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Joss Whedon e il modo di seguire le serie tv

Come sono cambiate le serie tv negli ultimi dieci anni? Tanto. Il formato medio più popolare si è accorciato sensibilmente (10-12 episodi a stagione contro i 20 e passa di una volta) ed è cambiata l’idea stessa della narrativa tipica per la tv. Se prima infatti c’era molto più senso del ritmo, necessario a mantenere un impegno settimana dopo settimana per mesi, ora il campo è dominato in gran parte da miniserie che somigliano tanto a film allungati, con una densità narrativa più rarefatta. È il caso delle due serie più acclamate dell’anno scorso, Westworld e Stranger Things.

Ma soprattutto è cambiato il modo in cui gli spettatori hanno questi prodotti a disposizione. Accanto alla tradizionale uscita settimanale, molte serie ora le ingurgitiamo un episodio dopo l’altro, spesso nel giro di una giornata o due, che siano episodi scaricati o dvd. Full immersion, o forse meglio Binge-Watching. Un nuovo metodo talmente radicato e diffuso che a chiedersi se piaccia davvero a tutti ci si sente degli idioti. Eppure non piace così tanto a tutti. Joss Whedon, l’anima di Avengers ma che ha fatto la sua gavetta in tv mettendo a segno cult indiscussi come Buffy l’ammazzavampiri, ha dichiarato (da THR, via Screenrant):

Di mio non vorrei farlo. Vorrei che la gente tornasse ogni settimana e provasse l’esperienza di guardare qualcosa tutti nello stesso momento. Amavo la televisione-evento. […] Qualsiasi cosa a cui possiamo aggrapparci che renda qualcosa speciale, un episodio speciale, è utile per il pubblico. Ed è utile per gli autori, anche. ‘Ecco di cosa parliamo questa settimana!’ Che abbiate sei, dieci o tredici ore di visione in fila senza un attimo per respirare e trattenere quello che abbiamo fatto… pensando solo ‘Oh, questo è l’episodio 7 di 10’, lo rende amorfo dal punto di vista emozionale.

E questa cosa nella nostra cultura mi preoccupa: l’accesso totale in qualunque momento. Detto questo, se è ciò che vuole la gente, lo farò con lo stesso impegno. Mi adatterò. Più rendiamo le cose granulari e incomplete, più tutto questo diventa una filosofia di vita invece che un’esperienza. Diventa arredo, perde forza e noi con questo perdiamo qualcosa. […] Il Binge-watching, Dio sa se l’ho sperimentato, è sfiancante, ma può essere piacevole. Non è il diavolo. Ma mi preoccupa. Fa parte di un discorso più ampio.

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Che si sia perso qualcosa lungo la strada è piuttosto palese. Abbiamo barattato l’interattività in tempo reale con quella in differita. Nei primi anni novanta la gente guardava Twin Peaks e si consumava nel dubbio del celebre tormentone “Chi ha ucciso Laura Palmer?” Con le abbuffate del Binge Watching non c’è più tempo di far crescere alcuna suspense, né di sincronizzarsi per l’attesa collettiva del colpo di scena finale. Ognuno per sé, ne parleremo più che altro a cose fatte.

Certo è più difficile annoiarsi o perdere il ritmo quando una serie la consumi su due piedi. Ma così ci possiamo scordare quell’energia che caratterizzava le grandi produzioni tra gli anni 90 e i primi del 2000. Se prendiamo due serie acclamate come ER e Dr. House, salta subito agli occhi la loro differente natura: episodi brevi, attorno ai 40 minuti, con dentro ogni volta avvenimenti a cascata, un tempo narrativo inesorabile che non ammetteva pause.

Quando l’episodio finiva, la spinta accumulata era tale che non vedevi l’ora di arrivare al successivo, anche se a quei tempi significava aspettare una settimana, senza alternative. Ora il concetto di serie si è avvicinato all’idea di Cinema: meno fatti, meno personaggi. Tutto era più agile e scattante, ora ce la si prende più comoda. Nei casi migliori abbiamo comunque True Detective, che coniuga con impressionante efficacia atmosfere rarefatte e urgenza narrativa. Ma non è sempre così.

Del resto “l’accesso totale in ogni momento” che preoccupa Whedon è in linea con l’andazzo generale della tecnologia attualmente nelle mani di tutti. Con lo smartphone non esiste più l’idea di attendere di essere tornati a casa per connettersi a internet o spulciare chi ci ha messo i like su facebook, e se anche oggi sembra un vantaggio irrinunciabile fino a pochi anni fa ne facevamo a meno, imparando a convivere con l’idea di attendere. Offrire più comodità ti aumenta il volume d’affari, ma non è detto che renda la vita migliore. E neppure la tv, se è per questo.

