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Blade Runner 2049 teaser trailer Harrison Ford Denis Villenuve Ryan Gosling

Cinema del terzo tipo: il teaser trailer di Blade Runner 2049

Non fatevi ingannare: il 2049 è l’anno in cui è ambientato il nuovo Blade Runner, ok, ma vista l’importanza del progetto – il sequel di quello che è generalmente considerato il secondo film di fantascienza più influente di sempre – è bello pensare che quel 2049 significhi in realtà che ci aspettano 2048 sequel in un’opera sola, almeno come ambizione. Dite che sono troppi? Ok, ma stando alle parole del protagonista Ryan Gosling, Blade Runner 2049 vale comunque più di uno:

È come tre dei film che faccio di solito, ma in uno solo. Parlo proprio della lunghezza, della portata e dell’esperienza. Non ho mai fatto una cosa così tanto avvolta nel mistero e con tanta attesa intorno.

Ora, dubito che per la lunghezza la cosa vada presa alla lettera (magari si riferisce alla durata delle riprese), ma per il resto era prevedibile ed è bello sentirne conferma dall’interno. Fare un sequel di Blade Runner senza vagonate di ambizione sarebbe un nonsense bello e buono. Quale che sia il risultato finale, e il film si candida a prescindere come pungiball per una buona fetta di pubblico e critica, l’attesa della sua uscita non avrebbe alcun senso se la posta in gioco non fosse così alta. Denis Villeneuve alla regia, Ridley Scott alla produzione, Roger Deakins alla fotografia… e potremmo continuare.

E ora finalmente abbiamo un assaggio molto stuzzicante di ciò che ci aspetta il prossimo ottobre, dopo mesi di lavorazione a porte chiuse e zero indiscrezioni, una roba che ci riporta a quando Internet era pura fantascienza. Di tutto si può dire su questo teaser trailer, ma non che quello non sia il mondo di Blade Runner. Il che non significa però che non ci siano delle differenze.

La prima delle quali è che quel layout della tetra Los Angeles del futuro nel film originale era ottenuto a colpi di modellini e mascherini, prospettive forzate etc., e per quanto fossero fatti bene, c’era un’aria di finto, di un finto artistico, che negli anni 80 e ancora nella prima metà dei 90 caratterizzava tanti bei film, da Dick Tracy al Batman di Burton a Il Corvo di Alex Proyas. Era bellissimo, ed era una cosa molto legata all’era pre-digitale, però riproposta oggi annullerebbe qualunque sviluppo estetico creativo.

Invece nel trailer di Blade Runner 2049 vediamo una perfezione più realistica, anche se il design e il sound sembrano molto fedeli agli originali. Eppure c’è quel cambio totale di atmosfera quando il personaggio di Ryan Gosling va a cercare Deckard: uno scenario fatto di luce gialla degno del finale di Skyfall (sempre Deakins), la testa della statua, la sabbia… che sia una delle Colonie Extra-Mondo di cui si parlava nel primo capitolo?

Tutti segnali, insieme all’immediato svelamento di Rick Deckard/Harrison Ford, che il film originale è il punto di partenza ma non quello di arrivo, che ci aspetta ben altro nel sequel, il sospetto della furba operazione nostalgia si squaglia come neve al sole. Il trailer mostra poco, ma quello che colpisce è quanto allo stesso tempo sia vicino e lontano dall’opera originale. Giudicate voi stessi, buona visione!

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Rogue One: A Star Wars Story – Recensione

È arrivato il grande giorno, siamo fuori dal tunnel. Con Rogue One, che non sfoggia i numeri romani di rito come gradi su una divisa, ma contiene l’uno già nel titolo quasi a reclamare la sua originalità di approccio, siamo ufficialmente fuori dal medioevo dell’entertainment degli ultimi 15 anni, quello tutto CGI gratuita, personaggi-pupazzi e scrittura pretestuosa. Ora bisogna vedere se la cosa dura. Ma intanto godiamoci il momento.

Se vi piacciono le storie di redenzione, questa fa per voi: Star Wars, con la nuova trilogia di Lucas, aveva abbracciato la logica del green screen e della estrema pulizia di ambienti, astronavi e droidi, ed è Star Wars che ora ci riporta a un’epica più sporca e sudata, dove i colori esistono ma non sono sparsi a piene mani, e dove gli Star Destroyer sono immortalati in tutta la loro maestosa enormità, con volumi pesanti e materici.

