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gennaio 2017

La La Land, recensione, damien chazelle, ryan gosling, emma stone, j.k. Simmons, oscar, nomination

La La Land – Recensione

Whiplash, il precedente film del giovane regista e sceneggiatore Damien Chazelle, raccontava l’ossessione per la musica, il desiderio di emergere attraverso di essa a tutti i costi, arrivando a sacrifici di sangue veri e propri. Un film più piccolo e senza grosse star, più scuro, con più tonalità dominanti e un aspetto meno gentile. La La Land racconta la stessa passione ma senza il lato morboso, in modo più hollywoodiano e antologico, con dentro molta classicità ma anche lontani echi di titoli come Sliding Doors, 500 giorni insieme e Revolutionary Road.

La La Land affronta tutto con l’arte del compromesso. Il musical c’è, e all’inizio sembra pure tanto, ma in realtà non è predominante e, soprattutto, è un musical in cui la musica conta più del cantato e dei balletti. I due bravi protagonisti, Ryan Gosling ed Emma Stone, sono chiamati a ben poche prodezze vocali, cantano come attori prestati alla musica, con più importanza alle parole che altro. Non vi aspettate performance degne di Hugh Jackman e Anne Hathaway. Il jazz puro è la missione di Sebastian, il suo personaggio è uno che non riesce a non fare a modo suo ma, da frustrato, riesce comunque a far sognare la sua bella, sempre in attesa che un giorno la ruota giri anche per lui.

Non siamo più nel postmoderno stile Baz Luhrmann, dimenticatevi Moulin Rouge, ma anche Les Misérables e qualunque altro musical molto artefatto e in costume. La La Land è classico ma ambientato ai giorni nostri, con tanto di product placement bene in vista. Difficile in effetti trovare qualcosa di realmente sbagliato, ma forse tutto suona un po’ trattenuto e viene da pensare che una storia simile, pur senza mai toccare chissà quali picchi di creatività e intensità, avrebbe potuto fare anche a meno di qualunque numero musicale e riuscire bene lo stesso, forse anche meglio.

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La storia di Mia e Sebastian ha una sua piacevolezza e morbida linearità, non si esibisce in chissà quale fuga lisergica fatta di follie grafiche alla Across The Universe, sembra invece per certi versi concepito dal Woody Allen ultimo periodo, quello di Café Society. Di nuovo a Hollywood, di nuovo questioni di cuore all’ombra degli studios, di nuovo all’inseguimento dei sogni. Ma anche l’elemento del jazz, che risuona un po’ nella coscienza dei protagonisti e dello spettatore come una disciplina di vita o un obbligo morale, non salva il film dall’essere una visione più annacquata di quella che il precedente Whiplash lasciava intendere per il futuro. Del resto quello di nomination ne aveva cinque, La La Land quasi il triplo, qualcosa dev’essere pur cambiato. Intendiamoci, non c’è niente di male nel moderare i toni, specie se la storia e l’atmosfera si prestano, solo che a volte si perde anche un po’ di carattere, di essenzialità.

Musical ma non troppo, cinico ma non troppo, sognante ma non troppo, le sue cartucce migliori La La Land le spara di lato, come quella di proporre Ryan Gosling nei panni di uno “sfigato”, o J.K. Simmons che preferisce la canzoncine di Natale al Jazz. Chi ha visto Whiplash capirà l’ironia. Ma dove tutti contano le nomination e pronosticano gli Oscar veri e propri io mi permetto di contare le scene davvero potenti, e considerato il tipo di film e il regista ammetto che mi aspettavo di più.

E attenzione, le scene potenti possono essere anche semplicissime, anzi spesso sono proprio quelle le migliori. Tutto sommato in due ore buone non ne hanno messe poi tante. Il balletto introduttivo sull’autostrada non mi ha fatto molto effetto per esempio, a parte richiamarmi alla mente, come situazione, il video di Everybody Hurts dei REM. Ma La La Land rimane un film riuscito, che non annoia mai e che lascia in dono un po’ di ispirazione al suo pubblico. Non è poi così poco, a ben pensarci.