Difficile credere che le cose cambieranno, ma la vecchia scuola è tutt’altro che morta, solo che si è ibridata con il nuovo assetto dei contenuti “lenti”. Ma la storia è ciclica: a maggio esordirà la nuova stagione di Twin Peaks che, oltre a essere rilasciata con cadenza settimanale, conta ben 18 episodi, andando a sfiorare i grandi formati del passato. Un successo importante potrebbe far presagire un trend di recupero almeno parziale dei vecchi schemi? Magari sì, ma certo la cosa più importante rimane una e una sola: dateci grandi personaggi e storie indimenticabili, qualunque metodo di fruizione questo possa comportare.

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Da Super 8 a Stranger Things: chi ha incastrato gli anni ’80?

Nel 2011 J.J.Abrams aveva tentato l’incantesimo: riportare in vita quella dimensione di avventura senza confini ma a misura di ragazzino che si era affermata negli anni ‘80 grazie a film come E.T. o Explorers. Storie di fantascienza, del paranormale, ma vissute da pre-adolescenti, rigorosamente ambientate nella provincia americana e intrise di sense of wonder. Il tentativo in questione si intitolava Super 8, ma il film funzionava solo a metà.

Stare così incollato al paraurti di Spielberg significa che alla prima inchiodata lo tamponi, garantito. Ecco spiegata la carenza di tensione e di originalità relativa all’alieno che infesta la cittadina, ben presto trasformata in scenario di invasione militare e di loschi piani governativi, insomma proprio la parte più spielberghiana sembrava la meno integrata e mal si sposava con la visuale ad altezza di preadolescente, tutta turbamenti amorosi ed elaborazione del lutto, scelta per raccontare la storia. Ora Stranger Things, ideata dai fratelli Duffer per Netflix, col suo successo clamoroso e l’amore incondizionato che ha riscosso un po’ a tutti i livelli, è un altro tentativo, questa volta in forma di serie tv, di percorrere la stessa strada. Ma le differenze sono tante, e il risultato più omogeneo e avvincente.

Cosa è cambiato in questi pochi anni? Abbastanza cose da mutare radicalmente l’assetto, contaminando le storie per ragazzi degli anni ’80 con una vibrazione inquietante e paranoica degna dei migliori racconti di Stephen King, certo, ma che potrebbe spurgare direttamente dalla nostra contemporaneità piena di angoscia, moltiplicata all’ennesima potenza dal volume di informazioni a cui siamo sottoposti ogni giorno. I giovani protagonisti di Stranger Things sembrano arrivati negli anni ’80 su una Delorean più che esserci nati e cresciuti. Le scene in cui giocano ai giochi di ruolo col tabellone e le miniature nel seminterrato, mentre la mamma di sopra sta per chiamarli a tavola, sembrano una pantomima, una quiete posticcia prima dell’inevitabile tempesta.

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Il centro di questa storia non è l’avventura ma il dolore, la perdita delle persone care, e nello specifico dei bambini: il quarto membro della banda dei protagonisti, ma anche la figlia dello sceriffo. Umanità colpita nella sua fase più tenera, la tragedia più crudele. E quei bambini che sono ancora vivi, come la misteriosa Eleven, devono sopportare memorie strazianti di un vissuto indicibile. Negli anni ’80 queste cose succedevano solo agli adulti quindi, se questi sono gli anni ’80, l’unica spiegazione è che si tratti di quelli della Hill Valley alternativa di Ritorno Al Futuro 2.

Ma tutto, dal sound alla musica, racconta più orrore che meraviglia, il mood è decisamente tetro, e a questo concorrono anche le urla e i pianti di Winona Ryder, che praticamente mette in scena un personaggio sempre in overdrive, a cui fa da contraltare la gravità dello sceriffo del bravo David Harbour. Quelli di Stranger Things non sono gli stessi anni ’80 delle più innocenti produzioni Amblin, quello è solo il principio. Somigliano di più a una rivisitazione moderna e disincantata, a volte crudele, come potrebbe essere Drive di Nicolas Winding Refn, seppure con esiti diversi. Stranger Things fa più che altro l’effetto di un emulatore, mentre Super 8 eccede nel senso opposto, non integrando con successo l’anima nostalgica ma cogliendone comunque la scintilla autentica.

