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Sully, Tom Hanks, Imax: Clint Eastwood di nuovo pronto al decollo

Va bene, è uscito il trailer del nuovo film di Clint Eastwood, Sully, e tutti si sono giustamente precipitati a guardarlo. Noi più che altro cogliamo l’occasione per fare il punto su perché è importante continuare a guardare i film del grande Clint. Prendete questo Sully: un film che si prospetta solido e vincente, la storia vera del cosiddetto Miracolo sull’Hudson, un magnifico salvataggio di un aereo passeggeri senza perdere neanche un’anima, con a capo del cast un attore leggermente inossidabile come Tom Hanks. Per giunta affiancato da un altro che meriterebbe una carriera anche più luminosa, Aaron Eckhart, e da una veterana di quelle serie e affidabili, Laura Linney. E dietro la macchina da presa, ovviamente, Clint Eastwood, l’autore, molti lo definiscono così. Anche se forse è qualcosa di più.

Perché forse Clint ha iniziato a calcare le scene prima che tutta questa faccenda dell’essere autori diventasse così importante. Ha attraversato i decenni come una macchina del tempo, ha bazzicato così tanti generi e tematiche, ha variato i registri, ha lavorato con centomila attori, quasi sempre spingendoli a prove da dieci e lode. Ora ha 86 anni, e continua a creare in modo incessante. Come si fa a individuare una vena autoriale forte e persistente lungo un cammino di vita così sterminato?

Certo, volendo potremmo metterci lì a rinvenire tracce di un percorso unitario, ma con una produzione così vasta il risultato sarebbe oltremodo limitante, buono per una tesina dell’università, non certo per rendere giustizia a questo gigante del Cinema. Credo che molti autori, in realtà, vorrebbero semplicemente essere considerati dei Clint Eastwood.

Sully Clint Eastwood Tom Hanks Imax  Sully, Tom Hanks, Imax: Clint Eastwood di nuovo pronto al decollo sully tom hanks aaron eckhart slice

Personalmente non lo metterei mai nello stesso campionato con Tim Burton, Quentin Tarantino o altri nomi dalla poetica e dallo stile così immediatamente riconoscibili. Sapremmo dire quale indiscutibile caratteristica accomuna, che so, Firefox, Gunny, La recluta, Gli Spietati, Un Mondo Perfetto, Gran Torino e Jersey Boys? A prescindere dal fatto che ci sono alti e bassi come è logico che sia, il suo modo di agire e di selezionare le storie è quello, più che di un autore, di un grande narratore, quasi di un reporter: non solo per la varietà degli spunti, ma perché non disdegna, alla sua veneranda età, di mettersi in gioco con drammi ad alto tasso di spettacolarità: ora tocca a un ammaraggio di un aereo nel fiume Hudson, qualche anno fa allo tsunami di Hereafter. Eastwood sarebbe un perfetto corrispondente da una zona di guerra. Per Sully si è anche preso il disturbo di girare nel nuovo IMAX digitale.

L’IMAX non è una novità: quello a pellicola lo associamo a pochissimi registi, gente come J.J.Abrams e Christopher Nolan, abituata a maneggiare brand e budget enormi e con un’età media che è circa la metà di quella di Eastwood, il quale però ha evidentemente colto l’occasione dell’ultimo ritrovato della ditta per girare una storia che sembra invocare a gran voce una qualità superiore. Gli incidenti aerei al cinema non sono mai mancati, e alcuni sono al centro di scene e film molto validi, vedi alla voce Flight o Castaway, entrambi per gentile concessione di un altro narratore d’eccezione: Robert Zemeckis. Eastwood, come il padre di Ritorno al Futuro e Chi ha incastrato Roger Rabbit, ha perso le chiavi della sua zona di comfort, anche perché forse nemmeno ce l’ha.

Tutta roba che fa pensare che il suo percorso artistico non sia affatto finito. Lui fa quello che tanti film non fanno, rendere conto di ogni minuto a disposizione, invece di arrendersi al virus dei tempi morti. Sully mette sul piatto una storia vera recentissima, un cast assemblato in modo inedito, una freschezza nell’immagine che sa di tutto meno che di un cineasta in là con gli anni. Non perché debba nascondere la sua età, tutt’altro, ma perché un regista sa che il suo posto è dietro le quinte, da dove può servire meglio il film, a differenza di altri colleghi che però arrotondano volentieri facendo pure i personaggi. Clint Eastwood non fa l’icona, lo è diventato a forza di vivere e girare.

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Dunkirk di Christopher Nolan: dieci grandi speranze

A Dunkerque, in Francia, le riprese del nuovo colossal di Christopher Nolan sono cominciate da appena un paio di giorni e andranno avanti per i prossimi mesi. In attesa di un teaser trailer che attizzi i popoli, ho pensato di mettere giù le mie personali speranze sul prodotto finale ma tenendomi sulle generiche, che il film mica lo devo fare io, e poi mi piace essere stupito. Posto che comunque di Dunkirk si sa ancora poco o niente.

Quello che è certo è che Nolan ha imboccato già con Interstellar una strada differente rispetto a prima, quella di una narrativa meno ludica e scattante, più contemplativa, leggermente meno di genere e più “universale”. Non a caso è il film in cui la posta in gioco è la più grande mai apparsa nella sua intera filmografia: la salvezza dell’umanità. Personalmente non ho fatto salti di gioia a suo tempo ma Interstellar, sia pure coi suoi problemucci, è un grande film, anche se preferisco una storia in cui tutto l’universo sta dentro le motivazioni di un solo personaggio, e non viceversa.

Ma veniamo alle mie dieci speranze.

