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Jet lag

Braveheart, Mel Gibson, 300, william wallace, john toll

Otto ragioni per amare Braveheart

Non ho mai capito la passione per i film epici in costume, o meglio sì, perché evocano una serie di slanci dell’animo umano che da dietro una scrivania o dal centro del traffico nell’ora di punta non si vedono tanto spesso. Ma è un genere con dei problemi, con una bassa percentuale di successi artistici.

Tutte queste star moderne che camminano e gesticolano come se fossero appena state al fast food dietro l’angolo, ma lo fanno avvolte in qualche tunica o in armature medievali. Gran parte della cura si esaurisce nelle ricostruzioni e negli scenari, ma quanti si prendono la briga di studiare il movimento e il linguaggio del corpo? Tra le tante finzioni della settima arte è una di quelle più trascurate. Ma Braveheart aggira l’ostacolo, va al di là di queste contraddizioni.

Perché un blockbuster storico in costume va shakerato un po’, come fece Sergio Leone col western, per recuperare vitalità, reinventarsi, e non sembrare semplicemente un monumento antico. Se lo fai nel modo sbagliato viene fuori 300, se lo fai in quello giusto ne esce Braveheart. Il film di Mel Gibson ha questa freschezza, unita a un dispiego di talento e di audacia non comuni. Vediamo insieme le 8 ragioni di questo trionfo.

1) Il fatto che il film sia girato in larghissima parte in location naturali, soprattutto pianure verdeggianti e boschi, con poco spazio per scenografie troppo costruite e invadenti, fa sì che Braveheart abbia un look più credibile che mai. Un set, in questo genere, ti lascia sempre il dubbio che sia per l’appunto…un set.

2) La regia delle battaglie aggressiva e dinamica, servita da un montaggio eccezionale, nitidissimo e preciso.

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3) La brillante fusione tra rigore storico e una certa controllata tamarrità sopra le righe: quando gli eserciti si affrontano in campo, brandendo spadoni e asce ciclopiche e coi volti pitturati coi colori di battaglia, sembra quasi un sogno nerd che prende vita, una applicazione dell’iconografia tipica di tanti wargame da tavolo come Warhammer. Eppure, per quanto romanzata, si racconta una storia vera e con una crudezza esemplare nel suo essere sempre esplicita ma regolata, su cui non si indulge mai un secondo più del necessario.

4) La fotografia del film è una delle più belle viste nel genere degli ultimi vent’anni. Abbastanza spontaneo da essere verosimile, ma senza rinunciare al gran spolvero di un colossal hollywoodiano di quelli fatti per restare nella storia, Braveheart trova la perfetta coincidenza tra realismo e spettacolo. Al giorno d’oggi un film simile sarebbe pieno di scene sottoesposte e indecifrabili. Quindi le tonalità azzurre e livide, che fanno tanto Scozia piena di castelli e cornamuse, sono un codice visivo del tutto azzeccato. Del resto, il direttore della fotografia è John Toll, che di lì a poco avrebbe lavorato su La Sottile Linea Rossa.

5) L’assenza di CGI. Le scene di battaglia hanno quella ruvidezza e fisicità che con gli effetti visivi non ci sarebbe. Risultato, su questo fronte Braveheart è ancora imbattuto o giù di lì, più di vent’anni dopo la sua uscita, e dimostra ancora una volta che a fare la differenza è il fattore umano, la regia, le coreografie, la visione.

6) Qualsiasi opinione possiamo avere di lui, Mel Gibson è uno dei grandi attori/registi carismatici delle ultime decadi, un po’ come Stallone. Anche tenendo conto dei loro passi falsi non gli si può negare di essere stati gli artisti giusti nei ruoli giusti un esagerato numero di volte. E nonostante la centralità della propria figura, Gibson ha costruito tutto Braveheart a regola d’arte, strato su strato, rendendo decisivo ogni elemento.

7) Per essere un colossal celebrativo e narcisista quale è, Braveheart ruota tutto attorno a un eroe non poi tanto eroe, almeno per i canoni odierni del Cinema. Dopo il brutale omicidio della sua sposa William Wallace sembra più un folle in cerca di vendetta che altro, ma la sua salvezza è nel trovare congruenza tra questo movente e il fiero e solenne spirito della causa indipendentista della Scozia. Ma il suo lato oscuro rimane lì da qualche parte fino alla fine, a ben guardare.

8) LIBERTÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀÀàààààààààààààààààààààààààà

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The Fighter Mark Wahlberg Amy Adams Christian Bale

Cinema da sogno americano: 7 ragioni per amare The Fighter

Che grande edizione quella degli Oscar 2011! In corsa per le statuette più ambite c’era una ressa di film pieni di personalità, grondanti di ottime performance attoriali e grandi qualità tecniche e stilistiche: Il Cigno Nero, Inception, The Social Network, Il Grinta… peccato solo che alla fine l’abbia spuntata il più calcolato e pettinatino, Il Discorso Del Re. Tra l’altro questo esito brucia anche di più se si pensa che in gara c’era pure quel beverone ipervitaminico e ultradinamico al gusto di cacao dal titolo The Fighter.

