ha dichiarato (da THR, via Screenrant):

Di mio non vorrei farlo. Vorrei che la gente tornasse ogni settimana e provasse l’esperienza di guardare qualcosa tutti nello stesso momento. Amavo la televisione-evento. […] Qualsiasi cosa a cui possiamo aggrapparci che renda qualcosa speciale, un episodio speciale, è utile per il pubblico. Ed è utile per gli autori, anche. ‘Ecco di cosa parliamo questa settimana!’ Che abbiate sei, dieci o tredici ore di visione in fila senza un attimo per respirare e trattenere quello che abbiamo fatto… pensando solo ‘Oh, questo è l’episodio 7 di 10’, lo rende amorfo dal punto di vista emozionale.

E questa cosa nella nostra cultura mi preoccupa: l’accesso totale in qualunque momento. Detto questo, se è ciò che vuole la gente, lo farò con lo stesso impegno. Mi adatterò. Più rendiamo le cose granulari e incomplete, più tutto questo diventa una filosofia di vita invece che un’esperienza. Diventa arredo, perde forza e noi con questo perdiamo qualcosa. […] Il Binge-watching, Dio sa se l’ho sperimentato, è sfiancante, ma può essere piacevole. Non è il diavolo. Ma mi preoccupa. Fa parte di un discorso più ampio.

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Che si sia perso qualcosa lungo la strada è piuttosto palese. Abbiamo barattato l’interattività in tempo reale con quella in differita. Nei primi anni novanta la gente guardava Twin Peaks e si consumava nel dubbio del celebre tormentone “Chi ha ucciso Laura Palmer?” Con le abbuffate del Binge Watching non c’è più tempo di far crescere alcuna suspense, né di sincronizzarsi per l’attesa collettiva del colpo di scena finale. Ognuno per sé, ne parleremo più che altro a cose fatte.

Certo è più difficile annoiarsi o perdere il ritmo quando una serie la consumi su due piedi. Ma così ci possiamo scordare quell’energia che caratterizzava le grandi produzioni tra gli anni 90 e i primi del 2000. Se prendiamo due serie acclamate come ER e Dr. House, salta subito agli occhi la loro differente natura: episodi brevi, attorno ai 40 minuti, con dentro ogni volta avvenimenti a cascata, un tempo narrativo inesorabile che non ammetteva pause.

Quando l’episodio finiva, la spinta accumulata era tale che non vedevi l’ora di arrivare al successivo, anche se a quei tempi significava aspettare una settimana, senza alternative. Ora il concetto di serie si è avvicinato all’idea di Cinema: meno fatti, meno personaggi. Tutto era più agile e scattante, ora ce la si prende più comoda. Nei casi migliori abbiamo comunque True Detective, che coniuga con impressionante efficacia atmosfere rarefatte e urgenza narrativa. Ma non è sempre così.

Del resto “l’accesso totale in ogni momento” che preoccupa Whedon è in linea con l’andazzo generale della tecnologia attualmente nelle mani di tutti. Con lo smartphone non esiste più l’idea di attendere di essere tornati a casa per connettersi a internet o spulciare chi ci ha messo i like su facebook, e se anche oggi sembra un vantaggio irrinunciabile fino a pochi anni fa ne facevamo a meno, imparando a convivere con l’idea di attendere. Offrire più comodità ti aumenta il volume d’affari, ma non è detto che renda la vita migliore. E neppure la tv, se è per questo.

Difficile credere che le cose cambieranno, ma la vecchia scuola è tutt’altro che morta, solo che si è ibridata con il nuovo assetto dei contenuti “lenti”. Ma la storia è ciclica: a maggio esordirà la nuova stagione di Twin Peaks che, oltre a essere rilasciata con cadenza settimanale, conta ben 18 episodi, andando a sfiorare i grandi formati del passato. Un successo importante potrebbe far presagire un trend di recupero almeno parziale dei vecchi schemi? Magari sì, ma certo la cosa più importante rimane una e una sola: dateci grandi personaggi e storie indimenticabili, qualunque metodo di fruizione questo possa comportare.