Hanno detto che Stranger Things nella prima stagione voleva omaggiare soprattutto il cinema d’epoca di Spielberg, mentre nella seconda l’ispirazione dovrebbe essere più vicina a James Cameron. Sarebbe un passaggio interessante, soprattutto per una ragione: di Cameron non esistono tanti epigoni, forse perché, con quella miscela incredibile di stile narrativo e tecnica l’impresa rasenta l’impossibile. Certo la sua opera ha contribuito in modo determinante a definire lo spirito degli eighties, ma sicuramente a un livello più adulto. Forse è questa la chiave per ridare coerenza a questa febbre da revival. Gli anni ’80 più magici potrebbero essere persi per sempre, ma forse abbiamo ancora una possibilità.

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Come rendere migliore l’eventuale True Detective 3

Dopo la molto discussa stagione 2 non era molto probabile che True Detective continuasse. Ma il progetto di una terza serie non era stato del tutto archiviato, e oggi sembra che questo atteggiamento possibilista sia ancora presente ai piani alti dell’HBO. Personalmente, da estimatore del lavoro fatto finora da Nic Pizzolatto e dai vari registi che si sono avvicendati per raccontarci le nerissime storie di questi “veri detective”, la cosa non può che rallegrarmi. Ma un paio di linee guida da sistemare ci sono, in realtà.

Primo: è vero che non esiste noir senza una certa densità di decadenza, ma anche qui bisogna stare attenti a non esagerare. La stagione 1 centrava il perfetto equilibrio in pieno: nessuno la considera una passeggiatina nel parco, ma in fondo in fondo si percepisce ancora il gusto di trovarsi al di qua della linea tra buoni e cattivi, del fare la cosa giusta, del non cedere al nichilismo cosmico senza ritorno. Nella stagione 2 questo delicato bilanciamento comincia davvero a perdersi.

Niente da dire su qualità della regia e delle interpretazioni, ma l’atmosfera generale e la storia tutta fatta da gironi interi di corruzione urbana e istituzionale sprofondano i protagonisti in una condizione al limite del tollerabile, ognuno di loro sembra del tutto sganciato da se stesso e dagli altri, una spirale di degrado a precipizio. Ci vuole una manina più leggera. Ci vogliono personaggi un po’ più classici.

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Per fare un esempio: nel locale dove Vince Vaughn e Colin Farrell fanno i loro briefing c’è una cantante che intona canzoni a dir poco didascaliche nel loro essere deprimenti, una sorta di spiegoni in musica su quanto quel mondo sia brutto, sporco e cattivo. In una storia in cui anche i muri sono depressi e paranoici. Insomma, nessuno vuole un True Detective alla Tutti Insieme Appassionatamente, ma bisogna pure rifuggire l’esibizionismo dark a tutti i costi. Credo che il minor gradimento della stagione 2 dimostri come in realtà la crudezza di un racconto non sia un parametro tanto importante agli occhi del pubblico.

Inoltre, forse sarebbe meglio avere una trama leggermente meno complessa, che tanto ogni eccesso di struttura si risolve in dialoghi pieni di nomi e cronologie che, restando spesso solo raccontate a parole, non aggiungono granché ma anzi rischiano di creare confusione. Questo non significa che True Detective 2 non sia un prodotto molto valido, ne avevamo già parlato e non ho cambiato idea. Ma rispetto alla stagione 1 è meno longeva, regge meno le visioni successive. Comunque inutile fasciarsi ora la testa, la stagione 3 di True Detective è ancora solo un’idea in alto mare, potrebbe accadere ma anche no. Certo molto dipenderà anche dal cast che selezioneranno, e dai personaggi che scriveranno.

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12 ragioni per cui Westworld non mi piace

Ho aspettato con ansia l’uscita di Westworld, ma non significa che mi fossi immaginato per filo e per segno come avrebbe dovuto essere, quindi non state a saltarmi alla gola con la classica contro-critica “non era come te lo aspettavi e basta”: i problemi di Westworld non hanno a che fare con le scelte di campo, il carattere, il mood. I problemi sono per lo più carenze di scrittura. Il che non significa che Westworld sia tutto da buttare: ha i suoi momenti, e forse ci sono tre episodi interamente belli dall’inizio alla fine, ma considerate le premesse della produzione non posso non vedere il tutto come una grossa delusione.

Il fatto che Westworld abbia ambizioni intellettuali non deve trarci in inganno: per smontarla non occorrono argomentazioni filosofiche, la serie ha gli stessi difetti di tante altre in cui la scrittura è troppo disorganizzata, ma qui la cerebralità spinta del plot lo fa notare di più. Abbiamo una fila di ingredienti, ma mancano l’impasto e il groove. Sono sempre più perplesso davanti a queste storie raccontate con la lunghezza di una serie ma con tempi narrativi interni di un film da cine-festival. Westworld si aggiunge a Mad Men e a Breaking Bad proprio per queste caratteristiche: non si arriva mai al punto, un discorso senza fine, diluito, pretenzioso, sembra sempre che non si possa mai darne un giudizio definitivo.