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Joker Suicide Squad David Ayer Harley Quinn Gotham City Sirens CGI Jared Leto

Per un Suicide Squad migliore: meno CGI e più Joker

Ripensate ai blockbuster degli ultimi 15-20 anni. Qual è la prima cosa che vi viene in mente? A parte i supereroi dico. Esatto, gli affetti visivi generati al computer, quell’entità temibile meglio nota come CGI. Quando la vedi la riconosci, perché otto volte su dieci è il fondamento e la rovina di un film. E conoscete anche la più eclatante tra le sue ultime vittime, Suicide Squad.

Il cinecomic diretto e scritto da David Ayer si è beccato insieme centinaia di milioni di dollari di incasso e camionate di critiche, molte delle quali meritate. Ma, a dispetto dei problemi di montaggio che hanno catalizzato la maggior parte dell’attenzione, il vero problema è legato a un immaginario e un bestiario (vedi alla voce Incantatrice e quella roba semovente del fratello) troppo sopra le righe, una deriva che la CGI ha reso fin troppo facile. Magari non tutti la vedete così, ma io posso dire che lo stesso Ayer, ripensando alla sua opera, non sembra avere una visione troppo lontana dalla mia. Ecco alcune delle dichiarazioni da lui twittate negli ultimi giorni.

Farei le cose diversamente? Certo che sì. Vorrei avere una macchina del tempo. Renderei Joker il villain principale e metterei insieme una storia più verosimile.

Joker Suicide Squad David Ayer Harley Quinn Gotham City Sirens CGI Jared Leto suicide squad Per un Suicide Squad migliore: meno CGI e più Joker squad 3

Bingo. Anche se il Joker di Jared Leto di per sé è venuto fuori maluccio, la sua relazione con Harley Quinn è uno dei topic più fertili di Suicide Squad, e non è difficile immaginare dinamiche più interessanti di quelle che abbiamo avuto con l’Incantatrice. Né può esserci alcun dubbio che Ayer avrebbe lavorato su materiale molto più compatibile con la sua vena noir.

Questo forse non sarebbe bastato a rendere il film memorabile, ma probabilmente avremmo portato a casa qualcosa di più di quello che ci è toccato, per il semplice fatto che il Joker non ha bisogno di alcuna CGI per scorrazzare sulla scena, e neppure l’azione che lo vede protagonista ha necessità di mettersi sotto steroidi. Un bel ritorno al vero senso dello spettacolo blockbuster, con una concretezza visiva e una ri-umanizzazione delle tempistiche e delle logiche della narrazione, fantastica o no, che di recente sta comunque recuperando terreno. La CGI non è sbagliata di per sé ma, essendo virtualmente illimitata nel suo potenziale, ha bisogno di essere amministrata sempre con disciplina ferrea. Il che significa, il più delle volte, considerarla un mezzo e non un fine.

Una dimostrazione attuale che questa è la strada da imboccare è il miliardo di dollari che Star Wars Rogue One ha appena totalizzato al botteghino mondiale: segnatevi questo titolo, perché può essere un gran presagio. Magari insieme alle critiche ricevute per Suicide Squad servirà come ispirazione anche alla Warner per Gotham City Sirens, di nuovo diretto da David Ayer. Statene certi, alle giuste condizioni è l’uomo giusto per questo genere di lavori. Del resto, le parti migliori di Suicide Squad sono quelle più realistiche, e non è un caso. Inoltre, sempre che sia della partita, potrebbe essere l’occasione d’oro per redimere il nuovo Joker dopo la crepa con cui ha esordito.

