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10 Cloverfield Lane

Blair Witch 10 Cloverfield Lane

Blair Witch, 10 Cloverfield Lane e i vantaggi dei “sequel a sorpresa”

In che modo Internet e i social influenzano il Cinema? Semplice, coinvolgendo il pubblico in tempo reale in ogni fase della lavorazione, aggiornandolo e assorbendone le reazioni, una nuova gestione “democratica” di proprietà intellettuali (Superman, Star Wars, Star Trek e ogni altro mito pluridecennale fondato su carta o su schermo) che legalmente appartengono a pochi ma idealmente tutti sentono proprie. Ma è un bene?

Non tanto. Se parliamo di film making io sono per un assolutismo moderato, dove il regista/autore è il sovrano che dialoga sì con la produzione (a volte è chi ci mette i soldi che salva un titolo da derive artistoidi) e cerca di colpire il pubblico, ma accettando l’idea che il prodotto non potrà piacere a tutti, anzi, che non deve neanche provarci. Altrimenti è come un aereo in cui anche tutti i passeggeri vogliono tenere una mano sulla cloche: come credete andrà a finire?

Intanto che in cabina di comando ci vorrà un bel po’ di deodorante, ma poi gli esiti possibili sono due: o l’aereo si schianta oppure sta su, ma senza andare in alcuna direzione precisa, e le mie fonti mi dicono che il carburante non ha l’abitudine di durare in eterno. Ed ecco che salta fuori che The Woods, horror annunciato più di un anno fa, da pochi giorni si è rivelato come un sequel di The Blair Witch Project, il fenomeno che ha dato la stura a tutta la corrente found footage che parte da fine anni ’90 e arriva fino ai giorni nostri.

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The Blair Witch Project, oltre a sdoganare un cinema di intrattenimento dalla confezione molto casual era un film che funzionava bene. Un congegno a tensione fatto con due soldi, una camera a mano, un bosco e tante urla, nonché uno smodato ma vincente ricorso al vedo/non vedo (con netta prevalenza del secondo). Se il nuovo episodio, intitolato semplicemente Blair Witch, si può permettere di calare le carte e reclamare solo a ridosso dell’uscita lo stemma del casato, allora forse anche altri tipi di produzione potrebbero seguire l’esempio.

Dopotutto è quello che hanno fatto anche con 10 Cloverfield Lane, che solo in corsa è diventato membro della famiglia Cloverfield (prima si intitolava Valencia), continuando però a centellinare le informazioni da diffondere. Il fatto che siano entrambi prodotti a budget medio basso potrebbe far pensare che ai blockbuster questa mentalità resti estranea, se non fosse che dietro Cloverfield c’è J.J.Abrams, uno dei nomi più grossi di Hollywood, e un possibile link col circuito delle mega produzioni.

Si potrebbe obiettare che i primi fautori della “lavorazione di massa” siano… tutti i cittadini del pianeta: i blockbuster usano spesso grandi set all’aperto, trasformando qualunque passante in ogni angolo del mondo in un fotoreporter d’assalto. Il resto lo fa il bisogno impellente che molti hanno di condividere ogni cosa che rimanga impressa nel loro smartphone. Ma è un falso problema, difficile che una scazzottata o un inseguimento spoilerino qualcosa di importante, le scene davvero cruciali si girano più che altro in location blindate.

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C’è modo di testare quale strategia di marketing sia più remunerativa? Non saprei, ma mi piacerebbe tantissimo tornare alla modalità pre-2000, quando quasi tutto quello che la gente sapeva su un grosso blockbuster di settembre era reperibile in un pugno di articoli dati alle stampe due o tre mesi prima. Certo ci si giocherebbe l’aiuto da casa, il supporto interattivo del pubblico, ma se ne può fare a meno e compensare con un atto di fede, e le idee chiare.

Né è necessario fare finta che Internet non esista, al limite basta usarlo in altro modo. Invece che subissare di notizie sulla lavorazione, scatti rubati nei camerini del make up e indiscrezioni circa le più recondite intenzioni della produzione, largo a campagne virali che ti inseriscono nell’atmosfera del film ma senza svelarti troppe informazioni e immagini chiave, costruendo un cuscinetto virtuale col compito di distogliere l’attenzione dalle cucine e allo stesso tempo far pregustare il banchetto finale, e comunque ponendosi dei limiti. Quella per Il Cavaliere Oscuro rimane ancora oggi la più memorabile, che guarda caso mostrava poco del film vero e proprio e sempre in forma di evento.