Non ho mai più trovato quella carica e quella spregiudicatezza nei successivi lavori del regista David O. Russell, ma all’epoca ero pronto a scommettere tutto su di lui per un futuro radioso a base di ottimi film a budget medio-basso sempre intensi e ottimamente bilanciati.

Basato sulla storia vera di Micky Ward, pugile talentuoso e dal gran cuore, che lotta per emergere quando sembra già quasi troppo tardi e lotta forse anche di più perché quel terremoto della sua famiglia trovi un assestamento che non scontenti troppo nessuno, è uno dei migliori esempi del suo genere. Ma vediamo più nel dettaglio le 7 ragioni per amare The Fighter.

1) Nella miglior tradizione di film sportivi che però usano lo sport più come pretesto per sagomare la storia e i personaggi, come il primo grande Rocky, in The Fighter le cose migliori succedono fuori dal ring e travolgono tutto e tutti come inondazioni bibliche. Risse, inseguimenti, liti, arresti, tutto concorre a una mitologia di quartiere, a una strepitosa “guerriglia” urbana in cui i guantoni non servono più a nessuno.

The Fighter Mark Wahlberg Amy Adams Christian Bale the fighter Cinema da sogno americano: 7 ragioni per amare The Fighter The fighter q

2) Tutto questo funziona perché sotto alle questioni serie si respira sempre un certo umorismo, evocato talvolta con gag esilaranti, ma anche con la complessità di questi rapporti, e con un lavoro sul montaggio, sui movimenti di macchina, sul ritmo, sulla colonna sonora a base di rock di lusso, ma soprattutto su quattro protagonisti fiammeggianti, per scrittura e interpretazione. The Fighter è una dinamo impazzita, è il Mad Max Fury Road dei drammi sportivi. Ma più vario e trasversale.

3)Togliamoci il pensiero: il cast. I film corali, quando scritti così bene, partono già con una marcia in più, se poi li affidi agli attori giusti non ce n’è più per nessuno. La prova di Christian Bale, al contrario del suo fisico, non è tra le più sottili, ma è quello che occorre al film nel complesso; Amy Adams e Melissa Leo offrono due tra i personaggi femminili più riusciti di quest’epoca e Mark Wahlberg brilla per il coraggio, essendo l’unico che non va mai sopra le righe pur non mancandogli certo la tentazione! Raro caso in cui ognuno cerca di emergere e allo stesso tempo di innalzare gli altri. Senza tralasciare tutti i comprimari, il branco di sorelle e padri e patrigni che non sono mai inseriti a caso e aggiungono sempre qualche gustoso dettaglio.

4) Spesso i drammi famigliari si risolvono in una sfilata di personaggi depressi e squallore a catinelle, come a formare un genere a sé. In The Fighter si lavora su temi duri, il tradimento, la dipendenza dalla droga, la manipolazione che può avvenire tra persone con lo stesso sangue, il desiderio di riscatto, la paura del fallimento…etc. Ma tutto trasuda vitalità, moltissime scene sono girate catturando tante battute che si accavallano, tante piccole azioni che avvengono tutte insieme. Sembra un modo caotico di procedere, ma qui David O. Russell fa il miracolo, tenendo tutto sott’occhio, spremendone solo l’energia e conservando una chiarezza formale cristallina.

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5) Manco a dirlo, che colonna sonora! Led Zeppelin, Whitesnake, Red Hot Chili Peppers, e tanti altri. Non solo I pezzi scelti spaccano, ma sono inseriti alla grandissima.

6) Come dicevo, The Fighter è basato su una storia vera e O’Keefe, il poliziotto che nel tempo libero va ad allenare Micky con ancora la divisa addosso, è il vero O’Keefe, e offre una prova breve ma impeccabile.

7) Gli Stati Uniti sono entrati nell’era Trump, ma se c’è qualcosa che non deve mancare nella rappresentazione realistica del sogno americano di qualunque epoca e con qualunque presidente è l’idea che nessun successo è definitivo, che si può sempre perdere ciò che si è guadagnato o viceversa andare anche oltre e vincere la prossima sfida. The Fighter questo elemento lo tiene in gran conto: la storia di Micky Ward contiene tre grandi match contro Arturo Gatti, che non vengono neppure sfiorati da questo film, magari ce li racconteranno in futuro, chissà. Ma The Fighter si chiude su una breve scena in cui Mark Wahlberg esprime, rispetto al fratellastro, un contegno, un riserbo, qualcosa che incrina leggermente il trionfo che lui e la sua famiglia hanno appena riportato, e mi piace pensare che sia proprio la consapevolezza che il viaggio non sia ancora finito, senza per forza parlare di un sequel.