Per me una serie tv, per definizione, deve essere almeno un po’ commerciale! Agile, accattivante, furba, entro certi limiti. Perché la tv non è il cinema, ce l’hanno tutti in casa, è una cosa più easy. Fare grandi serie non vuol dire trasformarle letteralmente in cinema, non è possibile, è un controsenso. Se Westworld fosse stata più calda e avvincente non avrebbe perso niente, ci avrebbe solo guadagnato, spingendo tutto il pubblico ad approfondire le sfumature e i contenuti meno immediati. Per carità, sono consapevole che la serie è stata ultra acclamata, queste sono solo le mie considerazioni, il modo in cui l’ho percepita io.

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Ecco quindi le 12 ragioni per cui Westworld non mi è piaciuta.

1) La stagione ha una falsa partenza che castra subito ogni slancio: nel pilota Dolores, il personaggio di Evan Rachel Wood, viene introdotta come se dovesse essere la protagonista assoluta e la sua presentazione lascia ben sperare per tutto ciò che verrà dopo. Invece, con l’episodio 2, Dolores viene messa in disparte per fare spazio a Maeve/Thandie Newton, che in sostanza è chiamata a seguire, a modo suo, un percorso analogo. In pratica sembra di avere due episodi pilota uno dietro l’altro. Su un totale di 20 episodi forse non si noterebbe tanto, ma su dieci…

2) Westworld è la serie in cui tutti i personaggi cercano qualcosa. Chi un labirinto, chi il fantomatico Wyatt… E una volta cominciate le ricerche non si scopre niente di rilevante fino all’ultimo episodio, in cui si svela ogni cosa. Ma così è troppo facile, il modo più efficace verso lo spettatore è di far crescere progressivamente la curiosità con concessioni un po’ significative, scoprendo le carte un po’ per volta lungo il percorso. Così invece tutte queste ricerche sembrano più che altro un prendere tempo.

3) “Più umano dell’umano” Questo era il motto della Tyrell Corporation in Blade Runner, ricordate?
Beh, in Westworld sembra “più androide dell’androide”: difficile trovare qualche personaggio che non parli come un’antologia di aneddoti (il Ford di Anthony Hopkins o l’Uomo in Nero di Ed Harris), o che non sia irritante nella sua piattezza (il Logan di Ben Barnes), e la sensazione è proprio quella che i veri esseri umani siano troppo difficili da mettere in scena. È per far risaltare l’umanità degli androidi? Ma così non è interessante, bisognava avvicinare tra loro le due nature, non semplicemente scambiarle di posto.

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4) Gli androidi sono in assoluto le cose meno interessanti in Westworld. Sono carne da macello, chiusi nei loro loop ossessivi, incapaci per costituzione di rappresentare un pericolo per i visitatori. I più svegli di loro ci mettono una vita, quando non dieci, a realizzare di essere fantocci senzienti e sacrificabili a uso e consumo dei peggiori avanzi di forca, tra dirigenti e clienti del parco.

5) La stagione pare incerta nella gestione dei personaggi (Dolores promette benissimo all’inizio, poi perde consistenza per parecchi episodi) e nell’innescare le evoluzioni più ovvie: quanto ci mette Maeve a passare all’azione dopo che ha già capito tutto? A un certo punto dice “ora ci divertiamo!” e nell’episodio dopo sembra tornata alla non-vita di sempre…

6) A livello di regia non è che ci sia tutto questo granché. In particolare, quando c’è qualche momento d’azione nel parco, tutto è reso in modo statico, come l’assalto alla diligenza che ha luogo più o meno a metà stagione. In generale non si capisce l’attrattiva di Westworld come luogo dell’avventura, sembra più un tiro al piattello costosissimo per miliardari crudeli.

7) Westworld è la serie in cui i protagonisti sono i concetti più che i personaggi. Sarebbe anche un’idea interessante se i concetti non fossero così risaputi e i personaggi così privi di vitalità. Ma soprattutto è una serie con una trama molto artificiosa, ragion per cui si procede fino alla fine con spiegoni assortiti, che lasciano poco spazio a sviluppi più empatici.

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8) Il ritmo è casuale. Non ci ho trovato delle linee narrative convergenti ma una carrellata di situazioni, un continuo saltare di palo in frasca. Manca la coesione, soprattutto a livello emotivo.