È tutto chiaro fin dalla primissima scena: una ripresa aerea di bellezza indescrivibile ci introduce a un prologo carico di tensione che pare uscito da un western di Sergio Leone. Rogue One è un film di punti di riferimento che cambiano, è il decreto che rimette in ordine la gerarchia tra narrativa e tecnologia, qui presente in dosi massicce ma soggiogata senza via di scampo alle esigenze dello spettacolo e del pieno coinvolgimento dello spettatore.

Tutto è ancorato a una fisicità che influenza ogni inquadratura, Rogue One è il primo Star Wars molto più di fantascienza che fantasy, e che guarda allo spazio più con la dinamica e la sensorialità di Gravity e Interstellar che come i vecchi episodi della saga, con quelle vertigini e quel silenzio che rendono tutto una vera esperienza diretta. Gareth Edwards, che già aveva dimostrato una sensibilità da alto budget interessante con una materia rischiosissima come Godzilla, dirige un film in cui ogni punto di luce è strappato con fatica alle tenebre, con un tocco personale che investe ogni cosa, a partire dalle ambientazioni: dalla Città Sacra che pare uno scenario di guerra in medio oriente alla sterminata e tentacolare distesa urbana dove conosciamo Cassian, uno sprawl tetro e verticale degno di Blade Runner.

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Quando hai un blockbuster vecchia scuola come questo non occorre neppure che sia un film perfetto o un capolavoro di sceneggiatura, ti appaga per il semplice fatto di essere autentico, concreto: una sensazione rara e preziosa. A quel punto non ti importa se ti stanno riproponendo alcuni elementi vecchi di quarant’anni, l’umore è diverso, e soprattutto c’è un’interessante tensione al sacrificio e all’abnegazione che domina tutta la storia e rischia di essere il contenuto con più carica trascendente di tutto Star Wars.

Rogue One però non si limita ad aggiungere mitologia in termini di nuovi personaggi, tutti convincenti a partire dalla Jyn Erso di Felicity Jones, ma ci ripropone ciò che ci è già famigliare questa volta al meglio delle possibilità, soprattutto una lunghissima battaglia finale da applausi scroscianti, per la prima volta nella lunga storia dei finali baracconi ed eterni, con effetti, tempistiche e angoli di ripresa delle navicelle da impazzire di gioia e fomento. Un implacabile crescendo dove ci si prende sempre il tempo di chiarire la posta in gioco prima di far esplodere l’azione, così che tutto abbia il senso necessario.

L’unico film “minore” e “sacrificabile” – è uno spin-off – della serie è praticamente il maggiore di tutti, e non lo dico per semplice amore del paradosso. Rogue One, soprattutto inoltrandosi nel terzo atto, sviluppa una forza d’urto, un peso specifico, un impatto tangibile, una qualità registica che nel canone non ha precedenti. Un film che contiene sottotraccia tutte le lezioni che i blockbuster attuali devono ristudiarsi di sana pianta, e che supera anche Il Risveglio della Forza, che già iniziava questo recupero artistico, per efficacia, atmosfera e personalità.

Un’avventura totale e spettacolare giocata tutta su colori scuri, toni rugginosi, polverosi, ma sempre in immagini piene di vitalità. Chi l’avrebbe mai detto? Stiamo vivendo l’epoca in cui si sfornano i migliori film di Star Wars, e per varie ragioni sono sempre più convinto che il prossimo, episodio VIII, sarà l’apice senza appello. Intanto celebriamo a dovere Rogue One, e tutto quello che significa per tutti noi che amiamo il Cinema.

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Rambo Sylvester Stallone Rambo New Blood

9 ragioni per cui il primo Rambo è anche meglio di quello che credete

Pochi giorni fa è uscita la notizia che, dopo anni di stallo(ne), Rambo si prepara a tornare in attività, ma stavolta Sly non farà parte del gioco. I tempi sono maturi per un reboot, con un nuovo film che si intitolerà Rambo: New Blood, e un attore non ancora precisato a vestire i panni del reduce sterminatore, di nuovo giovane. Addirittura, pare che vogliano un Rambo con le caratteristiche di James Bond… Per me, l’unica cosa che li accomuna è la scena gemella del rientro a casa dopo una vita di pericoli e sofferenze, rispettivamente alla fine di John Rambo e di Skyfall. Due momenti eccellenti, va detto.