Rambo Sylvester Stallone Rambo New Blood

9 ragioni per cui il primo Rambo è anche meglio di quello che credete

Pochi giorni fa è uscita la notizia che, dopo anni di stallo(ne), Rambo si prepara a tornare in attività, ma stavolta Sly non farà parte del gioco. I tempi sono maturi per un reboot, con un nuovo film che si intitolerà Rambo: New Blood, e un attore non ancora precisato a vestire i panni del reduce sterminatore, di nuovo giovane. Addirittura, pare che vogliano un Rambo con le caratteristiche di James Bond… Per me, l’unica cosa che li accomuna è la scena gemella del rientro a casa dopo una vita di pericoli e sofferenze, rispettivamente alla fine di John Rambo e di Skyfall. Due momenti eccellenti, va detto.

Ora, i reboot non ci spaventano più, al massimo uno può sempre ignorarli, ma quale che sia la direzione di questa nuova produzione, il senso profondo del personaggio Rambo è diventato secondario già secoli fa, esattamente dopo il primo film. Non dico che un personaggio venga definito una volta per tutte dalla sua prima avventura, ma Rambo, la serie intera, non ha mai detto niente di più interessante di ciò che era contenuto nel primo episodio. Un po’ come per Rocky, in effetti.

Provate a riguardarlo oggi, e non solo vi accorgerete che non ha perso un colpo in termini di spettacolo e spessore, ma che possiede un fascino strettamente legato alla sua epoca, siamo nel 1982, all’inizio di un decennio che regalerà al pubblico un cinema di evasione impareggiabile, tra commedie epocali, action da premio Nobel e sci-fi e fantasy destinati a forgiare l’immaginario per i 30 anni a seguire e forse oltre. Tutto è bollicine e colore, ma il regista Ted Kotcheff e l’allora giovane neo-star Sylvester Stallone piazzano in pole position un film che è allo stesso tempo intrattenimento e impegno, in misura uguale.

Rambo Sylvester Stallone Rambo New Blood rambo 9 ragioni per cui il primo Rambo è anche meglio di quello che credete Rambo b

Ma prima che ci troviamo con un nuovo Rambo, colgo l’occasione per elencare quelli che considero i nove punti di forza del primo grande film.

1) Il primo Rambo, a differenza dei successivi che sono per lo più film d’azione con un eroe invincibile e senza macchia, offrendo una gamma di emozioni muscolari e prove di forza sempre più ardite, è un film di denuncia serissimo e un film di intrattenimento serissimo, o meglio un film in cui la denuncia anti-militarista viene spiegata da una storia avvincente ed emozionante.

2) A differenza che in tutti i sequel, in Rambo l’eroe non gioca in attacco: non è lui che va a liberare qualcuno e sulla strada trucida legioni di soldati nemici, ma sono i suoi nemici che gli danno la caccia per una ragione futile o per obbedire a un ordine stupido.

3) In nessun altro dei suoi film la sua psicologia ammaccata trova tanto spazio come qui, in pratica la fuga comincia perché, inavvertitamente, i poliziotti che lo arrestano fanno scattare il click sbagliato nella sua testa, e da lì apriti cielo.

4) Quello del primo film è un protagonista il cui comportamento richiede una visione complessa: non sempre lo spettatore se la sente di spalleggiarlo e, a differenza di quello che succede di solito, col procedere della storia il pubblico si rende conto che i poliziotti della cittadina si indeboliscono sempre di più e capiscono di aver attaccato briga con la persona sbagliata, al punto che alcuni di loro fanno pena invece che suscitare rabbia. Dopo tutto, a parte lo sceriffo e il suo vice, gli altri avevano tutti di meglio da fare. Nei sequel i cattivi sono cattivi e basta.

5) Il realismo del film rende tutto più eccitante. Nei sequel Rambo annienta decine di agguerriti nemici affrontandoli in casa loro, nel primo capitolo i suoi inseguitori sono sì e no campioni del circolo di bocce e lui si può prendere il lusso di aggredirli uno alla volta nel bosco, un terreno in cui loro valgono anche meno di zero.

6) La cosa spettacolare è come i demoni risvegliati da quelle imbolsite ma arroganti forze dell’ordine trabocchino dalla sua mente e spingano Rambo a trasformare una cittadina grigia e pallosa in una zona di guerra coi fiocchi, come se volesse accordare anche lo scenario alle sue intenzioni eversive, fino a quel momento orfane di qualunque contesto attenuante. Seminando distruzione nel centro abitato, inoltre, Rambo in qualche modo smaschera la crudeltà imbiancata delle autorità e dei civili del luogo.

Rambo Sylvester Stallone Rambo New Blood rambo 9 ragioni per cui il primo Rambo è anche meglio di quello che credete Rambo a

7) Il coraggio di dare una chiusura in equilibrio col resto del film senza eccessivi melodrammi: avevano girato anche un finale in cui Rambo moriva, ma alla fine hanno tenuto quello che tutti conosciamo, in cui le autorità lo catturano dopo che lui si è arreso. Una bella scelta misurata, che fa risaltare ancora di più l’assurdità della situazione e quindi la denuncia intrinseca.