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Arrival – Recensione

Quando ci si avventura fuori dal linguaggio tipico dei blockbuster i problemi non sono affatto risolti, anzi spesso sono appena cominciati. Andiamo con ordine, ma inziamo col dire che Arrival, il nuovo film di Denis Villeneuve, non è ciò che credevamo. Un po’ come per le astronavi del film, occorre tempo per capire confini e funzionalità di questo particolare oggetto di cinema.

Perché particolare lo è, non c’è dubbio. Basta vedere che impianto visivo esangue è stato adottato per raccontare la storia, spesso vicino al bianco e nero, e subito siamo lontani dalla sci-fi tipica hollywoodiana, quella dove tutto si vede bene, le luci sono sempre quelle giuste, i colori dominano la scena e ogni momento qualche prodezza in CGI riempie lo schermo. Arrival non è di quella pasta lì.

E lo ribadisce con tale convinzione che, oltre a prenderne nota, viene da chiedersi quale sarebbe stato il problema se fosse stato più canonico. Senza essere pedissequo alla formula, ma senza neanche fuggirla così decisamente. Arrival non usa gli spiegoni ma la fotografia, il montaggio e tutto ciò che di più cinematografico riesca a trovare per veicolare i suoi contenuti. In questo è solo da encomiare. Ma molte scene del film sono scurissime, e viene da chiedersi perché. Perché non possiamo vedere facilmente una scena semplice come quella in cui Louise (una sempre ottima Amy Adams) e Ian (Jeremy Renner) chiacchierano di sera sotto l’astronave aliena?

Capisco la scelta visiva raffinata, stilizzata e rigorosa, è un approccio d’autore. Ma non bisogna esagerare. Bradford Young è il direttore della fotografia in questo caso, ma il collaboratore abituale di Villeneuve è il grande Roger Deakins, e il suo lavoro non è mai così privativo, pur essendo considerato magistrale, e a buon diritto. Deakins mette tanta personalità nella sua fotografia, ma sempre corretta da un certo grado di piacevolezza dell’immagine.

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Non è furbizia, ma un correttivo necessario per trovare un equilibrio, perfino in film dal contesto agghiacciante come Prisoners e Sicario Villeneuve lascia entrare più luci e colori che in Arrival. Sembra una divagazione tecnica, ma non lo è: in Arrival parlare dell’impianto visivo è parlare del film stesso. Ma ci sono anche altre questioni.

Il primo tempo è troppo lento. Le sedute di comunicazione tra umani e alieni sono troppo simili tra loro e di contro mancano dinamiche realmente avvincenti tra gli umani stessi nelle pause, come mancano soluzioni narrative, sbalzi, crescendo. Nel gran finale, quello sì un capolavoro a se stante, c’è un tale uso delle immagini e del montaggio da chiedersi perché quel genere di brividi non sia pure nella prima parte, magari in scala ridotta e con funzione più propedeutica, ovvio. È una storia interessante narrata con una ricerca quasi ossessiva del minimalismo, anche quando l’effetto è spesso una visione castigata per il gusto di esserlo.

Arrival sembra preoccupatissimo di non essere mainstream e spinge troppo sul versante opposto. Se non c’è una vera ragione per essere così minimal, allora puoi esserlo un po’ meno. In questo modo non si rischia di sminuire un secondo tempo interessante e un ottimo finale. Un’opera deve avere un suo ritmo, non solo in termini di azione ma di coinvolgimento. Siamo davanti a un film pieno di personalità, interessante, con alcuni momenti altissimi; ma nel complesso c’è più preoccupazione per lo stile che per lo spettatore. In Contact e Interstellar, giustamente spesso usati come termini di paragone, c’è molta più vitalità, più materiale ordinario con cui relazionarsi per sostenere tutte le acrobazie concettuali e narrative che vengono dopo.