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Oltre il rating: la vera importanza di Logan

Oltre a essere un filmone, Logan potrebbe, come era prevedibile e sperabile, porre le basi per un cambiamento epocale nel mercato dei blockbuster ad alto budget, non solo i cinecomic. Vicino ai 250 milioni di incasso mondiale a pochi giorni dall’uscita, il nuovo film di James Mangold con Hugh Jackman conferma che il pubblico è pronto a una bella rinfrescata.

Si è fatto un gran parlare del rating R in patria e del divieto ai minori di 14 anni qui in Italia, al punto che probabilmente molti stanno fraintendendo l’importanza dell’evento. Il punto non è avere più film più violenti, il punto è che se un film con questi divieti fa il botto le major si trovano col messaggio che rischiare può portare film migliori e più soldi. Ma cosa vuol dire rischiare?

Non necessariamente mettere sangue e scene truculente, non è quella la lezione contenuta in Logan. Significa capire che si può fare un film senza rilevanti accenni alla continuity, incentrato su un solo personaggio e alcuni comprimari, senza volerci mettere dentro cento idee diverse mal compresse (e come altro se no?), scegliendo un’atmosfera diversa e una visione dominante, con tempi narrativi e un rispetto per i personaggi molto più vicini al cinema degli anni ’80, che per quanto fosse commerciale era fatto in modo umano, al punto da essere ancora attuale e fonte di revival a cascata. Tutti vantaggi anche a beneficio di quelle produzioni che al pubblico dei ragazzini non vorranno mai rinunciare (avrebbe mai senso uno Spiderman così cruento?)

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Ma gli altri studios potrebbero decidere di buttarsi e di seguire l’esempio della Fox, almeno coi personaggi più opportuni (la Warner ci aveva già provato con Watchmen ma al boxoffice aveva deluso), e chissà cos’altro potremmo sentire nei prossimi giorni. Che succeda o no, bisogna stare attenti che il rating R non diventi la nuova maniera. Perché tutto questo ci importa? Perché significa fare uscire il blockbuster medio dal ghetto, strappargli l’etichetta di intrattenimento stupido e conformista, americanata e tutte quelle altre belle cosette lì. C’è un tipo di storie che può essere raccontato solo con grandi mezzi, e spetta alle major. Ma l’equazione tra violenza e qualità non esiste.

Guardare Logan significa ridiventare spettatori, e non più semplici consumatori capitati in sala per ingoiare fardelli di informazioni spacciati per storie. C’è un mondo di differenza tra la scrittura di Logan e la media delle sceneggiature dei blockbuster, che spesso devono infilare in due ore riferimenti a decine di albi a fumetti o romanzi, per poi tanto mandare tutto in sfacelo con un terzo atto scritto, prodotto e diretto dalla CGI.

Tutto questo per ribadire che col trionfo di Logan non si festeggia il ritorno della violenza nelle grandi produzioni di Hollywood, come dimostra Deadpool: lì la violenza e la volgarità andavano per conto loro, certo non erano necessarie e spontanee quanto lo sono in Logan, ma è sicuramente dovuto anche al film di Tim Miller se quello di Mangold è venuto fuori così bene. In ogni caso, una simile accoglienza di pubblico e critica a un personaggio così popolare e mainstream può fare davvero la differenza, e rimane un colpo senza precedenti. Speriamo sia solo l’inizio.

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Logan – The Wolverine, recensione

I film corali degli X-Men non possono fare a meno di lui (sempre presente, fosse anche solo un cameo) ma lui può fare a meno di loro. Anzi può fare a meno di tutto: delle città che esplodono, dei costumi colorati, della CGI elevata a sistema di Cinema, delle trame intricate, delle scene nascoste dopo i titoli di coda, degli ammiccamenti, del pubblico dei giovanissimi, e così via. Può fare a meno di tutto ed essere, forse proprio per questo, uno dei cinecomic più trasversali e maiuscoli di sempre. È Logan – The Wolverine e può fare tutto questo, e l’ha fatto.

