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Joss Whedon, buffy, avengers, serie tv, dr. house, er, twin peaks, binge watching

Joss Whedon e il modo di seguire le serie tv

Come sono cambiate le serie tv negli ultimi dieci anni? Tanto. Il formato medio più popolare si è accorciato sensibilmente (10-12 episodi a stagione contro i 20 e passa di una volta) ed è cambiata l’idea stessa della narrativa tipica per la tv. Se prima infatti c’era molto più senso del ritmo, necessario a mantenere un impegno settimana dopo settimana per mesi, ora il campo è dominato in gran parte da miniserie che somigliano tanto a film allungati, con una densità narrativa più rarefatta. È il caso delle due serie più acclamate dell’anno scorso, Westworld e Stranger Things.

Ma soprattutto è cambiato il modo in cui gli spettatori hanno questi prodotti a disposizione. Accanto alla tradizionale uscita settimanale, molte serie ora le ingurgitiamo un episodio dopo l’altro, spesso nel giro di una giornata o due, che siano episodi scaricati o dvd. Full immersion, o forse meglio Binge-Watching. Un nuovo metodo talmente radicato e diffuso che a chiedersi se piaccia davvero a tutti ci si sente degli idioti. Eppure non piace così tanto a tutti. Joss Whedon, l’anima di Avengers ma che ha fatto la sua gavetta in tv mettendo a segno cult indiscussi come Buffy l’ammazzavampiri, ha dichiarato (da THR, via Screenrant):

Di mio non vorrei farlo. Vorrei che la gente tornasse ogni settimana e provasse l’esperienza di guardare qualcosa tutti nello stesso momento. Amavo la televisione-evento. […] Qualsiasi cosa a cui possiamo aggrapparci che renda qualcosa speciale, un episodio speciale, è utile per il pubblico. Ed è utile per gli autori, anche. ‘Ecco di cosa parliamo questa settimana!’ Che abbiate sei, dieci o tredici ore di visione in fila senza un attimo per respirare e trattenere quello che abbiamo fatto… pensando solo ‘Oh, questo è l’episodio 7 di 10’, lo rende amorfo dal punto di vista emozionale.

E questa cosa nella nostra cultura mi preoccupa: l’accesso totale in qualunque momento. Detto questo, se è ciò che vuole la gente, lo farò con lo stesso impegno. Mi adatterò. Più rendiamo le cose granulari e incomplete, più tutto questo diventa una filosofia di vita invece che un’esperienza. Diventa arredo, perde forza e noi con questo perdiamo qualcosa. […] Il Binge-watching, Dio sa se l’ho sperimentato, è sfiancante, ma può essere piacevole. Non è il diavolo. Ma mi preoccupa. Fa parte di un discorso più ampio.

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Che si sia perso qualcosa lungo la strada è piuttosto palese. Abbiamo barattato l’interattività in tempo reale con quella in differita. Nei primi anni novanta la gente guardava Twin Peaks e si consumava nel dubbio del celebre tormentone “Chi ha ucciso Laura Palmer?” Con le abbuffate del Binge Watching non c’è più tempo di far crescere alcuna suspense, né di sincronizzarsi per l’attesa collettiva del colpo di scena finale. Ognuno per sé, ne parleremo più che altro a cose fatte.

Certo è più difficile annoiarsi o perdere il ritmo quando una serie la consumi su due piedi. Ma così ci possiamo scordare quell’energia che caratterizzava le grandi produzioni tra gli anni 90 e i primi del 2000. Se prendiamo due serie acclamate come ER e Dr. House, salta subito agli occhi la loro differente natura: episodi brevi, attorno ai 40 minuti, con dentro ogni volta avvenimenti a cascata, un tempo narrativo inesorabile che non ammetteva pause.

Quando l’episodio finiva, la spinta accumulata era tale che non vedevi l’ora di arrivare al successivo, anche se a quei tempi significava aspettare una settimana, senza alternative. Ora il concetto di serie si è avvicinato all’idea di Cinema: meno fatti, meno personaggi. Tutto era più agile e scattante, ora ce la si prende più comoda. Nei casi migliori abbiamo comunque True Detective, che coniuga con impressionante efficacia atmosfere rarefatte e urgenza narrativa. Ma non è sempre così.

Del resto “l’accesso totale in ogni momento” che preoccupa Whedon è in linea con l’andazzo generale della tecnologia attualmente nelle mani di tutti. Con lo smartphone non esiste più l’idea di attendere di essere tornati a casa per connettersi a internet o spulciare chi ci ha messo i like su facebook, e se anche oggi sembra un vantaggio irrinunciabile fino a pochi anni fa ne facevamo a meno, imparando a convivere con l’idea di attendere. Offrire più comodità ti aumenta il volume d’affari, ma non è detto che renda la vita migliore. E neppure la tv, se è per questo.

