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Perché Mel Gibson sarebbe il regista perfetto per Suicide Squad 2

Nell’infinita rivalità tra seguaci Marvel e DC voi dove vi collocate? Da nessuna parte spero, quello che importa è avere dei bei film, giusto? Magari stanno attraversando un periodo difficile, ma i cinecomic di casa DC hanno un passato glorioso, neanche tanto remoto, e rappresentano ancora l’alfa e l’omega del filone. Sono stati campioni del mondo in tempi recenti con la trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan, e lo sono stati anche prima dell’invasione dei supereroi. Il big bang del comic-movie fatto come si deve infatti appartiene a loro, prima col Superman di Donner e poi con Batman, quello dell’89. Hai voglia a dire che è vecchio, fa ancora le scarpe a tutto il genere, andata e ritorno, e sembra che continuerà per un pezzo. Ma un cambiamento potrebbe anche essere possibile, specie se Mel Gibson finisce per dirigere davvero Suicide Squad 2.

Il regista di Hacksaw Ridge è in trattative con la Warner per rimettere in sella la superband di villain che si battono contro villain più cattivi di loro, e sembra davvero la migliore idea del mondo al momento. Qualcuno dirà che già David Ayer era una scelta tostissima sulla carta, col suo curriculum di crudi crime thriller metropolitani, ma che il risultato ha lo stesso deluso le aspettative. Vero. Il punto è che se la Warner si rivolge a Gibson, che è un’autorità di ben altro livello e un personaggio ben più trascendente, probabile che le intenzioni stavolta siano diverse, che non ci si voglia guardare indietro ma anzi imboccare con decisione la strada in salita.

Il fronte commerciale tanto sarebbe coperto: chi al mondo non vorrebbe vedere un cinecomic diretto da Mel Gibson? Specie dopo le sue recenti dichiarazioni al vetriolo sul genere con tanto di titoli. Magari è la volta buona che superiamo la deriva fantasy che affligge i blockbuster moderni. Ma se anche restasse qualche elemento narrativo soprannaturale non c’è da aver paura: Mel Gibson ha pur sempre diretto The Passion, e sta pensando al sequel che potrebbe essere ambientato nell’aldilà.

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Parliamo dell’uomo che ha reso Martin Riggs un’icona action carismatica e folle come poche altre, nella serie Arma Letale. Chi meglio di lui per dare un’altra chance al Joker di Jared Leto? Per non parlare del fatto che con Margot Robbie ci sarebbe un’australian connection mica da ridere, e che si dice che Mel desideri da tanto lavorare con Will Smith. Perché certo Suicide Squad 2 ha bisogno di un regista capace e libero di agire, ma ha anche bisogno di un approccio più da attori e meno tecnologico, occorre che chi lo fa abbia a cuore prima di tutto di stampare a fuoco personaggi indimenticabili, neutralizzando le mille trappole della CGI.

Se c’è un momento buono per buttare dalla finestra tutte le credenze limitanti è proprio ora: ora che Deadpool ha stravolto il boxoffice con un rating R, ora che Logan – The Wolverine e Blade Runner 2049 con ogni probabilità si apprestano a fare altrettanto e che saghe come Star Wars riscoprono il fascino del blockbuster epico ma sobrio che sbanca i botteghini come ai bei vecchi tempi. Per dare una svolta bisogna fiutare il cambiamento un attimo prima e poi agire di conseguenza. Tanto il bagaglio tecnico-narrativo c’è tutto.

Dalle battaglie medievali di Braveheart alle sparatorie di Arma Letale, passando per i deserti distopici di Mad Max, Mel Gibson ha vissuto tutto il cinema d’avventura possibile sia davanti che dietro la macchina da presa, ed è buono tanto per il boxoffice che per l’Academy (sei le candidature per Hacksaw Ridge, e di quelle che contano), oltre ad aver percorso la parabola del rise and fall e ritorno, fino a rivedere le stelle dall’altra parte. Ma la ragione più importante è che vogliamo divertirci.

Forse era impossibile schivare la sbronza tecnologica del 2000, ma ora quel momento è passato e possiamo tornare in noi stessi. Una gran parte del pubblico vuole che un veterano certificato del cinema, che però alle roundtable con gli altri registi ruba la scena a tutti come se avesse vent’anni, venga a lasciare il segno, senza temere confronti con nessuno e possibilmente tracciando la pista per tutti quelli di buona volontà che arriveranno dopo. Se poi non sanno cosa fargli fare, perché non affidargli il prossimo The Batman? Dopo che Ben Affleck ha lasciato la regia e pure con Matt Reeves l’affare è sfumato potrebbe essere un modo anche per chiudere il cerchio: Gibson era stato tra i papabili Batman ai tempi di Tim Burton. Se nel suo destino c’è davvero il pipistrello tanto vale levarsi il pensiero.

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Christopher Nolan Cavaliere Oscuro Inception Dunkirk

La mia classifica dei film di Christopher Nolan

Vi sarete resi conto che da queste parti il cinema di Christopher Nolan va forte. Per cui ho pensato di stilare una classifica dei suoi film, con relativo commento, per cercare di chiarirmi le idee io stesso, tra l’altro. Risultato: un disastro! Non sono affatto sicuro di alcune delle posizioni, ma d’altra parte conta molto anche il gusto soggettivo e non occorre trasformare tutto in algebra. Una cosa è certa, se c’è una categoria di registi per cui ha senso stilare questo tipo di classifiche è quella di chi ha una filmografia breve, vi immaginate mettere in graduatoria i film di Woody Allen?

