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Blade Runner 2049 teaser trailer Harrison Ford Denis Villenuve Ryan Gosling

Cinema del terzo tipo: il teaser trailer di Blade Runner 2049

Non fatevi ingannare: il 2049 è l’anno in cui è ambientato il nuovo Blade Runner, ok, ma vista l’importanza del progetto – il sequel di quello che è generalmente considerato il secondo film di fantascienza più influente di sempre – è bello pensare che quel 2049 significhi in realtà che ci aspettano 2048 sequel in un’opera sola, almeno come ambizione. Dite che sono troppi? Ok, ma stando alle parole del protagonista Ryan Gosling, Blade Runner 2049 vale comunque più di uno:

È come tre dei film che faccio di solito, ma in uno solo. Parlo proprio della lunghezza, della portata e dell’esperienza. Non ho mai fatto una cosa così tanto avvolta nel mistero e con tanta attesa intorno.

Ora, dubito che per la lunghezza la cosa vada presa alla lettera (magari si riferisce alla durata delle riprese), ma per il resto era prevedibile ed è bello sentirne conferma dall’interno. Fare un sequel di Blade Runner senza vagonate di ambizione sarebbe un nonsense bello e buono. Quale che sia il risultato finale, e il film si candida a prescindere come pungiball per una buona fetta di pubblico e critica, l’attesa della sua uscita non avrebbe alcun senso se la posta in gioco non fosse così alta. Denis Villeneuve alla regia, Ridley Scott alla produzione, Roger Deakins alla fotografia… e potremmo continuare.

E ora finalmente abbiamo un assaggio molto stuzzicante di ciò che ci aspetta il prossimo ottobre, dopo mesi di lavorazione a porte chiuse e zero indiscrezioni, una roba che ci riporta a quando Internet era pura fantascienza. Di tutto si può dire su questo teaser trailer, ma non che quello non sia il mondo di Blade Runner. Il che non significa però che non ci siano delle differenze.

La prima delle quali è che quel layout della tetra Los Angeles del futuro nel film originale era ottenuto a colpi di modellini e mascherini, prospettive forzate etc., e per quanto fossero fatti bene, c’era un’aria di finto, di un finto artistico, che negli anni 80 e ancora nella prima metà dei 90 caratterizzava tanti bei film, da Dick Tracy al Batman di Burton a Il Corvo di Alex Proyas. Era bellissimo, ed era una cosa molto legata all’era pre-digitale, però riproposta oggi annullerebbe qualunque sviluppo estetico creativo.

Invece nel trailer di Blade Runner 2049 vediamo una perfezione più realistica, anche se il design e il sound sembrano molto fedeli agli originali. Eppure c’è quel cambio totale di atmosfera quando il personaggio di Ryan Gosling va a cercare Deckard: uno scenario fatto di luce gialla degno del finale di Skyfall (sempre Deakins), la testa della statua, la sabbia… che sia una delle Colonie Extra-Mondo di cui si parlava nel primo capitolo?

Tutti segnali, insieme all’immediato svelamento di Rick Deckard/Harrison Ford, che il film originale è il punto di partenza ma non quello di arrivo, che ci aspetta ben altro nel sequel, il sospetto della furba operazione nostalgia si squaglia come neve al sole. Il trailer mostra poco, ma quello che colpisce è quanto allo stesso tempo sia vicino e lontano dall’opera originale. Giudicate voi stessi, buona visione!

Rogue One recensione Star Wars Felicity Jones darth vader gareth edwards

Rogue One: A Star Wars Story – Recensione

È arrivato il grande giorno, siamo fuori dal tunnel. Con Rogue One, che non sfoggia i numeri romani di rito come gradi su una divisa, ma contiene l’uno già nel titolo quasi a reclamare la sua originalità di approccio, siamo ufficialmente fuori dal medioevo dell’entertainment degli ultimi 15 anni, quello tutto CGI gratuita, personaggi-pupazzi e scrittura pretestuosa. Ora bisogna vedere se la cosa dura. Ma intanto godiamoci il momento.