Difficile credere che le cose cambieranno, ma la vecchia scuola è tutt’altro che morta, solo che si è ibridata con il nuovo assetto dei contenuti “lenti”. Ma la storia è ciclica: a maggio esordirà la nuova stagione di Twin Peaks che, oltre a essere rilasciata con cadenza settimanale, conta ben 18 episodi, andando a sfiorare i grandi formati del passato. Un successo importante potrebbe far presagire un trend di recupero almeno parziale dei vecchi schemi? Magari sì, ma certo la cosa più importante rimane una e una sola: dateci grandi personaggi e storie indimenticabili, qualunque metodo di fruizione questo possa comportare.

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Oltre il rating: la vera importanza di Logan

Oltre a essere un filmone, Logan potrebbe, come era prevedibile e sperabile, porre le basi per un cambiamento epocale nel mercato dei blockbuster ad alto budget, non solo i cinecomic. Vicino ai 250 milioni di incasso mondiale a pochi giorni dall’uscita, il nuovo film di James Mangold con Hugh Jackman conferma che il pubblico è pronto a una bella rinfrescata.

Si è fatto un gran parlare del rating R in patria e del divieto ai minori di 14 anni qui in Italia, al punto che probabilmente molti stanno fraintendendo l’importanza dell’evento. Il punto non è avere più film più violenti, il punto è che se un film con questi divieti fa il botto le major si trovano col messaggio che rischiare può portare film migliori e più soldi. Ma cosa vuol dire rischiare?

Non necessariamente mettere sangue e scene truculente, non è quella la lezione contenuta in Logan. Significa capire che si può fare un film senza rilevanti accenni alla continuity, incentrato su un solo personaggio e alcuni comprimari, senza volerci mettere dentro cento idee diverse mal compresse (e come altro se no?), scegliendo un’atmosfera diversa e una visione dominante, con tempi narrativi e un rispetto per i personaggi molto più vicini al cinema degli anni ’80, che per quanto fosse commerciale era fatto in modo umano, al punto da essere ancora attuale e fonte di revival a cascata. Tutti vantaggi anche a beneficio di quelle produzioni che al pubblico dei ragazzini non vorranno mai rinunciare (avrebbe mai senso uno Spiderman così cruento?)

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Ma gli altri studios potrebbero decidere di buttarsi e di seguire l’esempio della Fox, almeno coi personaggi più opportuni (la Warner ci aveva già provato con Watchmen ma al boxoffice aveva deluso), e chissà cos’altro potremmo sentire nei prossimi giorni. Che succeda o no, bisogna stare attenti che il rating R non diventi la nuova maniera. Perché tutto questo ci importa? Perché significa fare uscire il blockbuster medio dal ghetto, strappargli l’etichetta di intrattenimento stupido e conformista, americanata e tutte quelle altre belle cosette lì. C’è un tipo di storie che può essere raccontato solo con grandi mezzi, e spetta alle major. Ma l’equazione tra violenza e qualità non esiste.

Guardare Logan significa ridiventare spettatori, e non più semplici consumatori capitati in sala per ingoiare fardelli di informazioni spacciati per storie. C’è un mondo di differenza tra la scrittura di Logan e la media delle sceneggiature dei blockbuster, che spesso devono infilare in due ore riferimenti a decine di albi a fumetti o romanzi, per poi tanto mandare tutto in sfacelo con un terzo atto scritto, prodotto e diretto dalla CGI.

Tutto questo per ribadire che col trionfo di Logan non si festeggia il ritorno della violenza nelle grandi produzioni di Hollywood, come dimostra Deadpool: lì la violenza e la volgarità andavano per conto loro, certo non erano necessarie e spontanee quanto lo sono in Logan, ma è sicuramente dovuto anche al film di Tim Miller se quello di Mangold è venuto fuori così bene. In ogni caso, una simile accoglienza di pubblico e critica a un personaggio così popolare e mainstream può fare davvero la differenza, e rimane un colpo senza precedenti. Speriamo sia solo l’inizio.

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james cameron, avatar, terminator, titanic, tim miller, gareth edwards

James Cameron, il futuro tra Avatar e Terminator

Qualcuno forse se lo è scordato, ma James Cameron è stato il “re del mondo”, o almeno del Cinema. Anzi, lo è ancora. E lo dico a prescindere dal fatto che Avatar non mi abbia detto niente, a partire dalla sua estetica perfetta quanto innocua e tralasciando la banalità della storia. No, per me Cameron ha cambiato il mondo l’ultima volta con Titanic, ma lo aveva già fatto prima con Terminator 2 e prima ancora con quello che forse è il suo capolavoro di sempre, Terminator. In mezzo ci metteva lunghe pause e film comunque maiuscoli come Aliens e True Lies. Seriamente, la qualità media della sua filmografia non era esattamente cosa comune.