Nolan Dunkirk  Dunkirk di Christopher Nolan: dieci grandi speranze interstellar christopher nolan
1) Che il film non duri troppo. Gli ultimi due del regista britannico durano circa due ore e tre quarti, e con un war movie di queste proporzioni la cosa potrebbe sfuggire di mano. Più un film dura, più rischia di perdere l’equilibrio e rovinarsi.
2) Che la guerra più che il fulcro del racconto ne sia lo scenario lasciando, attraverso le gesta di personaggi fittizi, spazio creativo sufficiente a bilanciare i vincoli narrativi dell’evento storico.
3) Che eventuali, probabili scene di massa siano dirette in modo ineccepibile e non si risolvano in sequenze d’azione infinite e senza pathos. Uscendo nel pieno della prossima estate verrebbe da pensare a un film di sicuro impatto sul grande pubblico ma, beh, speriamo che questo non implichi un effetto cinecomic.
4) Che Nolan non si interessi agli Oscar.
5) Che anche nelle scene di massa più imponenti non si perda mai il filo emotivo del racconto, lasciando più spazio alla risonanza dell’azione che all’azione stessa.
6) Che Fionn Whithead e gli altri giovani attori protagonisti siano bravi e carismatici abbastanza da non accusare il peso della loro inesperienza.
7) Che il taglio visivo non sappia di vecchio. Hoyte Van Hoytema ha fatto un ottimo lavoro su Interstellar ma Spectre non è all’altezza. L’ennesimo film sulla Seconda Guerra Mondiale necessita di un colpo d’occhio fresco.

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8) Che il plot sia forte ma non troppo complesso, lasciando molto più spazio per i particolari alla sceneggiatura, agli attori e alla regia.
9) Finora il Cinema di Nolan ha viaggiato a due velocità: quella sostenuta a colpi di montaggi paralleli de Il Cavaliere Oscuro e Inception, e quella più lenta e lineare di Interstellar. Forse Dunkirk necessita di una saggia combinazione delle due marce, così da non perdersi in un eccessivo classicismo che, dato il tema, potrebbe essere dietro l’angolo.
10) Che Dunkirk omaggi i grandi film di guerra che lo hanno preceduto ma che abbia un’anima del tutto nolaniana, tanto nel contenuto che nel modo di raccontarlo.
Se devo farvi un esempio di ciò che intendo, vi cito Fury. Non credo che Nolan userà un registro tanto duro, ma per il resto quello è un film che non sembra vecchio e neppure troppo classico, molto serio ma comunque avvincente. Chissà, magari è piaciuto anche a Nolan.

In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan

Tra pochi giorni il mondo non potrà parlare dei Batman precedenti senza fare paragoni con Batman V Superman, quindi l’ultima occasione per fare il punto senza tifoserie è ora. Dopo la versione di Burton della volta scorsa, oggi tocca a quella di Christopher Nolan. Anche in questo caso la parola d’ordine è concentrarsi su Batman, lasciando in disparte i villain.

Nella nostra epoca viene annunciato un reboot ogni cinque secondi, ma pochissimi hanno successo di critica e pubblico e sono realmente giustificati sul piano artistico, e uno degli eletti è il Batman di Nolan. Una serie di film grandi ma non perfetti, che incontrano il maggior limite nell’iper-scrittura, che spinge talvolta a soluzioni drastiche ma tremendamente rozze. Pensate a Batman Begins, che si gioca lo status di capolavoro per via di quel montaggio da trailer dell’ultimo quarto d’ora, o al Rises, che ha problemi non molto diversi.

Ma fin da Batman Begins, col quale Nolan sottrae Batman al villaggio innevato di Tim Burton per gettarlo nella mischia infinita del mondo reale, abbiamo la prova che un franchise comatoso e dimenticato sotto le ceneri di episodi disastrosi può anche risvegliarsi e tornare alla gloria. Con questa trilogia Nolan è diventato il regista più dibattuto del web, e ha potuto creare una corrente atipica di blockbuster personali e sorprendenti. Attorno alla sua opera si è anche scatenato il più grande equivoco interpretativo a proposito del concetto di “realismo”, una cosa da non dormirci più la notte.

dent-gordon-batman  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan dent gordon batman

Per la prima volta, infatti, attorno a Batman appare… il mondo, complicato, sconfinato e cattivello. Ci si preoccupa di rendere credibile l’interazione tra un fuorilegge e la polizia, che avviene in camuffa e con la diffidenza e l’ostilità dei più. La distanza da Burton, in cui le autorità finivano per riconoscere e celebrare ufficialmente un giustiziere omicida e mascherato senza farsi problemi, è davvero tanta. Inoltre, la realtà metropolitana è visualizzata in scala 1:1 e non più a campione come succedeva nei film precedenti.

Tutta la trilogia comincia e finisce come un unico, grande conto alla rovescia, una corsa contro il tempo, affinché Batman faccia ciò che deve prima della sua inevitabile fine: sparire dalle scene, perché nel mondo reale non c’è posto per lui, nessun pigiama in kevlar potrebbe salvarlo, morirebbe subito o verrebbe smascherato. La sua aura mitica e teatrale si sgretola in corsa, alla fine combatte in pieno giorno, non può più ingannare nessuno. Può solo sperare di restare in giro abbastanza da ispirare la gente, certo non può risolvere le cose da solo. E tutto questo non lo chiamate realismo? Già nel secondo film si capisce che, facendo 2+2, praticamente chiunque può scoprirne l’identità.

