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Suicide Squad - Recensione

Suicide Squad – Recensione

Lasciate perdere tutte le polemiche che ci hanno assordato in queste settimane: e c’è poco Joker, e il film è un videoclip pieno di musica ma senza sostanza, e il pg13 che tarpa la violenza… non è questo il punto. Suicide Squad è, ancora una volta, la lotta del buon Cinema di intrattenimento contro la dittatura della tecnologia con cui proprio non riesce a integrarsi, il tutto racchiuso in due ore di film in cui a bruciare di più sono le occasioni perse. L’opera di David Ayer ha un nemico che non si può battere e che è lo stesso di sempre: lo strapotere della CGI.

A questo giro, il Cavallo di Troia per questo bug di sistema è il villain di turno, l’Incantatrice. Non mi importa se è fedele al fumetto, è uno di quei casi in cui il tradimento della fonte diventa l’unico gesto morale possibile. Già dagli ultimi trailer dove si vedeva la colonna di luce con le nuvole intorno avevo capito che tirava una brutta aria, vedendo il film ogni dubbio è caduto: un personaggio che ha senso solo grazie agli effetti visivi, una strega che proietta luce e sostanze cangianti per quasi tutto il tempo senza che se ne capisca il perché (approccio testato con Doomsday) trascina il film fuori dai binari, tutto diventa Ghostbusters o La Mummia.

Cosa c’entra tutto ciò con una squadra composta da nemici di Batman? L’impressione è che i cinecomic post-trilogia del Cavaliere Oscuro (chi criticava quel “realismo” come si sente ora?) non riescano a stare lontani dal fantasy, nemmeno quando sarebbe solo un vantaggio, nemmeno quando sarebbe naturale. Stavolta per gestire questa linea occorreva sconfinare alla grande e mantenere un controllo ossessivo tutto il tempo, così avremmo anche potuto, al limite, avere il Mad Max: Fury Road dei cinecomic. Inoltre i mostri o li metti in scena con il tocco, il design e la tecnica di un Guillermo Del Toro oppure è meglio che li lasci in panchina, pena la crisi di identità del tuo film. Suicide Squad cade vittima di questa stregoneria. Ma non senza combattere.

L’introduzione, ma diciamo anche il primo tempo intero, è una delle cose più gustose e rinfrescanti viste in un cinecomic, un biglietto da visita stampato a fuoco da cui capiamo senza dubbio che Ayer, con tutto il suo bagaglio di storie violente e infette di corruzione, ha comunque compreso perfettamente l’approccio speciale più opportuno per un fumetto e lo ha reso divertente, vivace nelle scene e nei dettagli. Il secondo tempo del film invece, per varie ragioni, è monotono e affrettato, appiattito sull’action, nonostante abbia i suoi colpi d’occhio e un twist ben giocato. Ma sono difetti che non hanno niente a che vedere con certe critiche di questi giorni o con il confronto con la Marvel.

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Se parliamo di visione, Suicide Squad, molto più del triste e confuso Batman V Superman, è la controparte di quanto mostrato da Christopher Nolan: se quello, epico e squadrato, era il mondo visto con gli occhi di Batman, questo, sgargiante e caotico, è quello visto con gli occhi del Joker. Un Joker qui per la prima volta sessualizzato, dopo quello d’altri tempi di Nicholson e quello marcio e stinto di Ledger, talmente stilizzato, secolarizzato e connesso via smartphone, cool e discreto come un’icona sul desktop, che non è più il leone divora-scene che il pubblico ha conosciuto nelle scorse incarnazioni, ma uno tra tanti in un mondo di freak.

Ma Suicide Squad non ha nessun bisogno del Joker al centro della scena, gli basterebbe essere se stesso: la squadra è ben assortita, i veri capitani sono Margot Robbie e Will Smith e funzionano alla grande, sia come singoli che nel gruppo di teste calde. David Ayer sa come lavorare sul cameratismo disfunzionale, anche se semplificato in ottica di intrattenere anche i giovanissimi, cosa che non impedisce al film di essere leggermente più sboccato, allusivo e violento della media.