Ma cosa è successo a Terminator? Dopo il secondo episodio la saga ha colpito un iceberg e la prua è andata sempre più a sud. Terminator 3 era una riproposizione dello schema di base ibridato con l’autoparodia, Terminator Salvation tentava di riportare un minimo di originalità e aveva la visione giusta, ma senza soddisfarla a dovere, per poi arrivare al recentissimo Terminator Genisys, pasticcio inutilmente dopato di CGI e complicatezze assortite. Intanto 16 anni sono passati che sembra un soffio, e al mito di Terminator non è stato aggiunto uno spillo di qualità.

E ora i diritti stanno per tornare in mano a James Cameron, che ha già chiamato in campo Tim Miller, il regista di Deadpool, per rimettere in piedi il franchise. Tutto questo mentre lavora in contemporanea a 4 sequel di Avatar. Non sarà un po’ troppo anche per il re del mondo? Ma soprattutto, chi è realmente in grado di ridare un senso a Terminator? Forse non ci poniamo il problema perché, come per Alien, si sono fatti abbastanza sequel di qualità altalenante da non vedere più niente di sacro nelle rispettive mitologie. Ma Terminator è prima di tutto il film del 1984.

Esatto, il più bello e il meno costoso, non potete sbagliarvi, nonché perfettamente autonomo quanto al senso e alla compiutezza. Lo stesso Terminator 2, per quanto epocale, era già l’ultima spiaggia prima della mera ripetizione: per certi versi un remake ad alto budget, con un regista in grado di renderne conto con ogni fotogramma.

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Terminator e Avatar secondo me hanno già dato tutto ma, se dovessi scegliere, credo sia il primo quello su cui James Cameron dovrebbe concentrarsi. E dovrebbe farlo usando le linee guida del 1984, riducendo il budget e lavorando tanto su sceneggiatura e regia, eliminando il paradigma classico della battaglia per la vita di John Connor, un tema ormai spolpato fino al midollo, ed esplorando altri lati della mitologia. C’è tutto uno scenario nel futuro visto negli incubi e nei flashforward dei primi due capitoli che potrebbe essere indagato ulteriormente, e alcuni spunti interessanti la saga ha continuato a sfornarli ogni tanto.

I franchise moderni sono così: scenari condivisi, invece che storie coese dotate di inizio e fine. Se abbiamo tanti nuovi Star Wars, tanti nuovi Batman e X-Men, allora c’è spazio anche per Terminator, specie se supervisionato dalla mente creativa che lo ha cominciato. Nuovi sequel di Avatar cosa avrebbero da offrire? Per un’opera così visiva il film ha avuto un fallout immaginifico pressoché nullo. Né pare plausibile un nuovo fenomeno tecnologico, dato che nel frattempo il tormentone del 3D ha avuto modo di affondare di nuovo.

E anche se esistono sequel che annientano gli incassi dei predecessori sarà davvero possibile in questo caso particolare? Parliamo del boxoffice più ricco della storia del Cinema. D’altro canto, è anche vero che se James Cameron si limita a produrre e plasmare nuovi Terminator senza però dirigerli la prospettiva si fa meno avvincente. La sua regia, e col senno di poi lo si può dire anche più forte, è stata sempre determinante per la riuscita. Ma sarebbe possibile per l’uomo che ha creato il mastodonte tecnologico Avatar fare dietrofront e recuperare un cinema più pratico e grezzo?

Forse sì, prendendo esempio dalla scuola dei moderni Star Wars, di Nolan e altri registi che lavorano il più possibile in presa diretta. Potrebbe essere interessante, ma Cameron sembra molto coinvolto da Avatar e da quell’approccio in generale, per cui non vedo grandi possibilità in questo senso. Né Tim Miller mi pare il regista adatto, molto meglio uno come Gareth Edwards, che con Rogue One ha dimostrato un polso fermo e un gusto old school che farebbe tanto comodo non solo a Terminator, ma più o meno ad ogni altro grosso brand che a Hollywood va per la maggiore. Quella filosofia del Cinema sta tornando, attecchisce ai livelli più alti e nelle produzioni più importanti. Anche se i re del mondo i trend li lanciano ma non li seguono, speriamo che James Cameron per ogni singolo film usi un sistema solo: il migliore.

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Colin Trevorrow Jurassic World

Colin Trevorrow e Jurassic World 2: la questione animatronic e CGI

Su questi schermi mi è capitato spesso di lamentarmi di come la CGI – gli effetti visivi generati al computer – abbia sostanzialmente inquinato il cinema degli ultimi 15-20 anni, rendendolo di fatto peggiore di quello che potrebbe essere. Ovviamente, si tratta di un problema dei film ad alto budget, che spesso sono così pieni di corpi digitali proprio per questo viziaccio di demandare gran parte del lavoro creativo a qualcosa che si può realizzare solo in post-produzione. Ma il limite non è solo esteriore, visivo.