L’ultima volta di Hugh Jackman nei panni del burbero mutante artigliato ci regala il capolavoro che speravamo, un apice che ha richiesto tutta la serie di film sugli X-Men e relativi spin-off per arrivare finalmente in porto, e che nonostante questo non somiglia quasi per niente alla maggior parte dei capitoli della saga che l’hanno preceduto, al punto che il film vive e muore quasi del tutto in solitaria, come una bestia ferita che presagisce la fine e si isola stoicamente per attendere il momento.

La parola d’ordine è “via il superfluo”, anche quel superfluo che certi spettatori considerano fondamentale. Da questo punto di vista Logan è una lezione di Cinema che non ha paura di alzare le aspettative. Ci penseranno gli spettatori a mettersi in pari, e lo faranno volentieri, visto che la storia raccontata è un raro esempio di corrispondenza tra contenuto e forma. Perfino un film pieno di potenziale come Giorni di Un Futuro Passato doveva soccombere alla deriva fumettona da overdose di CGI e mutanti in ridicoli costumi d’ordinanza.

Qui invece l’immagine mantiene un look semplice e terroso, non zuccherato o spettacolarizzato in modo ovvio. Tutto interagisce con le location, l’alternanza del giorno e della notte diventa un elemento dinamico importante perché gran parte del film si svolge all’aperto, tra città, deserti e boschi, dove pochi mutanti braccati sfogano la loro furia nella battaglia per la loro vita. Nel tentativo di salvare la ragazzina, la misteriosa e letale X-23, tutta l’epica degli X-Men si riduce a una cosa sola: convivere col dolore, mentre fuori i malvagi attaccano senza sosta.

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La violenza raggiunta è decisiva per il carattere del film ed è molto intensa. A salvarla dalla gratuità ci pensa la solidità della storia e dei personaggi, delle interpretazioni eccellenti e del tutto armonizzate, a formare un contesto ampio e comodo per la crudeltà messa in scena. Questa performance di Hugh Jackman è senza dubbio la migliore della sua carriera, ma anche Patrick Stewart e la piccola Dafne Keen lasciano un segno indelebile.

Anche James Mangold, dopo il tentativo ancora incompleto col precedente Wolverine – L’immortale, riesce a far suo il fumetto definitivamente. Per lui i poteri dei mutanti, invece che a riempire lo schermo con metri cubi di effetti visivi, servono a creare scene devastanti e uniche (quella dell’hotel è un ottimo esempio) e usa la loro condizione speciale per sventrare a colpi di artigli le tematiche che gli interessano. Ogni scontro ha dei costi e delle conseguenze e scatena un’oscenità di sangue, ma in Logan c’è un sacco di spazio per i dettagli, per i dialoghi rivelatori, per fondamentali pause nel ritmo e anche per qualche siparietto leggero. Ogni faccia e ogni fisico sono scelti con cura, come per esempio l’albino Calibano, l’ennesimo personaggio eccezionale del film.

Logan ha una potenza simbolica che trabocca dalla sala e arriva fuori in strada, meriterebbe l’Oscar delle annate migliori. In un anno in cui servisse un nuovo Non è Un Paese Per Vecchi da mettere sul podio questo film farebbe una figura epocale. Promosso con vigore solo negli ultimissimi tempi, lanciato senza il paracadute del pg13 e del titolo “Wolverine” (assente in originale) e facendo leva più che altro sulla sua atipicità, lo splendido e intenso lavoro di Mangold e Jackman conclude un percorso quasi ventennale con un centro perfetto che, paradosso, come qualità andrebbe considerato come l’inizio di qualcosa. Un grande successo al botteghino a questo punto sarebbe utile.

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Da Super 8 a Stranger Things: chi ha incastrato gli anni ’80?

Nel 2011 J.J.Abrams aveva tentato l’incantesimo: riportare in vita quella dimensione di avventura senza confini ma a misura di ragazzino che si era affermata negli anni ‘80 grazie a film come E.T. o Explorers. Storie di fantascienza, del paranormale, ma vissute da pre-adolescenti, rigorosamente ambientate nella provincia americana e intrise di sense of wonder. Il tentativo in questione si intitolava Super 8, ma il film funzionava solo a metà.