Se vi piacciono le storie di redenzione, questa fa per voi: Star Wars, con la nuova trilogia di Lucas, aveva abbracciato la logica del green screen e della estrema pulizia di ambienti, astronavi e droidi, ed è Star Wars che ora ci riporta a un’epica più sporca e sudata, dove i colori esistono ma non sono sparsi a piene mani, e dove gli Star Destroyer sono immortalati in tutta la loro maestosa enormità, con volumi pesanti e materici.

È tutto chiaro fin dalla primissima scena: una ripresa aerea di bellezza indescrivibile ci introduce a un prologo carico di tensione che pare uscito da un western di Sergio Leone. Rogue One è un film di punti di riferimento che cambiano, è il decreto che rimette in ordine la gerarchia tra narrativa e tecnologia, qui presente in dosi massicce ma soggiogata senza via di scampo alle esigenze dello spettacolo e del pieno coinvolgimento dello spettatore.

Tutto è ancorato a una fisicità che influenza ogni inquadratura, Rogue One è il primo Star Wars molto più di fantascienza che fantasy, e che guarda allo spazio più con la dinamica e la sensorialità di Gravity e Interstellar che come i vecchi episodi della saga, con quelle vertigini e quel silenzio che rendono tutto una vera esperienza diretta. Gareth Edwards, che già aveva dimostrato una sensibilità da alto budget interessante con una materia rischiosissima come Godzilla, dirige un film in cui ogni punto di luce è strappato con fatica alle tenebre, con un tocco personale che investe ogni cosa, a partire dalle ambientazioni: dalla Città Sacra che pare uno scenario di guerra in medio oriente alla sterminata e tentacolare distesa urbana dove conosciamo Cassian, uno sprawl tetro e verticale degno di Blade Runner.

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Quando hai un blockbuster vecchia scuola come questo non occorre neppure che sia un film perfetto o un capolavoro di sceneggiatura, ti appaga per il semplice fatto di essere autentico, concreto: una sensazione rara e preziosa. A quel punto non ti importa se ti stanno riproponendo alcuni elementi vecchi di quarant’anni, l’umore è diverso, e soprattutto c’è un’interessante tensione al sacrificio e all’abnegazione che domina tutta la storia e rischia di essere il contenuto con più carica trascendente di tutto Star Wars.

Rogue One però non si limita ad aggiungere mitologia in termini di nuovi personaggi, tutti convincenti a partire dalla Jyn Erso di Felicity Jones, ma ci ripropone ciò che ci è già famigliare questa volta al meglio delle possibilità, soprattutto una lunghissima battaglia finale da applausi scroscianti, per la prima volta nella lunga storia dei finali baracconi ed eterni, con effetti, tempistiche e angoli di ripresa delle navicelle da impazzire di gioia e fomento. Un implacabile crescendo dove ci si prende sempre il tempo di chiarire la posta in gioco prima di far esplodere l’azione, così che tutto abbia il senso necessario.

L’unico film “minore” e “sacrificabile” – è uno spin-off – della serie è praticamente il maggiore di tutti, e non lo dico per semplice amore del paradosso. Rogue One, soprattutto inoltrandosi nel terzo atto, sviluppa una forza d’urto, un peso specifico, un impatto tangibile, una qualità registica che nel canone non ha precedenti. Un film che contiene sottotraccia tutte le lezioni che i blockbuster attuali devono ristudiarsi di sana pianta, e che supera anche Il Risveglio della Forza, che già iniziava questo recupero artistico, per efficacia, atmosfera e personalità.

Un’avventura totale e spettacolare giocata tutta su colori scuri, toni rugginosi, polverosi, ma sempre in immagini piene di vitalità. Chi l’avrebbe mai detto? Stiamo vivendo l’epoca in cui si sfornano i migliori film di Star Wars, e per varie ragioni sono sempre più convinto che il prossimo, episodio VIII, sarà l’apice senza appello. Intanto celebriamo a dovere Rogue One, e tutto quello che significa per tutti noi che amiamo il Cinema.

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Dunkirk trailer christopher nolan interstellar fionn whitehead

Il nuovo trailer di Dunkirk di Christopher Nolan: commento veloce a caldo

A occhio e croce direi che stanno facendo come ai tempi dei primi trailer di Interstellar: mostrare molte scene ma tutto sommato nulla di eclatante. Nel nuovo trailer di Dunkirk abbondano inquadrature di battaglia e di massa, navi, aerei e tutto l’arsenale tipico di un war movie in piena regola, ma le riprese veramente memorabili e impressionanti sono pochissime, quasi zero. A colpire di più sono in realtà i dettagli più insospettabili, tipo la sabbia sollevata dall’esplosione che ricade sulla testa di Fionn Whitehead, e in generale quei momenti dal tocco un po’ malickiano.