Il che è parte del divertimento, insieme alla fotografia intonata al contesto, dove il colore è colore e non si lascia devitalizzare dall’oscurità come visto in Batman V Superman. Tra i prodotti del nuovo DC universe Suicide Squad è senz’altro quello di cui vorrei vedere un prosieguo, il brodo primordiale da cui ricavare il resto della cucciolata, semplicemente perché più insolito nell’impostazione, più imprevedibile nelle potenzialità e…più bello da vedere, nonché ampiamente migliorabile nell’insieme. Quanto avrebbe fatto bene a tutto questo talento in campo essere progettato senza protesi digitali!

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Doctor Strange Marvel

I superpoteri più adatti al Cinema: Doctor Strange

Piccolo test per vedere se siete persone previdenti: se poteste scegliere un superpotere da possedere, quale sarebbe? Potete pensarci, prendetevi tutto il tempo che volete, l’importante è fare la scelta giusta. Ma qualunque cosa scegliate assicuratevi che un domani venga bene in un eventuale film, altrimenti scordatevi pure una trasposizione delle vostre gesta su grande schermo. O almeno una di classe. Abbiamo parlato diverse volte dei problemi dei cinecomic, vale a dire del 50% e forse più dei blockbuster odierni. Questo entra nel novero, i superpoteri sono molto fighi disegnati sulla carta ma quando li porti al Cinema rischiano di andare troppo sopra le righe, e da lì alla rovina il passo, ancorché non obbligato, è breve. Doctor Strange sembra aver fatto tesoro di questa lezione.

Non è così difficile immaginare che i personaggi meno blasonati della Marvel e della DC possano offrire l’occasione per film più creativi e diagonali, meno canonici. Quando guardiamo un trailer degli Avengers o di Batman V Superman in termini di azione vediamo per lo più cose in linea con quello che ci aspettiamo, tra cui gente in costume che si picchia molto forte e cose che esplodono. Quando vediamo il trailer di Doctor Strange cosa ci ricorda?

A me ricorda più Batman Begins, certo non il solito cinecomic, e Inception, certo non il solito blockbuster, e non è affatto un male. Non è questione di copiare qualcosa, ma di ispirarsi per un’impostazione un po’ diversa, qualcosa che permetta di usare un film ad alto budget per esplorare qualche aspetto un po’ atipico di ciò che definiamo “spettacolare”. Scoprire che un palazzo lo puoi far collassare in mille pezzi, sì, ma anche semplicemente spostarlo o capovolgerlo, in modo da destabilizzare lo spettatore, regalargli il brivido di una vertigine, invece che fare il solito strike con i grattacieli per sentire il pubblico esultare a pieni polmoni come dagli spalti di uno stadio.

Quando poi di palazzi ne sposti a decine in un colpo solo, descrivendone i movimenti con precisione ed eleganza, conservando una geometria del caos, ecco che hai tutta una gamma di possibilità visive e suggestive che prima quasi non credevi esistessero. Se poi a tutta questa riorganizzazione dello spazio aggiungi un nuovo modo di collocare personaggi e oggetti allora il tuo esperimento acquista una terza dimensione spendibile in termini narrativi e non solo decorativi, poiché le città capovolte e i mari aperti costringono i protagonisti a comportarsi in modo differente. Il trailer di Doctor Strange fa quest’effetto, grazie anche a qualche scelta leggermente più paradossale del solito, tipo riprendere questi scenari cangianti e fluidi con una fotografia ultra realistica.

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Quando ricorri ai trucchi digitali la nitidezza nel mostrare le cose diventa l’unica ancora alla realtà, la barriera definitiva tra il live action e l’animazione pura, l’unico modo di giocare pulito se approcci una materia tutt’altro che realistica. Se poi si vedono lampi di Batman Begins e Inception non stai solo alzando la posta in gioco, ma stai anche avvisando il pubblico che può coltivare delle aspettative alte sul tuo prodotto. Lo stesso Benedict Cumberbatch ha detto che ci aspetta un film Marvel differente e innovativo.

Non è male che in Doctor Strange il concetto diventi più filosofico alla Matrix, e dal trailer sembra che la magia sia molto più importante e presente dalle mazzate pure e semplici. Quando si prendono i mezzi di uno studio potente e li si adopera per cercare di fare qualcosa di diverso, beh trovo che il gioco diventi molto interessante. Quando anche il cast viene assemblato seguendo criteri un po’ meno ovvi e piazzando le facce giuste nei ruoli giusti, allora le cose vanno anche meglio.