8) Avete presente Blade Runner, Westworld e tutto il resto della fantascienza che riflette sul concetto di umanità nelle macchine? Beh, credo che i film sui reduci indaghino lo stesso tema a rovescio, con gli uomini che diventano macchine (da guerra) ma, in più rispetto alla fantascienza, qui c’è anche il tentativo di rientrare nella propria natura. Rambo si comporta per quasi tutto il tempo come un robot privo di emozioni, tranne che alla fine, dove infatti scoppia in un pianto estenuante e liberatorio; ma fino ad allora è una sorta di Hal 9000 in 2001, che comincia a uccidere l’equipaggio che lo vuole disattivare.

9) Last but not least, e qui veniamo a tutte le perplessità sul reboot, Sylvester Stallone stesso. L’interprete perfetto non è necessariamente l’attore tecnicamente più bravo, ma Sly aveva la faccia giusta e lo sguardo giusto, oltre a crederci un casino in un modo che traspare da ogni inquadratura. Si possono dire molte cose sulla sua carriera, ma non che non ci abbia sempre messo tutto se stesso. Guardando i suoi film hai sempre l’impressione che Stallone il cinema lo ami proprio, e che abbia con esso un’empatia profonda e quasi dolorosa, anche quando in superficie porta spesso un messaggio positivo.

Top Gun Tom Cruise

L’altro Top Gun: il film con Tom Cruise in 8 pregi di cui nessuno parla mai

Quello che spesso viene chiamato con disprezzo “cinema commerciale”, secondo un certo tipo di filosofia che vuole che ogni forma espressiva abbia un adeguato coefficiente di pallosità intrinseca, in realtà è una categoria complessa, a dispetto di ogni semplificazione di stampo ideologico. Esistono film commerciali che effettivamente fanno appello al peggio dell’industria: budget enormi e marketing forsennato con esiti spesso disastrosi, o magari carini ma pronti per essere dimenticati un attimo dopo l’uscita dalla sala. E poi esistono i Top Gun.

Il film del compianto Tony Scott è eccessivamente compiacente e ruffiano, ma sul piano del puro entertainment è cinema commerciale al meglio delle possibilità, l’equivalente di una canzone pop fatta per l’heavy rotation perché piena di entusiasmo e arrangiata nel modo più consono alla sua natura, qualcosa che scopri lungo il processo creativo, ben diverso dall’iper-produzione standard decisa a tavolino che affonda molti dei blockbuster odierni. Tra pochi giorni il film che ha lanciato Tom Cruise nello spazio aereo dove volano solo le superstar tornerà al cinema in 3D, una buona occasione per ripassare uno dei fondamentali della cultura pop di sempre e riscoprirne i pregi più snobbati.

1) Nonostante il revisionismo sempre teso a sottostimarlo come semplice popcorn movie militarista, Top Gun in realtà si fa beffe dello schema classico dei blockbuster di tutte le epoche: non c’è un villain, nemmeno a pagarlo a peso d’oro; i piloti russi del combattimento finale servono solo per quella sequenza, ma non sono personaggi, sì e no dei pretesti per chiudere con una posta più alta.

2) Quella bella abitudine, ormai persa, di proporre all’inizio dei titoli di coda una carrellata dei personaggi del film. Sulle solenni note di un You’Ve Lost That Lovin’ Feelin’ dei Righteous Brothers, vediamo tutte le facce del cast, i vivi e i morti, in un momento di festa, con un tocco da teatro antico. Un altro esempio dell’epoca è Predator, e in tempi molto più recenti Adventureland. Una cosa che puoi fare solo se hai messo insieme un certo numero di personaggi per cui simpatizzare. Sarebbe bello se lo facessero più spesso. Ma nei film di oggi a volte i protagonisti tendono a essere gente da prendere a sassate, più che altro.

Top Gun Tom Cruise  L'altro Top Gun: il film con Tom Cruise in 8 pregi di cui nessuno parla mai topgun 05

3) Un po’ come Blade Runner, è un film scaturito da un brodo acido di tensioni, imprevisti, problemi tecnici e di budget, eppure è riuscito a intrattenere il mondo in quel momento e a diventare un classico.

4) Per i suddetti drammi e conflitti di produzione, è uno di quei pochi casi in cui guardare gli extra del dvd è appassionante come guardare il film stesso.

5) L’intera soundtrack. Una ricerca ossessiva della melodia, dell’epica, dell’energia, con un sound allora così modaiolo da risultare oggi un album tanto estremo quanto coeso da cima a fondo. Di musica anni ’80 ne è uscita tanta, ma la soundtrack di Top Gun ne è un concentrato denso come il cemento. E spacca!