Prisoners è la dimostrazione di come il talento indiscutibile di Villeneuve raggiunga il top dell’espressione all’interno di uno schema più connesso con la narrativa popolare, per cui il prossimo Blade Runner 2049 sembra l’appuntamento perfetto tra queste due anime del suo cinema. Arrival non ci dice niente su come sarà la tanto attesa prossima opera di Villeneuve, ma dopo un passo così autoriale sembra lecito aspettarsi un fisiologico e ragionato rientro in certi schemi, che potrebbero essere l’unico modo di affrontare una sfida di tale portata.

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Come rendere migliore l’eventuale True Detective 3

Dopo la molto discussa stagione 2 non era molto probabile che True Detective continuasse. Ma il progetto di una terza serie non era stato del tutto archiviato, e oggi sembra che questo atteggiamento possibilista sia ancora presente ai piani alti dell’HBO. Personalmente, da estimatore del lavoro fatto finora da Nic Pizzolatto e dai vari registi che si sono avvicendati per raccontarci le nerissime storie di questi “veri detective”, la cosa non può che rallegrarmi. Ma un paio di linee guida da sistemare ci sono, in realtà.

Primo: è vero che non esiste noir senza una certa densità di decadenza, ma anche qui bisogna stare attenti a non esagerare. La stagione 1 centrava il perfetto equilibrio in pieno: nessuno la considera una passeggiatina nel parco, ma in fondo in fondo si percepisce ancora il gusto di trovarsi al di qua della linea tra buoni e cattivi, del fare la cosa giusta, del non cedere al nichilismo cosmico senza ritorno. Nella stagione 2 questo delicato bilanciamento comincia davvero a perdersi.

Niente da dire su qualità della regia e delle interpretazioni, ma l’atmosfera generale e la storia tutta fatta da gironi interi di corruzione urbana e istituzionale sprofondano i protagonisti in una condizione al limite del tollerabile, ognuno di loro sembra del tutto sganciato da se stesso e dagli altri, una spirale di degrado a precipizio. Ci vuole una manina più leggera. Ci vogliono personaggi un po’ più classici.

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Per fare un esempio: nel locale dove Vince Vaughn e Colin Farrell fanno i loro briefing c’è una cantante che intona canzoni a dir poco didascaliche nel loro essere deprimenti, una sorta di spiegoni in musica su quanto quel mondo sia brutto, sporco e cattivo. In una storia in cui anche i muri sono depressi e paranoici. Insomma, nessuno vuole un True Detective alla Tutti Insieme Appassionatamente, ma bisogna pure rifuggire l’esibizionismo dark a tutti i costi. Credo che il minor gradimento della stagione 2 dimostri come in realtà la crudezza di un racconto non sia un parametro tanto importante agli occhi del pubblico.

Inoltre, forse sarebbe meglio avere una trama leggermente meno complessa, che tanto ogni eccesso di struttura si risolve in dialoghi pieni di nomi e cronologie che, restando spesso solo raccontate a parole, non aggiungono granché ma anzi rischiano di creare confusione. Questo non significa che True Detective 2 non sia un prodotto molto valido, ne avevamo già parlato e non ho cambiato idea. Ma rispetto alla stagione 1 è meno longeva, regge meno le visioni successive. Comunque inutile fasciarsi ora la testa, la stagione 3 di True Detective è ancora solo un’idea in alto mare, potrebbe accadere ma anche no. Certo molto dipenderà anche dal cast che selezioneranno, e dai personaggi che scriveranno.

The Founder, michael keaton, recensione, mcdonald's

The Founder – Recensione

Non è Facebook, non è Apple, ma allora che cos’è? Quelle di Zuckerberg e Jobs sono manifestazioni della modernità e del futuro, fasi che la tecnologia odierna rende di fatto quasi indistinguibili. Mentre il più famoso marchio di fast food al mondo beh, quello no, quello non è un segno dei tempi, ma qualcosa di più. L’intuizione di The Founder è la stessa del marchio di cui narra l’inesauribile escalation.