Stare così incollato al paraurti di Spielberg significa che alla prima inchiodata lo tamponi, garantito. Ecco spiegata la carenza di tensione e di originalità relativa all’alieno che infesta la cittadina, ben presto trasformata in scenario di invasione militare e di loschi piani governativi, insomma proprio la parte più spielberghiana sembrava la meno integrata e mal si sposava con la visuale ad altezza di preadolescente, tutta turbamenti amorosi ed elaborazione del lutto, scelta per raccontare la storia. Ora Stranger Things, ideata dai fratelli Duffer per Netflix, col suo successo clamoroso e l’amore incondizionato che ha riscosso un po’ a tutti i livelli, è un altro tentativo, questa volta in forma di serie tv, di percorrere la stessa strada. Ma le differenze sono tante, e il risultato più omogeneo e avvincente.

Cosa è cambiato in questi pochi anni? Abbastanza cose da mutare radicalmente l’assetto, contaminando le storie per ragazzi degli anni ’80 con una vibrazione inquietante e paranoica degna dei migliori racconti di Stephen King, certo, ma che potrebbe spurgare direttamente dalla nostra contemporaneità piena di angoscia, moltiplicata all’ennesima potenza dal volume di informazioni a cui siamo sottoposti ogni giorno. I giovani protagonisti di Stranger Things sembrano arrivati negli anni ’80 su una Delorean più che esserci nati e cresciuti. Le scene in cui giocano ai giochi di ruolo col tabellone e le miniature nel seminterrato, mentre la mamma di sopra sta per chiamarli a tavola, sembrano una pantomima, una quiete posticcia prima dell’inevitabile tempesta.

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Il centro di questa storia non è l’avventura ma il dolore, la perdita delle persone care, e nello specifico dei bambini: il quarto membro della banda dei protagonisti, ma anche la figlia dello sceriffo. Umanità colpita nella sua fase più tenera, la tragedia più crudele. E quei bambini che sono ancora vivi, come la misteriosa Eleven, devono sopportare memorie strazianti di un vissuto indicibile. Negli anni ’80 queste cose succedevano solo agli adulti quindi, se questi sono gli anni ’80, l’unica spiegazione è che si tratti di quelli della Hill Valley alternativa di Ritorno Al Futuro 2.

Ma tutto, dal sound alla musica, racconta più orrore che meraviglia, il mood è decisamente tetro, e a questo concorrono anche le urla e i pianti di Winona Ryder, che praticamente mette in scena un personaggio sempre in overdrive, a cui fa da contraltare la gravità dello sceriffo del bravo David Harbour. Quelli di Stranger Things non sono gli stessi anni ’80 delle più innocenti produzioni Amblin, quello è solo il principio. Somigliano di più a una rivisitazione moderna e disincantata, a volte crudele, come potrebbe essere Drive di Nicolas Winding Refn, seppure con esiti diversi. Stranger Things fa più che altro l’effetto di un emulatore, mentre Super 8 eccede nel senso opposto, non integrando con successo l’anima nostalgica ma cogliendone comunque la scintilla autentica.

Hanno detto che Stranger Things nella prima stagione voleva omaggiare soprattutto il cinema d’epoca di Spielberg, mentre nella seconda l’ispirazione dovrebbe essere più vicina a James Cameron. Sarebbe un passaggio interessante, soprattutto per una ragione: di Cameron non esistono tanti epigoni, forse perché, con quella miscela incredibile di stile narrativo e tecnica l’impresa rasenta l’impossibile. Certo la sua opera ha contribuito in modo determinante a definire lo spirito degli eighties, ma sicuramente a un livello più adulto. Forse è questa la chiave per ridare coerenza a questa febbre da revival. Gli anni ’80 più magici potrebbero essere persi per sempre, ma forse abbiamo ancora una possibilità.

