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marzo 2017

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Joss Whedon e il modo di seguire le serie tv

Come sono cambiate le serie tv negli ultimi dieci anni? Tanto. Il formato medio più popolare si è accorciato sensibilmente (10-12 episodi a stagione contro i 20 e passa di una volta) ed è cambiata l’idea stessa della narrativa tipica per la tv. Se prima infatti c’era molto più senso del ritmo, necessario a mantenere un impegno settimana dopo settimana per mesi, ora il campo è dominato in gran parte da miniserie che somigliano tanto a film allungati, con una densità narrativa più rarefatta. È il caso delle due serie più acclamate dell’anno scorso, Westworld e Stranger Things.

Ma soprattutto è cambiato il modo in cui gli spettatori hanno questi prodotti a disposizione. Accanto alla tradizionale uscita settimanale, molte serie ora le ingurgitiamo un episodio dopo l’altro, spesso nel giro di una giornata o due, che siano episodi scaricati o dvd. Full immersion, o forse meglio Binge-Watching. Un nuovo metodo talmente radicato e diffuso che a chiedersi se piaccia davvero a tutti ci si sente degli idioti. Eppure non piace così tanto a tutti. Joss Whedon, l’anima di Avengers ma che ha fatto la sua gavetta in tv mettendo a segno cult indiscussi come Buffy l’ammazzavampiri, ha dichiarato (da THR, via Screenrant):

Di mio non vorrei farlo. Vorrei che la gente tornasse ogni settimana e provasse l’esperienza di guardare qualcosa tutti nello stesso momento. Amavo la televisione-evento. […] Qualsiasi cosa a cui possiamo aggrapparci che renda qualcosa speciale, un episodio speciale, è utile per il pubblico. Ed è utile per gli autori, anche. ‘Ecco di cosa parliamo questa settimana!’ Che abbiate sei, dieci o tredici ore di visione in fila senza un attimo per respirare e trattenere quello che abbiamo fatto… pensando solo ‘Oh, questo è l’episodio 7 di 10’, lo rende amorfo dal punto di vista emozionale.

E questa cosa nella nostra cultura mi preoccupa: l’accesso totale in qualunque momento. Detto questo, se è ciò che vuole la gente, lo farò con lo stesso impegno. Mi adatterò. Più rendiamo le cose granulari e incomplete, più tutto questo diventa una filosofia di vita invece che un’esperienza. Diventa arredo, perde forza e noi con questo perdiamo qualcosa. […] Il Binge-watching, Dio sa se l’ho sperimentato, è sfiancante, ma può essere piacevole. Non è il diavolo. Ma mi preoccupa. Fa parte di un discorso più ampio.

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Che si sia perso qualcosa lungo la strada è piuttosto palese. Abbiamo barattato l’interattività in tempo reale con quella in differita. Nei primi anni novanta la gente guardava Twin Peaks e si consumava nel dubbio del celebre tormentone “Chi ha ucciso Laura Palmer?” Con le abbuffate del Binge Watching non c’è più tempo di far crescere alcuna suspense, né di sincronizzarsi per l’attesa collettiva del colpo di scena finale. Ognuno per sé, ne parleremo più che altro a cose fatte.

Certo è più difficile annoiarsi o perdere il ritmo quando una serie la consumi su due piedi. Ma così ci possiamo scordare quell’energia che caratterizzava le grandi produzioni tra gli anni 90 e i primi del 2000. Se prendiamo due serie acclamate come ER e Dr. House, salta subito agli occhi la loro differente natura: episodi brevi, attorno ai 40 minuti, con dentro ogni volta avvenimenti a cascata, un tempo narrativo inesorabile che non ammetteva pause.

Quando l’episodio finiva, la spinta accumulata era tale che non vedevi l’ora di arrivare al successivo, anche se a quei tempi significava aspettare una settimana, senza alternative. Ora il concetto di serie si è avvicinato all’idea di Cinema: meno fatti, meno personaggi. Tutto era più agile e scattante, ora ce la si prende più comoda. Nei casi migliori abbiamo comunque True Detective, che coniuga con impressionante efficacia atmosfere rarefatte e urgenza narrativa. Ma non è sempre così.