Certo organizzare una bella campagna marketing costa di più che rilasciare una dichiarazione o twittare una foto dal set, ma non scordiamo i vantaggi del silenzio radio: questi sequel “a tradimento” viaggiano leggeri, arrivano come ladri nella notte, attizzano il pubblico con l’intrigo e lo soddisfano prima che subentri qualunque stanchezza. Fanno l’effetto di un regalo inaspettato, una vera sorpresa, e magari, chissà, evitano di costruire un hype spropositato per film che alla prova dei fatti non lo meritano, cioè quasi tutti. Speriamo che quello di Blair Witch e 10 Cloverfield Lane sia solo l’inizio di un nuovo trend, più creativo e meno gossipparo, che riporti attorno al Cinema l’alone di mistero necessario a farci sognare ancora.

10 Cloverfield Lane J.J.Abrams

Tutti a scuola da J.J.Abrams: 10 Cloverfield Lane, la recensione

L’idea di prendere Cloverfield e farne un’antologia di racconti “autonomi” è stata una delle mosse migliori che J.J.Abrams, qui produttore e già demiurgo di tanti fenomeni tra cui Lost e il refresh di Star Wars e Star Trek, e la sua Bad Robot potessero fare. Non solo perché in un istante ha legittimamente smontato l’ennesimo soufflé pronto a lievitare in decine di sequel dei nostri tempi, conservando comunque un affascinante e più variamente spendibile legame sotterraneo (letteralmente!), ma anche perché ha ribadito un sistema virale e interattivo di coinvolgere lo spettatore basato sul mistero invece che sulla continua fuga di notizie. Cloverfield finora è un codice ricorrente ma criptato, con un’unica certezza: ci ha regalato due film su due fatti con grande amore per il Cinema e per il pubblico. 10 Cloverfield Lane, nello specifico, è una storia da rimanerci sotto.

La classica paranoia da apocalisse nucleare diventa un pretesto per chiudersi a lungo in un rifugio antiatomico ultra attrezzato dove, a parte le ovvie faccende di casa, non puoi fare altro che cercare di divertirti e far passare il tempo, perché quello che sai, quello che ti dicono, è che là fuori tutto ciò che conoscevi non esiste più, o meglio non è più praticabile: se avevi delle persone care, se avevi dei nemici, se avevi questioni in sospeso o qualunque tipo di problema con chicchessia ora quella persona è morta o sta comunque messa molto male. Tabula rasa.

il racconto flirta, complice l’assenza di connessione a internet e del segnale tv, con la tentazione dell’oblio da ogni responsabilità e dal passato senza mai averla scelta, il mondo misura qualche decina di metri quadri e riparte da zero. In cambio devi accettare di fidarti di qualcuno che la tua fiducia non credi la meriti poi tanto, e di viverci assieme.

Per il resto, Il bunker di Howard/John Goodman è un piccolo paradiso nerd: giochi da tavolo, provviste di ogni tipo, un juke-box d’epoca pieno di dischi, dvd in abbondanza, un arredamento vintage full optional (a cui per ovvie ragioni manca solo il cielo azzurro fuori dalle finestre) e, beh…aria respirabile, forse l’ultima rimasta sul pianeta. Ottime ragioni per stare al gioco. Ma allo stesso tempo la sceneggiatura continua a gonfiare e sgonfiare il dubbio con la cadenza ansiogena di un respiratore artificiale, e ogni soffio passa nello sguardo di Mary Elizabeth Winstead, che nello stesso fotogramma rende la sua Michelle vulnerabile, solida, erotica e pericolosa.

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10 Cloverfield Lane è un confortevole riparo dal grande dilemma tra blockbuster ricchi e monotoni e film a basso budget seri ma senza immaginazione e risonanza. Dentro a una piccola location, dentro a un mini cast di appena tre personaggi, il regista Dan Trachtenberg nasconde una stridente sinfonia di scavi psicologici immersi in una tensione hitchcockiana, un angusto plastico laccato e crudele in cui uomini e donne usano talvolta il carisma, talvolta la seduzione e il terrore per ottenere ciò che vogliono, insieme o gli uni contro gli altri.