Ora, i reboot non ci spaventano più, al massimo uno può sempre ignorarli, ma quale che sia la direzione di questa nuova produzione, il senso profondo del personaggio Rambo è diventato secondario già secoli fa, esattamente dopo il primo film. Non dico che un personaggio venga definito una volta per tutte dalla sua prima avventura, ma Rambo, la serie intera, non ha mai detto niente di più interessante di ciò che era contenuto nel primo episodio. Un po’ come per Rocky, in effetti.

Provate a riguardarlo oggi, e non solo vi accorgerete che non ha perso un colpo in termini di spettacolo e spessore, ma che possiede un fascino strettamente legato alla sua epoca, siamo nel 1982, all’inizio di un decennio che regalerà al pubblico un cinema di evasione impareggiabile, tra commedie epocali, action da premio Nobel e sci-fi e fantasy destinati a forgiare l’immaginario per i 30 anni a seguire e forse oltre. Tutto è bollicine e colore, ma il regista Ted Kotcheff e l’allora giovane neo-star Sylvester Stallone piazzano in pole position un film che è allo stesso tempo intrattenimento e impegno, in misura uguale.

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Ma prima che ci troviamo con un nuovo Rambo, colgo l’occasione per elencare quelli che considero i nove punti di forza del primo grande film.

1) Il primo Rambo, a differenza dei successivi che sono per lo più film d’azione con un eroe invincibile e senza macchia, offrendo una gamma di emozioni muscolari e prove di forza sempre più ardite, è un film di denuncia serissimo e un film di intrattenimento serissimo, o meglio un film in cui la denuncia anti-militarista viene spiegata da una storia avvincente ed emozionante.

2) A differenza che in tutti i sequel, in Rambo l’eroe non gioca in attacco: non è lui che va a liberare qualcuno e sulla strada trucida legioni di soldati nemici, ma sono i suoi nemici che gli danno la caccia per una ragione futile o per obbedire a un ordine stupido.

3) In nessun altro dei suoi film la sua psicologia ammaccata trova tanto spazio come qui, in pratica la fuga comincia perché, inavvertitamente, i poliziotti che lo arrestano fanno scattare il click sbagliato nella sua testa, e da lì apriti cielo.

4) Quello del primo film è un protagonista il cui comportamento richiede una visione complessa: non sempre lo spettatore se la sente di spalleggiarlo e, a differenza di quello che succede di solito, col procedere della storia il pubblico si rende conto che i poliziotti della cittadina si indeboliscono sempre di più e capiscono di aver attaccato briga con la persona sbagliata, al punto che alcuni di loro fanno pena invece che suscitare rabbia. Dopo tutto, a parte lo sceriffo e il suo vice, gli altri avevano tutti di meglio da fare. Nei sequel i cattivi sono cattivi e basta.

5) Il realismo del film rende tutto più eccitante. Nei sequel Rambo annienta decine di agguerriti nemici affrontandoli in casa loro, nel primo capitolo i suoi inseguitori sono sì e no campioni del circolo di bocce e lui si può prendere il lusso di aggredirli uno alla volta nel bosco, un terreno in cui loro valgono anche meno di zero.

6) La cosa spettacolare è come i demoni risvegliati da quelle imbolsite ma arroganti forze dell’ordine trabocchino dalla sua mente e spingano Rambo a trasformare una cittadina grigia e pallosa in una zona di guerra coi fiocchi, come se volesse accordare anche lo scenario alle sue intenzioni eversive, fino a quel momento orfane di qualunque contesto attenuante. Seminando distruzione nel centro abitato, inoltre, Rambo in qualche modo smaschera la crudeltà imbiancata delle autorità e dei civili del luogo.

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7) Il coraggio di dare una chiusura in equilibrio col resto del film senza eccessivi melodrammi: avevano girato anche un finale in cui Rambo moriva, ma alla fine hanno tenuto quello che tutti conosciamo, in cui le autorità lo catturano dopo che lui si è arreso. Una bella scelta misurata, che fa risaltare ancora di più l’assurdità della situazione e quindi la denuncia intrinseca.

8) Avete presente Blade Runner, Westworld e tutto il resto della fantascienza che riflette sul concetto di umanità nelle macchine? Beh, credo che i film sui reduci indaghino lo stesso tema a rovescio, con gli uomini che diventano macchine (da guerra) ma, in più rispetto alla fantascienza, qui c’è anche il tentativo di rientrare nella propria natura. Rambo si comporta per quasi tutto il tempo come un robot privo di emozioni, tranne che alla fine, dove infatti scoppia in un pianto estenuante e liberatorio; ma fino ad allora è una sorta di Hal 9000 in 2001, che comincia a uccidere l’equipaggio che lo vuole disattivare.