9) La resa cromatica. Se il tema della serie è la freddezza (quella della crudeltà umana e dell’intelligenza artificiale in generale) forse una fotografia anch’essa gelida non è la scelta artistica più interessante. Invece tra la dominante verdastra e una desaturazione che fa sembrare pure il sole una lampada da comò l’aspetto di Westworld finisce per essere a suo modo banale e punitivo. Apprezzabile comunque quell’unico tocco di colore, il vestito azzurro di Dolores, che ricorda un po’ il rosso della bambina di Schindler’s List. Il parco di Westworld in effetti non è molto diverso da un campo di concentramento.

10) Negli ultimi due mesi bastava aprire il web per rendersi conto del tipo di fascino che Westworld esercita su gran parte del suo pubblico: l’intreccio, gli enigmi. Ragionare sulla trama, a prescindere dalla qualità con cui questa è raccontata. Decisamente un approccio da non incoraggiare, per i miei gusti.

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11) Tutto si poteva raccontare nella metà del tempo, ma Westworld cade vittima del suo stesso gimmick: il concetto di loop. Abusato in ogni modo, è il loop che somma alla freddezza dell’impianto la monotonia narrativa, nonostante l’alibi che “il cliente del parco torna per scoprire sempre nuovi dettagli”. Ci sono tanti cambiamenti, ma non sono quasi mai rilevanti, e non bastano a giustificare il continuo girotondo della stagione. La serie mostra tanti tentativi, tante piccole variazioni, come il cinema blockbuster di oggi che fa tante false partenze, reboot, finché non trova ciò che vende meglio. Potremmo vedere Westworld come il massimo atto di autocondanna che il sistema dell’entertainment sarà mai disposto a fare. Ma è una magra consolazione.

12) Essendo Westworld così fredda, faccio fatica a considerarla un prodotto ambizioso. Poteva sembrarlo nei trailer, che hanno una loro narrativa più facile e d’impatto. Durante la visione ho sempre avuto la sensazione che tutto il peso del rapporto show-spettatore fosse sulle mie spalle, e questo tipo di squilibrio è l’ultima cosa che cerco in un prodotto del genere. La più grande ambizione è raccontare bene, tirare in ballo lo spettatore. Accumulare enigmi non basta.

Disastro totale quindi? Non saprei, forse se si considera questa prima stagione come un lunghiiiissimo preambolo si può pensare che la prossima entri più nel vivo e funzioni meglio. Le idee in campo non sono male, ma necessitano di sceneggiature molto più focalizzate e di personaggi (e a volte anche di attori) più interessanti. In ogni caso, non lo sapremo fino al 2018, e non posso certo dire che l’attesa mi toglierà il sonno.

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Twin Peaks 3 David Lynch revival Mark Frost Laura Palmer

Twin Peaks 3: indizi per essere ottimisti

Dispiace che non sia ancora uscito un classico teaser trailer (cioè uno che mostri qualche cosa di breve ma indicativo) sulla terza stagione di Twin Peaks, ma non posso dire di non capirlo: diversi registi di razza operano in controtendenza alla moda di mostrare tutto e subito che impera in questi anni, per massimizzare l’impatto al momento del rilascio, forse questo è lo stesso caso. Del resto, il mistero era un elemento fondamentale del leggendario serial di Mark Frost e David Lynch.

Finora sono apparsi solo brevi filmati concentrati su dettagli, infinitesimali accenni a personaggi e ambientazioni, o poche note della colonna sonora del grande Angelo Badalamenti. Gran bella certezza quest’ultima, che in Twin Peaks la soundtrack era a dir poco fondamentale, e riusciva a fare quasi tutto con appena due temi ricorrenti. Rimanere attaccati alle radici prima di compiere qualunque espansione è necessario, perché in questi 26 anni di sospensione il mondo dell’entertainment è cambiato davvero troppo, e ci sono cose che il nuovo Twin Peaks non dovrebbe assolutamente fare.

Una su tutte, cercare di competere coi serial polizieschi procedurali che stanno al potere da parecchi anni. Twin Peaks deve creare il vuoto attorno a sé, per poi riempirlo con la sua aura di giallo metafisico, surreale e fiabesco, senza però perdere aderenza ai canoni del racconto popolare. Certo, con Lynch alle redini il pericolo di confondersi nel mucchio è a dir poco remoto, ma ricordarlo serve a centrare il punto: la nuova stagione di Twin Peaks è una scommessa così grande che la priorità dev’essere una personalità schiacciante. Una terza stagione che diluisce ed adultera la gloria passata sarebbe un fallimento totale.