Del resto “l’accesso totale in ogni momento” che preoccupa Whedon è in linea con l’andazzo generale della tecnologia attualmente nelle mani di tutti. Con lo smartphone non esiste più l’idea di attendere di essere tornati a casa per connettersi a internet o spulciare chi ci ha messo i like su facebook, e se anche oggi sembra un vantaggio irrinunciabile fino a pochi anni fa ne facevamo a meno, imparando a convivere con l’idea di attendere. Offrire più comodità ti aumenta il volume d’affari, ma non è detto che renda la vita migliore. E neppure la tv, se è per questo.

Difficile credere che le cose cambieranno, ma la vecchia scuola è tutt’altro che morta, solo che si è ibridata con il nuovo assetto dei contenuti “lenti”. Ma la storia è ciclica: a maggio esordirà la nuova stagione di Twin Peaks che, oltre a essere rilasciata con cadenza settimanale, conta ben 18 episodi, andando a sfiorare i grandi formati del passato. Un successo importante potrebbe far presagire un trend di recupero almeno parziale dei vecchi schemi? Magari sì, ma certo la cosa più importante rimane una e una sola: dateci grandi personaggi e storie indimenticabili, qualunque metodo di fruizione questo possa comportare.

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Oltre il rating: la vera importanza di Logan

Oltre a essere un filmone, Logan potrebbe, come era prevedibile e sperabile, porre le basi per un cambiamento epocale nel mercato dei blockbuster ad alto budget, non solo i cinecomic. Vicino ai 250 milioni di incasso mondiale a pochi giorni dall’uscita, il nuovo film di James Mangold con Hugh Jackman conferma che il pubblico è pronto a una bella rinfrescata.

Si è fatto un gran parlare del rating R in patria e del divieto ai minori di 14 anni qui in Italia, al punto che probabilmente molti stanno fraintendendo l’importanza dell’evento. Il punto non è avere più film più violenti, il punto è che se un film con questi divieti fa il botto le major si trovano col messaggio che rischiare può portare film migliori e più soldi. Ma cosa vuol dire rischiare?

Non necessariamente mettere sangue e scene truculente, non è quella la lezione contenuta in Logan. Significa capire che si può fare un film senza rilevanti accenni alla continuity, incentrato su un solo personaggio e alcuni comprimari, senza volerci mettere dentro cento idee diverse mal compresse (e come altro se no?), scegliendo un’atmosfera diversa e una visione dominante, con tempi narrativi e un rispetto per i personaggi molto più vicini al cinema degli anni ’80, che per quanto fosse commerciale era fatto in modo umano, al punto da essere ancora attuale e fonte di revival a cascata. Tutti vantaggi anche a beneficio di quelle produzioni che al pubblico dei ragazzini non vorranno mai rinunciare (avrebbe mai senso uno Spiderman così cruento?)

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Ma gli altri studios potrebbero decidere di buttarsi e di seguire l’esempio della Fox, almeno coi personaggi più opportuni (la Warner ci aveva già provato con Watchmen ma al boxoffice aveva deluso), e chissà cos’altro potremmo sentire nei prossimi giorni. Che succeda o no, bisogna stare attenti che il rating R non diventi la nuova maniera. Perché tutto questo ci importa? Perché significa fare uscire il blockbuster medio dal ghetto, strappargli l’etichetta di intrattenimento stupido e conformista, americanata e tutte quelle altre belle cosette lì. C’è un tipo di storie che può essere raccontato solo con grandi mezzi, e spetta alle major. Ma l’equazione tra violenza e qualità non esiste.

Guardare Logan significa ridiventare spettatori, e non più semplici consumatori capitati in sala per ingoiare fardelli di informazioni spacciati per storie. C’è un mondo di differenza tra la scrittura di Logan e la media delle sceneggiature dei blockbuster, che spesso devono infilare in due ore riferimenti a decine di albi a fumetti o romanzi, per poi tanto mandare tutto in sfacelo con un terzo atto scritto, prodotto e diretto dalla CGI.

Tutto questo per ribadire che col trionfo di Logan non si festeggia il ritorno della violenza nelle grandi produzioni di Hollywood, come dimostra Deadpool: lì la violenza e la volgarità andavano per conto loro, certo non erano necessarie e spontanee quanto lo sono in Logan, ma è sicuramente dovuto anche al film di Tim Miller se quello di Mangold è venuto fuori così bene. In ogni caso, una simile accoglienza di pubblico e critica a un personaggio così popolare e mainstream può fare davvero la differenza, e rimane un colpo senza precedenti. Speriamo sia solo l’inizio.