In un mondo perfetto, a un regista che sforna un primo lungometraggio di tale efficacia verrebbe presto affidato qualche grosso titolo in cerca di visibilità o redenzione, speriamo che sia questo il caso. Trachtenberg gestisce bene tutte le risorse di cui dispone, alleva la psicosi senza sosta o pentimenti, con tre protagonisti azzeccati fino al midollo: la convivenza forzata di due uomini e una donna che non si conoscono e la differenza di età tra Goodman da una parte, la Winstead e John Gallagher jr. dall’altra contribuiscono all’ambiguità, con cui questa piccola grande odissea sepolcrale si pasticcia la bocca e il bavaglino.

10 Cloverfield Lane mostra tanto e allude a tantissimo, in una proporzione aurea che tanti film danno per scontata o che sbagliano di default, scartando la strada del solito esercizio di stile che si pone limiti di location e personaggi per poi metterli in conto al pubblico, mentre qui ogni privazione eleva a potenza l’intensità: anche le pareti, le luci e gli oggetti di scena sono chiamati a “recitare”, e in ogni stanza ha luogo un diverso episodio, una diversa fase della vicenda. Allo spettacolo non manca nulla, la prova è che la parte meno riuscita è proprio quella che si svolge fuori dal bunker.

Leggero offuscamento che viene presto dimenticato. Cloverfield è un marchio venuto dal nulla che al momento vanta un’affidabilità del 100%, e che ha un sacco di promesse ancora nascoste nel cilindro. Dopo la New York a cielo aperto e il rifugio sotterraneo il prossimo giro potrebbe portarci ovunque, regalarci tanto una storia ambientata nello spazio che a bordo di una nave da guerra o chissà dove; con questi presupposti ogni attesa varrà la pena.

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Colonia recensione

Colonia – Recensione

Esistono ottimi film che raccontano varie forme di prigionia. Da Fuga da Alcatraz a Sorvegliato Speciale, passando per Le Ali Della Libertà. Colonia appartiene a quella sottocategoria in cui oltre a essere prigionieri i protagonisti devono in qualche modo flirtare col nemico, in un continuo duello psicologico che porti allo sbloccarsi di una situazione insostenibile.

Non è detto che a raccontare al meglio questo tipo di storia debba essere il film più ancorato alla realtà. Colonia, basato su fatti di cronaca avvenuti in Cile nel ’73, ha quell’impostazione da Cinema di denuncia serio e impegnato e, sia pure a basso voltaggio, lo è. Ma a fine visione dimostra di essere eseguito con convinzione ma senza segni particolari.

Eppure Colonia le sue carte le ha e se le gioca. Il villain (un ottimo Michael Nyqvist) è azzeccato, inquietante, e si muove nel territorio della setta di cui è il leader con la sicurezza e la presenza scenica di uno stregone che sa di aver già soggiogato ogni cosa attorno a sé. Lo scenario definisce il carattere del film e Emma Watson si impegna, senza dubbio. La sua Lena è senza ombre, una giovane donna innamorata che scenderà all’inferno per tentare di salvare il suo uomo. Ma abbinare la Watson, con la sua aria da brava ragazza, a un personaggio scritto già in modo molto limpido non è esattamente la soluzione artistica più coraggiosa.

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Scrittura e regia apparecchiano il thriller ma le situazioni, senza sfumature, sono già chiare e nette fin dall’inizio e il discorso si fa più procedurale che emotivo: il senso di minaccia si esprime fin dal primo incontro tra Lena e Paul Schafer e da lì in poi i personaggi sono pedine che esplorano un tabellone già svelato più che figure complesse in attesa di regalare sviluppi imprevedibili.

Certo il giocare a carte scoperte senza indulgere troppo in tentazioni da film horror sembra più rispettoso della storia vera che è la base del film, salvandolo dall’imboccare con troppa decisione la strada del puro entertainment, che sarebbe poco opportuno. Ma mi piace pensare che si possa calcare la mano sulla costruzione drammaturgica e allo stesso tempo rispettare la natura seria del soggetto.

Mentre, sul piano prettamente cinematografico, nel recente 10 Cloverfield Lane, sempre a proposito di prigionia, abbiamo ammirato la bella e brava Mary Elizabeth Winstead mangiarsi la scena senza mai dare nell’occhio. Abbiamo assistitito al suo passaggio da vittima per caso ad autentica e inarrestabile forza della natura, quasi un ologramma dell’istinto di sopravvivenza universale. In Colonia Emma Watson non si muove su questo livello di trasfigurazione.

