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Top Gun Tom Cruise

L’altro Top Gun: il film con Tom Cruise in 8 pregi di cui nessuno parla mai

Quello che spesso viene chiamato con disprezzo “cinema commerciale”, secondo un certo tipo di filosofia che vuole che ogni forma espressiva abbia un adeguato coefficiente di pallosità intrinseca, in realtà è una categoria complessa, a dispetto di ogni semplificazione di stampo ideologico. Esistono film commerciali che effettivamente fanno appello al peggio dell’industria: budget enormi e marketing forsennato con esiti spesso disastrosi, o magari carini ma pronti per essere dimenticati un attimo dopo l’uscita dalla sala. E poi esistono i Top Gun.

Il film del compianto Tony Scott è eccessivamente compiacente e ruffiano, ma sul piano del puro entertainment è cinema commerciale al meglio delle possibilità, l’equivalente di una canzone pop fatta per l’heavy rotation perché piena di entusiasmo e arrangiata nel modo più consono alla sua natura, qualcosa che scopri lungo il processo creativo, ben diverso dall’iper-produzione standard decisa a tavolino che affonda molti dei blockbuster odierni. Tra pochi giorni il film che ha lanciato Tom Cruise nello spazio aereo dove volano solo le superstar tornerà al cinema in 3D, una buona occasione per ripassare uno dei fondamentali della cultura pop di sempre e riscoprirne i pregi più snobbati.

1) Nonostante il revisionismo sempre teso a sottostimarlo come semplice popcorn movie militarista, Top Gun in realtà si fa beffe dello schema classico dei blockbuster di tutte le epoche: non c’è un villain, nemmeno a pagarlo a peso d’oro; i piloti russi del combattimento finale servono solo per quella sequenza, ma non sono personaggi, sì e no dei pretesti per chiudere con una posta più alta.

2) Quella bella abitudine, ormai persa, di proporre all’inizio dei titoli di coda una carrellata dei personaggi del film. Sulle solenni note di un You’Ve Lost That Lovin’ Feelin’ dei Righteous Brothers, vediamo tutte le facce del cast, i vivi e i morti, in un momento di festa, con un tocco da teatro antico. Un altro esempio dell’epoca è Predator, e in tempi molto più recenti Adventureland. Una cosa che puoi fare solo se hai messo insieme un certo numero di personaggi per cui simpatizzare. Sarebbe bello se lo facessero più spesso. Ma nei film di oggi a volte i protagonisti tendono a essere gente da prendere a sassate, più che altro.

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3) Un po’ come Blade Runner, è un film scaturito da un brodo acido di tensioni, imprevisti, problemi tecnici e di budget, eppure è riuscito a intrattenere il mondo in quel momento e a diventare un classico.

4) Per i suddetti drammi e conflitti di produzione, è uno di quei pochi casi in cui guardare gli extra del dvd è appassionante come guardare il film stesso.

5) L’intera soundtrack. Una ricerca ossessiva della melodia, dell’epica, dell’energia, con un sound allora così modaiolo da risultare oggi un album tanto estremo quanto coeso da cima a fondo. Di musica anni ’80 ne è uscita tanta, ma la soundtrack di Top Gun ne è un concentrato denso come il cemento. E spacca!

6) Top Gun è uno dei pochissimi film a restituirci il tocco più classico di Tony Scott. Ben presto infatti il regista avrebbe imboccato un sentiero molto più videoclipparo, aspro e nervoso. Personalmente, niente di ciò che ha fatto da metà anni ’90 in poi è all’altezza di Top Gun o L’Ultimo Boyscout. Niente.

7) Nonostante le tante critiche, Top Gun è un blockbuster fatto di veri personaggi, tempistiche umane, sana alternanza di azione e scene coi piedi per terra (letteralmente!), e come tale supera senza sforzo il 90% dei blockbuster odierni. Compresi tanti cinecomic, esatto. La prossima volta che vi lamentate di Top Gun per la sua tamarrità chiedetevi quale film ad alto budget vi ha fatto impazzire ultimamente, e regolate il vostro giudizio di conseguenza.

8) In definitiva, Top Gun vi offre l’opportunità di sedervi davanti a un film e vedere se riuscite a godervi lo spettacolo e l’avventura senza troppe menate, come gran parte dei prodotti di quel decennio. Tutto il cinismo che oggi porta al successo serie come Breaking Bad e House Of Cards all’epoca non era ancora di moda, con Top Gun potete (ri)scoprire l’eccesso opposto.