9) Last but not least, e qui veniamo a tutte le perplessità sul reboot, Sylvester Stallone stesso. L’interprete perfetto non è necessariamente l’attore tecnicamente più bravo, ma Sly aveva la faccia giusta e lo sguardo giusto, oltre a crederci un casino in un modo che traspare da ogni inquadratura. Si possono dire molte cose sulla sua carriera, ma non che non ci abbia sempre messo tutto se stesso. Guardando i suoi film hai sempre l’impressione che Stallone il cinema lo ami proprio, e che abbia con esso un’empatia profonda e quasi dolorosa, anche quando in superficie porta spesso un messaggio positivo.

Top Gun Tom Cruise

L’altro Top Gun: il film con Tom Cruise in 8 pregi di cui nessuno parla mai

Quello che spesso viene chiamato con disprezzo “cinema commerciale”, secondo un certo tipo di filosofia che vuole che ogni forma espressiva abbia un adeguato coefficiente di pallosità intrinseca, in realtà è una categoria complessa, a dispetto di ogni semplificazione di stampo ideologico. Esistono film commerciali che effettivamente fanno appello al peggio dell’industria: budget enormi e marketing forsennato con esiti spesso disastrosi, o magari carini ma pronti per essere dimenticati un attimo dopo l’uscita dalla sala. E poi esistono i Top Gun.

Il film del compianto Tony Scott è eccessivamente compiacente e ruffiano, ma sul piano del puro entertainment è cinema commerciale al meglio delle possibilità, l’equivalente di una canzone pop fatta per l’heavy rotation perché piena di entusiasmo e arrangiata nel modo più consono alla sua natura, qualcosa che scopri lungo il processo creativo, ben diverso dall’iper-produzione standard decisa a tavolino che affonda molti dei blockbuster odierni. Tra pochi giorni il film che ha lanciato Tom Cruise nello spazio aereo dove volano solo le superstar tornerà al cinema in 3D, una buona occasione per ripassare uno dei fondamentali della cultura pop di sempre e riscoprirne i pregi più snobbati.

1) Nonostante il revisionismo sempre teso a sottostimarlo come semplice popcorn movie militarista, Top Gun in realtà si fa beffe dello schema classico dei blockbuster di tutte le epoche: non c’è un villain, nemmeno a pagarlo a peso d’oro; i piloti russi del combattimento finale servono solo per quella sequenza, ma non sono personaggi, sì e no dei pretesti per chiudere con una posta più alta.

2) Quella bella abitudine, ormai persa, di proporre all’inizio dei titoli di coda una carrellata dei personaggi del film. Sulle solenni note di un You’Ve Lost That Lovin’ Feelin’ dei Righteous Brothers, vediamo tutte le facce del cast, i vivi e i morti, in un momento di festa, con un tocco da teatro antico. Un altro esempio dell’epoca è Predator, e in tempi molto più recenti Adventureland. Una cosa che puoi fare solo se hai messo insieme un certo numero di personaggi per cui simpatizzare. Sarebbe bello se lo facessero più spesso. Ma nei film di oggi a volte i protagonisti tendono a essere gente da prendere a sassate, più che altro.

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3) Un po’ come Blade Runner, è un film scaturito da un brodo acido di tensioni, imprevisti, problemi tecnici e di budget, eppure è riuscito a intrattenere il mondo in quel momento e a diventare un classico.

4) Per i suddetti drammi e conflitti di produzione, è uno di quei pochi casi in cui guardare gli extra del dvd è appassionante come guardare il film stesso.

5) L’intera soundtrack. Una ricerca ossessiva della melodia, dell’epica, dell’energia, con un sound allora così modaiolo da risultare oggi un album tanto estremo quanto coeso da cima a fondo. Di musica anni ’80 ne è uscita tanta, ma la soundtrack di Top Gun ne è un concentrato denso come il cemento. E spacca!

6) Top Gun è uno dei pochissimi film a restituirci il tocco più classico di Tony Scott. Ben presto infatti il regista avrebbe imboccato un sentiero molto più videoclipparo, aspro e nervoso. Personalmente, niente di ciò che ha fatto da metà anni ’90 in poi è all’altezza di Top Gun o L’Ultimo Boyscout. Niente.