Il problema nasce dalla consapevolezza che il computer ti offre un arsenale sterminato di immagini in movimento, niente è troppo estremo o fantasioso per uno strumento virtuale come quello. Ma questa consapevolezza di avere munizioni infinite ha scavato una fossa abissale sotto i piedi del genio creativo hollywoodiano: se il film lo puoi assemblare a colpi di effetti visivi, perché sprecarsi a scrivere una bella sceneggiatura?

Colin Trevorrow ha diretto Jurassic World, uno dei più grandi incassi della storia del cinema. Dirigerà anche l’episodio IX di Star Wars. Ora, a me Jurassic World non è piaciuto, ma non importa. Quello che conta è che il regista, parlando del prossimo film sui dinosauri, ha casualmente specificato in parole semplici questo concetto del rapporto tra effetti visivi e scrittura pura e semplice. Tra le altre cose Trevorrow afferma questo:

 

[…] Abbiamo scritto delle opportunità per gli animatronic in questo film, perché è una cosa che deve partire dalla scrittura.[…]

 

Buono a sapersi, anche se lo sapevamo già: la scrittura di una sceneggiatura cambia se sai di avere o non avere certi mezzi a disposizione. Il bello è sentirlo detto da uno che opera al centro del business, che sa bene di ciò di cui parla. Trevorrow tocca questo tasto mentre spiega che gli animatronic sono indicati solo per certi movimenti dei dinosauri, e che per il resto occorre la CGI.

Colin Trevorrow Jurassic World  Colin Trevorrow e Jurassic World 2: la questione animatronic e CGI 86462
Patente e libretto, prego

Certo, nessuno ne dubita. Il fatto, e qui parlo del cinema in generale, è che il “resto” in questione esiste perché esiste la possibilità di usare la CGI, e non viceversa. Si usa la tecnologia solo perché c’è, non per altro. Se il digitale non esistesse, e ci si dovesse arrangiare con la pellicola, la gente scatterebbe foto di qualunque cosa per poi postarle sui social?

Se ci si limitasse a girare solo ciò che si può fare dal vivo e usare la CGI solo per le rifiniture questo problema non ci sarebbe. Non ci sarebbe neppure alcun vero limite artistico, perché a oggi non esiste alcuna prova che le scene con la CGI illimitata siano più efficaci, o che siano più belle da vedere, ma soprattutto non esiste alcuna prova che la CGI, per quanto ben fatta, renda un film migliore. Anzi, nove volte su dieci abbiamo le prove del contrario.

Ma, e qui viene meno qualunque alibi, esistono anche grandissime produzioni che riducono al minimo gli effetti digitali e che stanno riscoprendo il fascino e la disciplina che solo effetti pratici e solidi possono portare. Dai nuovi Star Wars ai film di Christopher Nolan, parliamo comunque di trionfi di botteghino, ergo la vecchia scuola in termini di soldi paga quanto la nuova. E guarda caso ne Il Risveglio Della Forza l’unica cosa visivamente stonata dal punto di vista visivo e concettuale è Snoke, il mostro digitale sempre nascosto nella penombra.

Perché quello contro cui si accanisce la critica e la fascia di spettatori dal gusto più educato non è il fatto che i blockbuster siano fatti con le montagne di dobloni, ma che spesso perdano l’anima nel flusso dei miliardi, quelli che escono per le spese e quelli che rientrano al botteghino. Anche fregandosene della critica, Hollywood potrebbe davvero puntare in alto e offrire al mondo un cinema che sia veramente unico e invidiabile, cioè fatto con mezzi che nessun altro si può permettere, ma anche con tutto il talento possibile. Per rinforzare la mia tesi, dato che le immagini contano più delle parole, vi lascio con un minuto e mezzo di video con le prove del vecchio T-REX di Jurassic Park. Have fun!

Suicide Squad spin-off Harley Quinn

Da Suicide Squad allo spin-off: Harley Quinn e i rischi del successo

Certo, quando diciamo che una cosa è piaciuta a tutti non intendiamo “tutti” in senso letterale, dato che qualche dissidente c’è sempre (per fortuna), ma intendiamo comunque una stragrande maggioranza, abbastanza netta e assodata da servire come certezza, una certezza meno relativa possibile. Come quella che Harley Quinn è una delle poche cose inattaccabili all’interno di quel vivace calderone di contraddizioni che risponde al titolo di Suicide Squad. E la cosa è così assodata che uno spin-off sulla ragazza del Joker (mentre il “Puddin” di Jared Leto ha ancora l’agenda vuota al momento) sta già prendendo forma.