Non voglio neanche scrivere un trattato per ogni film, che tanto se ne è parlato per anni in lungo e in largo per tutto il web e ancora si continua a farlo. Mi interessa più che altro lanciare qualche considerazione random, senza farne una roba accademica. Il regista de Il Cavaliere Oscuro e Interstellar è pur sempre al centro di un fenomeno pop anche se con il prossimo Dunkirk, film di guerra senza grossi attori se non in ruoli di supporto, Nolan sembra ancora tenere a distanza le derive più commerciali.

Mentre non ho avuto problemi a stilare la cima e il fondo della graduatoria, è la sezione centrale che mi ha creato non poche difficoltà, e mi rendo conto che certi titoli potrebbero facilmente cambiare di posto da un momento all’altro. Ma è un gioco, e se mai può essere un ulteriore spunto di riflessione. Procediamo, partendo dall’ultima posizione e risalendo alla prima.

8) FOLLOWING
Non si può pretendere che un’opera prima girata con amici e parenti e mezzi ridotti al minimo sia un filmone epocale, ma Following è comunque un esordio promettente, con dentro tutte o quasi le peculiarità dell’autore e degli esiti notevoli nella scrittura e nella fotografia. Su altri fronti si vede la lunga strada da fare, per esempio la regia dei combattimenti. Non è necessario un grande budget per fare grandi film, ma un budget troppo piccolo può essere limitante, specie se si ha ancora poca esperienza. Nota di merito al casting, gli attori sono molto ben scelti per i relativi personaggi.

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7) INSOMNIA
Parliamoci chiaro, può mai essere Insomnia un brutto film? No, neanche un po’, ma è il meno personale che Nolan abbia fatto, un po’ perché è un remake, un po’ perché la storia non permetteva a tutte le sue tematiche tipiche di emergere più di tanto. Certo c’è il discorso sulla colpa e sul labile confine tra buoni e cattivi, ma il taglio fortemente realistico del racconto tarpa un po’ le ali al resto. Ottime prove, fuori dai rispettivi schemi, sia per Al Pacino che per Robin Williams, qui alle prese con uno dei suoi rari ruoli da villain.

6) MEMENTO
Giustamente immancabile nelle classifiche del pubblico, Memento ha un solo problema: è troppo particolare. Quel montaggio complesso, se da un lato è illuminante per le sensazioni che evoca nello spettatore, dall’altro non diventa mai abbastanza fluido da risultare naturale e Memento rimane “confinato” (per quanto possa esserlo un cult indiscusso) nell’esperimento audace e forse anche troppo consapevole. Ciò non toglie che dovrebbero insegnarlo nelle scuole di cinema e anche nei corsi di basket e in quelli per astronauti e filosofi. Insomma da vedere, ma Nolan ha fatto cose migliori anche se, inevitabilmente, meno originali.

5) THE PRESTIGE
Sarà merito anche del romanzo su cui è basato, ma The Prestige ha nei dialoghi una fluidità e una brillantezza notevoli. Il problema di fondo è che forse è lo script che gioca più scopertamente su un piano meta-cinematografico, i colpi di scena non colpiscono più di tanto, come se fossero solo delle parvenze per suggerire qualcosa a livello puramente cerebrale. Non è un film di sorprese, è più una dimostrazione, un saggio finale. Forse rimane il pezzo più freddo del catalogo, ma recitato, girato e montato con classe cristallina. Un film in costume di straordinaria modernità e pieno di fascino, totalmente privo di certe grossolanità che invece appartengono alle produzioni più grandi.

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4) INTERSTELLAR
Al momento è l’unico film di Nolan spaiato da tutti gli altri. Sarà che il progetto iniziale era stato realizzato per Spielberg, ma con Interstellar scopriamo un Nolan diverso dal solito. Scene lunghe, montaggi paralleli ridotti al minimo e fascinazione per l’ignoto. Allo stesso tempo il tema spaziale gli permette di sfornare alcune delle sequenze più mastodontiche della sua carriera. Il film che meno di tutti conta sulle parole, Interstellar ha quel passo e quel tono da appuntamento unico, più che da nuovo filone da esplorare anche in futuro, ma sarebbe bello se Nolan si portasse dietro questa attitudine a prendersi i tempi e gli spazi senza troppa attenzione al cronometro.

3) IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO
Quanto ci sarebbe da parlare. Non mi hanno mai fatto effetto le presunte illogicità dello script. Se mai pesano di più le trascuratezze (tipo Batman pugnalato senza conseguenze nel pre-finale) e la galleria di stereotipi narrativi che struttura tutto il film. Di per sé non sarebbe un gran problema, ma venendo dopo il Cavaliere Oscuro la cosa pesa parecchio. Eppure che messa in scena! Che fotografia! In più la prima metà ha una sceneggiatura ricca e dinamica e un ritmo perfetto, i colpi li comincia a perdere nella confusione del terzo atto. Risalta in negativo la resa delle botte tra Batman e Bane nel primo scontro, troppo finta e che rovina in parte una scena davvero importante.