Non si trasforma sotto i nostri occhi e quindi neppure il film, che conta così tanto su di lei, diventa mai altro da ciò che è all’inizio. Il che non è un limite tanto grave, ma il senso di una reale escalation, di una progressione drammatica memorabile sbiadisce in fretta.

Encomiabile comunque la Watson per il suo mettersi in gioco in produzioni non tanto scontate, con una carriera post Harry Potter variegata e densa di impegni. Ma aspettiamo ancora la prova della consacrazione, che probabilmente coinciderà col momento in cui in lei non sarà rimasta più la benché minima traccia di Hermione Granger.

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Beyoncé Super Bowl 50

Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga

Domenica notte è andato in scena il Super Bowl 50, l’attesissima finale del campionato americano di football, un imprescindibile rito laico collettivo che ogni anno incolla 110 milioni di cittadini davanti agli schermi e che nell’immaginario a stelle e strisce ricopre la stessa importanza del Santo Natale o del Giorno del Ringraziamento.

Ogni anno, il Super Bowl rappresenta la quintessenza della capacità che gli americani hanno di creare grandi show: sul campo di gioco la sfida è fisicamente intensissima e incredibilmente avvincente, più una lotta tra gladiatori che una moderna competizione sportiva; sugli spalti, nei bar e a casa propria, i tifosi esprimono il proprio entusiasmo con costumi bizzarri, eccessi alcolici e tanta allegria collettiva; e durante l’’half-time’ (l’equivalente del nostro intervallo calcistico tra primo e secondo tempo), mentre le squadre si riposano negli spogliatoi e rivedono gli schemi di gioco per ribaltare ognuna la partita a proprio favore, un palco eretto per l’occasione in mezzo al field ospita le performance – quasi sempre indimenticabili – di star di calibro mondiale come Slash, Madonna e i Rolling Stones.

super-bowl-50 Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga super bowl 50 bruno mars et al confirmed to perform in halftime show fans disappointed as coldplay is the headline performerNel Super Bowl tutto è insomma Harder, Better, Faster, Stronger, tanto per parafrasare il titolo di un brano dei Daft Punk. Ma domenica, nel Levi’s Stadium di Santa Clara, graziosa cittadina alle porte di San Francisco, lo spettacolo ha deluso su tutti i fronti: sul piano del gioco, la partita – che ha premiato gli sfavoriti Denver Broncos a scapito dei pur temibili Carolina Panthers – ha visto dominare le difese (quella dei Broncos in particolare), il gioco di contenimento, le tattiche conservative, l’immobilismo e l’attendismo.

Pochi i punti sul tabellone, soltanto tre i touchdown, per il resto tanti errori e palle sprecate. A rimetterci sono stati i Carolina Panthers, che dopo aver disputato tutta la regular season avanzando con la determinazione inesorabile (e inaffondabile) di un autentico Panzer, e dati quindi per vincitori certi da tutti i pronostici della vigilia, ieri sera sono dovuti capitolare di fronte alle proprie imprecisioni e alla difesa granitica dei Broncos.

A “tradirli” contro ogni aspettativa è stato proprio il loro grande trascinatore, il quarterback Cam “Superman” Newton, un giovane di talento impareggiabile che per mesi ha macinato yard su yard, tra scatti in velocità e passaggi perfetti, e sbloccato partite ben più ardue di questa ma che per qualche motivo, proprio sul più bello, si è “sgonfiato” e sciolto come neve al sole, forse accusando il peso delle aspettative e delle speranze che tutti riponevano in lui.

La difesa granitica dei Broncos e i tanti errori commessi dai Carolina Panthers hanno consegnato la vittoria nelle mani dei “cavalli selvaggi” del Colorado

Cam Newton Carolina Panthers Superbowl 50 Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga 508992430 e1455050686378

Non ha però brillato per nulla nemmeno il suo antagonista, il veterano Peyton Manning, quaranta primavere il prossimo marzo, che nella partita conclusiva della sua carriera ha fatto diversi erroracci, alcuni imbarazzanti (il suo tentativo di passaggio a un compagno, subito intercettato dal fenomenale defensive end dei Panthers, Kony Ealy, è già stato definito da molti giornalisti uno dei peggiori passaggi mai visti nella storia del Super Bowl) e ha potuto sollevare l’ambito trofeo Vince Lombardi soltanto grazie al lavoro incredibile della sua difesa unito all’incapacità di finalizzare dei Panthers.