Perché sia pure in mezzo a problemi di montaggio e di scrittura di tutta la baracca, Margot Robbie che fa atletica nella sua gabbia, o che ascolta Diablo tra un cicchetto e l’altro in religioso silenzio, con quel viso fatto apposta per quel trucco sbavato, sono sottile stregoneria per immagini, il sangue del Cinema. Ma è una buona ragione per scorporarla, sia pure temporaneamente, dal resto della Squad?

Il film di David Ayer ha da poco superato i 700 milioni al box-office mondiale, il che vuol dire che è andato bene e che presto o tardi mamma e papà, probabilmente, gli regaleranno un fratellino, l’unico sequel di un cinecomic con un potenziale se lo chiedete a me. Ma se cominciamo a fare a brandelli Suicide Squad per concentrarci solo su Harley e magari su Deadshot temo che le apparizioni di questi personaggi si moltiplicheranno senza sosta, in un sistema di episodi a grappoli che delle due andrebbe invece moderato e ragionato, e la particolarità di quel film potrebbe andare perduta.

Lo spin-off in questione a quanto pare non sarà un progetto solista dedicato solo al personaggio della Robbie, ma la vedrà interagire con altre figure femminili del mondo DC. Se da un lato questo significa continuare a cercare la mischia e dimostrare il proprio valore in un film corale, ammirevole scelta rispetto al farsi belli con un monologo su misura, dall’altro ci vorrà molta personalità, molte idee chiare per non incappare in un doppione di Suicide Squad che non sappia di semplice clone virato al femminile.

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Ormai abbiamo già capito che tutti questi cinecomic raccontano sempre la stessa storia: i supereroi e i loro avversari hanno, sia pure espresso in modalità differenti, sempre lo stesso background (la grande idea distintiva dietro al Joker di Ledger: niente background, solo suggestioni e focalizzarsi sul presente) e anche i villain, se diventano protagonisti, si comportano esattamente come i buoni, solo più divertenti.

Con queste premesse, la cultura degli spin-off, per quanto opportuni e meritati, aumenta il rischio di rivedere sempre le solite storie, come pure passare da un film corale all’altro senza una ragione creativa forte, di cui al momento non sappiamo nulla. Se poi Harley Quinn tornerà anche nell’eventuale Suicide Squad 2 allora aumenta il pericolo che il personaggio faccia la fine di Iron Man: ubiqua, immancabile, scontata. Un candidata perfetta per il degrado da icona a tormentone.

Quando in realtà Suicide Squad è in pole position per essere solo migliorato, il che non esclude certo anche dei cambiamenti radicali. Se ci sono personaggi che non funzionano si possono sostituire, o modificare, ma l’assetto di base è azzeccato, e il tocco di David Ayer ha fatto comunque la differenza. Certo, se realizzano lo spin-off su Harley Quinn con l’idea di fare prima di tutto un bel film allora sarà valsa la pena, ma la questione di principio rimane. James Bond è lì a dimostrarlo: non si possono fare tanti film su uno stesso personaggio avendo sempre risultati all’altezza.

Il fatto che Margot Robbie sia direttamente coinvolta a livello anche produttivo mi fa sperare che, nel pur ovvio congegno industriale in cui questi prodotti prendono forma, ci sia dietro un attaccamento personale della brava e bella performer australiana. Un po’ come è stato per Hugh Jackman, che a forza di essere Wolverine ha messo a segno almeno un più che valido spin-off che tuttora spicca nel genere a fumetti. E il tocco personale di chi ci mette la faccia può essere il timone più adatto a spingere in porto la corazzata di mezzi e talento che solo una major può spiegare in campo.

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Blair Witch 10 Cloverfield Lane

Blair Witch, 10 Cloverfield Lane e i vantaggi dei “sequel a sorpresa”

In che modo Internet e i social influenzano il Cinema? Semplice, coinvolgendo il pubblico in tempo reale in ogni fase della lavorazione, aggiornandolo e assorbendone le reazioni, una nuova gestione “democratica” di proprietà intellettuali (Superman, Star Wars, Star Trek e ogni altro mito pluridecennale fondato su carta o su schermo) che legalmente appartengono a pochi ma idealmente tutti sentono proprie. Ma è un bene?

Non tanto. Se parliamo di film making io sono per un assolutismo moderato, dove il regista/autore è il sovrano che dialoga sì con la produzione (a volte è chi ci mette i soldi che salva un titolo da derive artistoidi) e cerca di colpire il pubblico, ma accettando l’idea che il prodotto non potrà piacere a tutti, anzi, che non deve neanche provarci. Altrimenti è come un aereo in cui anche tutti i passeggeri vogliono tenere una mano sulla cloche: come credete andrà a finire?

Intanto che in cabina di comando ci vorrà un bel po’ di deodorante, ma poi gli esiti possibili sono due: o l’aereo si schianta oppure sta su, ma senza andare in alcuna direzione precisa, e le mie fonti mi dicono che il carburante non ha l’abitudine di durare in eterno. Ed ecco che salta fuori che The Woods, horror annunciato più di un anno fa, da pochi giorni si è rivelato come un sequel di The Blair Witch Project, il fenomeno che ha dato la stura a tutta la corrente found footage che parte da fine anni ’90 e arriva fino ai giorni nostri.