2) BATMAN BEGINS
Se Batman Begins sta sopra a, per dire, Interstellar, è perché non dura troppo e riesce a dire tutto quello che vuole con grande destrezza, risultando più essenziale. Se sta sotto a Il Cavaliere Oscuro è perché nella parte finale, diciamo dalla festa di compleanno in poi, diventa tutto un baraccone girato e montato col fast forward inserito. Ma Batman Begins è veramente un film importante, senza il quale il pluricelebrato sequel non avrebbe avuto senso né occasione di esistere.

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1) IL CAVALIERE OSCURO / INCEPTION
Proprio così, in cima alla classifica abbiamo un ex aequo. Il Cavaliere Oscuro è il blockbuster che risolve tutte le contraddizioni tra cinema commerciale e cinema d’autore, spiazzando critica e pubblico e allo stesso tempo incantandoli, costringendo il genere a fermarsi e riflettere. L’unico blockbuster dal 2000 a oggi che abbia addirittura superato le aspettative madornali che lo precedevano. L’adattamento di un fumetto che diventa un grande film invece che fermarsi allo step intermedio del semplice fumettone.

Inception è un altro gol da centrocampo, mentre ancora risuona l’applauso per il precedente. Un lavoro dall’ambizione smisurata, con un unico difetto: tutti quegli spiegoni non sono il massimo della vita, ma il secondo tempo ripaga e dà loro un senso, li trasforma in un investimento. È un film così bello che le scene più illogiche sono le più memorabili, pensate al combattimento nel corridoio in rotazione: continuare a lottare in quelle condizioni è l’ultima cosa che chiunque farebbe, che c’era da salvare l’osso del collo prima di tutto, eppure nessuno spettatore ha mai sollevato la questione, nonostante su questo film si sia discusso fino alla nusea. Inception è potente anche per come sfrutta i difetti per fare grande cinema, che non ha sempre a che vedere col realismo e la plausibilità.

Non so se si è capito ma per me Nolan il meglio finora lo ha dato nel giro delle grandi produzioni. Non è raccomandabile, in quest’epoca in cui escono blockbuster costosissimi e senza uno straccio di idea o di personalità, minimizzare il lavoro di uno dei pochi registi che rendono conto di ogni spicciolo. All’inizio avevo detto di non volerne fare una questione algebrica, ma se Interstellar ha qualcosa di superiore a The Prestige in fondo è nell’impatto di molte immagini e della musica, aspetti che nel duello tra gli illusionisti lavorano su scala minore, in linea con la natura del racconto. Non è una colpa lavorare su medio-piccole produzioni ma se è vero che il Cinema è prima di tutto immagine beh, la somma di talento e mezzi può, e sottolineo può, fare la differenza.

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Suicide Squad - Recensione

Suicide Squad – Recensione

Lasciate perdere tutte le polemiche che ci hanno assordato in queste settimane: e c’è poco Joker, e il film è un videoclip pieno di musica ma senza sostanza, e il pg13 che tarpa la violenza… non è questo il punto. Suicide Squad è, ancora una volta, la lotta del buon Cinema di intrattenimento contro la dittatura della tecnologia con cui proprio non riesce a integrarsi, il tutto racchiuso in due ore di film in cui a bruciare di più sono le occasioni perse. L’opera di David Ayer ha un nemico che non si può battere e che è lo stesso di sempre: lo strapotere della CGI.

A questo giro, il Cavallo di Troia per questo bug di sistema è il villain di turno, l’Incantatrice. Non mi importa se è fedele al fumetto, è uno di quei casi in cui il tradimento della fonte diventa l’unico gesto morale possibile. Già dagli ultimi trailer dove si vedeva la colonna di luce con le nuvole intorno avevo capito che tirava una brutta aria, vedendo il film ogni dubbio è caduto: un personaggio che ha senso solo grazie agli effetti visivi, una strega che proietta luce e sostanze cangianti per quasi tutto il tempo senza che se ne capisca il perché (approccio testato con Doomsday) trascina il film fuori dai binari, tutto diventa Ghostbusters o La Mummia.

Cosa c’entra tutto ciò con una squadra composta da nemici di Batman? L’impressione è che i cinecomic post-trilogia del Cavaliere Oscuro (chi criticava quel “realismo” come si sente ora?) non riescano a stare lontani dal fantasy, nemmeno quando sarebbe solo un vantaggio, nemmeno quando sarebbe naturale. Stavolta per gestire questa linea occorreva sconfinare alla grande e mantenere un controllo ossessivo tutto il tempo, così avremmo anche potuto, al limite, avere il Mad Max: Fury Road dei cinecomic. Inoltre i mostri o li metti in scena con il tocco, il design e la tecnica di un Guillermo Del Toro oppure è meglio che li lasci in panchina, pena la crisi di identità del tuo film. Suicide Squad cade vittima di questa stregoneria. Ma non senza combattere.

L’introduzione, ma diciamo anche il primo tempo intero, è una delle cose più gustose e rinfrescanti viste in un cinecomic, un biglietto da visita stampato a fuoco da cui capiamo senza dubbio che Ayer, con tutto il suo bagaglio di storie violente e infette di corruzione, ha comunque compreso perfettamente l’approccio speciale più opportuno per un fumetto e lo ha reso divertente, vivace nelle scene e nei dettagli. Il secondo tempo del film invece, per varie ragioni, è monotono e affrettato, appiattito sull’action, nonostante abbia i suoi colpi d’occhio e un twist ben giocato. Ma sono difetti che non hanno niente a che vedere con certe critiche di questi giorni o con il confronto con la Marvel.