Però io avrei fatto diversamente, dando fuoco alle polveri già a questo giro, per un film che per varie ragioni avrebbe bisogno di essere spinto più del solito. Il che significa scegliere del girato più visionario e lavorare molto di più sul montaggio: quella dei trailer è un’arte, mentre qui per lo più sembrano scene messe in fila, che non focalizzano nessun personaggio in particolare ma abbozzano solo la scala del racconto. Quello che occorre è creare un evento, a maggior ragione quando rilasci pochissime news sull’opera in corso. Qui non succede.

Con Interstellar per l’appunto sospettavo che si tenessero il meglio per il trailer finale, e così è stato: il terzo esplodeva annichilendo i primi due e riportava in cima le aspettative per un film di Christopher Nolan, e sono quasi sicuro che anche per Dunkirk l’andazzo sarà il medesimo.

Rimane lodevole il coraggio, intanto, quello di promuovere un simile colossal con toni e tempi piuttosto estranei alla macchina hollywoodiana. Dunkirk esce a luglio negli Stati Uniti e il 31 agosto in Italia. Eccovi il trailer.

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Animali Fantastici e Dove Trovarli – Recensione

A volte quando guardi un film riesci a vedere che tutti o quasi quelli coinvolti si stanno impegnando davvero tanto. Attori che ci credono e buttano lì pure qualche finezza extra, registi che mollano volentieri il filo della pura cronaca per soffiare un alito di vita in qualche dettaglio che tanto dettaglio non è, magari una cura non banale per scenografie già altrimenti viste e riviste…in Animali Fantastici e Dove Trovarli si possono notare tutte queste cose, eppure alla fine si tratta di un altro film demotivato e interlocutorio, categoria prevalente nell’ambito blockbuster.

Peccato, perché David Yates è senza dubbio quello che ha fatto le cose più interessanti ai tempi di Harry Potter: lungi dal fermarsi all’action carico di CGI, in ben due dei quattro film da lui diretti il regista aveva tirato il freno dove serviva e si era immerso nel mondo magico di J.K. Rowling cercando di scrostarne la patina di serie e di fare qualcosa di significativo, di personale. In Animali Fantastici e Dove trovarli ritornano certe sue caratteristiche, ma non c’è sotto un plot abbastanza focalizzato o una sceneggiatura abbastanza tagliente.

La storia di Newt Scamander, pur reso con simpatia da Eddie Redmayne, e delle sue bestie magiche e delle conseguenze che il loro arrivo a New York sta per scatenare è un parziale rientro nei sollazzi infantili, un po’ come Lo Hobbit lo è stato rispetto a Il Signore Degli Anelli. Non c’è meraviglia, se non forse per i bambini, nel contemplare le prodezze delle creature in CGI, che ormai è la premessa di ogni blockbuster moderno.

C’è una coltre di immobilità che avvolge l’idea stessa di prequel, perché sai che la storia che hai davanti culmina in qualcosa di già visto. Non aiuta che in campo entrino personaggi poco interessanti (tranne Colin Farrell che compensa con il carisma e la bravura) con uno script privo di mordente, per cui la sensazione di girare in tondo ritorna più forte che mai.

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La politica delle serie al cinema ha demolito i punti di riferimento delle storie. Non esistono più inizio e fine, neppure un climax definito, abbiamo solo una serie di avventure che ripetono gli stessi schemi in contesti un po’ diversi e che non danno mai il massimo perché, per dare il massimo, occorrono dei limiti, ad esempio quelli temporali, così che tutte le risorse preparino il colpo più forte, l’apice drammatico destinato a lasciare il segno.

Animali Fantastici e Dove Trovarli è un avvio lento. Da una parte è un bene, perché così c’è tempo di preparare un setting diverso dal solito e gustarne l’aspetto e l’atmosfera, dall’altro però non ci sono contenuti che richiedano un passo così tranquillo, e l’avventura ci viene proposta senza meccanismi fondamentali come la tensione o il senso della minaccia.