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Independence Day: Rigenerazione recensione

Independence Day: Rigenerazione – Recensione

Idealmente, il primo Independence Day ha varato il trend, tuttora maggioritario, del cinema senza limiti di messa in scena: quello in cui il limite se lo poneva il regista o la produzione o non se lo poneva nessuno. Ovviamente, è stato un grande test per Hollywood, la quale il più delle volte sceglie proprio di non porsi alcun limite: ho perso il conto di quanti blockbuster si rovinano a causa dell’eccesso di azione e distruzione totale che spesso schiaccia il terzo atto. In teoria, questo Independence Day: Rigenerazione cascherebbe a fagiolo, vent’anni dopo, per chiudere questa lunghissima tradizione e riportare così il cinema ad altissimo budget a un senso più moderato dello spettacolo. Qualcosa mi dice che non andrà così.

Come succede spesso a certi cinecomic addomesticati in sala montaggio, i blockbuster dei nostri giorni sanno anche partire bene, in cerca di un minimo di personalità, ma a lavori in corso confluiscono tutti nella solita stessa direzione, come attirati da un campo magnetico invincibile, e alla fine chinano la testa come cavalli domati e finiscono tutti giù nella cascata. Il conflitto più irrisolto a Hollywood rimane quello tra personaggi e azione.

In Independence Day: Rigenerazione ci sono una decina di figure bidimensionali, che si spartiscono un carico di incombenze narrative sufficiente a malapena per tre personaggi veri e a tuttotondo; invece sono tanti e tutti ridotti a punti di vista (multietnici e multiculturali, come da galateo) per la narrazione, con la debole eccezione dell’ex presidente Bill Pullman e della sua eroica e caparbia figlia.

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Perché tutto il film gira così, una sorta di zapping senza sosta tra varie situazioni in cui, con lo scorrere degli eventi, i tempi si fanno sempre più stretti e la sceneggiatura sempre più funzionale. Una galassia di scenette di forse una ventina di secondi l’una in cui vengono compressi dialoghi/spiegoni per far capire cosa sta succedendo e cosa succederà, coi personaggi che spruzzano parole come estintori in mezzo alle fiamme, tutti privi di una sfera emotiva, senza un attimo di respiro che li renda agenti degni di nota e dotati di un peso. La scena madre del film, per quello che riguarda i protagonisti e non invece tutto il carrozzone di astronavi e distruzione assortita, si gioca su…una barba tagliata.

Sul fronte visivo, ci troviamo davanti le solite arterie ostruite dalla CGI tipica dei blockbuster catastrofici, che siano di Roland Emmerich o di Michael Bay o di chiunque altro disponga di budget alieni: inquadrature zeppe di movimento e di dettagli, tra combattimenti ed esplosioni, ogni millimetro dello schermo riempito di azione, iper-stimolazione senza sosta, un’invasione di informazioni visive senza gerarchia. E dato che tutte le forze narrative si esauriscono in questi frangenti action i personaggi sono costretti a introdurre in due parole il background l’uno dell’altro, roba tipo “Tu e io andavamo a letto insieme in occasione dei convegni”, o “tu una volta mi hai quasi ammazzato”. Insomma, quel genere di cose che nel mondo reale non si direbbero mai, non in quelle situazioni, non in quel modo.

Independence Day: Rigenerazione è il trionfo della sintesi e della leggerezza, in un settore dell’entertainment che già li schiaccia a tavoletta da secoli. Di recente Roland Emmerich ha rivendicato la forte influenza del primo film della serie su tanto cinema blockbuster successivo. Ed è proprio lì il punto: l’hanno imitato talmente tanto che l’unico modo per stupire di nuovo sarebbe stato, che so, giocarsi tutto con astronavi grandi come una moneta. Non è andata esattamente così.

Blair Witch 10 Cloverfield Lane

Blair Witch, 10 Cloverfield Lane e i vantaggi dei “sequel a sorpresa”

In che modo Internet e i social influenzano il Cinema? Semplice, coinvolgendo il pubblico in tempo reale in ogni fase della lavorazione, aggiornandolo e assorbendone le reazioni, una nuova gestione “democratica” di proprietà intellettuali (Superman, Star Wars, Star Trek e ogni altro mito pluridecennale fondato su carta o su schermo) che legalmente appartengono a pochi ma idealmente tutti sentono proprie. Ma è un bene?

Non tanto. Se parliamo di film making io sono per un assolutismo moderato, dove il regista/autore è il sovrano che dialoga sì con la produzione (a volte è chi ci mette i soldi che salva un titolo da derive artistoidi) e cerca di colpire il pubblico, ma accettando l’idea che il prodotto non potrà piacere a tutti, anzi, che non deve neanche provarci. Altrimenti è come un aereo in cui anche tutti i passeggeri vogliono tenere una mano sulla cloche: come credete andrà a finire?