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Se parliamo di visione, Suicide Squad, molto più del triste e confuso Batman V Superman, è la controparte di quanto mostrato da Christopher Nolan: se quello, epico e squadrato, era il mondo visto con gli occhi di Batman, questo, sgargiante e caotico, è quello visto con gli occhi del Joker. Un Joker qui per la prima volta sessualizzato, dopo quello d’altri tempi di Nicholson e quello marcio e stinto di Ledger, talmente stilizzato, secolarizzato e connesso via smartphone, cool e discreto come un’icona sul desktop, che non è più il leone divora-scene che il pubblico ha conosciuto nelle scorse incarnazioni, ma uno tra tanti in un mondo di freak.

Ma Suicide Squad non ha nessun bisogno del Joker al centro della scena, gli basterebbe essere se stesso: la squadra è ben assortita, i veri capitani sono Margot Robbie e Will Smith e funzionano alla grande, sia come singoli che nel gruppo di teste calde. David Ayer sa come lavorare sul cameratismo disfunzionale, anche se semplificato in ottica di intrattenere anche i giovanissimi, cosa che non impedisce al film di essere leggermente più sboccato, allusivo e violento della media.

Il che è parte del divertimento, insieme alla fotografia intonata al contesto, dove il colore è colore e non si lascia devitalizzare dall’oscurità come visto in Batman V Superman. Tra i prodotti del nuovo DC universe Suicide Squad è senz’altro quello di cui vorrei vedere un prosieguo, il brodo primordiale da cui ricavare il resto della cucciolata, semplicemente perché più insolito nell’impostazione, più imprevedibile nelle potenzialità e…più bello da vedere, nonché ampiamente migliorabile nell’insieme. Quanto avrebbe fatto bene a tutto questo talento in campo essere progettato senza protesi digitali!

Suicide Squad - Recensione  Suicide Squad - Recensione Suicide Squad Margot Robbie as Harley Quinn
Joker Harley Quinn Suicide Squad

Il pg-13, Joker e Harley Quinn: tutte le risorse di Suicide Squad

Se devo essere sincero trovo difficile essere impaziente per qualcuno dei prossimi (e meno prossimi) cinecomic. Ammiro i fumetti come forma di narrazione, di intrattenimento e a volte di arte, ma quelli funzionano a modo loro. E poi è da secoli che non mi azzardo a seguire il fumetto seriale, perché ogni bel gioco dura poco.

Ora possiamo anche disquisire su quanto sia quel “poco”, tenendo anche conto che ciò che è poco per una storia o personaggio può non esserlo per qualcun altro, dipende dalla qualità. Ma esiste un limite oltre il quale nessuno è in grado di spingersi se vuole mantenere una certa credibilità, poche storie. Coi film, così come con le serie tv, il discorso è lo stesso. Il punto è che forse lo penso solo io, per cui non si contano i cinecomic già progettati o in lavorazione, di solito sequel di qualcosa di già cominciato.

In tutto questo non è certo Suicide Squad il titolo più a rischio di saturazione, dato che dedicare un film a una super squadra di cattivi dei comics è ancora una cosa inedita. Il regista e sceneggiatore poi è David Ayer, un uomo di cinema con talento e una certa passione per le storie toste, se avete visto Harsh Times o Training Day sapete cosa intendo. No davvero, non ci sono premesse negative per Suicide Squad, è un film a cui guardo con simpatia. Hanno pure l’asso nella manica, o meglio il Joker: discreta mossa testare Jared Leto senza addosso le aspettative che titoli come “Batman” o “Justice League” inevitabilmente comporterebbero. Del resto, ormai è prassi che i pesi massimi entrino in punta di piedi, vedi Spiderman in Captain America: Civil War o lo stesso Batman di Ben Affleck in Batman V Superman.

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Ma c’è un altro vantaggio che la Warner/DC può prendersi: fare frutto dell’esperienza del rivale Deadpool. Quando è stato chiarito che Suicide Squad non avrebbe avuto il rating R, ma un ben più comune pg-13 qualcuno ha storto il naso: come si può mettere in scena un branco di villain senza un adeguato tasso di violenza esplicita?

La risposta è si può, eccome se si può. Questo non è Il Silenzio degli Innocenti o Seven, ma un film guascone e sgargiante per divertirsi con il lato più folle dell’universo DC. Non è un trattato sulla cattiveria dell’animo umano, non occorre alcuna scena di sangue spinta o raccapricciante. Il pg-13 è un limite solo in determinati casi.

Se devi portare in scena Wolverine, un tizio che ha gli artigli e che colpisce con quelli i suoi avversari, allora non hai molta scelta, ma solo per una questione di credibilità della messa in scena e di rispetto per una peculiarità di base del personaggio. Ma con tizi deformi e mostruosi o truccati da clown che maneggiano armi classiche come mitra e mazze da baseball non occorre nessun rating R. Anzi, si spera che la sua assenza abbia spinto a pensare le scene in modo più creativo. Se prendi Joker o Killer Croc e poi li fai comportare in tutto e per tutto come Tony Montana significa che tutta questa sarabanda di cinecomic è solo questione di costumi colorati. E poi c’è il caso Deadpool, come dicevamo.