Non semplicemente la storia di un imprenditore ma quella di un venditore, un rappresentante che guarda la cartina degli States come se pianificasse il prossimo tour elettorale, lo Zio Sam della ristorazione, il presidente degli hamburger americani. Un’impresa che nasce minuscola e alla fine identifica una nazione intera.

The Founder contempla le radici della corporazione, le origini per mano di due fratelli lavoratori, Dick e Mac McDonald, che pensano alla qualità del loro cibo per lo meno quanto pensano agli introiti. Loro hanno una visione (e poi una realtà) bellissima, ma è piccola, confinata a San Bernardino. Ed è lì che arriva Ray Kroc/Michael Keaton.

Lui incappa per caso nel piccolo ristorante dei due fratelli e porta loro aria di mondo, di espansione senza limiti. Ma nemmeno lui lo farebbe senza un concept forte alle spalle, e il concept lo si vede nella scena in cui Kroc addenta il suo primo pasto da McDonald’s: lì accanto una famigliola e i loro volti comunicano un benessere di quelli che si vedono solo negli spot televisivi. McDonald’s è la famiglia, è la base dell’America e dei suoi valori, o almeno di quelli che agli americani piace sentirsi associare. Così bisogna venderlo.

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Così The Founder è un film molto classico su un’impresa molto americana, ma anche una disamina di una guerra intestina tra lo spirito artigianale e quello industriale, con inevitabile trionfo del secondo. Un film molto giocato sugli attori e sul montaggio, quasi un passaggio obbligato quando si raccontano anni di storia in appena due ore. Ma tutto rimane sotto controllo, non c’è voglia di strafare né di mettersi in gara con opere dal taglio più moderno e aggressivo.

Anche buona parte della dinamica tra Kroc e i fratelli McDonald si consuma con toni pacati, con siparietti che mettono una sorta di cellofan su conflitti che andrebbero maneggiati con cura, e resta tutto sommato garbato anche in quello che è certamente un climax amaro. Non si cerca di spettacolarizzare e drammatizzare a oltranza, perché una storia così solida non ne ha bisogno. Non ci sono intuizioni particolari, né innovazioni, ma solo una messa a fuoco senza scampo dei caratteri in gioco e di ciò che li contrappone.

Coi suoi toni famigliari e il senso del ritmo che non diventa mai ossessione, The Founder è un film cinico ma senza compiacersene, che racconta di due Americhe e di come una abbia finito per mangiarsi l’altra. Il Kroc di Michael Keaton si vanta della sua mancanza di scrupoli, ma viene da chiedersi se abbia mai avuto scelta. I fratelli McDonald invece erano già vincenti, ma davanti a un colosso globalizzato il loro trionfo personale sembra quasi una sconfitta.

The Founder è un piccolo film, ma che non si fa mancare niente e non rinuncia a una sua mitologia, simboleggiata dagli archi dorati che ora tutto il mondo ricollega istantaneamente a McDonald’s. Ma in comune con tutti gli altri biopic ha il fatto di puntare il compasso su aspetti molto riconoscibili dell’essere umano, identificando sempre l’uomo dietro il brand. Difficile essere indifferenti davanti a una scelta di campo come questa. Occhio alla citazione dal Batman di Burton, ha a che fare col sale.

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12 ragioni per cui Westworld non mi piace

Ho aspettato con ansia l’uscita di Westworld, ma non significa che mi fossi immaginato per filo e per segno come avrebbe dovuto essere, quindi non state a saltarmi alla gola con la classica contro-critica “non era come te lo aspettavi e basta”: i problemi di Westworld non hanno a che fare con le scelte di campo, il carattere, il mood. I problemi sono per lo più carenze di scrittura. Il che non significa che Westworld sia tutto da buttare: ha i suoi momenti, e forse ci sono tre episodi interamente belli dall’inizio alla fine, ma considerate le premesse della produzione non posso non vedere il tutto come una grossa delusione.