7) Nonostante le tante critiche, Top Gun è un blockbuster fatto di veri personaggi, tempistiche umane, sana alternanza di azione e scene coi piedi per terra (letteralmente!), e come tale supera senza sforzo il 90% dei blockbuster odierni. Compresi tanti cinecomic, esatto. La prossima volta che vi lamentate di Top Gun per la sua tamarrità chiedetevi quale film ad alto budget vi ha fatto impazzire ultimamente, e regolate il vostro giudizio di conseguenza.

8) In definitiva, Top Gun vi offre l’opportunità di sedervi davanti a un film e vedere se riuscite a godervi lo spettacolo e l’avventura senza troppe menate, come gran parte dei prodotti di quel decennio. Tutto il cinismo che oggi porta al successo serie come Breaking Bad e House Of Cards all’epoca non era ancora di moda, con Top Gun potete (ri)scoprire l’eccesso opposto.

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Blade Runner 2 Johann Johannsson Jared Leto

Blade Runner 2: su Johann Johannsson alle musiche e sul casting di Jared Leto

Intendiamoci, è vero che squadra che vince non si cambia, ma è anche vero che così facendo alla lunga ci si preclude tutto un certo tipo di evoluzione. A meno che la squadra non sia quella di Blade Runner 2: il regista Denis Villeneuve per questa missione ad altissimo rischio ha richiamato il fidato e magistrale Roger Deakins alla fotografia. Sai com’è, insieme hanno messo su schermo alcune delle cose più belle viste al cinema negli ultimi anni. E alla festicciola si unisce anche Johann Johannsson, che ha già composto le musiche di Prisoners e Sicario.

Johann Johannsson è uno di quei compositori che sganciano soundtrack di profondità: poca melodia, tanto lavoro sulle sonorità, le sue partiture si muovono come mostri massicci sotto terra, inquietanti e poderose, circolari e sinistre come giostre in rovina spinte dal vento, o come quella specie di tergicristalli di Godzilla nella scena del tunnel in Sicario. Come molti aspetti delle più recenti opere di Villeneuve, il sound design di Johannsson lascia un segno permanente.

Ma se proprio devo trovare un neo in questa mossa beh, è l’occasione persa per richiamare in campo una leggenda: Vangelis. Non so se per Blade Runner 2 sia mai stato preso in considerazione, ma sarebbe stata un’ottima occasione per sentirlo di nuovo al lavoro (anche se si parla di un nuovo album imminente dal titolo Rosetta), magari recuperando quello stile unico a base di melodie viventi, quei synth luminosi che hanno contrassegnato un’epoca di musica e cinema. Né credo che la sua non più verde età sarebbe stata un limite: John Williams lavora ancora, no?

Per quanto riguarda Jared Leto, che ufficialmente chiude il casting a lavori già cominciati, sono contento. Intendiamoci, in Suicide Squad il Joker passa quasi sotto i radar, a dargli un minimo di senso e interesse è Harley Quinn. Ma già quando mesi fa è uscita questa immagine qui

Blade Runner 2 Jared Leto Johann Johannsson  Blade Runner 2: su Johann Johannsson alle musiche e sul casting di Jared Leto JOK

io mi sono detto, e da quello che ho visto in giro sono stato il solo, “wow, sembra uscito da Blade Runner!” E quindi il fatto che ora ci rientri mi pare giusto e naturale. In generale, Leto è il tipo di presenza che, se parliamo di potenziale, bilancia a dovere il resto del cast.

C’è Harrison Ford, che è la pietra angolare senza cui non si poteva fare nulla; c’è Ryan Gosling, che in scenari ammutoliti e agghiaccianti ci sguazza dai tempi di Drive e Solo Dio Perdona; poi c’è Robin Wright, che è molto brava, anche se ammetto che la sua Claire Underwood di House Of Cards, insieme al consorte, è uno dei personaggi più antipatici della tv. Per non parlare di tutte quelle belle ragazze dai volti misteriosi, tipo Sylvia Hoeks, Mackenzie Davis, Ana De Armas etc., ognuna delle quali potrebbe essere la femme fatale definitiva. Un cast pieno di donne, davvero.