Intanto che in cabina di comando ci vorrà un bel po’ di deodorante, ma poi gli esiti possibili sono due: o l’aereo si schianta oppure sta su, ma senza andare in alcuna direzione precisa, e le mie fonti mi dicono che il carburante non ha l’abitudine di durare in eterno. Ed ecco che salta fuori che The Woods, horror annunciato più di un anno fa, da pochi giorni si è rivelato come un sequel di The Blair Witch Project, il fenomeno che ha dato la stura a tutta la corrente found footage che parte da fine anni ’90 e arriva fino ai giorni nostri.

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The Blair Witch Project, oltre a sdoganare un cinema di intrattenimento dalla confezione molto casual era un film che funzionava bene. Un congegno a tensione fatto con due soldi, una camera a mano, un bosco e tante urla, nonché uno smodato ma vincente ricorso al vedo/non vedo (con netta prevalenza del secondo). Se il nuovo episodio, intitolato semplicemente Blair Witch, si può permettere di calare le carte e reclamare solo a ridosso dell’uscita lo stemma del casato, allora forse anche altri tipi di produzione potrebbero seguire l’esempio.

Dopotutto è quello che hanno fatto anche con 10 Cloverfield Lane, che solo in corsa è diventato membro della famiglia Cloverfield (prima si intitolava Valencia), continuando però a centellinare le informazioni da diffondere. Il fatto che siano entrambi prodotti a budget medio basso potrebbe far pensare che ai blockbuster questa mentalità resti estranea, se non fosse che dietro Cloverfield c’è J.J.Abrams, uno dei nomi più grossi di Hollywood, e un possibile link col circuito delle mega produzioni.

Si potrebbe obiettare che i primi fautori della “lavorazione di massa” siano… tutti i cittadini del pianeta: i blockbuster usano spesso grandi set all’aperto, trasformando qualunque passante in ogni angolo del mondo in un fotoreporter d’assalto. Il resto lo fa il bisogno impellente che molti hanno di condividere ogni cosa che rimanga impressa nel loro smartphone. Ma è un falso problema, difficile che una scazzottata o un inseguimento spoilerino qualcosa di importante, le scene davvero cruciali si girano più che altro in location blindate.

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C’è modo di testare quale strategia di marketing sia più remunerativa? Non saprei, ma mi piacerebbe tantissimo tornare alla modalità pre-2000, quando quasi tutto quello che la gente sapeva su un grosso blockbuster di settembre era reperibile in un pugno di articoli dati alle stampe due o tre mesi prima. Certo ci si giocherebbe l’aiuto da casa, il supporto interattivo del pubblico, ma se ne può fare a meno e compensare con un atto di fede, e le idee chiare.

Né è necessario fare finta che Internet non esista, al limite basta usarlo in altro modo. Invece che subissare di notizie sulla lavorazione, scatti rubati nei camerini del make up e indiscrezioni circa le più recondite intenzioni della produzione, largo a campagne virali che ti inseriscono nell’atmosfera del film ma senza svelarti troppe informazioni e immagini chiave, costruendo un cuscinetto virtuale col compito di distogliere l’attenzione dalle cucine e allo stesso tempo far pregustare il banchetto finale, e comunque ponendosi dei limiti. Quella per Il Cavaliere Oscuro rimane ancora oggi la più memorabile, che guarda caso mostrava poco del film vero e proprio e sempre in forma di evento.

Certo organizzare una bella campagna marketing costa di più che rilasciare una dichiarazione o twittare una foto dal set, ma non scordiamo i vantaggi del silenzio radio: questi sequel “a tradimento” viaggiano leggeri, arrivano come ladri nella notte, attizzano il pubblico con l’intrigo e lo soddisfano prima che subentri qualunque stanchezza. Fanno l’effetto di un regalo inaspettato, una vera sorpresa, e magari, chissà, evitano di costruire un hype spropositato per film che alla prova dei fatti non lo meritano, cioè quasi tutti. Speriamo che quello di Blair Witch e 10 Cloverfield Lane sia solo l’inizio di un nuovo trend, più creativo e meno gossipparo, che riporti attorno al Cinema l’alone di mistero necessario a farci sognare ancora.