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Il mutante Marvel ha fatto il botto, ma personalmente non sento alcun bisogno di altri film così gratuiti. L’abbattimento del pg-13 è già stato celebrato dal film con Ryan Reynolds, per cui circolare, non c’è più niente da vedere su quel fronte. A Suicide Squad tocca se mai il passo successivo: sdoganare i bad guys e il nuovo Joker in particolare, e dare credibilità alla formula oltre che, ovviamente, lanciare Margot Robbie in modo definitivo, consacrare lei e la sua Harley Quinn.

Non è un caso se insieme al Joker è il personaggio con più riflettori addosso. Non solo perché la Robbie ha quel tipo di bellezza assoluta con cui prima o poi il pubblico deve fare i conti, ma anche perché viviamo nel periodo in cui i personaggi femminili prendono il comando di molti blockbuster. Da Hunger Games a Star Wars, le quote rosa sono in rialzo e in un attimo la cosa è già diventata un trend consolidato.

Suicide Squad rischia anche di sfatare il mito dei cattivi come personaggi più popolari: cosa succede quando diventano i protagonisti e il punto di vista della storia è il loro? La loro aura mitica resiste ancora? Ma su Joker non lo sapremo mai, visto che sembra più una guest star che un protagonista. Comunque ci siamo capiti, non facciamoci problemi per il pg13, è uno di quei limiti educativi che vietano ben poco di importante e aprono invece tutto un panorama di possibilità, se il film è in mano alle persone giuste. Sarà il caso di David Ayer? Mi riguardo Fury, e credo di avere la risposta.

In attesa di Batman V Superman: il Batman di Tim Burton

Davvero qualcuno pensa che si possa ancora dire qualcosa di fresco su Batman? Io No. E proprio per questo voglio provarci, ma a una condizione tassativa: concentrarsi sull’alter-ego di Bruce Wayne e lasciare in disparte, per una volta, i villain che così spesso ci hanno distratti dal padrone di casa. Il tutto in vista del prossimo 23 marzo, quando Batman V Superman: Dawn Of Justice arriverà sul grande schermo. Se continuano a propinarcelo in tutte le salse una ragione in effetti c’è: l’Uomo Pipistrello ha smesso da secoli di essere solo un fumetto, sconfinando piuttosto nel mondo reale, dove da quasi tre decenni colonizza l’immaginario collettivo e bruca la mente della gente, assurgendo a una statura proverbiale: non si contano le tracce che la creatura di Bob Kane e Bill Finger ha seminato tanto nei labirintici meandri dei media quanto nel semplice parlato quotidiano delle persone.

Batman, divo e rockstar, piace in tanti modi diversi, a volte anche solo all’inconscio, anche a chi lo conosce poco. In attesa di valutarlo coi nostri occhi e orecchie nella sua nuova incarnazione, recuperiamo le trasposizioni più rilevanti e riuscite dell’Uomo Pipistrello (quindi va da sé, niente Schumacher). Cominciamo col Batman di Tim Burton.

batman-1  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Tim Burton batman 1Sono passati 27 anni, e il primo Batman di Tim Burton è ancora lì. Semplicemente uno dei più grandi cinecomic mai concepiti, a dispetto dei revisionismi e dei tentativi di rottamazione. Cosa tocca sentire. Cinefumetto ma non fumettone, è raro ancora oggi trovare all’interno del genere una simile inclinazione a rendere speciale ogni scena un’inquadratura alla volta. Quel costume così rigido e pesante contribuì davvero tanto alla definizione del personaggio, in pratica era l’anti-CGI, poiché costringeva il regista e la crew a pensare e girare il film coi limiti del mondo fisico, valorizzando con la bravura il poco (almeno per i canoni odierni) che c’era a disposizione. Un po’ l’opposto della mentalità attuale, in cui l’illimitato (ma paradossalmente limitante) potenziale della CGI decide quanti e quali personaggi portare in scena e l’evolversi stesso delle storie. Quando il bello sarebbe, in realtà, essere costretti a fare delle scelte.

Il Batman di Keaton invece, nel primo film, è il personaggio di sottrazione per eccellenza: parla poco e sottovoce, compare col contagocce, soppesa calci e pugni come se facesse testamento. Non ci sono altri supereroi così speciali, così minacciosi, magici e carismatici. Quando è in scena sembra uno stregone, quando spalanca il mantello arrivano spifferi di inferno. La sua immagine entra di prepotenza nella galleria dei mostri dalle fattezze e dal portamento più studiati e caratterizzanti. Sta lì coi vari Predator, Alien, Robocop e così via.

Batman – il ritorno per il sottoscritto non tiene testa al precedente. Ma le migliorie erano importanti: il costume, frutto di un design e di una resa fotografica eccellenti, la musica che è già da sola un film a sé, ma soprattutto la grandiosa intuizione che Burton, nel suo eccessivo sacrificare il personaggio titolare, riuscì a mettere in scena: un Batman che si deve “accontentare” di salvare la città, finendo invece snobbato dai tre villain, che vivono e combattono sopra la sua testa, lasciandolo indietro e non accogliendolo nel loro club di freak disperati.

batman-explosion  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Tim Burton batman explosionL’idea che lui possa fare ben poco se non giocare in difesa e cercare di parare quanti più rigori possibili, sperando che nel frattempo i sui nemici si azzuffino e neutralizzino tra loro. Un cinecomic in cui il cerchio non si chiude, lasciando spazio ad ogni possibile fuga immaginifica. In fin dei conti, ai cattivi non frega niente di lui, condannandolo, reietto sia dalla luce che dalle tenebre, a vagare ancora in cerca di una casa. Lui è il bambino imbronciato che in cortile gioca sempre da solo. Lode a Burton per aver osato tanto e aver ampliato la mente e le aspettative del pubblico. Senza per questo negare che il regista abbia tirato troppo la corda in direzione autoriale, e non senza conseguenze, la peggiore delle quali è proprio perdere di vista il protagonista in favore di personaggi molto più gigioni.