Gran parte del tempo se ne va per mostrare gli animali fantastici, per introdurre i personaggi un po’ strani, per creare momenti che cercano di essere buffi, con un tono che lascia intendere un afflato poetico che in realtà non si raggiunge mai: passato il primo momento di simpatia, si insiste su quegli aspetti più vistosi della magia che negli Harry Potter dello stesso Yates avevano giustamente ceduto il passo a forze narrative più adulte e interessanti.

Un prequel dovrebbe fare tesoro di ciò che si è conquistato in precedenza, invece Animali Fantastici e Dove Trovarli resetta tanto la storia che buona parte dell’esperienza accumulata. Non è un prodotto particolarmente commerciale, ma non è neppure molto intenso e deciso. Forse bisogna pensare che si tratta di uno spettacolo molto mirato, che parla a un pubblico che trae massima gioia semplicemente dal sapere che la sua saga preferita non sembra avere mai fine. Non si può negare che questo entertainment, così poco legato a una cronologia o a responsabilità definitive, trovi una gran quantità di spettatori entusiasti di stare al gioco. Il fatto poi che altri non lo facciano, beh, quella è un’altra storia.

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Sully recensione clint eastwood tom hanks

Sully – Recensione

Cinque minuti e otto secondi. Provateci voi a fare un intero film su un volo aereo che dura così poco. Difficile ricavarne materiale a sufficienza, difficile anche trovare spazio per romanzare i personaggi, le vicende di bordo, far nascere amori tra due file di sedili per poi piangerli una volta spezzati dal destino, anche perché Sully è basato su una storia non solo vera, ma anche a lieto fine. Clint Eastwood ha tratto la sua ultima fatica dal “miracolo sull’Hudson”, quando nel 2009 il volo US Airways 1549 ha dovuto effettuare un ammaraggio appena dopo il decollo da New York, senza perdere una sola delle vite a bordo.

Come rendere quindi cinematografica un’odissea così fulminea e – grazie a Dio – senza lutti? Sully, reso con la solita ineccepibile bravura da Tom Hanks, è un uomo ancora in preda allo shock (il film racconta i fatti immediatamente successivi all’incidente) che cammina in un mondo schizofrenico: la gente comune lo ferma per abbracciarlo e professargli la propria ammirazione, i media e la commissione di inchiesta brandiscono sospetti e insinuazioni come sciabole affilate cercando di stabilire se l’eroe, a prescindere dall’esito, ha preso o no la decisione più giusta e sicura. Non basta il miracolo, occorre che sia fatto secondo le regole.

In Sully, diversamente che in Flight di Zemeckis, la moralità irreprensibile del protagonista non è in discussione. È sul piano psicologico che si gioca la partita, col comandante che, messo sotto pressione dagli inquirenti, comincia quasi a dubitare lui stesso di aver fatto la cosa giusta scegliendo di ammarare nel fiume Hudson invece che tentare di raggiungere uno dei vicini aeroporti.

Ed è allora che il film si adatta al dilemma: per spettacolarizzare ed estendere la narrazione quell’incidente siamo chiamati a vederlo e rivederlo più volte, ma sempre con diverse soluzioni e prospettive: flashback frammentati che un po’ per volta ricompongono l’intera sequenza, ma anche incubi che infestano tanto il sonno che la veglia, simulazioni di volo, registrazioni della scatola nera. Ogni tessera va al suo posto, poi viene rimessa in discussione, poi torna al suo posto e così via.

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Questo non fa di Sully uno di quegli esercizi di stile fissati col montaggio compulsivo. La struttura è classica e lineare, a prova di intellettualismi e velleità sperimentali, guidata dal dramma umano, sviluppata senza fretta, senza la minima confusione, sempre col passo sicuro di un cinema senza mode e senza incertezze, ma anche perfettamente al centro del proprio tempo senza sembrare che ne sia preoccupato.

Clint Eastwood, a 86 anni, si è preso la briga di girarlo tutto in IMAX digitale, regalandoci un viaggio emozionante, spettacolare, classico e con attori perfetti (sempre solidissimo anche Aaron Eckhart), offrendoci anche una ricostruzione totale e pienamente soddisfacente delle scene più spettacolari, anche se in qualche momento fa capolino una CGI inadeguata.