Dalle prime apparizioni completamente buie di Batman Begins allo stagliarsi nella luce del sole del Rises, Nolan tiene conto che una soluzione straordinaria come Batman non potrebbe mai diventare routine. Questo era il realismo di cui si parlava, un realismo concettuale, delle dinamiche e del contesto, non relativo alla fisica delle scene d’azione, che viene spesso violata in favore dello spettacolo da decine di blockbuster, fumetti o no. Non sono contraddizioni di principio ma fisiologiche, anche se superflue e fastidiose, concessioni alla filosofia mainstream.

the-dark-knight-rises-PROLOGUE  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan the dark knight rises PROLOGUE

Un racconto che adora i preliminari: il Batman di Christian Bale si forma un po’ per volta, sotto i nostri occhi, rendendo la genesi di un eroe sopra le righe tanto avvincente quanto credibile, verificabile come un esperimento in laboratorio, obbediente a una serie di rapporti causa/effetto raccontati con un ritmo impeccabile: la fluidità del montaggio parallelo della prima parte di Batman Begins è un piccolo miracolo che si rigenera a ogni visione.

Dal Batman fascinoso, autoreferenziale e narcisista di Burton a quello umile che combatte, uno tra tanti, in mezzo ai poliziotti nello scontro finale de Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno l’ampliamento dell’orizzonte è enorme: la trasposizione dei fumetti al cinema completa il suo viaggio e scopre di poter ascendere fino a qualunque vetta, a patto di avere una visione forte e la libertà sufficiente a realizzarla.

Cinecomic ammutinato e monito perenne sul potere dell’autorialità al servizio dello spettacolo, il secondo film della trilogia, con la sua andatura paranoica e instabile sempre a un soffio dal deragliamento, è il più nolaniano e rimane il migliore del lotto. Nolan usa il Joker, buco di logica a forma di personaggio, come scusa per trascinare Batman nello stesso sistema cartesiano di Memento e The Prestige e provare l’ebbrezza di girare un film personale con 180 milioni di budget, iniettando lucida anarchia nel blockbuster moderno e dimostrando che anche in un mondo rigoroso alla Heat si può perdere il controllo in modo creativo e fare qualcosa di diverso, decretando il più grande atto di insubordinazione di un genere nel recente cinema hollywoodiano.

tdk-01  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan tdk 01

Note sparse:
Christian Bale, sciolto e puntuale nella vasta gamma di espressioni che lo script gli richiede, nel terzo film offre una delle sue migliori prove d’attore, ma non essendo un villain e trattandosi di un blockbuster nessuno ci fa caso.

Il Cavaliere Oscuro è forse l’unico film del nuovo millennio che sia riuscito a costruire un hype globale devastante e poi, alla prova dei fatti, l’abbia addirittura superato.

Quando sentite dire che il Batman dei fumetti è solo quello “fiabesco” ricordatevi che non è vero. Le storie prive di elementi magici e piene invece di realismo noir/poliziesco sono parte della tradizione e a volte ne rappresentano i risultati più meritevoli (prendete Anno Uno di Miller e Mazzucchelli, per esempio). Nolan si è ispirato a questo lato della mitologia Batmaniana, evidentemente.

In attesa di Batman V Superman: il Batman di Tim Burton

Davvero qualcuno pensa che si possa ancora dire qualcosa di fresco su Batman? Io No. E proprio per questo voglio provarci, ma a una condizione tassativa: concentrarsi sull’alter-ego di Bruce Wayne e lasciare in disparte, per una volta, i villain che così spesso ci hanno distratti dal padrone di casa. Il tutto in vista del prossimo 23 marzo, quando Batman V Superman: Dawn Of Justice arriverà sul grande schermo. Se continuano a propinarcelo in tutte le salse una ragione in effetti c’è: l’Uomo Pipistrello ha smesso da secoli di essere solo un fumetto, sconfinando piuttosto nel mondo reale, dove da quasi tre decenni colonizza l’immaginario collettivo e bruca la mente della gente, assurgendo a una statura proverbiale: non si contano le tracce che la creatura di Bob Kane e Bill Finger ha seminato tanto nei labirintici meandri dei media quanto nel semplice parlato quotidiano delle persone.

Batman, divo e rockstar, piace in tanti modi diversi, a volte anche solo all’inconscio, anche a chi lo conosce poco. In attesa di valutarlo coi nostri occhi e orecchie nella sua nuova incarnazione, recuperiamo le trasposizioni più rilevanti e riuscite dell’Uomo Pipistrello (quindi va da sé, niente Schumacher). Cominciamo col Batman di Tim Burton.

batman-1  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Tim Burton batman 1Sono passati 27 anni, e il primo Batman di Tim Burton è ancora lì. Semplicemente uno dei più grandi cinecomic mai concepiti, a dispetto dei revisionismi e dei tentativi di rottamazione. Cosa tocca sentire. Cinefumetto ma non fumettone, è raro ancora oggi trovare all’interno del genere una simile inclinazione a rendere speciale ogni scena un’inquadratura alla volta. Quel costume così rigido e pesante contribuì davvero tanto alla definizione del personaggio, in pratica era l’anti-CGI, poiché costringeva il regista e la crew a pensare e girare il film coi limiti del mondo fisico, valorizzando con la bravura il poco (almeno per i canoni odierni) che c’era a disposizione. Un po’ l’opposto della mentalità attuale, in cui l’illimitato (ma paradossalmente limitante) potenziale della CGI decide quanti e quali personaggi portare in scena e l’evolversi stesso delle storie. Quando il bello sarebbe, in realtà, essere costretti a fare delle scelte.

Il Batman di Keaton invece, nel primo film, è il personaggio di sottrazione per eccellenza: parla poco e sottovoce, compare col contagocce, soppesa calci e pugni come se facesse testamento. Non ci sono altri supereroi così speciali, così minacciosi, magici e carismatici. Quando è in scena sembra uno stregone, quando spalanca il mantello arrivano spifferi di inferno. La sua immagine entra di prepotenza nella galleria dei mostri dalle fattezze e dal portamento più studiati e caratterizzanti. Sta lì coi vari Predator, Alien, Robocop e così via.