Le dieci ragioni per cui Joseph Kosinski salverà il Cinema blockbuster

Non è uno di quei registi superstar, vero? Sarà il fatto che non ha le mani in pasta coi supereroi, o almeno mi piace pensare che sia così. Perché altrimenti significa che il pubblico non sa riconoscere un talento che non solo è palese, ma potrebbe offrire grandi benefici al cinema blockbuster e non solo, e onestamente lo vedrei pure a capo di qualche miniserie tv di fantascienza. Joseph Kosinski, il regista di Tron: Legacy e Oblivion. Attenti a non sottovalutarli, rischiate di perdervi delle perle, anche se in mezzo a cose più discutibili.
Qui di seguito trovate le dieci ragioni, secondo noi, per cui Joseph Kosinski salverà il cinema ad alto budget

1) Prima di essere un regista è un architetto. I suoi film dimostrano che questa cosa per lui è importante, il che conferisce ai suoi mondi quell’aspetto sempre chiaro e ordinato, che si tratti delle tenebre venate di neon di Tron o degli scenari distopici e naturalistici di Oblivion. Ordine e pulizia che influenzano il modo in cui il film è girato, sempre.

2) Entrambi i suoi film dimostrano che il limite principale è la sceneggiatura. Non un problema da poco, ma significa anche che la volta che gliene capita sottomano una migliore il capolavoro scatterà di default. Un bel blockbuster che non sarà un fumettone ripieno di CGI ma uno spettacolo caldo e appassionante di cui potrete godere senza sembrare, agli occhi della gente, degli eterni Peter Pan o dei nerd senza speranza.

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3) La musica dei suoi film è sempre una colonna portante. Senza disdegnare il sound design, Kosinski non si vergogna di attingere allo spirito anni ’80 la cui più grande risorsa era cercare, senza sensi di colpa, il puro piacere della melodia e del suono. In mezzo a tante composizioni anonime e tribaleggianti questo è ossigeno puro.

4) Ha dato a Tom Cruise un ruolo ancora inedito per lui, e molto più interessante dei vari Mission Impossible di questi anni.

5) Ha scelto Olivia Wilde per Tron: Legacy

6) Invece della CGI, per creare il cielo attorno alla casa tra le nuvole di Oblivion ha circondato il set con uno schermo enorme, proiettandoci sopra le nuvole e lasciando che gli attori interagissero con esso. Quel set rischia di essere il posto più bello in cui un essere umano vorrebbe vivere

7) Se non l’avessero già affidato all’ottimo Denis Villeneuve, Kosinski sarebbe perfetto per dirigere Blade Runner 2.

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8) Se la scrittura dei suoi film è ancora problematica, tutto il resto…non lo è. Come talento visivo e sonoro, Kosinski sta avanti al 90% dei suoi colleghi.

9) I suoi film non durano tre ore e non contano sui salvataggi in extremis delle extended cut in home video, non essendo questione di minuti o di sangue in più (dato che il suo senso dello spettacolo prescinde dalla sciocca diatriba più violenza/meno violenza). Un film che dura il giusto in relazione a ciò che ha da dire è un bene sempre più raro. Nei film di Kosinski ogni scena ha il tempo di essere ciò che deve, e l’occasione di diventare un momento speciale, senza gonfiare il minutaggio complessivo ai livelli di Ben-Hur.

10) Avendo solo due film alle spalle, è lecito pensare che il meglio per lui debba ancora venire.

Poi magari sarò smentito, ma se al momento bisogna scommettere beh, le ragioni per farlo ci sono, e sono abbastanza.

I veri attori fanno blockbuster

Avete letto il titolo e avete pensato a una provocazione. Sbagliato. Quello che c’è scritto è proprio ciò che intendo. Qui è come in Matrix, ci hanno fatto credere che il mondo reale sia quel posto in cui le uniche performance attoriali di rilievo sono quelle nei biopic, nei drammoni, e in generale nei film a basso (o contenuto) budget e non troppo divertenti. Così, la credenza comune ha finito per ghettizzare (per quanto si possa ghettizzare un tipo di Cinema che segna sempre incassi da record) molti grandi film hollywoodiani in una sorta di colpevolissimo Paese dei Balocchi col capo di accusa di, beh, avere troppo successo.

Non ho mai creduto molto in questa manichea divisione tra buoni e cattivi, tra cretini e intellettuali. O meglio credo che esista come problema acquisito, e che sia la principale minaccia contro il Cinema a livello mondiale, coi film leggeri che diventano sempre più insulsi e quelli colti che diventano sempre più astrusi e arbitrari, quando queste due correnti dovrebbero mitigarsi a vicenda. Tempo fa stavo riguardando Il Fuggitivo, il thriller d’azione con Harrison Ford uscito nel ’93. Presumo sappiate che Tommy Lee Jones, per quel ruolo di poliziotto sagace e inesorabile, ha vinto l’Oscar come non protagonista. Oggi una cosa simile potrebbe ancora succedere? Molto difficile.