Jared Leto corona tutto questo. Per qualche ragione, tra scrittura, recitazione e montaggio hanno toppato il Joker, che è un po’ come toppare Darth Vader o qualunque altro personaggio che il pubblico generalista di solito venera a prescindere, ma se avete visto i film di Villeneuve sapete che non c’è attore che sotto la sua direzione offra una prova meno che buona. Blade Runner 2 inoltre viaggia libero da pressioni che non siano le aspettative di un pubblico già “selezionato” dal film originale, stiamo comunque parlando del sequel di un cult fatto di tempi dilatati e maniacale lavoro su immagini e suoni. Non esattamente un cinecomic che vuole tutto e subito. Del resto, se vuoi un film prettamente commerciale non lo affidi a Denis Villeneuve. E adesso dateci un teaser trailer, per favore, e che sia immenso.

Terminator Terminator 2

Otto ragioni per cui Terminator è meglio di Terminator 2

Magari siete tutti lì in attesa spasmodica dei prossimi Avatar, ma per quello che mi riguarda io considero ancora il primo Terminator, 1984, come il capolavoro di James Cameron, cioè il capolavoro di un regista che ha quasi sempre oscillato tra film buoni e filmoni, compreso Titanic, l’ultimo grande tassello della sua carriera al momento, un tale successo che, in una realtà parallela, sarebbe un franchise con venti sequel se solo non fosse ontologicamente impossibile. Puoi anche fare tre Avatar in pochi anni ma di Titanic nella vita ne giri uno solo.

Ma io considero il suo capolavoro Terminator, dicevo, e il fatto che abbia deciso di usare come termine di paragone Terminator 2 vi fa capire quanto reputi anche quello una grande opera, che però sposta leggermente il focus del primo film in direzione più spettacolare ma meno concentrata, quasi anticipando le guerre tra superuomini di tanti blockbuster odierni, ponendo molta attenzione sulla forma e la resa degli effetti, laddove nel primo episodio certe macroscopiche carenze tecniche erano comunque inghiottite da una narrazione vibrante, schiacciante, inesorabile.

A ogni modo, ecco le otto ragioni per cui ritengo Terminator superiore a Terminator 2.

1) La chiave del film originale è “tenere la distanza”: lo spettatore è sempre sulla corda perché sa che se il Terminator arriva corpo a corpo con Reese e Sarah questi ultimi non hanno alcuna possibilità di rivedere l’alba. Non a caso l’unica volta che succede è quando il T-800 è ormai un rudere che si trascina, e anche così… Nel secondo si passa al più banale “vediamo chi picchia più forte”, mentre nel primo c’era ancora una concezione vulnerabile dell’eroe, uno che non è all’altezza della situazione ma ce la mette tutta comunque, contro tutti i pronostici.

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2) Nel primo film Arnold Schwarzenegger sparisce totalmente nel personaggio, con un lavoro di immedesimazione mai abbastanza sottolineato, come se Cameron nascondesse un armadio piazzandolo al centro della stanza. Fate la prova, ditemi se vi sembra lo stesso attore di Predator o Commando, tanto per stare in quegli anni lì. Nel secondo la sua performance comincia a trasudare umanità e simpatia, perde fiction per strada, più Arnold e meno Terminator, e anche il suo vestiario e il modo stesso in cui gli si sfigura il volto sembrano molto più studiati e “piacevoli” alla vista. Del resto è quello che la storia richiedeva.

3) Il tema musicale è lo stesso ed è diventato un marchio di fabbrica del franchise fino a oggi, ma la versione tutta sintetica del primo film è la più secca e tesa, nel secondo già è più spalmato e melodrammatico, sempre figo ma con un arrangiamento un po’ più, per così dire, alla Vento di Passioni. Mettetevi lì e riascoltate entrambe le versioni a occhi chiusi. Quale delle due vi racconta meglio di un cyborg assassino che proviene da un futuro da incubo?

4) Con tutta la simpatia per Robert Patrick, il T-1000 non fa paura come il T-800.

5) Concettualmente, il T-1000 ha una sorta di problema all’interno del film: non si riesce mai a metterlo in relazione con le visioni del futuro (nelle quali infatti non si vede mai niente di simile) da cui proviene, tutto l’aspetto del metallo liquido lo rende un villain quasi più fantasy che sci-fi, lontano dal tema tecnologico così ben rappresentato invece dal più grezzo T-800. Un villain del genere rischia di essere troppo definitivo, troppo perfetto, ed è un po’ il problema della CGI rispetto agli effetti speciali reali.