Nel mondo pre-crossover di allora, i supereroi dovevano cavarsela da soli nel catturare l’attenzione e la benevolenza del pubblico, ed erano veramente adulti anche per questo. Anche guardato con gli occhi smaliziati di oggi, il Batman di Burton ha un’aria totalmente incompatibile con qualunque compagno di avventure, al punto che con ben due film a disposizione non riuscirono a infilarci neppure Robin, nonostante vari tentativi. Questo perché era un franchise con una qualità che nel panorama blockbuster di oggi è spaventosamente carente: le idee chiare.

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La prima stagione di Gotham: riparliamone ora

Qualcuno dirà che se hanno chiamato la serie “Gotham” – e non Batman + un verbo a scelta – era proprio perché avevano intenzione di creare una storia che, pur orbitando nell’atmosfera dell’icona dei comics amata in tutto il mondo, stesse in piedi sulle sue gambe. Allo stesso tempo, il prendere le distanze da Batman poteva permettere di spezzare le catene del pg13 e proporre finalmente un adeguato tasso di violenza senza scandalizzare troppo nessuno. Perché è vero che finora Batman stravince su ogni altro personaggio dei fumetti quanto a qualità di trasposizioni cinematografiche, ma è anche vero che pure questi ottimi film patiscono più volte certe restrizionI. Penso soprattutto a Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno, in cui gli scenari di guerriglia urbana e le uccisioni varie reclamavano a gran voce una rappresentazione più esplicita.

Ora, il percorso più coraggioso e artisticamente meritevole sarebbe stato quello di partire da una vena periferica e poi un po’ alla volta lasciar correre la trama fino al cuore pulsante del cosmo narrativo in questione, che è ovviamente il personaggio dell’Uomo Pipistrello in persona. Da questo punto di vista l’impostazione è ineccepibile: un salto indietro nella Gotham City di 15-20 anni rispetto all’arrivo dell’eroe, scegliendo il giovane detective Gordon come Virgilio in grado di guidare lo spettatore nell’infernale regno di corruzione della città.

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Il tutto pensato come un poliziesco duro e violento, sulla scia dell’approccio complesso usato da Nolan, ma anche sublimato in una dimensione artefatta che ricorda da vicino l’estro del fumetto. Il tutto coronato da un ottimo cast, Ben Mckenzie a Donal Logue in primis, talmente bravi da rendere vivace e ancora una volta coinvolgente il solito stereotipo degli sbirri con vedute e metodi radicalmente differenti. Per non parlare della scelta di usare come detonatore la morte degli Wayne. Ma qui cominciano anche i problemi.

Infatti Gotham, invece che limitarsi a piazzare le coordinate della futura leggenda, sceglie di seguire passo passo le vicende del piccolo Bruce Wayne, in parallelo alla ruvida routine poliziesca di Gordon e Bullock. Di per sé non sarebbe neppure un problema, se non fosse che così facendo si neutralizza il senso di anticipazione, e che fin da subito il rampollo ci viene presentato come una sorta di bambino prodigio, che indaga per scoprire l’assassino dei suoi e prende lezioni di combattimento da un Alfred che sembra Batman lui stesso.

Complice anche il fatto che i realizzatori della serie hanno pensato di inserire a getto continuo personaggi principali, secondari e terziari del mondo di Batman, spingendosi spesso a dire troppo sulle loro origini e motivazioni e, soprattutto, stabilendo che in definitiva si dovevano conoscere e bazzicare già tutti fin da giovani. Quando invece una cronaca così puntuale del loro passato rischia di banalizzarne il presente e il futuro.

L’idea di accennare a ciò che accadrà, in perfetto stile da prequel, era buona, ma appunto andava giocata di fino, un ammiccamento e un indizio ogni tanto. Invece qui si calano tutte le carte senza una reale necessità, dato che la trama principale è solida e ben eseguita, più che sufficiente a mandare avanti lo show, e la regia e la fotografia sono sempre molto curate e in alcuni episodi diventano addirittura audaci e creative, ma senza mai dare nell’occhio.

gotham  La prima stagione di Gotham: riparliamone ora Blac Mask Gotham

In generale, non puoi impostare una serie su toni senza dubbio adulti, tra spinosi dilemmi etici, turpiloquio, sangue a fiotti e trame complesse e poi insinuare che tutte le figure in scena sono in qualche modo votate a uno specifico destino fin dalla loro infanzia o giovinezza, che è un concetto quantomeno naive.

Ma Gotham resta in piedi nonostante le sue contraddizioni. Soprattutto i primi sei-sette episodi sono davvero soddisfacenti, con una scrittura elettrizzante e piacevole, una messa in scena che rivendica con gusto la discendenza dal fumetto e un flusso di idee magari piccole, ma vitali. Anche la forza della trama orizzontale, che prevale sulle pure gustose storie verticali, è sempre amministrata con la giusta intensità. Certo alcuni personaggi sono un tantino invadenti, specie i sempre sopra le righe Fish Mooney e Pinguino, e va anche detto che col procedere della stagione i toni sfuggono di mano e, da un registro noir ma eroico, si passa a tinte fin troppo fosche e morbose. A quel punto l’intrattenimento rimane, ma il romanticismo del fumetto diventa un ricordo lontano e potremmo davvero essere finiti in True Detective, o qualcosa del genere.