Batman – il ritorno per il sottoscritto non tiene testa al precedente. Ma le migliorie erano importanti: il costume, frutto di un design e di una resa fotografica eccellenti, la musica che è già da sola un film a sé, ma soprattutto la grandiosa intuizione che Burton, nel suo eccessivo sacrificare il personaggio titolare, riuscì a mettere in scena: un Batman che si deve “accontentare” di salvare la città, finendo invece snobbato dai tre villain, che vivono e combattono sopra la sua testa, lasciandolo indietro e non accogliendolo nel loro club di freak disperati.

batman-explosion  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Tim Burton batman explosionL’idea che lui possa fare ben poco se non giocare in difesa e cercare di parare quanti più rigori possibili, sperando che nel frattempo i sui nemici si azzuffino e neutralizzino tra loro. Un cinecomic in cui il cerchio non si chiude, lasciando spazio ad ogni possibile fuga immaginifica. In fin dei conti, ai cattivi non frega niente di lui, condannandolo, reietto sia dalla luce che dalle tenebre, a vagare ancora in cerca di una casa. Lui è il bambino imbronciato che in cortile gioca sempre da solo. Lode a Burton per aver osato tanto e aver ampliato la mente e le aspettative del pubblico. Senza per questo negare che il regista abbia tirato troppo la corda in direzione autoriale, e non senza conseguenze, la peggiore delle quali è proprio perdere di vista il protagonista in favore di personaggi molto più gigioni.

Nel mondo pre-crossover di allora, i supereroi dovevano cavarsela da soli nel catturare l’attenzione e la benevolenza del pubblico, ed erano veramente adulti anche per questo. Anche guardato con gli occhi smaliziati di oggi, il Batman di Burton ha un’aria totalmente incompatibile con qualunque compagno di avventure, al punto che con ben due film a disposizione non riuscirono a infilarci neppure Robin, nonostante vari tentativi. Questo perché era un franchise con una qualità che nel panorama blockbuster di oggi è spaventosamente carente: le idee chiare.

Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars – Return Of The Jedi

Stewart Barbee - Cinematographer 2001 Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Stewart Barbee 2001 3
Stewart Barbee – Cinematographer 2001

We live in the age of Star Wars. Well, that sounds a bit obvious, but really, since the first legendary episode came out in 1977, Star Wars has dominated the world. Now that the saga has rediscovered its vigorous magic and success with The Force Awakens, this statement has never sounded truer. The release of this new episode, produced by Disney and directed by J.J. Abrams for the first time, has reignited the passion far and wide around the globe with everyone wanting to say their piece, including us. And so, we asked ourselves, why don’t we consult someone that had an active part in the earlier years of this world-renowned legend? Someone who has breathed the air on the set in the glorious days of the first trilogy, in a period in which the world and film worked in a much different way than they do now.

The Force Awakens, with its energy and brilliance, fearlessly revokes the spirit of that earlier period, while also treasuring the lessons of the last four decades and projecting itself toward a very promising future. This is where Stewart Barbee comes into play. Stewart, an effects cameraman, has had a long and multi-colored career ranging from documentaries to action-packed films (Star Trek II – The Wrath of Khan and The Right Stuff, to name a few) and as the special effects cameraman for Industrial Light and Magic (ILM), he also worked on the Return of the Jedi.

We reached out to him and asked if we could interview him. He accepted with enthusiasm, answering our questions that span from his experience on the set of the Return of the Jedi to his impression of the more recent use of digital technology in the world of cinema and of course his thoughts on The Force Awakens! In the body of the article you will also find photos from the backstage of Return of the Jedi that he has shared with us.

Mr. Barbee, can you please describe how you became affiliated with Star Wars?

I was hired at Industrial Light and Magic (ILM) as an effects cameraman in the early 1980s. ILM was the division of Lucasfilm which produced the special effects for all Star Wars films. ILM began in Van Nuys, California in 1975. After the first Star Wars film, George Lucas moved the company to San Rafael, CA in 1978. He took over a building on Kerner Blvd and this became ILM until the company moved to the Presidio in San Francisco in 2005.

The sign on the front of the ILM building said, “The Kerner Company” and remained this way for all the years ILM existed there. This kept people from wandering in off the street and trying to get a peek at ILM activities and helped the company to keep a low profile. Most people had no idea of what was going on there. I got myself hired during the production of Star Trek II, which mostly involved explosions of star ships for the space battles, etc., although, I also got to film the model of the Enterprise for many of the effects scenes including the warp speed effect. This was very complicated and is a whole other story in itself.

Since I was a local cameraman with years of experience including combat photography during the Vietnam War as well as lots of experience in high speed motion picture photography for sports, I was perfect for the job. I didn’t get jumpy when things blew up and I knew the ins and outs of the high speed motion picture game. So I went to work doing effects for Star Trek II and then started working on Return of the Jedi under the first wizard of Star Wars effects, Richard Edlund, who was primarily responsible for the amazing effects that started the Star Wars revolution. It might seem twisted, but it was fun blowing up all those starships.

What was your task on the set of The Return Of The Jedi?

As an effects cameraman, I would mount a Photosonics high speed 16mm camera on a low plate, pointing straight up from the stage floor. We would mount extra thick optical glass in front of the camera lens and cover the camera and me with several layers of duvetyne (fire retardant black cloth). The pyrotechnic crew would then make different mixtures of substances and chemicals for different effects, color, size, duration, brightness, sparkle etc., which would be placed into balloons and hung by piano wire from the stage ceiling. When the lights were out and the camera was rolling, the pyro guys would explode the devices and then immediately switch on the lights and the grips standing by with fire extinguishers would run over and put out the fire which had dropped directly onto me and the camera.