Blair Witch 10 Cloverfield Lane  Blair Witch, 10 Cloverfield Lane e i vantaggi dei "sequel a sorpresa" 1

The Blair Witch Project, oltre a sdoganare un cinema di intrattenimento dalla confezione molto casual era un film che funzionava bene. Un congegno a tensione fatto con due soldi, una camera a mano, un bosco e tante urla, nonché uno smodato ma vincente ricorso al vedo/non vedo (con netta prevalenza del secondo). Se il nuovo episodio, intitolato semplicemente Blair Witch, si può permettere di calare le carte e reclamare solo a ridosso dell’uscita lo stemma del casato, allora forse anche altri tipi di produzione potrebbero seguire l’esempio.

Dopotutto è quello che hanno fatto anche con 10 Cloverfield Lane, che solo in corsa è diventato membro della famiglia Cloverfield (prima si intitolava Valencia), continuando però a centellinare le informazioni da diffondere. Il fatto che siano entrambi prodotti a budget medio basso potrebbe far pensare che ai blockbuster questa mentalità resti estranea, se non fosse che dietro Cloverfield c’è J.J.Abrams, uno dei nomi più grossi di Hollywood, e un possibile link col circuito delle mega produzioni.

Si potrebbe obiettare che i primi fautori della “lavorazione di massa” siano… tutti i cittadini del pianeta: i blockbuster usano spesso grandi set all’aperto, trasformando qualunque passante in ogni angolo del mondo in un fotoreporter d’assalto. Il resto lo fa il bisogno impellente che molti hanno di condividere ogni cosa che rimanga impressa nel loro smartphone. Ma è un falso problema, difficile che una scazzottata o un inseguimento spoilerino qualcosa di importante, le scene davvero cruciali si girano più che altro in location blindate.

Blair Witch 10 Cloverfield Lane  Blair Witch, 10 Cloverfield Lane e i vantaggi dei "sequel a sorpresa" Dark Knight

C’è modo di testare quale strategia di marketing sia più remunerativa? Non saprei, ma mi piacerebbe tantissimo tornare alla modalità pre-2000, quando quasi tutto quello che la gente sapeva su un grosso blockbuster di settembre era reperibile in un pugno di articoli dati alle stampe due o tre mesi prima. Certo ci si giocherebbe l’aiuto da casa, il supporto interattivo del pubblico, ma se ne può fare a meno e compensare con un atto di fede, e le idee chiare.

Né è necessario fare finta che Internet non esista, al limite basta usarlo in altro modo. Invece che subissare di notizie sulla lavorazione, scatti rubati nei camerini del make up e indiscrezioni circa le più recondite intenzioni della produzione, largo a campagne virali che ti inseriscono nell’atmosfera del film ma senza svelarti troppe informazioni e immagini chiave, costruendo un cuscinetto virtuale col compito di distogliere l’attenzione dalle cucine e allo stesso tempo far pregustare il banchetto finale, e comunque ponendosi dei limiti. Quella per Il Cavaliere Oscuro rimane ancora oggi la più memorabile, che guarda caso mostrava poco del film vero e proprio e sempre in forma di evento.

Certo organizzare una bella campagna marketing costa di più che rilasciare una dichiarazione o twittare una foto dal set, ma non scordiamo i vantaggi del silenzio radio: questi sequel “a tradimento” viaggiano leggeri, arrivano come ladri nella notte, attizzano il pubblico con l’intrigo e lo soddisfano prima che subentri qualunque stanchezza. Fanno l’effetto di un regalo inaspettato, una vera sorpresa, e magari, chissà, evitano di costruire un hype spropositato per film che alla prova dei fatti non lo meritano, cioè quasi tutti. Speriamo che quello di Blair Witch e 10 Cloverfield Lane sia solo l’inizio di un nuovo trend, più creativo e meno gossipparo, che riporti attorno al Cinema l’alone di mistero necessario a farci sognare ancora.

Joker Harley Quinn Suicide Squad

Il pg-13, Joker e Harley Quinn: tutte le risorse di Suicide Squad

Se devo essere sincero trovo difficile essere impaziente per qualcuno dei prossimi (e meno prossimi) cinecomic. Ammiro i fumetti come forma di narrazione, di intrattenimento e a volte di arte, ma quelli funzionano a modo loro. E poi è da secoli che non mi azzardo a seguire il fumetto seriale, perché ogni bel gioco dura poco.