Mads Mikkelsen è, oltre che una scelta non scontata, un ottimo attore; Rachel McAdams dopo True Detective 2 è una garanzia qualunque ruolo le venga affidato, e sarà straniante rivederla nei panni di una persona che si presume essere compassionevole. Per Cumberbatch il dubbio non è sulla bravura, quanto su come renderà il carisma necessario a un personaggio dei fumetti non dei più popolari, che dovrebbe reggere buona parte del film (e del franchise). Sarebbe bello anche che riuscisse a non farsi rubare la scena dal villain, come a volte succede in questo tipo di prodotti. Ma soprattutto non avrei mai immaginato di vedere questi attori tutti nello stesso film. La cosa promette bene. Chiaro che il film fa ancora a tempo a tradire tutte queste aspettative, non sto dicendo che l’upgrade sia ormai certo.

Comunque tutta questa faccenda di puntare il dito appena si vede un riferimento diverso dal solito, quasi che sia un peccato avere ambizioni più alte, è uno dei più grandi controsensi che scattano in un certo tipo di spettatore, che se gli propini sempre la solita minestra non dice niente, ma se vede qualcosa di più insolito comincia a parlare di scarsa originalità. Lasciamoci tutto questo alle spalle, e vediamo dove ci porterà questo Doctor Strange.

Captain America: Civil War – Recensione

“La sequenza dell’aeroporto è una delle migliori scene d’azione del Marvel Universe, o addirittura in assoluto. “ Il virgolettato è perché questa sentenza è la sintesi di tante altre girate sul web nelle ultime settimane. Si tratta di uno dei punti focali che la visione di Captain America: Civil War ha generato, forse il più condiviso, e analizzando tale reazione possiamo partire dalla singola sequenza e capire l’intero film, con pregi e difetti. Perché quella dell’aeroporto non è affatto una grande scena d’azione.

Quella dell’evasione di Bucky, con annessa scena dell’elicottero, lo è: senso di minaccia, chiara percezione del dislivello di forza, da cui maggiore comprensione di quanto siano coraggiosi i buoni; nonché un sano senso del limite e dello spazio, che tiene tutto, relativamente, coi piedi per terra. Ma perché al pubblico piace tanto quella dell’aeroporto? In pratica è la più lunga, con meno percezione del dislivello tra umani e super-umani, con più CGI, con meno dramma, ma soprattutto quella che ti permette di vedere in un colpo solo la maggior parte di supereroi: insomma, la sintesi perfetta di ciò che rende tanti blockbuster dei fumettoni, e della mentalità da trama orizzontale, di televisiva memoria, che il Cinema sta purtroppo facendo sua.

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Capisco se il pubblico vuol vedere Spiderman, ma perché aggiungere anche Ant-Man? Un solo uomo insetto in vena di gag non era abbastanza? Tra l’altro non è l’unico ‘doppio’ vagamente inutile in scena (qualcuno ha detto War Machine?); del resto, nei fumetti americani i parti gemellari in conseguenza di un singolo atto creativo sono all’ordine del giorno.

Qui poi anche l’ultimo dei personaggi “non super” è in grado di essere sbattuto contro i muri e di cadere da svariati metri di altezza senza farsi niente, perché lo spettacolo ha le sue esigenze. Ma cosa intendiamo per spettacolo? Una rissa tra pupazzetti e pupazzoni (quando Ant-Man diventa enorme ci si chiede a cosa serviva tutta la serietà precedente) in cui il film diventa una demo di superpoteri?

Ecco perché Captain America: Civil War, che non è affatto un brutto film, lascia comunque perplessi: c’è molto più del necessario, ma soprattutto molto più del conveniente. Molti dicono che la prima parte è quasi priva d’azione, quando il fatto è che l’azione c’è ma è più misurata. La scena dell’aeroporto invece si poteva tranquillamente dimezzare, lasciando a casa un po’ di gente in costume e rendendo più solido e compatto tutto il film. Quando a duellare sono tizi come Iron Man e Capitan America è già comunque una “Civil War”, non occorrono truppe di supporto.

Intendiamoci, nulla in Captain America: Civil War è scadente. Ma ci sono delle “stecche” che abbassano il tiro, quando c’erano tutta l’ambizione e tutti i mezzi per fare il miglior film dei Marvel Studios e uno dei migliori cinecomic; a conti fatti invece non si riesce a eguagliare il bel predecessore, The Winter Soldier che, guarda caso, era un vero film su Captain America e non un Avengers 3. Qui il più grande problema è proprio l’incombere dell’universo espanso, che diluisce il materiale presente e rende il suo contenuto meno prezioso.