Attacchi inconcludenti su entrambi i fronti insomma, azione ridotta pressochè a zero e tanti saluti all’intrattenimento. Intrattenimento che non è mancato solo durante il gioco, bensì anche durante lo show dell’intervallo, quando a dividersi il palco sono stati i Coldplay, Beyoncè e Bruno Mars.

SANTA CLARA, CA - FEBRUARY 07: Chris Martin of Coldplay performs during the Pepsi Super Bowl 50 Halftime Show at Levi's Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Ezra Shaw/Getty Images) Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga gettyimages 508986288 master 1
SANTA CLARA, CA – FEBRUARY 07: Chris Martin of Coldplay performs during the Pepsi Super Bowl 50 Halftime Show at Levi’s Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Ezra Shaw/Getty Images)

A dare il via alle danze ci ha pensato la band inglese capitanata da Chris Martin che ha scelto di portare in scena un vivace caleidoscopio di colori, lo stesso che ha ispirato l’album A Head Full of Dreams. Vestiti con abiti variopinti, e circondati da un pubblico di ragazzi abbigliati di nero per creare contrasto, i “soft rockers” londinesi hanno suonato alcuni dei loro singoli di maggior successo – Viva La Vida e Paradise – oltre alla hit di lancio del nuovo album, Adventure of a Lifetime.

Ma la performance, per quanto colorata e vivace, aveva un non so che di artificioso e poco convincente: come l’inaugurazione di un’Olimpiade in un paese del blocco sovietico negli anni ’70, con coreografie stucchevoli, folle di giovani sorridenti e messaggi di solidarietà che sembrano messi lì apposta per indurre conformismo generalizzato e adesione a un programma prestabilito. Così solare ed “ecumenico”, lo spettacolo dei Coldplay mi ha lasciato un retrogusto di propaganda un pò qualunquista, infiocchettata e resa cool per essere consumata dalle giovani generazioni di “slacktivist” sedute davanti allo schermo.

Poi è arrivato il momento di Beyoncè: l’imperatrice del R’n’B, complice la solita grinta un po’ “cafonal”, ha monopolizzato il palco con i suoi movimenti sensuali, rischiando anche, a un certo punto, una caduta (poi abilmente evitata) e sfoderando pezzi forti come il nuovo hit single Formation.

Ora, che l’ex frontwoman delle Destiny’s Child sia un’autentica forza della natura in grado di trascinare le folle è indubbio, ciònonostante nella sua performance di domenica sera c’è qualcosa che non mi ha convinto: il suo look “black and gold” firmato DSQUARED2 e fatto apposta per omaggiare il celebre abito di sapore “militarista” indossato da Michael Jackson durante il memorabile show del Super Bowl XXVII del 1993 mi è sembrato decisamente pretenzioso e autoreferenziale. Una paraculata, per dirla in parole povere, aggravata ulteriormente dal messaggio politico che la diva ha voluto associare alla performance.

super-bowl-2016-beyonce Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga super bowl 2016 beyonce 2Ci avrete fatto caso anche voi, no? Le backup dancer vestite da Pantere Nere (pericolosa organizzazione afroamericana, paramilitare ed estremista, attiva negli Stati Uniti dagli anni ’60 agli ’80) con tanto di saluto a pugno chiuso inserito nella coreografia; la scelta di un singolo, Formation, che sta già suscitando polemiche per il forte messaggio che invia alla polizia statunitense (le scene clou del videoclip, girato a New Orleans, includono numerose inquadrature di Beyoncé in piedi su una macchina della polizia che sta affondando e il fotogramma di un muro con la scritta “Smettetela di spararci”); la volontà di presentarsi davanti a milioni di americani sfoggiando un costume con tanto di bandoliera dorata e file di munizioni in bella vista che appare decisamente in contrasto con la mega-scritta “Believe in love” che campeggiando sugli spalti ha chiuso l’half-time show. Beyoncé la sta insomma buttando in politica (forse in vista di un ipotetico futuro elettorale?).

E vedere questa star planetaria, eletta regina di Instagram, idolatrata da generazioni di ragazzini cresciuti a pane e social network, autonominarsi leader carismatico delle folle “a favore di telecamera”, mi ha fatto capire cosa deve aver provato chi ha assistito, il 2 dicembre 1804, alla cerimonia solenne con cui Napoleone Bonaparte ha deciso di auto-incoronarsi arbitrariamente “imperatore dei francesi”.