Il Fuggitivo è un film discreto, puro entertainment, niente di “artistico” o innovativo, e non particolarmente rilevante dal punto di vista visivo. Chiaro che se lo guardate subito dopo aver visto Transformers vi sembrerà un capolavoro minimalista, ma ci siamo capiti, per l’epoca era un pop-corn movie in piena regola. Non mi ricordo chi altro gareggiava nella categoria non protagonista quell’anno e non importa, in linea di massima Tommy Lee Jones quell’Oscar se lo è meritato, sapete perché? Perché è andato oltre alle aspettative, ha fatto più di quello che il ruolo e il pubblico richiedevano, e lo ha fatto bene.

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Perché il fatto è che, tutto sommato, per un attore non ci vuole molto a spiccare quando il film è letteralmente costruito attorno a lui, o quando si possono tranquillamente fare cinquanta ciak di ogni scena e alla fine tenere il migliore. Prendete il recente Birdman. Un pugno di performer di razza tra cui Michael Keaton e Naomi Watts, impegnati in confronti e duetti senza la minima distrazione attorno. Qualcuno ne è rimasto colpito? Sicuramente, ma io no.

Ogni sforzo recitativo mi sembrava dovuto. Voglio dire che, paradossalmente, Keaton ha fatto ben di più quando, osteggiato dal mondo intero, ha interpretato Batman, con una serietà e una misura che erano uno spettacolo, quando ancora nessuno sapeva come diavolo andava fatto un cinecomic, facendo ricredere tutti su una scelta di casting per cui milioni di fan si erano all’inizio stracciati le vesti. Una prova senza un filo di istrionismo, cosa che certo non si può dire di Birdman. Insomma un’avanguardia, che ha fissato per il genere standard ancora oggi raramente eguagliati.

Prendete anche Daniel Day-Lewis. Uno degli attori più rispettati degli ultimi trent’anni, vero, ma tra tutte le sue travolgenti prove forse la più nobile è quella dello sfortunato Gangs Of New York, uno di quei casi in cui il mattatore di turno non gioca per sé ma per il progetto che ha intorno, talmente imponente da non poter essere ignorato o oscurato, diventandone sì la parte migliore, ma anche compensandone i punti deboli. E, a parte L’Ultimo dei Mohicani, Gangs è la cosa più vicina a un blockbuster estivo che Daniel Day-Lewis abbia fatto, un colossal in costume con imponenti scene di battaglia, con varie super star, diretto da un maestro del Cinema e musicato da una delle rockband più famose della Storia. Insomma, questo attore dal talento e dallo status inattaccabili preferireste vederlo diretto da un Inarritu o da un Nolan?

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Farsi strada ed emergere in un film ad alto budget che abbia una ricchezza di immaginazione e di mezzi è assai più difficile e meritevole. Somiglia alla vita stessa, che certo non sta lì a metterti sul piedistallo, ma in cui anzi per ottenere ciò che vuoi devi lottare e farti strada con determinazione. Recitare bene e impegnarsi in un blockbuster è un segno di umiltà da parte dell’attore, e neutralizza il rischio di trovarsi davanti un film che in realtà è un saggio di fine anno del corso di teatro. Certo, a volte ci sono delle eccezioni. Natalie Portman, marcata stretta per tutto il tempo e persa nella morsa della follia de Il Cigno Nero, ha realmente fatto miracoli superando se stessa.

Certo, rimane il fatto che di blockbuster con attori meritevoli al giorno d’oggi ce ne sono pochissimi. Ma quando ci sono premiamoli, no? Per esempio, il Matthew McConaughey di Interstellar cos’ha in meno di quello di Dallas Buyers Club? Sono entrambi ruoli che spremono l’attore sia da un punto di vista fisico che espressivo, la cui riuscita è determinante per il buon esito di tutto il film, no? Dai, su.

Potremmo continuare ma credo abbiate capito la solfa. Ormai l’espressione blockbuster d’autore è entrata nel gergo comune, la prossima potrebbe essere blockbuster d’attore. Vi lascio proponendovi un passatempo costruttivo e alla portata di tutti: nelle fresche serate dell’autunno incombente andate a ripescare tutti quei blockbuster che avete sempre amato e pensate a quali prove attoriali erano meritevoli di grande considerazione, e addirittura di grandi premi. Ne scoprirete tante, sicuro.