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Ma come si può fermare il vento con le mani? La filosofia del “di più é meglio” sta fagocitando tutto e ottiene un consenso indiscutibile. Certo Civil War questa idea dell’abbondanza e, in parte, del superfluo la applica molto meglio di Batman V Superman: i fratelli Russo riescono a mettere in scena i dilemmi etici, politici ed emotivi che formano il plot senza che sembrino pretesti e non si ha mai la sensazione che i tempi del racconto e del montaggio siano compressi e truccati.

Ma la sindrome del crossover rimane, ed è la summa (e forse la fine?) della politica “solo brand collaudati” che impera a Hollywood che, a pensarci, è un trend che si spiega da solo: se fai un film su un soggetto originale di cosa parlerà la gente sul web in attesa dell’uscita? Si perderebbe tutta quella promozione gratuita e autogestita. Ma se tocchi icone della cultura pop con decenni di tradizione (e magari già qualche film) alle spalle, il marketing spontaneo della Rete è garantito.

Ecco anche, forse, il perché di tanta trama, tanti personaggi, tante scene post-crediti finali: di questo e delle relative implicazioni e allusioni parlerà gran parte del pubblico, tenendosi caldo fino al prossimo film. Questo è lo zeitgeist, e se qualcuno scegliesse Captain America: Civil War come campione di quest’epoca forse non ci sarebbe tanto da ridire. Ma non è detto che un simile andazzo debba piacere a tutti.

Un’ultima nota positiva importante: complimenti per l’evoluzione del costume di Capitan America. Da First Avenger è stata fatta tanta strada e quello attuale riesce a essere iconico, funzionale e credibile. Uno dei migliori nel panorama del genere.

In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan

Tra pochi giorni il mondo non potrà parlare dei Batman precedenti senza fare paragoni con Batman V Superman, quindi l’ultima occasione per fare il punto senza tifoserie è ora. Dopo la versione di Burton della volta scorsa, oggi tocca a quella di Christopher Nolan. Anche in questo caso la parola d’ordine è concentrarsi su Batman, lasciando in disparte i villain.

Nella nostra epoca viene annunciato un reboot ogni cinque secondi, ma pochissimi hanno successo di critica e pubblico e sono realmente giustificati sul piano artistico, e uno degli eletti è il Batman di Nolan. Una serie di film grandi ma non perfetti, che incontrano il maggior limite nell’iper-scrittura, che spinge talvolta a soluzioni drastiche ma tremendamente rozze. Pensate a Batman Begins, che si gioca lo status di capolavoro per via di quel montaggio da trailer dell’ultimo quarto d’ora, o al Rises, che ha problemi non molto diversi.

Ma fin da Batman Begins, col quale Nolan sottrae Batman al villaggio innevato di Tim Burton per gettarlo nella mischia infinita del mondo reale, abbiamo la prova che un franchise comatoso e dimenticato sotto le ceneri di episodi disastrosi può anche risvegliarsi e tornare alla gloria. Con questa trilogia Nolan è diventato il regista più dibattuto del web, e ha potuto creare una corrente atipica di blockbuster personali e sorprendenti. Attorno alla sua opera si è anche scatenato il più grande equivoco interpretativo a proposito del concetto di “realismo”, una cosa da non dormirci più la notte.

dent-gordon-batman  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan dent gordon batman

Per la prima volta, infatti, attorno a Batman appare… il mondo, complicato, sconfinato e cattivello. Ci si preoccupa di rendere credibile l’interazione tra un fuorilegge e la polizia, che avviene in camuffa e con la diffidenza e l’ostilità dei più. La distanza da Burton, in cui le autorità finivano per riconoscere e celebrare ufficialmente un giustiziere omicida e mascherato senza farsi problemi, è davvero tanta. Inoltre, la realtà metropolitana è visualizzata in scala 1:1 e non più a campione come succedeva nei film precedenti.