Tra coreografie ammiccanti alle Pantere Nere, un costume con bandoliere e file di munizioni in bella vista, e un brano schierato contro la polizia, Beyoncé ha portato sul palco del Super Bowl 50 uno spettacolo aggressivo e politicizzato

Dopo l’esibizione della bella (e brava, diciamolo pure) moglie di Jay-Z, a salire sul palco è stato Bruno Mars alias Peter Gene Hernandez, artista hawaiiano che ha fatto del riciclo di sonorità tipiche dell’età d’oro del funk e del soul una ragione di vita (e di incassi multimilionari).

Per carità, io sono il primo ad apprezzare alcuni suoi brani – trovo in particolare Treasure un pezzo deliziosamente orecchiabile – ma non posso negare che la performance da lui resa sul palco del Super Bowl mi sia apparsa quantomai derivativa e “secondaria”.

Certo, il ragazzo ha talento, ma per favore, la smetta di impersonare il “Jacko de’ Noantri” con quella camminata sempre in odore di moonwalk, i ricci cotonati e gli occhialoni scuri anni ‘80.

Dei tre “spettacoli nello spettacolo” di cui si è fregiato l’intermezzo del Super Bowl 50 non me n’è piaciuto insomma nessuno.

Giovanilista, più che giovanile, quello dei Coldplay; presuntuoso, politicizzato e aggressivo quello di Beyoncè; troppo “vicario” e derivativo quello di Bruno Mars.

Per il resto, a risollevare la serata non sono bastati nemmeno i trailer proiettati durante l’intervallo, altro atteso momento di intrattenimento della grande festa a stelle e strisce.

L’unico raggio di luce nelle tenebre della futilità (vedi alla voce Deadpool, X-Men: Apocalysse, Indipendence Day: Rigenerazione e, mi dispiace, non mi ha convinto nemmeno Gods of Egypt, scusa Alex) è stato, a dire il vero, il teaser di 10 Cloverfield Lane, mystery/thriller fantascientifico prodotto dalla Bad Robots di Sua Maestà J.J. Abrams che vedremo nelle sale italiane il 21 aprile prossimo.

Dal gioco allo spettacolo, questo Super Bowl 50 mi è sembrato il riflesso involontario di un’America che ha bisogno di ritrovare la sua identità, confusa com’è da una campagna elettorale tanto imprevedibile quanto schizofrenica (io, sia chiaro, voterei Hillary) e ancora incapace di tornare ad essere la grande potenza mondiale che è sempre stata.

A salvare uno spettacolo così avaro di divertimento e intrattenimento è riuscita soltanto Lady Gaga con la sua commovente interpretazione dell’inno nazionale americano

Ma l’America è un grande Paese. Una nazione con la N maiuscola. E il Super Bowl ne è una delle tante dimostrazioni.

Soltanto, aridatece Phil Collins, Prince e Bruce Springsteen. Loro sì, sono una garanzia di qualità capace di rendere il Trofeo Vince Lombardi una delle celebrazioni più indimenticabili dell’intrattenimento Made in Usa.

Tutto il resto, come si suol dire, è fuffa.

SANTA CLARA, CA - FEBRUARY 07: Lady Gaga sings the National Anthem at Super Bowl 50 at Levi's Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Christopher Polk/Getty Images) Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga Che flop il Super Bowl 50, noioso e politicizzato. Si salva solo Lady Gaga 160207 news gaga
SANTA CLARA, CA – FEBRUARY 07: Lady Gaga sings the National Anthem at Super Bowl 50 at Levi’s Stadium on February 7, 2016 in Santa Clara, California. (Photo by Christopher Polk/Getty Images)

Ma ecco, in fondo, anche in questo noioso e politicizzato Super Bowl 50, così avaro di spettacolo e divertimento, c’è stata un’eccezione: la straordinaria performance di Lady Gaga che, in un elegante completo Gucci e con una voce che sarebbe capace di ammansire perfino Sauron l’Oscuro Signore di Mordor, ha fornito un’interpretazione intensissima e commovente di Star-Spangled Banner, l’inno nazionale americano. Grazie, Miss Germanotta, per aver salvato un Super Bowl altrimenti inguardabile e indigeribile.