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Perché Mel Gibson sarebbe il regista perfetto per Suicide Squad 2

Nell’infinita rivalità tra seguaci Marvel e DC voi dove vi collocate? Da nessuna parte spero, quello che importa è avere dei bei film, giusto? Magari stanno attraversando un periodo difficile, ma i cinecomic di casa DC hanno un passato glorioso, neanche tanto remoto, e rappresentano ancora l’alfa e l’omega del filone. Sono stati campioni del mondo in tempi recenti con la trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan, e lo sono stati anche prima dell’invasione dei supereroi. Il big bang del comic-movie fatto come si deve infatti appartiene a loro, prima col Superman di Donner e poi con Batman, quello dell’89. Hai voglia a dire che è vecchio, fa ancora le scarpe a tutto il genere, andata e ritorno, e sembra che continuerà per un pezzo. Ma un cambiamento potrebbe anche essere possibile, specie se Mel Gibson finisce per dirigere davvero Suicide Squad 2.

Il regista di Hacksaw Ridge è in trattative con la Warner per rimettere in sella la superband di villain che si battono contro villain più cattivi di loro, e sembra davvero la migliore idea del mondo al momento. Qualcuno dirà che già David Ayer era una scelta tostissima sulla carta, col suo curriculum di crudi crime thriller metropolitani, ma che il risultato ha lo stesso deluso le aspettative. Vero. Il punto è che se la Warner si rivolge a Gibson, che è un’autorità di ben altro livello e un personaggio ben più trascendente, probabile che le intenzioni stavolta siano diverse, che non ci si voglia guardare indietro ma anzi imboccare con decisione la strada in salita.

Il fronte commerciale tanto sarebbe coperto: chi al mondo non vorrebbe vedere un cinecomic diretto da Mel Gibson? Specie dopo le sue recenti dichiarazioni al vetriolo sul genere con tanto di titoli. Magari è la volta buona che superiamo la deriva fantasy che affligge i blockbuster moderni. Ma se anche restasse qualche elemento narrativo soprannaturale non c’è da aver paura: Mel Gibson ha pur sempre diretto The Passion, e sta pensando al sequel che potrebbe essere ambientato nell’aldilà.

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Parliamo dell’uomo che ha reso Martin Riggs un’icona action carismatica e folle come poche altre, nella serie Arma Letale. Chi meglio di lui per dare un’altra chance al Joker di Jared Leto? Per non parlare del fatto che con Margot Robbie ci sarebbe un’australian connection mica da ridere, e che si dice che Mel desideri da tanto lavorare con Will Smith. Perché certo Suicide Squad 2 ha bisogno di un regista capace e libero di agire, ma ha anche bisogno di un approccio più da attori e meno tecnologico, occorre che chi lo fa abbia a cuore prima di tutto di stampare a fuoco personaggi indimenticabili, neutralizzando le mille trappole della CGI.

Se c’è un momento buono per buttare dalla finestra tutte le credenze limitanti è proprio ora: ora che Deadpool ha stravolto il boxoffice con un rating R, ora che Logan – The Wolverine e Blade Runner 2049 con ogni probabilità si apprestano a fare altrettanto e che saghe come Star Wars riscoprono il fascino del blockbuster epico ma sobrio che sbanca i botteghini come ai bei vecchi tempi. Per dare una svolta bisogna fiutare il cambiamento un attimo prima e poi agire di conseguenza. Tanto il bagaglio tecnico-narrativo c’è tutto.

Dalle battaglie medievali di Braveheart alle sparatorie di Arma Letale, passando per i deserti distopici di Mad Max, Mel Gibson ha vissuto tutto il cinema d’avventura possibile sia davanti che dietro la macchina da presa, ed è buono tanto per il boxoffice che per l’Academy (sei le candidature per Hacksaw Ridge, e di quelle che contano), oltre ad aver percorso la parabola del rise and fall e ritorno, fino a rivedere le stelle dall’altra parte. Ma la ragione più importante è che vogliamo divertirci.