Tutta la trilogia comincia e finisce come un unico, grande conto alla rovescia, una corsa contro il tempo, affinché Batman faccia ciò che deve prima della sua inevitabile fine: sparire dalle scene, perché nel mondo reale non c’è posto per lui, nessun pigiama in kevlar potrebbe salvarlo, morirebbe subito o verrebbe smascherato. La sua aura mitica e teatrale si sgretola in corsa, alla fine combatte in pieno giorno, non può più ingannare nessuno. Può solo sperare di restare in giro abbastanza da ispirare la gente, certo non può risolvere le cose da solo. E tutto questo non lo chiamate realismo? Già nel secondo film si capisce che, facendo 2+2, praticamente chiunque può scoprirne l’identità.

Dalle prime apparizioni completamente buie di Batman Begins allo stagliarsi nella luce del sole del Rises, Nolan tiene conto che una soluzione straordinaria come Batman non potrebbe mai diventare routine. Questo era il realismo di cui si parlava, un realismo concettuale, delle dinamiche e del contesto, non relativo alla fisica delle scene d’azione, che viene spesso violata in favore dello spettacolo da decine di blockbuster, fumetti o no. Non sono contraddizioni di principio ma fisiologiche, anche se superflue e fastidiose, concessioni alla filosofia mainstream.

the-dark-knight-rises-PROLOGUE  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan the dark knight rises PROLOGUE

Un racconto che adora i preliminari: il Batman di Christian Bale si forma un po’ per volta, sotto i nostri occhi, rendendo la genesi di un eroe sopra le righe tanto avvincente quanto credibile, verificabile come un esperimento in laboratorio, obbediente a una serie di rapporti causa/effetto raccontati con un ritmo impeccabile: la fluidità del montaggio parallelo della prima parte di Batman Begins è un piccolo miracolo che si rigenera a ogni visione.

Dal Batman fascinoso, autoreferenziale e narcisista di Burton a quello umile che combatte, uno tra tanti, in mezzo ai poliziotti nello scontro finale de Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno l’ampliamento dell’orizzonte è enorme: la trasposizione dei fumetti al cinema completa il suo viaggio e scopre di poter ascendere fino a qualunque vetta, a patto di avere una visione forte e la libertà sufficiente a realizzarla.

Cinecomic ammutinato e monito perenne sul potere dell’autorialità al servizio dello spettacolo, il secondo film della trilogia, con la sua andatura paranoica e instabile sempre a un soffio dal deragliamento, è il più nolaniano e rimane il migliore del lotto. Nolan usa il Joker, buco di logica a forma di personaggio, come scusa per trascinare Batman nello stesso sistema cartesiano di Memento e The Prestige e provare l’ebbrezza di girare un film personale con 180 milioni di budget, iniettando lucida anarchia nel blockbuster moderno e dimostrando che anche in un mondo rigoroso alla Heat si può perdere il controllo in modo creativo e fare qualcosa di diverso, decretando il più grande atto di insubordinazione di un genere nel recente cinema hollywoodiano.

tdk-01  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan tdk 01

Note sparse:
Christian Bale, sciolto e puntuale nella vasta gamma di espressioni che lo script gli richiede, nel terzo film offre una delle sue migliori prove d’attore, ma non essendo un villain e trattandosi di un blockbuster nessuno ci fa caso.

Il Cavaliere Oscuro è forse l’unico film del nuovo millennio che sia riuscito a costruire un hype globale devastante e poi, alla prova dei fatti, l’abbia addirittura superato.

Quando sentite dire che il Batman dei fumetti è solo quello “fiabesco” ricordatevi che non è vero. Le storie prive di elementi magici e piene invece di realismo noir/poliziesco sono parte della tradizione e a volte ne rappresentano i risultati più meritevoli (prendete Anno Uno di Miller e Mazzucchelli, per esempio). Nolan si è ispirato a questo lato della mitologia Batmaniana, evidentemente.

In attesa di Batman V Superman: il Batman di Tim Burton

Davvero qualcuno pensa che si possa ancora dire qualcosa di fresco su Batman? Io No. E proprio per questo voglio provarci, ma a una condizione tassativa: concentrarsi sull’alter-ego di Bruce Wayne e lasciare in disparte, per una volta, i villain che così spesso ci hanno distratti dal padrone di casa. Il tutto in vista del prossimo 23 marzo, quando Batman V Superman: Dawn Of Justice arriverà sul grande schermo. Se continuano a propinarcelo in tutte le salse una ragione in effetti c’è: l’Uomo Pipistrello ha smesso da secoli di essere solo un fumetto, sconfinando piuttosto nel mondo reale, dove da quasi tre decenni colonizza l’immaginario collettivo e bruca la mente della gente, assurgendo a una statura proverbiale: non si contano le tracce che la creatura di Bob Kane e Bill Finger ha seminato tanto nei labirintici meandri dei media quanto nel semplice parlato quotidiano delle persone.