6) Top Gun è uno dei pochissimi film a restituirci il tocco più classico di Tony Scott. Ben presto infatti il regista avrebbe imboccato un sentiero molto più videoclipparo, aspro e nervoso. Personalmente, niente di ciò che ha fatto da metà anni ’90 in poi è all’altezza di Top Gun o L’Ultimo Boyscout. Niente.

7) Nonostante le tante critiche, Top Gun è un blockbuster fatto di veri personaggi, tempistiche umane, sana alternanza di azione e scene coi piedi per terra (letteralmente!), e come tale supera senza sforzo il 90% dei blockbuster odierni. Compresi tanti cinecomic, esatto. La prossima volta che vi lamentate di Top Gun per la sua tamarrità chiedetevi quale film ad alto budget vi ha fatto impazzire ultimamente, e regolate il vostro giudizio di conseguenza.

8) In definitiva, Top Gun vi offre l’opportunità di sedervi davanti a un film e vedere se riuscite a godervi lo spettacolo e l’avventura senza troppe menate, come gran parte dei prodotti di quel decennio. Tutto il cinismo che oggi porta al successo serie come Breaking Bad e House Of Cards all’epoca non era ancora di moda, con Top Gun potete (ri)scoprire l’eccesso opposto.

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Jurassic Park Steven Spielberg

Dieci ragioni per amare Jurassic Park

Sono passati secoli, ma su Jurassic Park non è calato un solo granello di polvere, né si vede una mezza grinza. Steven Spielberg uscì a quel casello per puro caso: lui e Michael Crichton stavano facendo un brainstorming su ER, quando ancora sembrava dovessero trarne un film e non una serie, quando saltò fuori che il romanziere stava lavorando anche a una storia sui dinosauri e la clonazione. Spielberg ebbe una folgorazione, i due lasciarono momentaneamente da parte ER e…il resto è storia. O meglio, il resto è Jurassic Park.

23 anni e 3 sequel più tardi, quella pietra miliare è ancora lì, salda e intatta, per molti versi imbattuta. Eccone il perché in dieci punti.

1) Jurassic Park rappresenta ancora l’entertainment di Hollywood puro, certo, vale a dire non ancora intaccato dall’oscurità post-11 settembre che si è infilata in tanti tentpole successivi al 2001. Ma pur concentrandosi sulla meraviglia e l’avventura non disdegna una riflessione sulla tracotanza umana e spinose questioni di bioetica, con poche e chiare parole, assumendo senza paura una posizione molto morale, ma soprattutto molto umile nei confronti della natura. Il dialogo nella stanza delle diapositive, con solo il brusio del proiettore a fare da sottofondo, è una delle scene più belle e d’atmosfera di tutto il film.

2) Pur comprendendo un massiccio uso di effetti visivi, Jurassic Park rimane uno degli ultimi del suo genere a usare la tecnologia come stampella e non come perno. Nel terzo atto del film, nonostante Independence Day e la sua distruzione di massa siano ormai dietro l’angolo, non distruggono praticamente niente.

3) I personaggi sono stereotipi perfetti che subiscono (alcuni almeno) un’evoluzione stereotipata anch’essa, ma credibile, dimostrata in laboratorio, con tempi naturali.

4) Pur essendo un film fatto in gran parte di tecnica sopraffina, il cuore rimane sempre il racconto di una storia straordinaria. Se fosse stato solo tecnica non sarebbe diventato il classico che è.

5) Nel suo genere e con quel tipo di storia è impossibile fare meglio, come hanno generosamente dimostrato tutti i sequel, compreso Jurassic World.

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6) I protagonisti sono tutti credibili, ma spiccano Alan Grant, un Indiana Jones più serio e umanizzato, e Ian Malcolm, il cui look pare quasi quello del Bonovox dell’epoca (“rockstar” lo definisce John Hammond), in effetti La Mosca è un simbolo significativo tanto per il leader degli U2 che per Jeff Goldblum.

7) Jurassic Park promuove una certa “filosofia del comprimario” che si trova in tanti film, solo che di solito riguarda attori in carne e ossa: mentre la specie protagonista è senz’altro quella dei Velociraptor, la sequenza più intensa e memorabile tocca al T-Rex: l’attacco alle vetture durante l’uragano è una roba da spedire in orbita sperando che gli alieni capiscano che è meglio non sfidarci nell’arte cinematografica. Almeno a decenni alterni.

8) Jurassic Park è perfetto per una visione spensierata nel pieno dell’estate, cioè ora per esempio.

9) Il bello è che è un film del tutto spielberghiano prima maniera, nonostante il budget faraonico e l’ambizione epocale. Il suo Cinema d’avventura con protagonisti ordinari viene semplicemente trapiantato in un blockbuster in cui gli unici che possono rubare la scena sono i dinosauri stessi, e per una volta è bello vedere il cast umano dividere gli applausi con effetti speciali così intelligenti e ben realizzati.