Forse era impossibile schivare la sbronza tecnologica del 2000, ma ora quel momento è passato e possiamo tornare in noi stessi. Una gran parte del pubblico vuole che un veterano certificato del cinema, che però alle roundtable con gli altri registi ruba la scena a tutti come se avesse vent’anni, venga a lasciare il segno, senza temere confronti con nessuno e possibilmente tracciando la pista per tutti quelli di buona volontà che arriveranno dopo. Se poi non sanno cosa fargli fare, perché non affidargli il prossimo The Batman? Dopo che Ben Affleck ha lasciato la regia e pure con Matt Reeves l’affare è sfumato potrebbe essere un modo anche per chiudere il cerchio: Gibson era stato tra i papabili Batman ai tempi di Tim Burton. Se nel suo destino c’è davvero il pipistrello tanto vale levarsi il pensiero.

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Otto ragioni per amare Braveheart

Non ho mai capito la passione per i film epici in costume, o meglio sì, perché evocano una serie di slanci dell’animo umano che da dietro una scrivania o dal centro del traffico nell’ora di punta non si vedono tanto spesso. Ma è un genere con dei problemi, con una bassa percentuale di successi artistici.

Tutte queste star moderne che camminano e gesticolano come se fossero appena state al fast food dietro l’angolo, ma lo fanno avvolte in qualche tunica o in armature medievali. Gran parte della cura si esaurisce nelle ricostruzioni e negli scenari, ma quanti si prendono la briga di studiare il movimento e il linguaggio del corpo? Tra le tante finzioni della settima arte è una di quelle più trascurate. Ma Braveheart aggira l’ostacolo, va al di là di queste contraddizioni.

Perché un blockbuster storico in costume va shakerato un po’, come fece Sergio Leone col western, per recuperare vitalità, reinventarsi, e non sembrare semplicemente un monumento antico. Se lo fai nel modo sbagliato viene fuori 300, se lo fai in quello giusto ne esce Braveheart. Il film di Mel Gibson ha questa freschezza, unita a un dispiego di talento e di audacia non comuni. Vediamo insieme le 8 ragioni di questo trionfo.

1) Il fatto che il film sia girato in larghissima parte in location naturali, soprattutto pianure verdeggianti e boschi, con poco spazio per scenografie troppo costruite e invadenti, fa sì che Braveheart abbia un look più credibile che mai. Un set, in questo genere, ti lascia sempre il dubbio che sia per l’appunto…un set.

2) La regia delle battaglie aggressiva e dinamica, servita da un montaggio eccezionale, nitidissimo e preciso.

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3) La brillante fusione tra rigore storico e una certa controllata tamarrità sopra le righe: quando gli eserciti si affrontano in campo, brandendo spadoni e asce ciclopiche e coi volti pitturati coi colori di battaglia, sembra quasi un sogno nerd che prende vita, una applicazione dell’iconografia tipica di tanti wargame da tavolo come Warhammer. Eppure, per quanto romanzata, si racconta una storia vera e con una crudezza esemplare nel suo essere sempre esplicita ma regolata, su cui non si indulge mai un secondo più del necessario.

4) La fotografia del film è una delle più belle viste nel genere degli ultimi vent’anni. Abbastanza spontaneo da essere verosimile, ma senza rinunciare al gran spolvero di un colossal hollywoodiano di quelli fatti per restare nella storia, Braveheart trova la perfetta coincidenza tra realismo e spettacolo. Al giorno d’oggi un film simile sarebbe pieno di scene sottoesposte e indecifrabili. Quindi le tonalità azzurre e livide, che fanno tanto Scozia piena di castelli e cornamuse, sono un codice visivo del tutto azzeccato. Del resto, il direttore della fotografia è John Toll, che di lì a poco avrebbe lavorato su La Sottile Linea Rossa.

5) L’assenza di CGI. Le scene di battaglia hanno quella ruvidezza e fisicità che con gli effetti visivi non ci sarebbe. Risultato, su questo fronte Braveheart è ancora imbattuto o giù di lì, più di vent’anni dopo la sua uscita, e dimostra ancora una volta che a fare la differenza è il fattore umano, la regia, le coreografie, la visione.