Batman, divo e rockstar, piace in tanti modi diversi, a volte anche solo all’inconscio, anche a chi lo conosce poco. In attesa di valutarlo coi nostri occhi e orecchie nella sua nuova incarnazione, recuperiamo le trasposizioni più rilevanti e riuscite dell’Uomo Pipistrello (quindi va da sé, niente Schumacher). Cominciamo col Batman di Tim Burton.

batman-1  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Tim Burton batman 1Sono passati 27 anni, e il primo Batman di Tim Burton è ancora lì. Semplicemente uno dei più grandi cinecomic mai concepiti, a dispetto dei revisionismi e dei tentativi di rottamazione. Cosa tocca sentire. Cinefumetto ma non fumettone, è raro ancora oggi trovare all’interno del genere una simile inclinazione a rendere speciale ogni scena un’inquadratura alla volta. Quel costume così rigido e pesante contribuì davvero tanto alla definizione del personaggio, in pratica era l’anti-CGI, poiché costringeva il regista e la crew a pensare e girare il film coi limiti del mondo fisico, valorizzando con la bravura il poco (almeno per i canoni odierni) che c’era a disposizione. Un po’ l’opposto della mentalità attuale, in cui l’illimitato (ma paradossalmente limitante) potenziale della CGI decide quanti e quali personaggi portare in scena e l’evolversi stesso delle storie. Quando il bello sarebbe, in realtà, essere costretti a fare delle scelte.

Il Batman di Keaton invece, nel primo film, è il personaggio di sottrazione per eccellenza: parla poco e sottovoce, compare col contagocce, soppesa calci e pugni come se facesse testamento. Non ci sono altri supereroi così speciali, così minacciosi, magici e carismatici. Quando è in scena sembra uno stregone, quando spalanca il mantello arrivano spifferi di inferno. La sua immagine entra di prepotenza nella galleria dei mostri dalle fattezze e dal portamento più studiati e caratterizzanti. Sta lì coi vari Predator, Alien, Robocop e così via.

Batman – il ritorno per il sottoscritto non tiene testa al precedente. Ma le migliorie erano importanti: il costume, frutto di un design e di una resa fotografica eccellenti, la musica che è già da sola un film a sé, ma soprattutto la grandiosa intuizione che Burton, nel suo eccessivo sacrificare il personaggio titolare, riuscì a mettere in scena: un Batman che si deve “accontentare” di salvare la città, finendo invece snobbato dai tre villain, che vivono e combattono sopra la sua testa, lasciandolo indietro e non accogliendolo nel loro club di freak disperati.

batman-explosion  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Tim Burton batman explosionL’idea che lui possa fare ben poco se non giocare in difesa e cercare di parare quanti più rigori possibili, sperando che nel frattempo i sui nemici si azzuffino e neutralizzino tra loro. Un cinecomic in cui il cerchio non si chiude, lasciando spazio ad ogni possibile fuga immaginifica. In fin dei conti, ai cattivi non frega niente di lui, condannandolo, reietto sia dalla luce che dalle tenebre, a vagare ancora in cerca di una casa. Lui è il bambino imbronciato che in cortile gioca sempre da solo. Lode a Burton per aver osato tanto e aver ampliato la mente e le aspettative del pubblico. Senza per questo negare che il regista abbia tirato troppo la corda in direzione autoriale, e non senza conseguenze, la peggiore delle quali è proprio perdere di vista il protagonista in favore di personaggi molto più gigioni.

Nel mondo pre-crossover di allora, i supereroi dovevano cavarsela da soli nel catturare l’attenzione e la benevolenza del pubblico, ed erano veramente adulti anche per questo. Anche guardato con gli occhi smaliziati di oggi, il Batman di Burton ha un’aria totalmente incompatibile con qualunque compagno di avventure, al punto che con ben due film a disposizione non riuscirono a infilarci neppure Robin, nonostante vari tentativi. Questo perché era un franchise con una qualità che nel panorama blockbuster di oggi è spaventosamente carente: le idee chiare.