Lo spettro dell’11 settembre aleggia su gran parte del film, che cerca una piccola e simbolica catarsi in questa vicenda, forse più modesta ma decisamente positiva, in cui si esalta tra l’altro l’efficienza delle forze newyorkesi, capaci di intervenire e trarre tutti in salvo nel giro di 24 minuti.

Prima Snowden, ora Sully, continua la stagione degli eroi americani contemporanei, e spiace dirlo – ma non poi tanto – sono più avvincenti (e utili) di molti supereroi in kevlar o calzamaglia dei tanti cinecomic che invadono senza sosta il cinema di questi anni. Sully è l’ennesima dimostrazione che i superpoteri basta che li abbia il regista, e lo spettacolo è assicurato.

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Snowden recensione oliver stone joseph gordon-levitt

Snowden – Recensione

Ci ho visto una grande rivelazione (o meglio puntualizzazione) in un film come Snowden. Non quella della storia in sé, che era già di dominio pubblico, ma quella riassunta con uno scambio di battute che si trova circa a metà del film in cui il protagonista, interpretato da un Joseph Gordon-Levitt sempre sul pezzo, afferma che non si possono paragonare le informazioni che la gente condivide volontariamente con quelle che vengono carpite tramite spionaggio, in modo non dichiarato, che potremmo interpretare con un “non illudetevi che il mondo virtuale che proiettate a vostro piacere sui social sia la realtà.” Tombola! Sarà anche ovvio ma, che fosse nelle intenzioni del regista Oliver Stone o meno, questo a mio avviso è il contenuto più interessante e originale che possiamo hackerare dal film: ricordarci che questi due reami sono separati.

Perché tutto il tumulto, lo scandalo in questione è che i più avanzati sistemi di monitoraggio globale non puntano alla dimensione parallela che abbiamo creato intenzionalmente nel web, per interessargli quella dovrebbe essere vita reale. Invece, è altrove che rivolgono l’attenzione: telefonate, email, chat, internet, webcam che si accendono da sole, cimici in casa. Tutto il pacchetto, in pratica. Perché quando postiamo sui social frammenti pur veritieri della nostra quotidianità stiamo comunque, parafrasando Hitchcock, “riscrivendo la vita senza le parti noiose”. Non è la realtà, quella è solo integrale, tutto o niente.

Ma Snowden è in prima battuta la storia di un eroe che svela una trama nascosta di grandezza indicibile, e Oliver Stone sceglie di raccontarcela con un tono da cronista di fiction, sempre a metà strada tra la vicenda personale di un hacker dell’intelligence che non riesce a incatenare la propria coscienza e la vicenda sociale e tecnologica che riguarda ogni essere umano sul pianeta. La storia di miliardi di persone raccontata attraverso una sola.

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In Snowden il potere della tecnologia sul genere umano è talmente dogmatico che basta dichiararlo perché lo spettatore ci creda, mentre trent’anni fa tutto questo sarebbe stato un film di fantascienza distopica. La tecnologia è l’equivalente moderno della magia delle favole e Snowden, un ragazzo occhialuto che nel film somiglia un sacco a Harry Potter, ha scoperto che qualcuno la sta usando con qualche licenza di troppo, in quella che è la stessa psicosi portata in scena quarant’anni fa da Francis Ford Coppola ne La Conversazione ma elevata all’ennesima potenza su scala planetaria.

La partita si gioca tutta in incognito, è virtuale. Forse è per questo che la ragazza del genio –bravissima Shailene Woodley – gli scatta una marea di foto: il ragazzo viene visualizzato come una star tangibile e riluttante, un eroe personale, le sue sembianze sono tanto più importanti quanto più il mondo reale viene spazzato sotto al tappeto del web.

E forse è qui che il film trova un po’ il suo limite: un tema così vasto necessita di un certo livello di sintesi, invece Snowden a dirla tutta è un po’ lungo non per il minutaggio in sé, ma perché leggermente ripetitivo col passare del tempo, sebbene non ci siano cali preoccupanti di ritmo o di interesse. Sarebbe una storia perfetta per una serie tv ma anche come film fa la sua figura, anche se non possiede quelle qualità di regia e scrittura da farti venire la voglia di rivederlo al più presto.

