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12 ragioni per cui Westworld non mi piace

Ho aspettato con ansia l’uscita di Westworld, ma non significa che mi fossi immaginato per filo e per segno come avrebbe dovuto essere, quindi non state a saltarmi alla gola con la classica contro-critica “non era come te lo aspettavi e basta”: i problemi di Westworld non hanno a che fare con le scelte di campo, il carattere, il mood. I problemi sono per lo più carenze di scrittura. Il che non significa che Westworld sia tutto da buttare: ha i suoi momenti, e forse ci sono tre episodi interamente belli dall’inizio alla fine, ma considerate le premesse della produzione non posso non vedere il tutto come una grossa delusione.

Il fatto che Westworld abbia ambizioni intellettuali non deve trarci in inganno: per smontarla non occorrono argomentazioni filosofiche, la serie ha gli stessi difetti di tante altre in cui la scrittura è troppo disorganizzata, ma qui la cerebralità spinta del plot lo fa notare di più. Abbiamo una fila di ingredienti, ma mancano l’impasto e il groove. Sono sempre più perplesso davanti a queste storie raccontate con la lunghezza di una serie ma con tempi narrativi interni di un film da cine-festival. Westworld si aggiunge a Mad Men e a Breaking Bad proprio per queste caratteristiche: non si arriva mai al punto, un discorso senza fine, diluito, pretenzioso, sembra sempre che non si possa mai darne un giudizio definitivo.

Per me una serie tv, per definizione, deve essere almeno un po’ commerciale! Agile, accattivante, furba, entro certi limiti. Perché la tv non è il cinema, ce l’hanno tutti in casa, è una cosa più easy. Fare grandi serie non vuol dire trasformarle letteralmente in cinema, non è possibile, è un controsenso. Se Westworld fosse stata più calda e avvincente non avrebbe perso niente, ci avrebbe solo guadagnato, spingendo tutto il pubblico ad approfondire le sfumature e i contenuti meno immediati. Per carità, sono consapevole che la serie è stata ultra acclamata, queste sono solo le mie considerazioni, il modo in cui l’ho percepita io.

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Ecco quindi le 12 ragioni per cui Westworld non mi è piaciuta.

1) La stagione ha una falsa partenza che castra subito ogni slancio: nel pilota Dolores, il personaggio di Evan Rachel Wood, viene introdotta come se dovesse essere la protagonista assoluta e la sua presentazione lascia ben sperare per tutto ciò che verrà dopo. Invece, con l’episodio 2, Dolores viene messa in disparte per fare spazio a Maeve/Thandie Newton, che in sostanza è chiamata a seguire, a modo suo, un percorso analogo. In pratica sembra di avere due episodi pilota uno dietro l’altro. Su un totale di 20 episodi forse non si noterebbe tanto, ma su dieci…

2) Westworld è la serie in cui tutti i personaggi cercano qualcosa. Chi un labirinto, chi il fantomatico Wyatt… E una volta cominciate le ricerche non si scopre niente di rilevante fino all’ultimo episodio, in cui si svela ogni cosa. Ma così è troppo facile, il modo più efficace verso lo spettatore è di far crescere progressivamente la curiosità con concessioni un po’ significative, scoprendo le carte un po’ per volta lungo il percorso. Così invece tutte queste ricerche sembrano più che altro un prendere tempo.

3) “Più umano dell’umano” Questo era il motto della Tyrell Corporation in Blade Runner, ricordate?
Beh, in Westworld sembra “più androide dell’androide”: difficile trovare qualche personaggio che non parli come un’antologia di aneddoti (il Ford di Anthony Hopkins o l’Uomo in Nero di Ed Harris), o che non sia irritante nella sua piattezza (il Logan di Ben Barnes), e la sensazione è proprio quella che i veri esseri umani siano troppo difficili da mettere in scena. È per far risaltare l’umanità degli androidi? Ma così non è interessante, bisognava avvicinare tra loro le due nature, non semplicemente scambiarle di posto.

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4) Gli androidi sono in assoluto le cose meno interessanti in Westworld. Sono carne da macello, chiusi nei loro loop ossessivi, incapaci per costituzione di rappresentare un pericolo per i visitatori. I più svegli di loro ci mettono una vita, quando non dieci, a realizzare di essere fantocci senzienti e sacrificabili a uso e consumo dei peggiori avanzi di forca, tra dirigenti e clienti del parco.