Ora possiamo anche disquisire su quanto sia quel “poco”, tenendo anche conto che ciò che è poco per una storia o personaggio può non esserlo per qualcun altro, dipende dalla qualità. Ma esiste un limite oltre il quale nessuno è in grado di spingersi se vuole mantenere una certa credibilità, poche storie. Coi film, così come con le serie tv, il discorso è lo stesso. Il punto è che forse lo penso solo io, per cui non si contano i cinecomic già progettati o in lavorazione, di solito sequel di qualcosa di già cominciato.

In tutto questo non è certo Suicide Squad il titolo più a rischio di saturazione, dato che dedicare un film a una super squadra di cattivi dei comics è ancora una cosa inedita. Il regista e sceneggiatore poi è David Ayer, un uomo di cinema con talento e una certa passione per le storie toste, se avete visto Harsh Times o Training Day sapete cosa intendo. No davvero, non ci sono premesse negative per Suicide Squad, è un film a cui guardo con simpatia. Hanno pure l’asso nella manica, o meglio il Joker: discreta mossa testare Jared Leto senza addosso le aspettative che titoli come “Batman” o “Justice League” inevitabilmente comporterebbero. Del resto, ormai è prassi che i pesi massimi entrino in punta di piedi, vedi Spiderman in Captain America: Civil War o lo stesso Batman di Ben Affleck in Batman V Superman.

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Ma c’è un altro vantaggio che la Warner/DC può prendersi: fare frutto dell’esperienza del rivale Deadpool. Quando è stato chiarito che Suicide Squad non avrebbe avuto il rating R, ma un ben più comune pg-13 qualcuno ha storto il naso: come si può mettere in scena un branco di villain senza un adeguato tasso di violenza esplicita?

La risposta è si può, eccome se si può. Questo non è Il Silenzio degli Innocenti o Seven, ma un film guascone e sgargiante per divertirsi con il lato più folle dell’universo DC. Non è un trattato sulla cattiveria dell’animo umano, non occorre alcuna scena di sangue spinta o raccapricciante. Il pg-13 è un limite solo in determinati casi.

Se devi portare in scena Wolverine, un tizio che ha gli artigli e che colpisce con quelli i suoi avversari, allora non hai molta scelta, ma solo per una questione di credibilità della messa in scena e di rispetto per una peculiarità di base del personaggio. Ma con tizi deformi e mostruosi o truccati da clown che maneggiano armi classiche come mitra e mazze da baseball non occorre nessun rating R. Anzi, si spera che la sua assenza abbia spinto a pensare le scene in modo più creativo. Se prendi Joker o Killer Croc e poi li fai comportare in tutto e per tutto come Tony Montana significa che tutta questa sarabanda di cinecomic è solo questione di costumi colorati. E poi c’è il caso Deadpool, come dicevamo.

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Il mutante Marvel ha fatto il botto, ma personalmente non sento alcun bisogno di altri film così gratuiti. L’abbattimento del pg-13 è già stato celebrato dal film con Ryan Reynolds, per cui circolare, non c’è più niente da vedere su quel fronte. A Suicide Squad tocca se mai il passo successivo: sdoganare i bad guys e il nuovo Joker in particolare, e dare credibilità alla formula oltre che, ovviamente, lanciare Margot Robbie in modo definitivo, consacrare lei e la sua Harley Quinn.

Non è un caso se insieme al Joker è il personaggio con più riflettori addosso. Non solo perché la Robbie ha quel tipo di bellezza assoluta con cui prima o poi il pubblico deve fare i conti, ma anche perché viviamo nel periodo in cui i personaggi femminili prendono il comando di molti blockbuster. Da Hunger Games a Star Wars, le quote rosa sono in rialzo e in un attimo la cosa è già diventata un trend consolidato.

Suicide Squad rischia anche di sfatare il mito dei cattivi come personaggi più popolari: cosa succede quando diventano i protagonisti e il punto di vista della storia è il loro? La loro aura mitica resiste ancora? Ma su Joker non lo sapremo mai, visto che sembra più una guest star che un protagonista. Comunque ci siamo capiti, non facciamoci problemi per il pg13, è uno di quei limiti educativi che vietano ben poco di importante e aprono invece tutto un panorama di possibilità, se il film è in mano alle persone giuste. Sarà il caso di David Ayer? Mi riguardo Fury, e credo di avere la risposta.

Ready Player One

Non solo Indiana Jones: occhio a Ready Player One di Steven Spielberg

Io sono per lo Steven Spielberg di Indiana Jones, più che per quello in modalità Lincoln o altri film storici e impegnati. Non ho elementi oggettivi che dicano che quello più adventure sia il suo lato artistico migliore, ma mi piace che abbia costruito, una pellicola per volta, l’immaginario di un pubblico multi generazionale. Un lungo tratto di storia del Cinema, uno scenario condiviso per la fantasia collettiva, da Lo Squalo a Jurassic Park, passando per E.T. (che a me non è mai piaciuto) e Duel. Questo è il lato della filmografia in cui io vedo maggiormente le grandi peculiarità di questo Maestro.