Needless to say it was an exciting way to spend the day. The daily viewing of these explosions in the screening room brought lots of “oohs” and “aahs” from everyone as they were spectacular. Once we got an explosion that looked just right we would then recreate it using the 35mm VistaVision camera. The reason for this was economical as the 16 mm 4 perf camera was way less expensive to operate than using the 35mm 8 perf VistaVision camera.

This technique, shooting tests in 16mm and then switching to 35mm for the final scene, saved a ton of film and processing costs. I operated in this manner for weeks on end. After this I moved on to shoot effects for Return of the Jedi, which was in full production at that time. Interestingly, the working title for the movie was Revenge of the Jedi until just a short time before its premiere. Someone suggested to George that a Jedi warrior would never take revenge and voila, the name of the movie changed overnight. Some of my favorite memorabilia are the jacket patches and movie poster, which I still have, that say “Revenge of the Jedi”. These are real collectors items, I suppose.

Return of the Jedi - "Luke jumps from Jaba's Barge" Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Stewart Barbee George Lucas Empire Strikes Back 1
Return of the Jedi – “Luke jumps from Jaba’s Barge”

What was the hardest scene to shoot on The Return Of The Jedi?

The most difficult shot that I was assigned for Jedi was the scene where the Ewoks release the logs from the tree tops and they swing down through the forest and simultaneously crush a Walker. We constructed a set that looked like the Redwood forest. The log we used for the effect was in reality made from a cardboard tube about ten feet in length as were the forest trees. It was also tapered and larger on the end that faced the camera.

This was to force the perspective to make it look larger and longer. We attached a fine piano wire to the small end and attached the other end of the wire to a step motor which we hung from the rafters at the top of the stage. In this way, we were able to remotely let the log down from the top of the stage in tiny increments, a step at a time, hence step motor. Our first attempts looked promising as we had the correct lens size, camera angle, lighting, etc. We filmed the log swing at a very slow camera rate, frame by frame and stepping the log lower between each camera frame exposed. The problem was that each time we lowered the log by a step, the large (or camera end) of the log, would wobble a tiny bit. This was very perceptible when we viewed the shot in the screening room at normal speed.

This is 24 frames a second. It appeared as though the log was shaking as it swung through the trees. In fact this would never happen with a tree that weighs several tons. In reality, a tree would swing relatively smoothly because of its mass. So we had a major problem on our hands. We tried many different camera speeds and shutter angle combinations. We also experimented with adding weight to the log and different step motor speeds, sometimes waiting minutes between steps for the log to stop wobbling before taking the next step and camera exposure. Nothing we tried seemed to work. We spent days experimenting, and between each shot attempt we would have to reverse the step motor and pull the log back up into the rafters and reset the shot for another pass. On one of these occasions resetting the log,

I noticed that the log did not seem to wobble as the motor pulled it up into the rafters at the top of the stage. I had the stagehands lower the log and pull it back to the rafters several times while I had everyone on the stage crew watch the procedure. We were all convinced that there was no wobble and that the log moved as smooth as silk as it was being pulled up, as opposed to the wobble as it stepped lower.

Convinced, I devised a plan. We would shoot the scene in reverse. I also decided that I wanted the log to swing past the camera lens and in order to get the proper angle I had the stagehands tilt the forest set almost 45 degrees from the stage floor. This changed the camera angle and worked to perfection. I had my camera assistant run a full magazine of unexposed film through the camera with the lens cap on as not to expose the film.

We prepared the camera to shoot in reverse and then pulled the log past the camera, through the forest set, and up into the rafters. So in reality, we filmed this scene in reverse or backwards, tail to head. Upon screening the film as it was projected, head to tail, we had a wonderful result. Absolutely no wobble, the shot was accepted and edited into the movie. “Voila!”

Stewart doing a shot of the Docking Bay in the Death Star where Darth's ship parks and he exits out of the back, down the ramp, while hundreds of Storm Troopers stand at attention. Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Stewart in Star Wars Docking Bay Jedi 1
Stewart doing a shot of the Docking Bay in the Death Star where Darth’s ship parks and he exits out of the back, down the ramp, while hundreds of Storm Troopers stand at attention.

Which scene was your favorite to shoot and why?
Really, I don’t have a favorite. Every shot I did was interesting and unique in its own way. One of the most fun, however, was the shot of the demise of the Emperor in the scene where he falls down the shaft inside the Death Star. The background in this scene was a matte painting and a separate element. The Emperor, as he falls away, is actually a fully detailed and articulated doll about 18 inches in length which was wire operated by a puppeteer to move the head, arms and legs. In order to accomplish the effect of his falling we had to make the camera rush away from the doll to create the effect of falling.

We set up a dolly track on the main stage. I had the grips lay the track diagonally across the stage to maximize the distance we could travel. We put the doll in front of a large Blue Screen in one corner of the stage and had the dolly track running away from the doll all the way across the stage to the opposite corner. For technical reasons we had to shoot this scene in real time, 24 frames per second. We used a wide lens so we could start close to the Emperor Doll, and in order to force the perspective. Then on cue, four grips would push the camera dolly away from the doll and to the far side of the stage as fast as they could run.

The camera would of course, accelerate away from the articulated dolly and it would appear as though it was falling away. This was all very good except that by the time the camera dolly, with me operating and the assistant onboard to pull focus, got to the far side of the stage we were traveling at a high rate of speed. As you can imagine, the camera dolly weighs some hundreds of pounds and with the addition of the camera, operator and assistant, this created a lot of mass. So the problem was how to stop the dolly, with camera crew, from crashing into the stage wall at the end of the track.

We made a stack of empty cardboard boxes in the corner and then placed soft foam sheets in front of that to take the impact if we went too far. We also stationed an additional six or so grips at the end of the track to catch the rig as it approached. We made a couple of test runs at half speed and then did a few takes at full speed. This was thrilling to say the least as I was traveling backwards across a dark stage at high speed all the while trusting that we would be caught and stopped before we slammed into the corner of the stage. We came within inches a few times, but the shot came off perfectly and nobody was hurt.