6) Qualsiasi opinione possiamo avere di lui, Mel Gibson è uno dei grandi attori/registi carismatici delle ultime decadi, un po’ come Stallone. Anche tenendo conto dei loro passi falsi non gli si può negare di essere stati gli artisti giusti nei ruoli giusti un esagerato numero di volte. E nonostante la centralità della propria figura, Gibson ha costruito tutto Braveheart a regola d’arte, strato su strato, rendendo decisivo ogni elemento.

7) Per essere un colossal celebrativo e narcisista quale è, Braveheart ruota tutto attorno a un eroe non poi tanto eroe, almeno per i canoni odierni del Cinema. Dopo il brutale omicidio della sua sposa William Wallace sembra più un folle in cerca di vendetta che altro, ma la sua salvezza è nel trovare congruenza tra questo movente e il fiero e solenne spirito della causa indipendentista della Scozia. Ma il suo lato oscuro rimane lì da qualche parte fino alla fine, a ben guardare.

8) LIBERTÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀàààààààààààààààààààààààààà

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Lo spot di Logan del Super Bowl: meglio del secondo trailer

Si potrebbe dire che il segreto degli spot o trailer vincenti a questo punto sia la colonna sonora. Perché col cavolo che il secondo trailer di Logan, l’imminente film che vede per l’ultima volta (o almeno così sembra) Hugh Jackman nei panni di Wolverine, mi aveva colpito come il primo. Il primo era quello con Hurt nella versione di Johnny Cash, per intenderci. Il secondo era un trailer abbastanza banale su un film d’azione. Ma ci pensa lo spot del Super Bowl a rimetterci la scimmia in pole position.

Sarà perché stavolta ci hanno messo Amazing Grace in sottofondo? Beh, sarebbe sciocco negare che la musica può fare molto in un film, e pure in un trailer o spot, e infatti non lo negherò. Ma anche la sequenza delle immagini è più interessante che nel trailer 2. Qualcosa a metà strada tra l’action e l’evocativo, tutto montato in modo incalzante ma senza andare in modo troppo lineare, lanciando segnali invece che descrivendo scene vere e proprie.

Confesso che dopo il trailer 2 l’attesa per Logan mi era cascata a terra: sì, tutto sembrava il solito action senza atmosfera né risonanza, e senza particolari colpi d’occhio, quasi una presentazione a uso e consumo della ragazzina artigliata, X-23, e la brutta sensazione di un pretesto per passare il testimone.

Ma ora tutto torna a brillare. Non andrò in sala aspettandomi il capolavoro, al momento non ho gli elementi per dirlo, ma con la certezza che le premesse per averlo ci sono tutte. Mettiamole in fila: Jackman che vuole dare addio in grande stile al personaggio fondamentale della sua carriera (l’unico supereroe che non ha cambiato attore negli ultimi 17 anni), l’approccio non commerciale intuibile dal titolo e dal rating R, la presenza di un regista vecchia maniera come James Mangold, l’aria da western moderno senza pigiami colorati o tecnologia esibita, Johnny Cash, Amazing Grace e bla bla bla, insomma il più delle volte al cinema ci andiamo senza nemmeno un buon presentimento, qua ce ne sono anche troppi. E ora rivediamocelo assieme, trovate lo spot qui sotto.

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James Cameron, il futuro tra Avatar e Terminator

Qualcuno forse se lo è scordato, ma James Cameron è stato il “re del mondo”, o almeno del Cinema. Anzi, lo è ancora. E lo dico a prescindere dal fatto che Avatar non mi abbia detto niente, a partire dalla sua estetica perfetta quanto innocua e tralasciando la banalità della storia. No, per me Cameron ha cambiato il mondo l’ultima volta con Titanic, ma lo aveva già fatto prima con Terminator 2 e prima ancora con quello che forse è il suo capolavoro di sempre, Terminator. In mezzo ci metteva lunghe pause e film comunque maiuscoli come Aliens e True Lies. Seriamente, la qualità media della sua filmografia non era esattamente cosa comune.