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In questo senso segnali confortanti arrivano dalla costume designer, Nancy Steiner, che afferma che il look dei personaggi è anche influenzato da un gusto retrò (ma la storia è ambientata oggi), e dal mini teaser incentrato su Gordon Cole, il supervisore dell’FBI interpretato dallo stesso Lynch, che farà il suo ritorno nella terza stagione. Nel breve filmato non è solo l’aspetto del personaggio a confermare quanto detto dalla Steiner, ma anche quel poco dell’ambiente circostante: uno schedario dall’aria antica e polverosa. Siamo lontani dalla passione per superfici pulite e set tecnologici e asettici di tanta tv contemporanea. Dal particolare all’universale, sono dettagli come questi che alludono a scelte poco conformiste.

La prima cosa che avverti quando rimetti su il Twin Peaks originale è di essere improvvisamente immerso in un’altra epoca, in un’altra atmosfera, ma non solo da un punto di vista cronologico. E questa sensazione rimane incollata ad ogni episodio, giocando un ruolo tanto importante quanto quello di attori e storia. È con questo mood che si è conquistato il culto di cui gode tuttora, il che significa che non c’è nessun buon motivo per abbandonarlo. L’altro pericolo è che, anche per stare al passo coi tempi, i nuovi episodi perdano la commistione di dramma e commedia delle origini per piombare nel baratro di sola tragedia alla Fuoco Cammina Con Me, che del complesso e sfaccettato spirito di Twin Peaks aveva poco o niente.

Ma i presagi per questo revival sono ottimi finora, anche se sappiamo molto poco. In attesa che la macchina promozionale si metta veramente in moto vi lascio col buffo video di Gordon Cole/David Lynch alle prese con una…ciambella. Decisamente un altro indizio che il fondamentale umorismo sarà presente anche stavolta.

Westworld Evan Rachel Wood Anthony Hopkins

Il nuovo epico trailer di Westworld, con Evan Rachel Wood e Anthony Hopkins

Mi secca creare hype senza certezze che possano dirsi matematiche, ma qui continua a uscire materiale sull’ormai imminente serie Westworld, e ogni volta sembra di allenarsi per le Olimpiadi dello sbavo. Quindi rassegnamoci: con buona probabilità quello che arriva è un evento cosmico. J.J.Abrams, Jonathan Nolan e Lisa Joy hanno messo insieme questo show dal look privo di barriere temporali in cui l’avventura si fa totale e spinosa, un dilemma assemblato a colpi di concept e di azione, di recitazione e di fantasmagorico design di scenari e tecnologie avveniristiche.

In linea coi tempi, sembra molto centrale la figura femminile, in questo caso Evan Rachel Wood, che ha la presenza, il talento e il carisma necessari a sostenere tale peso, ma fa piacere anche vedere tanto spazio per Anthony Hopkins, sperando che lo stesso avvenga per Ed Harris, che nel trailer ha una sola battuta ma che probabilmente, per la storia, è la più importante di tutte.

Certo il cast è anche più vasto, e a me i cast affollati piacciono, di solito. L’importante è ricordarsi che non tutti possono (o devono) avere lo stesso screen time, anche perché non è detto che per fare colpo uno debba essere sempre in scena. Comunque il trailer porta con sé la sensazione, più forte che mai, che dove il Cinema spesso fallisce la tv è ormai in grado di riuscire perfettamente, al punto che l’ambizione di Westworld sembra altissima tanto per il piccolo schermo che per il grande. Seriamente, quale altra serie sta tentando un’impresa di questa portata?

Ovviamente con tanta ambizione arriva anche il relativo rischio di fallire. Il fatto che Westworld sembri così figo non lo mette al sicuro da eventuali intoppi; come volare troppo vicino al sole, o peggio ammalarsi per qualche bacillo banale: lentezza, freddezza, carenze varie di scrittura, di struttura etc… Se questi sono problemi di tantissimi film, dove tutta la partita si gioca in due ore, a maggior ragione lo possono essere nelle serie tv, dove la discontinuità di ritmo e idee può essere ancora più fatale. Perché una serie bella solo a metà non è una bella serie. Lo sapremo solo vivendo, nel frattempo godiamoci il trailer in tutta la sua gloria.

Westworld

Serie di questo mondo e dell’altro: arriva Westworld

Uomo o macchina? Questo è il problema. Nella fantascienza lo è sempre stato, Inutile ribadire che questo topic non passerà mai di moda. Oggi non andiamo neanche in bagno senza uno smartphone, non occorre che ve lo dica io. Il punto della narrativa sci-fi non è se sia un problema convivere con la tecnologia, ma fino a quando la tecnologia accetterà di stare sottomessa.