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Logan – The Wolverine, recensione

I film corali degli X-Men non possono fare a meno di lui (sempre presente, fosse anche solo un cameo) ma lui può fare a meno di loro. Anzi può fare a meno di tutto: delle città che esplodono, dei costumi colorati, della CGI elevata a sistema di Cinema, delle trame intricate, delle scene nascoste dopo i titoli di coda, degli ammiccamenti, del pubblico dei giovanissimi, e così via. Può fare a meno di tutto ed essere, forse proprio per questo, uno dei cinecomic più trasversali e maiuscoli di sempre. È Logan – The Wolverine e può fare tutto questo, e l’ha fatto.

L’ultima volta di Hugh Jackman nei panni del burbero mutante artigliato ci regala il capolavoro che speravamo, un apice che ha richiesto tutta la serie di film sugli X-Men e relativi spin-off per arrivare finalmente in porto, e che nonostante questo non somiglia quasi per niente alla maggior parte dei capitoli della saga che l’hanno preceduto, al punto che il film vive e muore quasi del tutto in solitaria, come una bestia ferita che presagisce la fine e si isola stoicamente per attendere il momento.

La parola d’ordine è “via il superfluo”, anche quel superfluo che certi spettatori considerano fondamentale. Da questo punto di vista Logan è una lezione di Cinema che non ha paura di alzare le aspettative. Ci penseranno gli spettatori a mettersi in pari, e lo faranno volentieri, visto che la storia raccontata è un raro esempio di corrispondenza tra contenuto e forma. Perfino un film pieno di potenziale come Giorni di Un Futuro Passato doveva soccombere alla deriva fumettona da overdose di CGI e mutanti in ridicoli costumi d’ordinanza.

Qui invece l’immagine mantiene un look semplice e terroso, non zuccherato o spettacolarizzato in modo ovvio. Tutto interagisce con le location, l’alternanza del giorno e della notte diventa un elemento dinamico importante perché gran parte del film si svolge all’aperto, tra città, deserti e boschi, dove pochi mutanti braccati sfogano la loro furia nella battaglia per la loro vita. Nel tentativo di salvare la ragazzina, la misteriosa e letale X-23, tutta l’epica degli X-Men si riduce a una cosa sola: convivere col dolore, mentre fuori i malvagi attaccano senza sosta.

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La violenza raggiunta è decisiva per il carattere del film ed è molto intensa. A salvarla dalla gratuità ci pensa la solidità della storia e dei personaggi, delle interpretazioni eccellenti e del tutto armonizzate, a formare un contesto ampio e comodo per la crudeltà messa in scena. Questa performance di Hugh Jackman è senza dubbio la migliore della sua carriera, ma anche Patrick Stewart e la piccola Dafne Keen lasciano un segno indelebile.

Anche James Mangold, dopo il tentativo ancora incompleto col precedente Wolverine – L’immortale, riesce a far suo il fumetto definitivamente. Per lui i poteri dei mutanti, invece che a riempire lo schermo con metri cubi di effetti visivi, servono a creare scene devastanti e uniche (quella dell’hotel è un ottimo esempio) e usa la loro condizione speciale per sventrare a colpi di artigli le tematiche che gli interessano. Ogni scontro ha dei costi e delle conseguenze e scatena un’oscenità di sangue, ma in Logan c’è un sacco di spazio per i dettagli, per i dialoghi rivelatori, per fondamentali pause nel ritmo e anche per qualche siparietto leggero. Ogni faccia e ogni fisico sono scelti con cura, come per esempio l’albino Calibano, l’ennesimo personaggio eccezionale del film.

Logan ha una potenza simbolica che trabocca dalla sala e arriva fuori in strada, meriterebbe l’Oscar delle annate migliori. In un anno in cui servisse un nuovo Non è Un Paese Per Vecchi da mettere sul podio questo film farebbe una figura epocale. Promosso con vigore solo negli ultimissimi tempi, lanciato senza il paracadute del pg13 e del titolo “Wolverine” (assente in originale) e facendo leva più che altro sulla sua atipicità, lo splendido e intenso lavoro di Mangold e Jackman conclude un percorso quasi ventennale con un centro perfetto che, paradosso, come qualità andrebbe considerato come l’inizio di qualcosa. Un grande successo al botteghino a questo punto sarebbe utile.

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