10) Jurassic Park è anche un bel modo per ricordare quanto grande sia stato Michael Crichton. Una volta o l’altra bisognerà dedicargli un post, ma nel frattempo non scordiamo questo autore fondamentale: dinosauri a parte, se oggi le serie tv dettano legge nell’entertainment si deve in gran parte al suo ER, che ha innalzato la produzione media televisiva a livelli cinematografici conservando il meglio della serialità, vantando una qualità tecnica e narrativa stellare più duratura di qualunque altro telefilm. Per non parlare poi della bellezza dei suoi romanzi… Due post, ci vorranno due post per tutto questo.

Ghostbusters II

Il momento di riscoprire Ghostbusters II

Il nuovo Ghostbusters tutto al femminile diretto da Paul Feig ha riportato sotto i riflettori uno dei franchise la cui resurrezione era meno probabile, vuoi per l’ormai veneranda età dei vecchi protagonisti, vuoi anche per la scomparsa di uno dei pilastri della mitologia, il compianto Harold Ramis. Ma ormai si sa, dagli anni ’80 non si esce, al massimo si dimenticano per un po’, e quindi il marchio col celeberrimo “divieto di fantasmi” ora è di nuovo sulla bocca di tutti. E forse anche i vecchi pregiudizi, tipo quello per cui Ghostbusters II sarebbe inferiore all’originale.

Perché mai? L’ho sempre sentita questa storia, e non mi ha mai convinto nemmeno per un attimo. Cosa c’è che non va nel sequel dell’89? Cosa c’era di tanto migliore nel predecessore? Voglio dire, se ci guardiamo bene possiamo effettivamente convenire che la formula sia stata un po’ riciclata, rimettendo i protagonisti nella stessa condizione iniziale del primo film: un pugno di eccentrici e simpatici falliti in una New York troppo facile a dimenticare i suoi salvatori. Va bene, l’idea originale rende più prezioso il film che l’ha introdotta, ma il divario si ferma lì.

Certo Ghostbusters II non è un semplice remake in camuffa. La love story in panne tra Venkman e la sua Dana Barrett/Sigourney Weaver, la caduta in disgrazia dei protagonisti, tutto ci parla di una storia che continua e che in qualche modo invecchia e riflette su se stessa. Il personaggio di Bill Murray poi, ancora più che nel primo film, esaspera lo scollamento all’interno della squadra, sparigliando tutte le possibili noiose simmetrie nelle dinamiche del gruppo: lui è uno dei fondatori della banda ma allo stesso tempo ci crede il giusto, si lascia coinvolgere di meno a livello sentimentale (quel fronte è tutto occupato dalla sua ex), certo molto meno dei suoi commilitoni Ray e Igon, che sono dei nerd senza speranza persi nella loro eterna indagine dell’occulto.

Nossignore, Peter Venkman non rientra in questo gioco. Lui somiglia per certi versi alla Dana Scully di X-Files: per quanto faccia esperienza diretta di misteri irrisolvibili, per quanto combatta spesso corpo a corpo contro mostri di ogni tipo e venga a contatto con gente toccata da esperienze quantomeno inspiegabili, rimane in qualche modo fuori dall’ordine di idee di vivere in un mondo in cui il paranormale è molto più normale del previsto, o almeno fuori dall’idea che ciò conti qualcosa.

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Se questa illogica ostinazione in X-Files caratterizza il personaggio nel suo rapporto col collega Mulder e permette quindi di portare avanti la serie a oltranza grazie alla tensione tra i due caratteri (bisogna vedere poi con che risultati), in Peter Venkman/Bill Murray lo scetticismo serve a far desiderare dagli spettatori che l’iconico scienziato rientri nei ranghi: i suoi colleghi hanno la competenza e la pervicacia, ma la leadership è tutta sua, e la band non lavora bene finché il frontman non torna al suo posto.

Ma anche il resto del film funziona a dovere tutto intorno. Il fiume di melma sotto la città, il processo in tribunale con l’esilarante performance dell’amico Louis, il maestro Janosz con la sua parlata pericolante. Senza tralasciare il villain principale, Vigo il Carpatico, il cui ritratto sfoggia una presenza scenica realmente sinistra ma senza sminuire il puro divertimento veicolato dalla pellicola, che per certi versi era comunque molto avanti, con un auto citazionismo consapevole e una democratica messa in discussione degli eroi da parte dell’opinione pubblica che oggi sono all’ordine del giorno, e in chiave molto più seriosa.

Mica prendersela a male per il finale tamarro con la Statua della Libertà. Già il primo film si tuffava di testa in un terzo atto esagerato da qualunque lato lo si volesse vedere, con la differenza che nel sequel la messa in scena è monumentale (letteralmente!), e forse leggermente più epica. In Ghostbusters II non c’è passo indietro che non si riduca alla ripetizione delle caratteristiche vincenti del primo, ma non senza gustose variazioni sul tema, e se possibile ancora più ironia. D’altra parte, non è il tipo di serie in cui pretendere sempre maggior spessore psicologico o altre svolte improbabili.