È un film più adatto all’attualità di un tema scottante che a lasciare il segno nella storia del cinema, non raggiunge i picchi di coinvolgimento e dramma di JFK o Nato il 4 luglio, ma fa piacere constatare che nel mondo di Oliver Stone gli eroi che affrontano nemici innumerevoli e invisibili contano ancora e sono sempre molto ben accetti.

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Christopher Nolan Cavaliere Oscuro Inception Dunkirk

La mia classifica dei film di Christopher Nolan

Vi sarete resi conto che da queste parti il cinema di Christopher Nolan va forte. Per cui ho pensato di stilare una classifica dei suoi film, con relativo commento, per cercare di chiarirmi le idee io stesso, tra l’altro. Risultato: un disastro! Non sono affatto sicuro di alcune delle posizioni, ma d’altra parte conta molto anche il gusto soggettivo e non occorre trasformare tutto in algebra. Una cosa è certa, se c’è una categoria di registi per cui ha senso stilare questo tipo di classifiche è quella di chi ha una filmografia breve, vi immaginate mettere in graduatoria i film di Woody Allen?

Non voglio neanche scrivere un trattato per ogni film, che tanto se ne è parlato per anni in lungo e in largo per tutto il web e ancora si continua a farlo. Mi interessa più che altro lanciare qualche considerazione random, senza farne una roba accademica. Il regista de Il Cavaliere Oscuro e Interstellar è pur sempre al centro di un fenomeno pop anche se con il prossimo Dunkirk, film di guerra senza grossi attori se non in ruoli di supporto, Nolan sembra ancora tenere a distanza le derive più commerciali.

Mentre non ho avuto problemi a stilare la cima e il fondo della graduatoria, è la sezione centrale che mi ha creato non poche difficoltà, e mi rendo conto che certi titoli potrebbero facilmente cambiare di posto da un momento all’altro. Ma è un gioco, e se mai può essere un ulteriore spunto di riflessione. Procediamo, partendo dall’ultima posizione e risalendo alla prima.

8) FOLLOWING
Non si può pretendere che un’opera prima girata con amici e parenti e mezzi ridotti al minimo sia un filmone epocale, ma Following è comunque un esordio promettente, con dentro tutte o quasi le peculiarità dell’autore e degli esiti notevoli nella scrittura e nella fotografia. Su altri fronti si vede la lunga strada da fare, per esempio la regia dei combattimenti. Non è necessario un grande budget per fare grandi film, ma un budget troppo piccolo può essere limitante, specie se si ha ancora poca esperienza. Nota di merito al casting, gli attori sono molto ben scelti per i relativi personaggi.

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7) INSOMNIA
Parliamoci chiaro, può mai essere Insomnia un brutto film? No, neanche un po’, ma è il meno personale che Nolan abbia fatto, un po’ perché è un remake, un po’ perché la storia non permetteva a tutte le sue tematiche tipiche di emergere più di tanto. Certo c’è il discorso sulla colpa e sul labile confine tra buoni e cattivi, ma il taglio fortemente realistico del racconto tarpa un po’ le ali al resto. Ottime prove, fuori dai rispettivi schemi, sia per Al Pacino che per Robin Williams, qui alle prese con uno dei suoi rari ruoli da villain.

6) MEMENTO
Giustamente immancabile nelle classifiche del pubblico, Memento ha un solo problema: è troppo particolare. Quel montaggio complesso, se da un lato è illuminante per le sensazioni che evoca nello spettatore, dall’altro non diventa mai abbastanza fluido da risultare naturale e Memento rimane “confinato” (per quanto possa esserlo un cult indiscusso) nell’esperimento audace e forse anche troppo consapevole. Ciò non toglie che dovrebbero insegnarlo nelle scuole di cinema e anche nei corsi di basket e in quelli per astronauti e filosofi. Insomma da vedere, ma Nolan ha fatto cose migliori anche se, inevitabilmente, meno originali.

5) THE PRESTIGE
Sarà merito anche del romanzo su cui è basato, ma The Prestige ha nei dialoghi una fluidità e una brillantezza notevoli. Il problema di fondo è che forse è lo script che gioca più scopertamente su un piano meta-cinematografico, i colpi di scena non colpiscono più di tanto, come se fossero solo delle parvenze per suggerire qualcosa a livello puramente cerebrale. Non è un film di sorprese, è più una dimostrazione, un saggio finale. Forse rimane il pezzo più freddo del catalogo, ma recitato, girato e montato con classe cristallina. Un film in costume di straordinaria modernità e pieno di fascino, totalmente privo di certe grossolanità che invece appartengono alle produzioni più grandi.