5) La stagione pare incerta nella gestione dei personaggi (Dolores promette benissimo all’inizio, poi perde consistenza per parecchi episodi) e nell’innescare le evoluzioni più ovvie: quanto ci mette Maeve a passare all’azione dopo che ha già capito tutto? A un certo punto dice “ora ci divertiamo!” e nell’episodio dopo sembra tornata alla non-vita di sempre…

6) A livello di regia non è che ci sia tutto questo granché. In particolare, quando c’è qualche momento d’azione nel parco, tutto è reso in modo statico, come l’assalto alla diligenza che ha luogo più o meno a metà stagione. In generale non si capisce l’attrattiva di Westworld come luogo dell’avventura, sembra più un tiro al piattello costosissimo per miliardari crudeli.

7) Westworld è la serie in cui i protagonisti sono i concetti più che i personaggi. Sarebbe anche un’idea interessante se i concetti non fossero così risaputi e i personaggi così privi di vitalità. Ma soprattutto è una serie con una trama molto artificiosa, ragion per cui si procede fino alla fine con spiegoni assortiti, che lasciano poco spazio a sviluppi più empatici.

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8) Il ritmo è casuale. Non ci ho trovato delle linee narrative convergenti ma una carrellata di situazioni, un continuo saltare di palo in frasca. Manca la coesione, soprattutto a livello emotivo.

9) La resa cromatica. Se il tema della serie è la freddezza (quella della crudeltà umana e dell’intelligenza artificiale in generale) forse una fotografia anch’essa gelida non è la scelta artistica più interessante. Invece tra la dominante verdastra e una desaturazione che fa sembrare pure il sole una lampada da comò l’aspetto di Westworld finisce per essere a suo modo banale e punitivo. Apprezzabile comunque quell’unico tocco di colore, il vestito azzurro di Dolores, che ricorda un po’ il rosso della bambina di Schindler’s List. Il parco di Westworld in effetti non è molto diverso da un campo di concentramento.

10) Negli ultimi due mesi bastava aprire il web per rendersi conto del tipo di fascino che Westworld esercita su gran parte del suo pubblico: l’intreccio, gli enigmi. Ragionare sulla trama, a prescindere dalla qualità con cui questa è raccontata. Decisamente un approccio da non incoraggiare, per i miei gusti.

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11) Tutto si poteva raccontare nella metà del tempo, ma Westworld cade vittima del suo stesso gimmick: il concetto di loop. Abusato in ogni modo, è il loop che somma alla freddezza dell’impianto la monotonia narrativa, nonostante l’alibi che “il cliente del parco torna per scoprire sempre nuovi dettagli”. Ci sono tanti cambiamenti, ma non sono quasi mai rilevanti, e non bastano a giustificare il continuo girotondo della stagione. La serie mostra tanti tentativi, tante piccole variazioni, come il cinema blockbuster di oggi che fa tante false partenze, reboot, finché non trova ciò che vende meglio. Potremmo vedere Westworld come il massimo atto di autocondanna che il sistema dell’entertainment sarà mai disposto a fare. Ma è una magra consolazione.

12) Essendo Westworld così fredda, faccio fatica a considerarla un prodotto ambizioso. Poteva sembrarlo nei trailer, che hanno una loro narrativa più facile e d’impatto. Durante la visione ho sempre avuto la sensazione che tutto il peso del rapporto show-spettatore fosse sulle mie spalle, e questo tipo di squilibrio è l’ultima cosa che cerco in un prodotto del genere. La più grande ambizione è raccontare bene, tirare in ballo lo spettatore. Accumulare enigmi non basta.

Disastro totale quindi? Non saprei, forse se si considera questa prima stagione come un lunghiiiissimo preambolo si può pensare che la prossima entri più nel vivo e funzioni meglio. Le idee in campo non sono male, ma necessitano di sceneggiature molto più focalizzate e di personaggi (e a volte anche di attori) più interessanti. In ogni caso, non lo sapremo fino al 2018, e non posso certo dire che l’attesa mi toglierà il sonno.

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