Ecco perché, quando tempo fa è uscita la notizia del suo coinvolgimento come regista nell’adattamento di Ready Player One, ho sentito il click. Il romanzo cult di Ernest Cline parla di un prossimo futuro in cui la Terra versa in miseria nera e l’unica fuga da questa grama situazione è rappresentata da una realtà virtuale chiamata molto opportunamente Oasis, un gioco intriso di cultura pop anni ’80. In pratica, quello che arriva dalle cucine è un delizioso profumo di sense of wonder come si faceva trent’anni fa, nell’epoca di Ritorno al Futuro e Ghostbusters.

Spielberg quel sense of wonder ha contribuito enormemente a crearlo, ed è come andare in bicicletta. Player One suona un po’ come se il papà di Incontri Ravvicinati stesse per praticare un meraviglioso Inception nel proprio subconscio estendendo l’invito ad altri milioni di persone, per ridare corrente tutti insieme a una grande idea ora un po’ appannata. Non mi dispiace che nel corso della carriera abbia scelto di fare anche altro, di cimentarsi con le cose “serie” e i film da Oscar, a volte peraltro con notevoli risultati, ma se si parla di riavere indietro quella specifica scintilla, l’inconfondibile stampo sforna-miti di alto livello per tutti i palati, allora ci vuole lui. Anche perché, al momento, vere macchine del tempo non ne abbiamo, tranne quella di Saito. Ma lui non la presta a nessuno.

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Qualcuno dirà che bisogna lascarsi il passato alle spalle, e che gli anni ’80 sono diventati troppo modaioli e quindi troppo comodi. Posto che anche se fosse non sarebbe un problema, io credo invece che tornare adesso in quell’epoca possa produrre risultati ottimi e inediti, perché più passa il tempo più riusciamo a vedere le cose col giusto distacco, facendo così un bel film ambientato in quel periodo invece che un semplice revival autocompiaciuto. Ho perso il conto delle produzioni rovinate dal meta-cinema.

Probabile che al giorno d’oggi capiamo e comprendiamo meglio quel periodo storico, e siamo in grado di ambientarci storie con un punto di vista più complesso e sincero. Il Cinema va avanti, ma in qualche modo sembra di essere ancora nei mitici eighties, li possiamo vedere ovunque. Non a caso sequel e prequel di quei classici “giovani” sono all’ordine del giorno in ogni forma possibile, anche se quasi sempre con risultati un po’ molto vabbeh.

Il fatto poi che io rivoglia lo Spielberg sognatore e visionario non significa che mi faccia andare bene un Tin Tin qualunque, che non mi ha affatto convinto a partire dalla tecnologia utilizzata, con tutto il suo carico deresponsabilizzante: teniamoci stretti un minimo di leggi della fisica e di limiti ambientali, che sono utilissimi a educare e disciplinare il film fin dalla prima stesura dello script. Né ho apprezzato il lato più spielberghiano di Super 8. Insomma, non basta una teorema applicato per fare il botto, proprio per questo Ready Player One è un progetto molto ambizioso e impegnativo. E sì, con abbastanza rischi impliciti da farsi venire gli incubi.

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Il più minaccioso dei quali è che, con un film fantastico su cultura anni ’80 e realtà virtuale, in un’epoca in cui ogni messa in scena è possibile, ci si dimentichi di porsi qualche paletto necessario. Volendo, Ready Player One potrebbe essere trasposto in qualunque modo: una trilogia, uno dei tanti franchise senza fondo dei giorni nostri o anche una serie tv. Ma se si vuole realizzare un singolo film, magari anche come avvio promettente di qualcosa di più vasto, occorre fare delle scelte: su che mezzi usare, su quale storia raccontare, dribblando la sindrome sei-film-in-uno tipica dei blockbuster odierni.

Molti dibattono se un quinto Indiana Jones sia necessario, quando quello che conta è che Spielberg realizzi qualcosa di altrettanto ispirato ed emozionante, senza per questo fare il verso a se stesso; quello che occorre è anzi tornare nei luoghi delle origini con l’esperienza e la saggezza di un creativo navigato quale in effetti è. Le opere realizzate solo di pancia saranno più spontanee, ma presto rischiano di essere ripetitive. Inoltre, fare Cinema non è uno sport, la giovinezza non è affatto un requisito fondamentale.

L’unica mia preghiera è che la CGI sia usata il meno possibile, il perché lo si capisce grazie a Spielberg stesso: prendete Jurassic Park, e ditemi se il t-rex meccanico e solido del grandissimo Stan Winston non appare ancora oggi molto più convincente e impressionante di tutti i dinosauri digitali di Jurassic World. Il sentiero è sempre stato lì, non resta che percorrerlo più in profondità.