Are you a fan of Star Wars? The Old Trilogy or New Trilogy?

I really was amazed when I saw the original Star Wars for the first time as most of us were. None of us had ever seen anything quite like it before. And, the special effects were so, well, special. This was a combination of very imaginative filmmaking, George Lucas, the ILM Crew and technical equipment, and the VistaVison process. The New Trilogy, being produced not with live action effects but mostly computer effects, just never came close to the look or feel of the original three films.

Stewart sitting in front of the Walker which was crushed by the Ewok's logs. This was an outdoor set with a matte painting in the background. Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Stu Jedi 1
Stewart sitting in front of the Walker which was crushed by the Ewok’s logs. This was an outdoor set with a matte painting in the background.

Have you seen The Force Awakens? If so, were you pleased or disappointed in how Disney carried on the Star Wars legacy?

Because I was asked to participate in this interview, I took the opportunity to go see the new film. After seeing most of the prequel and being more or less under impressed with it, I was skeptical of what Disney may come up with.

After all, Disney has its own brand and way of film production. Mickey Mouse, Dumbo, Fantasia, Cinderella, etc. I honestly didn’t think I would be impressed with it any more than with the last three Star Wars films. I can’t tell you how glad I am that you have asked me this question and that it prompted me to go see the film. Wow, I was knocked out, totally entertained and entirely pleased with the result.

To me, to my eye, this film was very much like seeing the original Star Wars back in the 1970s. I was totally pleased with the storyline and the effects. I think Disney did a wonderful job on this movie. It is very unlike me to want to see a film twice, but I enjoyed this film so much that I fully intend to go see it again in order to catch anything I may have missed at my first viewing. I ran into one of my old ILM buddies at the gym the other day and he was as excited and please as I am.

It looked to us that Disney has gone back to doing some live effects, I think this was with the explosions because fire is so difficult to duplicate in CGI rather than entirely computer generated effects. Anyway, it appeared to be a perfect mix of old and new.

In the early eighties, did you imagine the Star Wars saga would endure and grow the way it has in the last decades?

I always felt that the Star Wars story would be popular but I had no idea that it would become as big of a phenomenon as it is today. Star Wars was groundbreaking because of the way the effects were produced, and also because it took an age old story of good versus evil and moved it out into space, which is of course, the new frontier. The storyline itself is as old as mankind, but the way George produced the effects is what really set it apart from everything else.

I mean the story was really just another standard B movie, but with the addition of its unique effects, it became something else altogether and set the trend for everything that was to follow to this day.

Return of the Jedi - "Ewoks release logs to crush Walker" Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Exclusive: interview with Stewart Barbee, cameraman of Star Wars - Return Of The Jedi Stewart Cinematographer 16 1
Return of the Jedi – “Ewoks release logs to crush Walker”

Generally speaking, what do you think about the switching from practical to CGI effects?

Call me a dinosaur, but I have always been a fan of live film effects versus digital or computer effects. I understand the thinking and reasoning for the switch, but my eye can still see and tell the difference.

To me, film has a totally unique look, a feel that will never quite be duplicated with computers, at least in my lifetime. One frame of color film is made up of three layers of emulsion. Contained in the emulsion are millions if not billions of light sensitive silver halide particles of all sizes and shapes. Each of these particles are affected by exposure to light. So, it follows that one frame of film can hold an almost infinite amount of information.

The CGI world or computer world operates in megabytes, gigabytes, terabytes, etc., it is just so totally different I don’t know how they can even be compared. Analog is analog and digital is digital. Analog, emulsion, is like a continuous line starting horizontally and continuing in a smooth curve to the vertical, the other, Digital, consists of ones and zeros in a line that looks like a stairway of horizontal and vertical steps to achieve the same end. They may be similar in the end but never really exactly the same.

What do you think of the modern blockbusters? Do you have a favorite director working in the business today?

As far as blockbusters go, I think George Lucas and Steven Spielberg changed the B movie world forever with their early special effects films. It seems that what would normally be a B movie now has to be made with millions of dollars worth of special effects in them. I would love to see the film industry get back to producing good solid films without all the spectacular effects. My all-time favorite motion picture personality is, hands down, Clint Eastwood.

I was fortunate to have worked with him on two films, during my career, in which he not only acted but directed. They are Dead Pool and True Crimes. It turns out that Mr. Eastwood, as a producer, director and actor is the most professional and loyal person I have ever worked for in the film business. I am not the only one who thinks this way, as many of my peers have expressed this view as well. On more than one occasion I was working with him on a multiple camera setup where he was satisfied with just one take, the first take, and we would then move on. This was so unlike most directors who would do multiple takes even if all concerned agreed that the take was good.

I think this is due to insecurity which seems not to be an issue with Mr. Eastwood. When the take is good and camera and sound agree, he is comfortable and secure enough to move on. He also was extremely loyal to the crews, many who have been with him for years. I also like his movies. He has produced so many and they are always entertaining and simplistic. So in my estimation, he is the best of the best and I only wish I could have done more productions with him and his company, Malpaso Productions, during my film career.

Read the interview in Italian

Esclusiva: intervista a Stewart Barbee, cameraman di Star Wars – Il Ritorno dello Jedi

Stewart Barbee Star Wars Esclusiva: intervista a Stewart Barbee, cameraman di Star Wars - Il Ritorno dello Jedi Esclusiva: intervista a Stewart Barbee, cameraman di Star Wars - Il Ritorno dello Jedi Stewart Barbee 2001 2
Stewart Barbee

Viviamo nell’epoca di Star Wars. Detta così suona ovvia, perché in realtà è da quando il primo mitico episodio è uscito nel ’77 che Star Wars ha sempre dominato il mondo. Ma ora che la saga ha ritrovato magico vigore e successo con Il Risveglio della Forza, l’affermazione suona più vera che mai.