Se stronchiamo questo dobbiamo stroncare una marea di sequel odierni, e non so quanto il pubblico sia disposto a farlo. Sono passati 27 anni e Ghostbusters II non ha perso un colpo in termini di risate e spettacolo, restituendoci i protagonisti con la loro chimica travolgente e memorabile. Prima dell’uscita del nuovo capitolo potrebbe valer la pena riguardarsi il precedente, è la volta buona che lo riabilitiamo, soprattutto perché è legato al primo film in modo vincente e armonioso, una sola festa spensierata e scanzonata con un sempre perfetto bilanciamento tra comicità e avventura.

Ghostbusters II  Il momento di riscoprire Ghostbusters II 8 ghostbusters 650
10 Cloverfield Lane J.J.Abrams

Tutti a scuola da J.J.Abrams: 10 Cloverfield Lane, la recensione

L’idea di prendere Cloverfield e farne un’antologia di racconti “autonomi” è stata una delle mosse migliori che J.J.Abrams, qui produttore e già demiurgo di tanti fenomeni tra cui Lost e il refresh di Star Wars e Star Trek, e la sua Bad Robot potessero fare. Non solo perché in un istante ha legittimamente smontato l’ennesimo soufflé pronto a lievitare in decine di sequel dei nostri tempi, conservando comunque un affascinante e più variamente spendibile legame sotterraneo (letteralmente!), ma anche perché ha ribadito un sistema virale e interattivo di coinvolgere lo spettatore basato sul mistero invece che sulla continua fuga di notizie. Cloverfield finora è un codice ricorrente ma criptato, con un’unica certezza: ci ha regalato due film su due fatti con grande amore per il Cinema e per il pubblico. 10 Cloverfield Lane, nello specifico, è una storia da rimanerci sotto.

La classica paranoia da apocalisse nucleare diventa un pretesto per chiudersi a lungo in un rifugio antiatomico ultra attrezzato dove, a parte le ovvie faccende di casa, non puoi fare altro che cercare di divertirti e far passare il tempo, perché quello che sai, quello che ti dicono, è che là fuori tutto ciò che conoscevi non esiste più, o meglio non è più praticabile: se avevi delle persone care, se avevi dei nemici, se avevi questioni in sospeso o qualunque tipo di problema con chicchessia ora quella persona è morta o sta comunque messa molto male. Tabula rasa.

il racconto flirta, complice l’assenza di connessione a internet e del segnale tv, con la tentazione dell’oblio da ogni responsabilità e dal passato senza mai averla scelta, il mondo misura qualche decina di metri quadri e riparte da zero. In cambio devi accettare di fidarti di qualcuno che la tua fiducia non credi la meriti poi tanto, e di viverci assieme.

Per il resto, Il bunker di Howard/John Goodman è un piccolo paradiso nerd: giochi da tavolo, provviste di ogni tipo, un juke-box d’epoca pieno di dischi, dvd in abbondanza, un arredamento vintage full optional (a cui per ovvie ragioni manca solo il cielo azzurro fuori dalle finestre) e, beh…aria respirabile, forse l’ultima rimasta sul pianeta. Ottime ragioni per stare al gioco. Ma allo stesso tempo la sceneggiatura continua a gonfiare e sgonfiare il dubbio con la cadenza ansiogena di un respiratore artificiale, e ogni soffio passa nello sguardo di Mary Elizabeth Winstead, che nello stesso fotogramma rende la sua Michelle vulnerabile, solida, erotica e pericolosa.

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10 Cloverfield Lane è un confortevole riparo dal grande dilemma tra blockbuster ricchi e monotoni e film a basso budget seri ma senza immaginazione e risonanza. Dentro a una piccola location, dentro a un mini cast di appena tre personaggi, il regista Dan Trachtenberg nasconde una stridente sinfonia di scavi psicologici immersi in una tensione hitchcockiana, un angusto plastico laccato e crudele in cui uomini e donne usano talvolta il carisma, talvolta la seduzione e il terrore per ottenere ciò che vogliono, insieme o gli uni contro gli altri.

In un mondo perfetto, a un regista che sforna un primo lungometraggio di tale efficacia verrebbe presto affidato qualche grosso titolo in cerca di visibilità o redenzione, speriamo che sia questo il caso. Trachtenberg gestisce bene tutte le risorse di cui dispone, alleva la psicosi senza sosta o pentimenti, con tre protagonisti azzeccati fino al midollo: la convivenza forzata di due uomini e una donna che non si conoscono e la differenza di età tra Goodman da una parte, la Winstead e John Gallagher jr. dall’altra contribuiscono all’ambiguità, con cui questa piccola grande odissea sepolcrale si pasticcia la bocca e il bavaglino.