Il fatto che Westworld abbia ambizioni intellettuali non deve trarci in inganno: per smontarla non occorrono argomentazioni filosofiche, la serie ha gli stessi difetti di tante altre in cui la scrittura è troppo disorganizzata, ma qui la cerebralità spinta del plot lo fa notare di più. Abbiamo una fila di ingredienti, ma mancano l’impasto e il groove. Sono sempre più perplesso davanti a queste storie raccontate con la lunghezza di una serie ma con tempi narrativi interni di un film da cine-festival. Westworld si aggiunge a Mad Men e a Breaking Bad proprio per queste caratteristiche: non si arriva mai al punto, un discorso senza fine, diluito, pretenzioso, sembra sempre che non si possa mai darne un giudizio definitivo.

Per me una serie tv, per definizione, deve essere almeno un po’ commerciale! Agile, accattivante, furba, entro certi limiti. Perché la tv non è il cinema, ce l’hanno tutti in casa, è una cosa più easy. Fare grandi serie non vuol dire trasformarle letteralmente in cinema, non è possibile, è un controsenso. Se Westworld fosse stata più calda e avvincente non avrebbe perso niente, ci avrebbe solo guadagnato, spingendo tutto il pubblico ad approfondire le sfumature e i contenuti meno immediati. Per carità, sono consapevole che la serie è stata ultra acclamata, queste sono solo le mie considerazioni, il modo in cui l’ho percepita io.

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Ecco quindi le 12 ragioni per cui Westworld non mi è piaciuta.

1) La stagione ha una falsa partenza che castra subito ogni slancio: nel pilota Dolores, il personaggio di Evan Rachel Wood, viene introdotta come se dovesse essere la protagonista assoluta e la sua presentazione lascia ben sperare per tutto ciò che verrà dopo. Invece, con l’episodio 2, Dolores viene messa in disparte per fare spazio a Maeve/Thandie Newton, che in sostanza è chiamata a seguire, a modo suo, un percorso analogo. In pratica sembra di avere due episodi pilota uno dietro l’altro. Su un totale di 20 episodi forse non si noterebbe tanto, ma su dieci…

2) Westworld è la serie in cui tutti i personaggi cercano qualcosa. Chi un labirinto, chi il fantomatico Wyatt… E una volta cominciate le ricerche non si scopre niente di rilevante fino all’ultimo episodio, in cui si svela ogni cosa. Ma così è troppo facile, il modo più efficace verso lo spettatore è di far crescere progressivamente la curiosità con concessioni un po’ significative, scoprendo le carte un po’ per volta lungo il percorso. Così invece tutte queste ricerche sembrano più che altro un prendere tempo.

3) “Più umano dell’umano” Questo era il motto della Tyrell Corporation in Blade Runner, ricordate?
Beh, in Westworld sembra “più androide dell’androide”: difficile trovare qualche personaggio che non parli come un’antologia di aneddoti (il Ford di Anthony Hopkins o l’Uomo in Nero di Ed Harris), o che non sia irritante nella sua piattezza (il Logan di Ben Barnes), e la sensazione è proprio quella che i veri esseri umani siano troppo difficili da mettere in scena. È per far risaltare l’umanità degli androidi? Ma così non è interessante, bisognava avvicinare tra loro le due nature, non semplicemente scambiarle di posto.

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4) Gli androidi sono in assoluto le cose meno interessanti in Westworld. Sono carne da macello, chiusi nei loro loop ossessivi, incapaci per costituzione di rappresentare un pericolo per i visitatori. I più svegli di loro ci mettono una vita, quando non dieci, a realizzare di essere fantocci senzienti e sacrificabili a uso e consumo dei peggiori avanzi di forca, tra dirigenti e clienti del parco.