L’uscita del nuovo episodio, per la prima volta guidato dalla Disney e diretto da J.J.Abrams, ha riacceso la passione in ogni angolo del globo, col risultato che tutti hanno voluto dire la loro, compresi noi. E allora ci siamo chiesti, perché non interpellare qualcuno che ha attivamente collaborato alla nascita del mito? Qualcuno che ha respirato l’aria del set nei gloriosi giorni in cui la prima trilogia vedeva la luce, in un’epoca in cui il mondo e il Cinema funzionavano in modo diverso da oggi.

Un recupero più che opportuno, dato che Il Risveglio della Forza, con la sua energia e brillantezza, rievoca senza timore lo spirito di quei tempi, facendo allo stesso tempo tesoro dei decenni trascorsi e proiettandosi verso un futuro molto promettente. Ed è qui che entra in gioco Stewart Barbee.

Stewart ha avuto una lunga e variegata carriera tra documentari e cinema (Star Trek II – L’Ira di Khan e Uomini Veri, per citare un paio di titoli) e, in qualità di cameraman degli effetti visivi della ILM, ha lavorato anche a Il Ritorno dello Jedi. Lo abbiamo raggiunto e gli abbiamo chiesto se potevamo intervistarlo, e lui ha accettato con entusiasmo rispondendo alle nostre domande, che spaziano dalla sua esperienza sul set de Il Ritorno dello Jedi alle sue impressioni sulle nuove tecnologie nel Cinema oltre, ovviamente, al suo parere su Il Risveglio della Forza! Nel corpo dell’articolo trovate anche alcune foto dal backstage che lui ha voluto condividere con noi.

Signor Barbee, può descrivere per favore come è entrato nel mondo di Star Wars?
Sono stato assunto all’Industrial Light And Magic (ILM) come cameraman per gli effetti nei primi anni ’80. La ILM era la divisione della Lucasfilm che ha prodotto gli effetti speciali di tutti i film di Star Wars. Era nata a Van Nuys, California, nel 1975. Dopo il primo film di Star Wars George Lucas spostò la compagnia a San Rafael, California, nel 1978. Poi rilevò un edificio in Kerner Boulevard e questo divenne la ILM fino a che la compagnia non si trasferì al Presidio in San Francisco, nel 2005. L’insegna davanti all’edificio diceva “The Kerner Company”, e rimase così per tutti gli anni che la ILM è rimasta lì. Questo fatto evitava che la gente capitasse lì dalla strada e potesse dare una sbirciata alle attività della ILM, e aiutò a tenere un basso profilo. La maggior parte della gente non aveva idea di cosa facessero in quel posto.

Io fui assunto durante la produzione di Star Trek II, che per lo più riguardava esplosioni di navicelle per le battaglie spaziali, etc, sebbene abbia anche filmato il modello dell’Enterprise per molte scene con effetti, incluso quello della velocità di curvatura. Questa fu molto complessa ed è tutta una storia a parte. Dato che ero un cameraman del posto con anni di esperienza, incluse riprese di combattimento durante la guerra in Vietnam, come anche tanta esperienza di riprese per filmati ad alta velocità in ambito sportivo, ero perfetto per il lavoro. Non andavo nel panico quando le cose esplodevano e conoscevo le dinamiche delle riprese ad alta velocità. Quindi facevo gli effetti per Star Trek II e poi ho cominciato a lavorare a Il Ritorno dello Jedi sotto il primo mago degli effetti di Star Wars, Richard Edlund, che era il principale responsabile degli sbalorditivi effetti che diedero il via alla rivoluzione di Star Wars. Può sembrare perverso, ma era divertente far saltare in aria tutte quelle navicelle spaziali.

Il Duca Bianco è morto, viva il Duca!

Per chi ancora non se ne fosse accorto è morto David Bowie.

David Bowie fu ogni cosa: artista, polistrumentalista, compositore, produttore ed attore.

Toccò qualsiasi forma d’arte e le donò la vita eterna.

Sentii sempre parlare di lui ma la sua musica non arrivò mai alle mie orecchie, non prima di aver visto un film che mi introdusse e mi raccontò gli anni d’oro di David Bowie: Velvet Goldmine.

Velvet Goldmine di Todd Haynes  Il Duca Bianco è morto, viva il Duca! 33360Uscito nel 1998, terzo film di Todd Haynes, lo stesso regista di Io non sono qui e di Carol, Velvet Goldmine è forse l’unico film che racconta il fenomeno culturale e musicale del Glam rock negli anni 70 in tutto il Regno Unito.

La pellicola racconta la figura della star Brian Slade, interpretato da Jonathan Rhys Meyers, che misteriosamente scompare dopo aver inscenato la propria morte nel suo ultimo concerto.
Attraverso le indagini del giornalista Arthur Stuart (Christian Bale), che ripercorrerà il suo passato giovanile negli anni ’70, verremmo a conoscenza dei più profondi ed intimi segreti che circondavano la star.

Inutile dire che la figura di Brian Slade è ispirata liberamente a quella di David Bowie e che non mancheranno inoltre personaggi rappresentativi di quel particolare periodo, anche se verranno ricordati dal solo personaggio interpretato da Ewan McGregor. Il tutto è contornato da bellissimi costumi glamour che valgono quanto una nomination all’Oscar, dalla costante influenza di Oscar Wilde, alle bellissime clip che accompagnano le musiche di Brian Eno, di Lou Reed, ma anche dei T-Rex, dei Roxy Music fino alla presenza dei Placebo e di Thom Yorke.
Errore in cui si potrebbe incorrere è quello di considerare la pellicola come la biografia di David Bowie il quale tra l’altro si affrettò a smentire ogni tipo di richiamo alla sua presunta omosessualità e non concesse i diritti per utilizzare diverse canzoni nel film.