Per la seconda stagione c’è da sperare che Gotham ritrovi la sicurezza di sé: ritoccare i toni, minimizzare il fan-service, puntare tutto sui suoi protagonisti, mettere da parte Bruce Wayne per coltivarne la presenza sottotraccia. Se vuoi rendere l’idea dell’importanza di Batman devi farne sentire la mancanza prima. E magari affidare il maggior numero di episodi a T.J. Scott, senza dubbio il regista di spicco della prima stagione. Comunque è decisamente una strada promettente, un prodotto che recupera i requisiti cardine di una buona serialità, senza pretese di essere semplicemente Cinema allungato ad arte. Ritmo, varietà, densità di avvenimenti, le facce giuste nei ruoli giusti. Se credete che siano cose scontate beh, buon per voi.

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I veri attori fanno blockbuster

Avete letto il titolo e avete pensato a una provocazione. Sbagliato. Quello che c’è scritto è proprio ciò che intendo. Qui è come in Matrix, ci hanno fatto credere che il mondo reale sia quel posto in cui le uniche performance attoriali di rilievo sono quelle nei biopic, nei drammoni, e in generale nei film a basso (o contenuto) budget e non troppo divertenti. Così, la credenza comune ha finito per ghettizzare (per quanto si possa ghettizzare un tipo di Cinema che segna sempre incassi da record) molti grandi film hollywoodiani in una sorta di colpevolissimo Paese dei Balocchi col capo di accusa di, beh, avere troppo successo.

Non ho mai creduto molto in questa manichea divisione tra buoni e cattivi, tra cretini e intellettuali. O meglio credo che esista come problema acquisito, e che sia la principale minaccia contro il Cinema a livello mondiale, coi film leggeri che diventano sempre più insulsi e quelli colti che diventano sempre più astrusi e arbitrari, quando queste due correnti dovrebbero mitigarsi a vicenda. Tempo fa stavo riguardando Il Fuggitivo, il thriller d’azione con Harrison Ford uscito nel ’93. Presumo sappiate che Tommy Lee Jones, per quel ruolo di poliziotto sagace e inesorabile, ha vinto l’Oscar come non protagonista. Oggi una cosa simile potrebbe ancora succedere? Molto difficile.

Il Fuggitivo è un film discreto, puro entertainment, niente di “artistico” o innovativo, e non particolarmente rilevante dal punto di vista visivo. Chiaro che se lo guardate subito dopo aver visto Transformers vi sembrerà un capolavoro minimalista, ma ci siamo capiti, per l’epoca era un pop-corn movie in piena regola. Non mi ricordo chi altro gareggiava nella categoria non protagonista quell’anno e non importa, in linea di massima Tommy Lee Jones quell’Oscar se lo è meritato, sapete perché? Perché è andato oltre alle aspettative, ha fatto più di quello che il ruolo e il pubblico richiedevano, e lo ha fatto bene.

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Perché il fatto è che, tutto sommato, per un attore non ci vuole molto a spiccare quando il film è letteralmente costruito attorno a lui, o quando si possono tranquillamente fare cinquanta ciak di ogni scena e alla fine tenere il migliore. Prendete il recente Birdman. Un pugno di performer di razza tra cui Michael Keaton e Naomi Watts, impegnati in confronti e duetti senza la minima distrazione attorno. Qualcuno ne è rimasto colpito? Sicuramente, ma io no.

Ogni sforzo recitativo mi sembrava dovuto. Voglio dire che, paradossalmente, Keaton ha fatto ben di più quando, osteggiato dal mondo intero, ha interpretato Batman, con una serietà e una misura che erano uno spettacolo, quando ancora nessuno sapeva come diavolo andava fatto un cinecomic, facendo ricredere tutti su una scelta di casting per cui milioni di fan si erano all’inizio stracciati le vesti. Una prova senza un filo di istrionismo, cosa che certo non si può dire di Birdman. Insomma un’avanguardia, che ha fissato per il genere standard ancora oggi raramente eguagliati.

Prendete anche Daniel Day-Lewis. Uno degli attori più rispettati degli ultimi trent’anni, vero, ma tra tutte le sue travolgenti prove forse la più nobile è quella dello sfortunato Gangs Of New York, uno di quei casi in cui il mattatore di turno non gioca per sé ma per il progetto che ha intorno, talmente imponente da non poter essere ignorato o oscurato, diventandone sì la parte migliore, ma anche compensandone i punti deboli. E, a parte L’Ultimo dei Mohicani, Gangs è la cosa più vicina a un blockbuster estivo che Daniel Day-Lewis abbia fatto, un colossal in costume con imponenti scene di battaglia, con varie super star, diretto da un maestro del Cinema e musicato da una delle rockband più famose della Storia. Insomma, questo attore dal talento e dallo status inattaccabili preferireste vederlo diretto da un Inarritu o da un Nolan?

scena-di-interstellar-con-matthew-mccounaghey  I veri attori fanno blockbuster scena di interstellar con matthew mccounaghey

Farsi strada ed emergere in un film ad alto budget che abbia una ricchezza di immaginazione e di mezzi è assai più difficile e meritevole. Somiglia alla vita stessa, che certo non sta lì a metterti sul piedistallo, ma in cui anzi per ottenere ciò che vuoi devi lottare e farti strada con determinazione. Recitare bene e impegnarsi in un blockbuster è un segno di umiltà da parte dell’attore, e neutralizza il rischio di trovarsi davanti un film che in realtà è un saggio di fine anno del corso di teatro. Certo, a volte ci sono delle eccezioni. Natalie Portman, marcata stretta per tutto il tempo e persa nella morsa della follia de Il Cigno Nero, ha realmente fatto miracoli superando se stessa.