10 Cloverfield Lane mostra tanto e allude a tantissimo, in una proporzione aurea che tanti film danno per scontata o che sbagliano di default, scartando la strada del solito esercizio di stile che si pone limiti di location e personaggi per poi metterli in conto al pubblico, mentre qui ogni privazione eleva a potenza l’intensità: anche le pareti, le luci e gli oggetti di scena sono chiamati a “recitare”, e in ogni stanza ha luogo un diverso episodio, una diversa fase della vicenda. Allo spettacolo non manca nulla, la prova è che la parte meno riuscita è proprio quella che si svolge fuori dal bunker.

Leggero offuscamento che viene presto dimenticato. Cloverfield è un marchio venuto dal nulla che al momento vanta un’affidabilità del 100%, e che ha un sacco di promesse ancora nascoste nel cilindro. Dopo la New York a cielo aperto e il rifugio sotterraneo il prossimo giro potrebbe portarci ovunque, regalarci tanto una storia ambientata nello spazio che a bordo di una nave da guerra o chissà dove; con questi presupposti ogni attesa varrà la pena.

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Esclusiva: intervista a Stewart Barbee, cameraman di Star Wars – Il Ritorno dello Jedi

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Stewart Barbee

Viviamo nell’epoca di Star Wars. Detta così suona ovvia, perché in realtà è da quando il primo mitico episodio è uscito nel ’77 che Star Wars ha sempre dominato il mondo. Ma ora che la saga ha ritrovato magico vigore e successo con Il Risveglio della Forza, l’affermazione suona più vera che mai.

L’uscita del nuovo episodio, per la prima volta guidato dalla Disney e diretto da J.J.Abrams, ha riacceso la passione in ogni angolo del globo, col risultato che tutti hanno voluto dire la loro, compresi noi. E allora ci siamo chiesti, perché non interpellare qualcuno che ha attivamente collaborato alla nascita del mito? Qualcuno che ha respirato l’aria del set nei gloriosi giorni in cui la prima trilogia vedeva la luce, in un’epoca in cui il mondo e il Cinema funzionavano in modo diverso da oggi.

Un recupero più che opportuno, dato che Il Risveglio della Forza, con la sua energia e brillantezza, rievoca senza timore lo spirito di quei tempi, facendo allo stesso tempo tesoro dei decenni trascorsi e proiettandosi verso un futuro molto promettente. Ed è qui che entra in gioco Stewart Barbee.

Stewart ha avuto una lunga e variegata carriera tra documentari e cinema (Star Trek II – L’Ira di Khan e Uomini Veri, per citare un paio di titoli) e, in qualità di cameraman degli effetti visivi della ILM, ha lavorato anche a Il Ritorno dello Jedi. Lo abbiamo raggiunto e gli abbiamo chiesto se potevamo intervistarlo, e lui ha accettato con entusiasmo rispondendo alle nostre domande, che spaziano dalla sua esperienza sul set de Il Ritorno dello Jedi alle sue impressioni sulle nuove tecnologie nel Cinema oltre, ovviamente, al suo parere su Il Risveglio della Forza! Nel corpo dell’articolo trovate anche alcune foto dal backstage che lui ha voluto condividere con noi.

Signor Barbee, può descrivere per favore come è entrato nel mondo di Star Wars?
Sono stato assunto all’Industrial Light And Magic (ILM) come cameraman per gli effetti nei primi anni ’80. La ILM era la divisione della Lucasfilm che ha prodotto gli effetti speciali di tutti i film di Star Wars. Era nata a Van Nuys, California, nel 1975. Dopo il primo film di Star Wars George Lucas spostò la compagnia a San Rafael, California, nel 1978. Poi rilevò un edificio in Kerner Boulevard e questo divenne la ILM fino a che la compagnia non si trasferì al Presidio in San Francisco, nel 2005. L’insegna davanti all’edificio diceva “The Kerner Company”, e rimase così per tutti gli anni che la ILM è rimasta lì. Questo fatto evitava che la gente capitasse lì dalla strada e potesse dare una sbirciata alle attività della ILM, e aiutò a tenere un basso profilo. La maggior parte della gente non aveva idea di cosa facessero in quel posto.

Io fui assunto durante la produzione di Star Trek II, che per lo più riguardava esplosioni di navicelle per le battaglie spaziali, etc, sebbene abbia anche filmato il modello dell’Enterprise per molte scene con effetti, incluso quello della velocità di curvatura. Questa fu molto complessa ed è tutta una storia a parte. Dato che ero un cameraman del posto con anni di esperienza, incluse riprese di combattimento durante la guerra in Vietnam, come anche tanta esperienza di riprese per filmati ad alta velocità in ambito sportivo, ero perfetto per il lavoro. Non andavo nel panico quando le cose esplodevano e conoscevo le dinamiche delle riprese ad alta velocità. Quindi facevo gli effetti per Star Trek II e poi ho cominciato a lavorare a Il Ritorno dello Jedi sotto il primo mago degli effetti di Star Wars, Richard Edlund, che era il principale responsabile degli sbalorditivi effetti che diedero il via alla rivoluzione di Star Wars. Può sembrare perverso, ma era divertente far saltare in aria tutte quelle navicelle spaziali.