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6) Manco a dirlo, il primo film ha un vantaggio determinante su tutti gli altri, compreso il 2: porta in scena l’idea e, dato che la racconta con tempi e modalità eccellenti, rende tutti i sequel più o meno ripetitivi. Un po’ come Rocky. Paradossalmente Terminator Salvation, pur essendo un film molto inferiore, fa alla base una mossa più creativa di quanto non faccia T2.

7) Con un budget tipo paghetta settimanale il primo film riesce a essere tanto visionario e apocalittico quanto il successore, costato molto di più e forte di tutta l’esperienza di un regista, a quel punto della carriera, già molto navigato. Non ho niente contro i film ad alto budget, ma per un aspirante cineasta è più utile studiarsi Terminator che Terminator 2.

8) L’uso dello spazio, la scelta di campo. Los Angeles è una megalopoli sterminata, che spesso a Hollywood e dintorni diventa, in varie salse, lo scenario prediletto per storie tetre: da Heat a Blade Runner a… (500) giorni insieme, ma gli esempi sarebbero infiniti. In Terminator la Città degli Angeli è vissuta come un labirinto, visualizzata in modo caratterizzante, un’area sterminata resa claustrofobica come un ascensore guasto incastrato tra due piani. E allo stesso tempo girare quei meravigliosi inseguimenti tutti ad altezza d’uomo, una forza dinamica spaventosa. Tutta questa energia da contenimento nel secondo film si disperde, con la storia che a un certo punto lascia la città per il deserto.

Ma non per questo vorrei altri sequel o prequel, neppure se li girasse Cameron in persona. Una cosa che il franchise ha dimostrato è che esistono idee narrative talmente valide che il tempo riesce a migliorarne solo la resa tecnologica. Umani 1 – macchine 0, palla al centro.

Westworld

Serie di questo mondo e dell’altro: arriva Westworld

Uomo o macchina? Questo è il problema. Nella fantascienza lo è sempre stato, Inutile ribadire che questo topic non passerà mai di moda. Oggi non andiamo neanche in bagno senza uno smartphone, non occorre che ve lo dica io. Il punto della narrativa sci-fi non è se sia un problema convivere con la tecnologia, ma fino a quando la tecnologia accetterà di stare sottomessa.

Un tema che si può trattare in modo sempre più convincente, questo sì. Senza farla tanto lunga, quello che si vede di Westworld, serie basata sul film Il Mondo dei Robot del grande Michael Crichton, è esattamente quello che ci vuole per una storia realmente ambiziosa. Uno spazio fisico molto vasto inquadrato senza limiti, grandi scene in cui sembra di sentire il vento, sperando che l’ambizione non si traduca in trama ultra complicata e piena di spiegoni.

Così a occhio, la serie sembra avere quel tipo di comfort paradossale alla Blade Runner, per cui ti ritrovi ipnotizzato da uno scenario che non dovresti mai desiderare. Westworld racconta di un parco a tema in cui l’intrattenimento della gente è affidato a dei robot con sembianze umane… Due righe, e potenziale sufficiente per spingere il racconto in tante belle direzioni, tutte interessanti. Praterie western, luci al neon, un paese dei balocchi fatto di opposti che coincidono e la cui pericolosità viene voglia di constatare di persona.

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Westworld potrebbe andare a riempire uno slot al momento per lo più vuoto: quello di una storia con un’ambientazione speciale in grado di unire fantascienza nobile e concettuale a quella super accessoriata e sensoriale, con grande cura per l’atmosfera e la confezione, che poi a questi livelli non è più solo confezione ma contenuto essa stessa.

Il trailer è molto bello, ma soprattutto lascia presagire una longevità e un respiro che staccano nettamente il prodotto dalla media. Di serie tv ne abbiamo tante, ma la maggior parte non è fatta per lasciare il segno. Westworld invece è prodotta da J.J.Abrams e scritta e diretta in parte da Jonathan Nolan, due firme tra le più prestigiose dei nostri tempi. In pratica ci sono le premesse per un incastro ossessivo nelle nostre top five. Lo stesso Nolan ci fornisce la stazza del progetto, quando dice che è come mettere insieme Alien, Gli Spietati e I Giorni del Cielo. Il tutto in dieci ore, e con le serie di simile durata la HBO ha già dimostrato ciò di cui è capace, vedi alla voce True Detective.