Rimane comunque una pellicola che testimonia l’impatto culturale portato dall”uomo delle stelle‘.

Regalo di Natale di Pupi Avati

Non sono un fan di Vasco Rossi, ma mi è sempre piaciuta la sua canzone Vita spericolata: specialmente i versi in cui si allude a un gruppetto di amici di vecchia data che forse si ritroveranno a bere un whisky al bar come rockstar, ma che più probabilmente non si ritroveranno mai, ognuno perso dietro ai suoi guai. Quelle parole impregnate di echi nostalgici mi hanno sempre trasmesso una vibrazione inquietante, lasciando intravedere un ritratto dell’amicizia – e della vita – a tinte dark.

E quando penso al film Regalo di Natale, è come se il regista bolognese Pupi Avati avesse voluto omaggiare la canzone del suo conterraneo interpretandone proprio quei versi in chiave spietata, lucidissima, addirittura horror. Siamo alla vigilia di Natale del 1985. Franco, Ugo, Lele e Stefano, quattro amici di gioventù che si sono persi di vista, ognuno impegnato a rincorrere le proprie storie di successi e fallimenti (con i secondi in netto vantaggio sui primi), si ritrovano nella notte più “mistica” dell’anno al tavolo da poker di una lussuosa villa alle porte di Bologna.

L’intento della serata è quello di spennare il pollo di turno, un facoltoso industriale con il vizio del gioco, noto in tutto il Nord Italia per la nonchalance con cui perde somme astronomiche al tavolo verde. Ma quello che sembra un piano ben collaudato e destinato a filare liscio si rivela un’imboscata diabolica che intrappolerà il quartetto di amici in una feroce tagliola di accuse e rancori reciproci.

Mentre il misterioso e sfuggente imprenditore si rivela più esperto e scafato di quanto i quattro immaginassero, a incombere sul tavolo da gioco con la sua presenza rarefatta ma allo stesso tempo incredibilmente concreta è il ricordo di una donna che tanti anni prima mise Franco e Ugo uno contro l’altro, scatenando una girandola di gelosie e tradimenti che alla fine ha causato il dissolvimento del gruppo seminando una scia di livore e acrimonia.

Con Regalo di Natale, Pupi Avati riesce in un miracolo analogo a quello compiuto da Sergio Leone: come il maestro di C’era una volta in America e Il buono, il brutto, il cattivo era riuscito nella missione apparentemente impossibile di dare una lezione di cinema western a chi quel genere l’aveva creato, gli americani, così anche il cineasta felsineo dimostra di non aver nulla da invidiare a giganti del cinema dedicato al poker  (da Cincinnati Kid a La Stangata) ma nemmeno a quelli del cinema d’introspezione psicologica in generale (pensiamo ad esempio ad Americani di James Foley).

Regalo di Natale  Regalo di Natale di Pupi Avati ehhiiuRegalo di Natale colpisce per l’atmosfera disturbante e straniante che innesca fin dalle prime inquadrature, in cui i protagonisti ci vengono presentati nelle malinconiche sfumature delle loro squallide esistenze: Lele (Alessandro Haber) è un timido e remissivo giornalista che si occupa di cinema, sminuito sul lavoro e umiliato dalle donne; Stefano (George Eastman) è il “gigante buono” che gestisce una palestra ma non ha ancora imparato a convivere con la sua omosessualità; Ugo (Gianni Cavina) è un imbonitore da quattro soldi che si arrabatta tra televendite di quarta categoria in una piccola tv locale dopo aver mandato all’aria un matrimonio e aver troncato i rapporti con la moglie e i quattro figli; Franco (Diego Abatantuono), l’unico di successo nel gruppo, si è rifatto una vita a Milano dove è titolare di un cinema nel centro della città, ma anche lui deve lottare con i debiti da onorare, gli incassi che non sono mai rosei come vorrebbe e il fantasma della bancarotta sempre in agguato.

Carlo_Delle_Piane_Regalo_di_Natale_1986  Regalo di Natale di Pupi Avati Carlo Delle Piane Regalo di Natale 1986In questo turbine di beghe personali, in questo valzer di problemi che contraddistingue le vite “scassate” dei quattro ex amici, ecco che si affaccia la figura di un outsider, di un battitore libero che da ospite, forestiero e pollo da spennare diventerà, loro malgrado, il vero anfitrione, l’autentico mazziere di quella folle notte di poker e rese dei conti.

Grazie all’interpretazione di Carlo Delle Piane (che in virtù di questa performance indimenticabile vinse un Leone d’Oro a Venezia nell’86), l’avvocato Sant’Elia con la sua ossessione per le patate bollite, le sue perversioni sessuali e la sua scaltrezza ben camuffata diventa il nocchiere di un viaggio infernale che conduce lo spettatore in un limbo metafisico, una dimensione parallela in cui l’unico punto di riferimento è quel maledetto tavolo da gioco dove quattro disperati si stanno giocando tutto, in primis la loro anima.

“Certo che è una notte strana per giocare” dirà non a caso, all’inizio della partita, proprio l’avvocato Sant’Elia, scrutando lo sghembo albero di Natale che fa bella mostra di sé in giardino emanando una luce spettrale e inquietante. Una battuta che sintetizza magicamente lo spirito di un’intera pellicola. Quella scena, accompagnata dalle musiche sublimi e sinistre di Riz Ortolani, non può che fissarsi nella memoria dello spettatore con la forza dolorosa di una marchiatura a fuoco, indimenticabile emblema di un film “cattivo” e geniale, urticante di una bellezza che non concede tregua. A proposito: Buon Natale da Saito Airlines.