Un tema che si può trattare in modo sempre più convincente, questo sì. Senza farla tanto lunga, quello che si vede di Westworld, serie basata sul film Il Mondo dei Robot del grande Michael Crichton, è esattamente quello che ci vuole per una storia realmente ambiziosa. Uno spazio fisico molto vasto inquadrato senza limiti, grandi scene in cui sembra di sentire il vento, sperando che l’ambizione non si traduca in trama ultra complicata e piena di spiegoni.

Così a occhio, la serie sembra avere quel tipo di comfort paradossale alla Blade Runner, per cui ti ritrovi ipnotizzato da uno scenario che non dovresti mai desiderare. Westworld racconta di un parco a tema in cui l’intrattenimento della gente è affidato a dei robot con sembianze umane… Due righe, e potenziale sufficiente per spingere il racconto in tante belle direzioni, tutte interessanti. Praterie western, luci al neon, un paese dei balocchi fatto di opposti che coincidono e la cui pericolosità viene voglia di constatare di persona.

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Westworld potrebbe andare a riempire uno slot al momento per lo più vuoto: quello di una storia con un’ambientazione speciale in grado di unire fantascienza nobile e concettuale a quella super accessoriata e sensoriale, con grande cura per l’atmosfera e la confezione, che poi a questi livelli non è più solo confezione ma contenuto essa stessa.

Il trailer è molto bello, ma soprattutto lascia presagire una longevità e un respiro che staccano nettamente il prodotto dalla media. Di serie tv ne abbiamo tante, ma la maggior parte non è fatta per lasciare il segno. Westworld invece è prodotta da J.J.Abrams e scritta e diretta in parte da Jonathan Nolan, due firme tra le più prestigiose dei nostri tempi. In pratica ci sono le premesse per un incastro ossessivo nelle nostre top five. Lo stesso Nolan ci fornisce la stazza del progetto, quando dice che è come mettere insieme Alien, Gli Spietati e I Giorni del Cielo. Il tutto in dieci ore, e con le serie di simile durata la HBO ha già dimostrato ciò di cui è capace, vedi alla voce True Detective.

In più, davanti alla telecamera una squadra di un certo livello: Anthony Hopkins, Ed Harris, Evan Rachel Wood, per citarne alcuni, hanno le facce giuste per portarci ancora una volta tra le pieghe del dilemma tra natura e intelligenza artificiale, in questo caso intesa anche come via della perdizione e perdita dell’innocenza, o di ciò che ne resta. Un cast abbastanza forte da creare un sistema complesso, fatto di interazioni vincenti, un vero magnete per l’interesse del pubblico.

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Un po’ come raccogliere la sfida dei colossi di un genere, salire sul ring con Terminator o lo stesso Blade Runner, all’ombra del sempiterno 2001 Odissea Nello Spazio. Sto parlando delle specifiche del racconto perché in realtà il concetto di base, l’influenza della tecnologia sul nostro mondo a tanti livelli, non è più fantascienza già da un pezzo.

Però, ecco, auguriamoci che per quanto l’impianto si faccia fantasioso e bizzarro, anche in modo positivo, la scrittura dei personaggi conservi sempre un che di naturalistico e familiare. Che non si tratti di uno di quei prodotti in cui per esprimere, che so, il senso di solitudine, devi inquadrare il cielo per mezz’ora senza che succeda nulla o far parlare tutti col contagocce per far sentire il vuoto esistenziale che rintocca sullo sfondo.

Ci sono altri modi più elettrizzanti e incisivi, e più economici. Il cuore della macchina dev’essere sempre umano, altrimenti scatta la noia. Ovvio che non va bene neppure la seriaccia action che spreca tutti gli spunti più intelligenti in raffiche di inseguimenti, sparatorie e scazzottate, ma a occhio quel pericolo pare già scongiurato. Autunno, arriva presto.

True Detective 2, e datecene ancora please

Quando ho visto la prima stagione di True Detective era già uscita da un po’, e praticamente ovunque la sentivo magnificare con un entusiasmo che, ben presto, mi ha fatto sorgere qualche dubbio. Comunque alla fine l’ho recuperata, e mi è piaciuta tanto. Ma forse non era quel capolavoro perfetto che molti dicevano. Certo aveva dei momenti degni di quella fama, ma per essere tutta perfetta di momenti come quelli doveva averne di più, e forse disposti in ordine più crescente. Però è anche vero che la perfezione assoluta non esiste, e se esistesse sarebbe comunque un problema perché chiuderebbe i giochi una volta per tutte. Poi è uscita True Detective 2, e sebbene accolta con favore, c’è chi ha parlato di delusione.