Certo, rimane il fatto che di blockbuster con attori meritevoli al giorno d’oggi ce ne sono pochissimi. Ma quando ci sono premiamoli, no? Per esempio, il Matthew McConaughey di Interstellar cos’ha in meno di quello di Dallas Buyers Club? Sono entrambi ruoli che spremono l’attore sia da un punto di vista fisico che espressivo, la cui riuscita è determinante per il buon esito di tutto il film, no? Dai, su.

Potremmo continuare ma credo abbiate capito la solfa. Ormai l’espressione blockbuster d’autore è entrata nel gergo comune, la prossima potrebbe essere blockbuster d’attore. Vi lascio proponendovi un passatempo costruttivo e alla portata di tutti: nelle fresche serate dell’autunno incombente andate a ripescare tutti quei blockbuster che avete sempre amato e pensate a quali prove attoriali erano meritevoli di grande considerazione, e addirittura di grandi premi. Ne scoprirete tante, sicuro.

Commento al commento di Paul Thomas Anderson sui cinecomic

I più cinici penseranno che se un regista indie e umanista come Paul Thomas Anderson, che vive in un mondo in cui la CGI è ancora un sinistro presagio di un futuro remoto e il peggior attore a disposizione è un Philip Seymour Hoffman (R.I.P.) o un Daniel Day-Lewis, se ne esce decantando le lodi del cinema blockbuster per antonomasia c’è sotto del losco, e più precisamente la voglia di ingraziarsi, a costo zero, proprio il pubblico di quel genere di film il cui costo è tutto tranne che zero. Io invece, che non sono abbastanza cinico, credo che il buon PTA sia sincero. Ma credo anche che il punto debole della sua affermazione stia altrove. Lui, rispondendo a Rolling Stone, ha detto:

Ah, che gran cumulo di stronzate. Non riesco a ricordare in tempi recenti un anno con meno lamentele sulla qualità dei film. E qual è il problema coi film di supereroi, voi lo sapete? Io non lo so. Stai parlando con uno a cui piace guardare quei film. La gente che si perde in queste questioni ha bisogno di farsi una vita [ride]. Quei film sono trattati male.

Dopo averlo letto, anch’io mi sono chiesto: qual è il mio problema coi film di supereroi? Perché certo non sono uno di quelli che lamentano il fatto stesso che si basino sui fumetti. Per molti questo è un problema, e manco sanno dire perché. Allora sono arrivato a darmi una risposta mia e solo mia. Il problema è che i cinecomic della nostra epoca sono troppi e troppo simili tra loro. Se ognuno prendesse una strada propria, sarebbe più facile anche perdonare scivoloni di qualità.

paul-thomas-anderson-profile  Commento al commento di Paul Thomas Anderson sui cinecomic paul thomas anderson profileMa come si fa a prendere la strada propria in un’era dominata dai crossover e dalla serialità? Sono questi gli aspetti un po’ soffocanti. L’idea che ci siano orde di sequel alle porte, già programmati per svariati anni a venire. Certo, anche continuare a rimestare personaggi che sono tutti crociati dei medesimi ideali nell’eterna lotta bene/male e “andiamo a salvare il mondo” non aiuta. Non per fare del passatismo, ma alla fine degli anni ’70 ci fu il primo Superman, di Richard Donner, che fu un evento, certo, ma che a parte il proprio franchise non avviò nessun trend. Solo 11 anni dopo arrivò anche Batman, con Tim Burton, ed era pure un film totalmente diverso. Questa cosa si è persa.

Neppure aiuta il fatto che quasi tutti questi tizi, coi loro pigiamini colorati, siano dotati di poteri sovrumani, che comporta il solito vecchio problema. Infatti, rappresentare i superpoteri, specie quelli molto grafici, sul grande schermo è una roba che finisce quasi sempre per spingere il film in zona “fumettone”. Per quanto si voglia essere progressisti, il vecchio adagio a volte a ci prende ancora: non tutto quello che funziona su carta va bene anche al Cinema. Pensate alla prima parte di X-Men Giorni di un Futuro Passato, per esempio.

Il fatto è che il Cinema è il medium audiovisivo più potente al mondo, il più mastodontico e dinamico, il più immersivo. In termini di forza bruta, è 1000 volte quello che sono gli albi a fumetti. Il che, però, vuol dire anche che ciò che mostri va modulato, non trasposto pari pari da un disegno. Limitarsi a sommare il potere del supereroe al potere del mega schermo è un’operazione pacchiana, se non è fatta con buon senso.
Comunque, l’intervento di Paul Thomas Anderson rimane una simpatica presa di posizione, un ulteriore piccolo contributo per riavvicinare due mondi, l’intrattenimento e l’arte, che non dovrebbero essere percepiti così separati. E chissà, magari qualcuno sogna già un cinecomic firmato PTA…