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4) INTERSTELLAR
Al momento è l’unico film di Nolan spaiato da tutti gli altri. Sarà che il progetto iniziale era stato realizzato per Spielberg, ma con Interstellar scopriamo un Nolan diverso dal solito. Scene lunghe, montaggi paralleli ridotti al minimo e fascinazione per l’ignoto. Allo stesso tempo il tema spaziale gli permette di sfornare alcune delle sequenze più mastodontiche della sua carriera. Il film che meno di tutti conta sulle parole, Interstellar ha quel passo e quel tono da appuntamento unico, più che da nuovo filone da esplorare anche in futuro, ma sarebbe bello se Nolan si portasse dietro questa attitudine a prendersi i tempi e gli spazi senza troppa attenzione al cronometro.

3) IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO
Quanto ci sarebbe da parlare. Non mi hanno mai fatto effetto le presunte illogicità dello script. Se mai pesano di più le trascuratezze (tipo Batman pugnalato senza conseguenze nel pre-finale) e la galleria di stereotipi narrativi che struttura tutto il film. Di per sé non sarebbe un gran problema, ma venendo dopo il Cavaliere Oscuro la cosa pesa parecchio. Eppure che messa in scena! Che fotografia! In più la prima metà ha una sceneggiatura ricca e dinamica e un ritmo perfetto, i colpi li comincia a perdere nella confusione del terzo atto. Risalta in negativo la resa delle botte tra Batman e Bane nel primo scontro, troppo finta e che rovina in parte una scena davvero importante.

2) BATMAN BEGINS
Se Batman Begins sta sopra a, per dire, Interstellar, è perché non dura troppo e riesce a dire tutto quello che vuole con grande destrezza, risultando più essenziale. Se sta sotto a Il Cavaliere Oscuro è perché nella parte finale, diciamo dalla festa di compleanno in poi, diventa tutto un baraccone girato e montato col fast forward inserito. Ma Batman Begins è veramente un film importante, senza il quale il pluricelebrato sequel non avrebbe avuto senso né occasione di esistere.

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1) IL CAVALIERE OSCURO / INCEPTION
Proprio così, in cima alla classifica abbiamo un ex aequo. Il Cavaliere Oscuro è il blockbuster che risolve tutte le contraddizioni tra cinema commerciale e cinema d’autore, spiazzando critica e pubblico e allo stesso tempo incantandoli, costringendo il genere a fermarsi e riflettere. L’unico blockbuster dal 2000 a oggi che abbia addirittura superato le aspettative madornali che lo precedevano. L’adattamento di un fumetto che diventa un grande film invece che fermarsi allo step intermedio del semplice fumettone.

Inception è un altro gol da centrocampo, mentre ancora risuona l’applauso per il precedente. Un lavoro dall’ambizione smisurata, con un unico difetto: tutti quegli spiegoni non sono il massimo della vita, ma il secondo tempo ripaga e dà loro un senso, li trasforma in un investimento. È un film così bello che le scene più illogiche sono le più memorabili, pensate al combattimento nel corridoio in rotazione: continuare a lottare in quelle condizioni è l’ultima cosa che chiunque farebbe, che c’era da salvare l’osso del collo prima di tutto, eppure nessuno spettatore ha mai sollevato la questione, nonostante su questo film si sia discusso fino alla nusea. Inception è potente anche per come sfrutta i difetti per fare grande cinema, che non ha sempre a che vedere col realismo e la plausibilità.

Non so se si è capito ma per me Nolan il meglio finora lo ha dato nel giro delle grandi produzioni. Non è raccomandabile, in quest’epoca in cui escono blockbuster costosissimi e senza uno straccio di idea o di personalità, minimizzare il lavoro di uno dei pochi registi che rendono conto di ogni spicciolo. All’inizio avevo detto di non volerne fare una questione algebrica, ma se Interstellar ha qualcosa di superiore a The Prestige in fondo è nell’impatto di molte immagini e della musica, aspetti che nel duello tra gli illusionisti lavorano su scala minore, in linea con la natura del racconto. Non è una colpa lavorare su medio-piccole produzioni ma se è vero che il Cinema è prima di tutto immagine beh, la somma di talento e mezzi può, e sottolineo può, fare la differenza.