Poi l’ho vista anch’io, e tutto ciò che mi viene da chiedermi è: perché? Quale aspetto della stagione 2 sarebbe deludente? Dove sta il divario qualitativo rispetto alla prima? Non si può neanche criticare l’assenza di coraggio, che quando si parla di Cinema è un po’ la critica da intenditore, additando il sequel di aver cercato di replicare troppo da vicino le virtù cardinali dell’originale: infatti da due personaggi si passa a quattro, l’ambientazione è molto differente e il gioco si fa più vasto e trasversale. L’alone di romanticismo della stagione 1 sembra sfumare a questo giro, dove i protagonisti sono forse meno romanzati e il mondo appare decisamente più grande e crudele, un iceberg con la parte più minacciosa sempre sommersa e insondabile.

A me è parso invece che Nic Pizzolatto e i vari registi che si sono alternati al volante abbiano svolto un ottimo lavoro, regalandoci un altro giro di giostra sul miglior concetto possibile di serie tv. Non ho nulla contro le serie di qualità che accumulano tante stagioni, ma la capacità di saper dire no, di aprire e chiudere una storia nel giro di pochi episodi, non importa quanto riusciti siano i personaggi e quanto si sia affezionati a loro beh, è qualcosa che può pagare tanto.

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Oltre a questo format vincente, nella stagione 2 abbiamo degli attori talmente in parte che sembra abbiano fatto quello tutta la vita, con una menzione speciale per Colin Farrell: è sempre stato bravo, ma qui ha anche leadership da vendere. Come lui, anche Rachel McAdams, Taylor Kitsch e Vince Vaughn vivono questi personaggi scheggiati dal dolore al punto da diventare taglienti, armi bianche senza impugnatura, che feriscono tanto i nemici che le persone care.

La stagione 2 incastra fatti e conseguenze con una gestione del ritmo tale che ogni azione ha un carico emotivo e introspettivo e i dialoghi sono fatti di parole che fischiano come proiettili. Si può dire che forse, se ci fosse una stagione 3, si potrebbe considerare di non tornare a calcare la mano su tragedie e vissuti così deteriori, giusto per dare una svolta in più, che a volte diventa una scelta necessaria.

La trama è complessa ma non ruba mai la scena, funziona bene perché è sempre chiaro che le azioni e le conseguenze hanno una ragione personale e un peso, è una storia che si guarda dipanarsi con gli occhi dei protagonisti e non al di sopra delle loro teste. Non è la cronaca o la costruzione a stupire, quanto le sue implicazioni, sempre a metà strada tra il caso da risolvere e il dramma esistenziale.

Sarebbe paradossale se magari una serie così giovane e ancora promettente si trovasse a chiudere i battenti anzitempo, quando tante altre infilano episodi a decine senza aver più nulla da raccontare. Un finale anticipato richiamerebbe alla mente la sorte che ebbe Twin Peaks, presto interrotta ma non compiuta, anche se ora è riemersa dalle ceneri e si prepara a tornare in tv. Almeno True Detective è fatta, al momento, di due storie concluse.

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Rinunciare a un’antologia di questa levatura sarebbe un peccato, significherebbe perdere dei cast di lusso (non scordiamoci neppure la combo eccellente di Matthew McConaughey e Woody Harrelson) insieme al più felice connubio tra serialità televisiva e qualità cinematografica della messa in scena: difficile trovare sul piccolo schermo un bilanciamento così perfetto tra il meglio dei due mondi.

Tutto questo però non offre risposta ai miei quesiti iniziali. Non vedo ancora dove sia la delusione in True Detective 2, e sono felice di appartenere alla comunque folta schiera che lo ha apprezzato come e più della prima stagione. Per qualche ragione, è difficile accettare due capolavori con lo stesso marchio, forse è la paura inconscia di incoraggiare una sorta di dittatura culturale sul resto del panorama tv. O forse ha bruciato il fatto che Farrell, la McAdams e soci abbiano portato in scena uno show senza un rapporto umano forte e trainante come l’amicizia tra i detective Cole e Hart.

L’unica certezza è che la qualità del lavoro e dell’impegno non è affatto diminuita e che questi personaggi rimarranno in giro per le nostre menti ben oltre la fine dei titoli di coda. Lunga vita a True Detective, tra le altre cose la serie col titolo più bello di sempre, anche con un 2 accanto.