In più, davanti alla telecamera una squadra di un certo livello: Anthony Hopkins, Ed Harris, Evan Rachel Wood, per citarne alcuni, hanno le facce giuste per portarci ancora una volta tra le pieghe del dilemma tra natura e intelligenza artificiale, in questo caso intesa anche come via della perdizione e perdita dell’innocenza, o di ciò che ne resta. Un cast abbastanza forte da creare un sistema complesso, fatto di interazioni vincenti, un vero magnete per l’interesse del pubblico.

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Un po’ come raccogliere la sfida dei colossi di un genere, salire sul ring con Terminator o lo stesso Blade Runner, all’ombra del sempiterno 2001 Odissea Nello Spazio. Sto parlando delle specifiche del racconto perché in realtà il concetto di base, l’influenza della tecnologia sul nostro mondo a tanti livelli, non è più fantascienza già da un pezzo.

Però, ecco, auguriamoci che per quanto l’impianto si faccia fantasioso e bizzarro, anche in modo positivo, la scrittura dei personaggi conservi sempre un che di naturalistico e familiare. Che non si tratti di uno di quei prodotti in cui per esprimere, che so, il senso di solitudine, devi inquadrare il cielo per mezz’ora senza che succeda nulla o far parlare tutti col contagocce per far sentire il vuoto esistenziale che rintocca sullo sfondo.

Ci sono altri modi più elettrizzanti e incisivi, e più economici. Il cuore della macchina dev’essere sempre umano, altrimenti scatta la noia. Ovvio che non va bene neppure la seriaccia action che spreca tutti gli spunti più intelligenti in raffiche di inseguimenti, sparatorie e scazzottate, ma a occhio quel pericolo pare già scongiurato. Autunno, arriva presto.

Roger Deakins per Blade Runner 2: quando la Fotografia è già Cinema

Non so cosa ne pensate voi, ma tutta questa storia che in un film la fotografia sia da considerarsi una categoria tecnica non mi trova affatto d’accordo. Come potrebbe? E come può il mondo non accorgersene? Voglio dire, stiamo parlando di Cinema, un’arte che assomma in sé più o meno tutte le altre arti, certo, ma che si distingue da tutte proprio e soprattutto per l’immagine. Non mi dite che non ci avete mai pensato. L’immagine in movimento è il primo requisito di un film. Il taglio dell’inquadratura, il movimento di macchina, la composizione del quadro, l’uso della luce e la scelta dei colori è ciò che crea o non crea un’atmosfera, una prospettiva.

blade-Runner_roy_batty_rooftop  Roger Deakins per Blade Runner 2: quando la Fotografia è già Cinema blade Runner roy batty rooftopSe l’immagine è dozzinale il film è già zoppo. Non si contano i grandi capolavori resi unici, un fotogramma per volta, dal tocco magico di direttori della fotografia che altro non sono se non artisti veri e propri. La loro non è certo pura tecnica. Roger Deakins è un ottimo esempio. Il suo magistrale colpo d’occhio ha benedetto una marea di pellicole, e in tempi recenti ha immortalato opere come Skyfall e Prisoners. Appartiene a quella ristretta cerchia di direttori della fotografia che sanno fare un buon 50% della bellezza di un film.

Perché tutto questo preambolo? Perché Deakins si è appena unito alla truppa del nuovo Blade Runner, il che significa che questo sequel ha altissime probabilità in più di essere una bomba. Villeneuve e Deakins sono i due Caronti che ci hanno traghettato nell’infernale provincia americana di Prisoners, un thriller cupo e strisciante che attraversa il cuore e la mente come un colpo di baionetta e non lascia scampo. Tra l’altro, Deakins il suo piccolo Blade Runner lo ha già girato: proprio in Skyfall, la scena notturna nel grattacielo di Shanghai.

Blade_Runner_Spinners  Roger Deakins per Blade Runner 2: quando la Fotografia è già Cinema Blade Runner SpinnersCon un “consulente di immagine” di tale livello l’attesa per anche solo un primo teaser trailer, fosse anche di due frame in croce, diventerà poco a poco straziante. Sarà molto, molto interessante vedere che tipo di look adotteranno per il film, perché la sfida sul piano visivo è di quelle da Storia del Cinema. Molti continueranno a dire che questo sequel di Blade Runner è solo un altro probabile affronto verso un’icona del Cinema e dell’immaginario pop di svariate generazioni. Sono curioso di vedere quanto ci metteranno ad ammettere che tutto, finora, ci dice il contrario.