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Animali Notturni recensione Amy Adams

Animali Notturni – Recensione

Forse qualcuno sa dove trovare gli animali fantastici, ma gli animali notturni? Meglio non trovarli mai, stando a quello che si vede. No, nel nuovo film di Tom Ford, dopo l’esordio di A Single Man del 2009, non ci sono creature magiche e si respira un’aria che non ha proprio niente a che vedere coi blockbuster per famiglie, ma l’immaginazione trova spazio anche qui, in realtà.

Susan è una donna in crisi: il suo matrimonio imbarca acqua da tutte le parti e gli affari vanno male quando un giorno le arriva per posta un manoscritto, firmato dal suo grande amore e primo marito, Edward, che non vede da tanti anni. La donna si immerge allora nella lettura di quello che si rivela essere un romanzo crudo e violento, ma comunque una fuga irresistibile dal grigiore della sua vita quotidiana e delle sue notti insonni.

Non voglio rivelare di più perché Animali Notturni va gustato senza troppe anticipazioni. Non è solo questione della trama, ma proprio di come tre piani di racconto si integrino in maniera affascinante, senza incepparsi e senza inciampare mai, e di come questa struttura insolita sia messa lì per un fine preciso, che riguarda il senso più profondo della vicenda e dei personaggi.

Nonostante il triplice piano narrativo, Animali Notturni appartiene in tutto e per tutto a quel genere di storie nere ambientate lontano dalle grandi metropoli, in terre di confine o in provincie sperdute, dove già lo scenario allude a un gap di civiltà, una zona grigia dove i cellulari non prendono mai e le volanti della polizia passano a tutta birra ma non si fermano, una dimensione diseredata dal resto degli Stati Uniti. Noir ossessivo, dramma lancinante, thriller implacabile, siamo dalle parti di Non è un paese per vecchi, Prisoners e tutti quegli altri film senza eroi che immergono il pubblico nei suoi peggiori incubi.

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Titoli che in comune hanno anche il focus sul rapporto causa/effetto che governa le vite dei protagonisti, su come da scelte apparentemente casuali e ordinarie dipendano eventi tragici e decisivi, il tutto impacchettato con meccanismi di tensione snervante, un’estenuante ruota di speranze e delusioni che gira fino a fare male.

Un film così tosto è accettabile solo quando è fatto a regola d’arte e in questo caso tutto è ottimizzato a dovere. Il cast è ricco e lavora al 150% delle possibilità, tra Jake Gyllenhaal, Michael Shannon e Aaron Taylor-Johnson, ma forse la padrona di casa, Amy Adams, riesce a spiccare comunque perfino in mezzo a tanto ribollire di talento, confermandosi come una delle migliori attrici dei nostri tempi. Visivamente Animali Notturni ha la saggezza di ricercare la comunicativa delle immagini senza lesinare in bellezza, quasi mai spinta fino all’esibizione, anche se un paio di sequenze propinano del semplice e gratuito cattivo gusto.

A dirla tutta, forse il secondo tempo non cresce tanto quanto il primo incoraggia a sperare e ci sono un paio di passaggi, di cui uno molto importante, piuttosto illogici, ma siamo sempre su alti livelli, con un ulteriore valore aggiunto: una riflessione sull’immaginazione, con tanto di benefit e costi, che non ruba mai la scena ma anzi facilita e nobilita tutte le funzioni vitali della storia. Quando Susan legge il libro sembra di vedere il piccolo Bastian che divora le pagine di La Storia Infinita, e vi assicuro che è l’ultimo parallelo che mi sarebbe venuto in mente prima della visione.

Difficile trovare grossi difetti in Animali Notturni, è semplicemente un film che si prende i suoi tempi, che ha una sua estetica importante ma equilibrata, che ragiona per atmosfere senza tempo ma che non si dimentica mai dello spettatore, un film che cerca un dialogo col pubblico ma senza mai perdere la sua identità. Non li fanno tutti i giorni.

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