Ma cosa è successo a Terminator? Dopo il secondo episodio la saga ha colpito un iceberg e la prua è andata sempre più a sud. Terminator 3 era una riproposizione dello schema di base ibridato con l’autoparodia, Terminator Salvation tentava di riportare un minimo di originalità e aveva la visione giusta, ma senza soddisfarla a dovere, per poi arrivare al recentissimo Terminator Genisys, pasticcio inutilmente dopato di CGI e complicatezze assortite. Intanto 16 anni sono passati che sembra un soffio, e al mito di Terminator non è stato aggiunto uno spillo di qualità.

E ora i diritti stanno per tornare in mano a James Cameron, che ha già chiamato in campo Tim Miller, il regista di Deadpool, per rimettere in piedi il franchise. Tutto questo mentre lavora in contemporanea a 4 sequel di Avatar. Non sarà un po’ troppo anche per il re del mondo? Ma soprattutto, chi è realmente in grado di ridare un senso a Terminator? Forse non ci poniamo il problema perché, come per Alien, si sono fatti abbastanza sequel di qualità altalenante da non vedere più niente di sacro nelle rispettive mitologie. Ma Terminator è prima di tutto il film del 1984.

Esatto, il più bello e il meno costoso, non potete sbagliarvi, nonché perfettamente autonomo quanto al senso e alla compiutezza. Lo stesso Terminator 2, per quanto epocale, era già l’ultima spiaggia prima della mera ripetizione: per certi versi un remake ad alto budget, con un regista in grado di renderne conto con ogni fotogramma.

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Terminator e Avatar secondo me hanno già dato tutto ma, se dovessi scegliere, credo sia il primo quello su cui James Cameron dovrebbe concentrarsi. E dovrebbe farlo usando le linee guida del 1984, riducendo il budget e lavorando tanto su sceneggiatura e regia, eliminando il paradigma classico della battaglia per la vita di John Connor, un tema ormai spolpato fino al midollo, ed esplorando altri lati della mitologia. C’è tutto uno scenario nel futuro visto negli incubi e nei flashforward dei primi due capitoli che potrebbe essere indagato ulteriormente, e alcuni spunti interessanti la saga ha continuato a sfornarli ogni tanto.

I franchise moderni sono così: scenari condivisi, invece che storie coese dotate di inizio e fine. Se abbiamo tanti nuovi Star Wars, tanti nuovi Batman e X-Men, allora c’è spazio anche per Terminator, specie se supervisionato dalla mente creativa che lo ha cominciato. Nuovi sequel di Avatar cosa avrebbero da offrire? Per un’opera così visiva il film ha avuto un fallout immaginifico pressoché nullo. Né pare plausibile un nuovo fenomeno tecnologico, dato che nel frattempo il tormentone del 3D ha avuto modo di affondare di nuovo.

E anche se esistono sequel che annientano gli incassi dei predecessori sarà davvero possibile in questo caso particolare? Parliamo del boxoffice più ricco della storia del Cinema. D’altro canto, è anche vero che se James Cameron si limita a produrre e plasmare nuovi Terminator senza però dirigerli la prospettiva si fa meno avvincente. La sua regia, e col senno di poi lo si può dire anche più forte, è stata sempre determinante per la riuscita. Ma sarebbe possibile per l’uomo che ha creato il mastodonte tecnologico Avatar fare dietrofront e recuperare un cinema più pratico e grezzo?

Forse sì, prendendo esempio dalla scuola dei moderni Star Wars, di Nolan e altri registi che lavorano il più possibile in presa diretta. Potrebbe essere interessante, ma Cameron sembra molto coinvolto da Avatar e da quell’approccio in generale, per cui non vedo grandi possibilità in questo senso. Né Tim Miller mi pare il regista adatto, molto meglio uno come Gareth Edwards, che con Rogue One ha dimostrato un polso fermo e un gusto old school che farebbe tanto comodo non solo a Terminator, ma più o meno ad ogni altro grosso brand che a Hollywood va per la maggiore. Quella filosofia del Cinema sta tornando, attecchisce ai livelli più alti e nelle produzioni più importanti. Anche se i re del mondo i trend li lanciano ma non li seguono, speriamo che James Cameron per ogni singolo film usi un sistema solo: il migliore.

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