5) La stagione pare incerta nella gestione dei personaggi (Dolores promette benissimo all’inizio, poi perde consistenza per parecchi episodi) e nell’innescare le evoluzioni più ovvie: quanto ci mette Maeve a passare all’azione dopo che ha già capito tutto? A un certo punto dice “ora ci divertiamo!” e nell’episodio dopo sembra tornata alla non-vita di sempre…

6) A livello di regia non è che ci sia tutto questo granché. In particolare, quando c’è qualche momento d’azione nel parco, tutto è reso in modo statico, come l’assalto alla diligenza che ha luogo più o meno a metà stagione. In generale non si capisce l’attrattiva di Westworld come luogo dell’avventura, sembra più un tiro al piattello costosissimo per miliardari crudeli.

7) Westworld è la serie in cui i protagonisti sono i concetti più che i personaggi. Sarebbe anche un’idea interessante se i concetti non fossero così risaputi e i personaggi così privi di vitalità. Ma soprattutto è una serie con una trama molto artificiosa, ragion per cui si procede fino alla fine con spiegoni assortiti, che lasciano poco spazio a sviluppi più empatici.

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8) Il ritmo è casuale. Non ci ho trovato delle linee narrative convergenti ma una carrellata di situazioni, un continuo saltare di palo in frasca. Manca la coesione, soprattutto a livello emotivo.

9) La resa cromatica. Se il tema della serie è la freddezza (quella della crudeltà umana e dell’intelligenza artificiale in generale) forse una fotografia anch’essa gelida non è la scelta artistica più interessante. Invece tra la dominante verdastra e una desaturazione che fa sembrare pure il sole una lampada da comò l’aspetto di Westworld finisce per essere a suo modo banale e punitivo. Apprezzabile comunque quell’unico tocco di colore, il vestito azzurro di Dolores, che ricorda un po’ il rosso della bambina di Schindler’s List. Il parco di Westworld in effetti non è molto diverso da un campo di concentramento.

10) Negli ultimi due mesi bastava aprire il web per rendersi conto del tipo di fascino che Westworld esercita su gran parte del suo pubblico: l’intreccio, gli enigmi. Ragionare sulla trama, a prescindere dalla qualità con cui questa è raccontata. Decisamente un approccio da non incoraggiare, per i miei gusti.

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11) Tutto si poteva raccontare nella metà del tempo, ma Westworld cade vittima del suo stesso gimmick: il concetto di loop. Abusato in ogni modo, è il loop che somma alla freddezza dell’impianto la monotonia narrativa, nonostante l’alibi che “il cliente del parco torna per scoprire sempre nuovi dettagli”. Ci sono tanti cambiamenti, ma non sono quasi mai rilevanti, e non bastano a giustificare il continuo girotondo della stagione. La serie mostra tanti tentativi, tante piccole variazioni, come il cinema blockbuster di oggi che fa tante false partenze, reboot, finché non trova ciò che vende meglio. Potremmo vedere Westworld come il massimo atto di autocondanna che il sistema dell’entertainment sarà mai disposto a fare. Ma è una magra consolazione.

12) Essendo Westworld così fredda, faccio fatica a considerarla un prodotto ambizioso. Poteva sembrarlo nei trailer, che hanno una loro narrativa più facile e d’impatto. Durante la visione ho sempre avuto la sensazione che tutto il peso del rapporto show-spettatore fosse sulle mie spalle, e questo tipo di squilibrio è l’ultima cosa che cerco in un prodotto del genere. La più grande ambizione è raccontare bene, tirare in ballo lo spettatore. Accumulare enigmi non basta.

Disastro totale quindi? Non saprei, forse se si considera questa prima stagione come un lunghiiiissimo preambolo si può pensare che la prossima entri più nel vivo e funzioni meglio. Le idee in campo non sono male, ma necessitano di sceneggiature molto più focalizzate e di personaggi (e a volte anche di attori) più interessanti. In ogni caso, non lo sapremo fino al 2018, e non posso certo dire che l’attesa mi toglierà il sonno.

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