Browsing Tag

christian bale

Knight Of Cups recensione Terrence Malick Christian Bale

Knight Of Cups – Recensione

Non ho mai capito come mai in certi ambienti il cinema d’autore sia messo in automatico al di sopra di quello industriale. I film d’autore estremi non sono misurabili coi soliti parametri, e se non li puoi misurare diventa difficile anche paragonarli e quindi collocarli. Eppure Knight of Cups, come The Tree Of Life dello stesso Terrence Malick, potrebbe essere considerato all’interno della cinematografia “eletta”. Ma a torto, anche perché non ne ha bisogno.

Il tratto distintivo di registi come Malick, Lynch e altri è quello di fare cinema a modo loro, non quello di vincere confronti improponibili con altri registi più “commerciali”, che a volte hanno capacità straordinarie e la cui unica “colpa” è di giocare in un campionato differente. Knight Of Cups va affrontato in modo personale, va giudicato in modo personale, non si può insegnare ad apprezzarlo. Non è migliore o peggiore di altri film più regolati, è solo interamente dominato dalla visione del suo autore, ben più radicalizzata rispetto ai suoi stessi classici, come I Giorni Del Cielo o La Sottile Linea Rossa.

Malick piazza la telecamera fuori dallo spazio conosciuto e dentro a ciascuno di noi, una sorta di iper-soggettiva, come lo sguardo di un defunto con la testa leggera, che si infiltra tra i vivi per osservarli, per spiarli. Tutto il layout ambientale appare più vero che mai, mentre gli esseri umani sembrano a volte monumentali, altre volte distanti e secondari, pronti a scivolare fuori fuoco, un teatrino di ombre cinesi.

Knight Of Cups recensione Terrence Malick Christian Bale Knight Of Cups Knight Of Cups - Recensione cups e

Rick, il personaggio di Christian Bale, è lì da qualche parte nell’inquadratura ma interagisce poco o niente con quello che succede intorno, salvo rare eccezioni. Il sonoro lavora nello stesso modo, minimizzando il parlato diretto ed esaltando le voci fuori campo, dando sempre di più l’idea che tutta la storia sia un viaggio in incognito nelle profondità di un mondo sommerso, una sorta di Atlantide sprofondata in un oceano di luce naturale, artificiale e tenebra.

Se sia un ridimensionamento o un’esaltazione dell’essere umano e delle sue gesta sta allo spettatore, ma l’impressione è che anche la più piccola creatura possa spingersi oltre e raggiungere la condizione superiore che le è sempre spettata, come il continuo moto ascensionale dei pesci nella scena dell’acquario sembra suggerire. Tutto ciò che appare sullo schermo è un mondo vergine, tutto sembra osservato per la prima volta. Il richiamo di una fede evidentemente cristiana pervade il film dall’inizio alla fine in modo sempre più esplicito, trabocca da ogni colpo d’occhio, mentre continua la ricerca del vero amore, considerato una possibile pista per l’Assoluto.

Non a caso Knight Of Cups è un fiume di visioni e suggestioni scandito da un’unica parvenza di criterio: le donne. Da Imogen Poots a Cate Blanchett, da Natalie Portman a Teresa Palmer, sono le attrici e i loro personaggi i capitoli del racconto, di un cammino sempre teso verso qualcosa di più elevato.

Knight Of Cups recensione Terrence Malick Christian Bale Knight Of Cups Knight Of Cups - Recensione cups d

Tutto lascia supporre che ci sia sempre una “stanza accanto”, un luogo vicino ma invisibile in cui sta succedendo tutto ciò che realmente conta. Ma “la realtà non interessa più a nessuno”, come sussurra una delle splendide ragazze che popolano la vita errante di Rick, così non ci resta che contemplare il mondo materiale, consolati dalla prodigiosa fotografia volatile e aeriforme del maestro Emmanuel Lubezki.

Di film come Knight Of Cups ne escono pochi, se no andrebbe considerato in modo ben diverso. Credo che una delle sue capacità sia di ricordarci che lo stampino del cinema blockbuster è estremamente riduttivo: la scena d’azione (spesso eterna) subito all’inizio, e poi altre a intervalli regolarissimi, e i soliti schemi dei personaggi e delle loro dinamiche, la solita sbronza di CGI nel finale. A volte può riuscire bene, ma più spesso che no la formula ammazza il cinema. A quel punto, Knight Of Cups ti ricorda, per esempio, che si possono avere immagini anche molto più belle senza un pixel di effetti visivi, e che tutta quell’ansia da prestazione non è necessaria.

Per concludere, l’unico suggerimento è di abbandonare il codice binario tra autorialità e cinema popolare, più un film è particolare e meno è misurabile e paragonabile, come dicevo in apertura. Knight Of Cups è speciale e fuori dagli schemi come un pellegrinaggio in qualche luogo pieno di spiritualità o un giro sulla Luna in assenza di gravità e di tutto ciò che è la nostra quotidianità: non è una cosa che fai tutti i giorni, e magari è difficile e ti mette alla prova, ma potrebbe farti cambiare idea su certe cose. Forse non sulla vita, ma almeno sulla tua concezione del cinema.

Knight Of Cups recensione Terrence Malick Christian Bale Knight Of Cups Knight Of Cups - Recensione cups h
The Fighter Mark Wahlberg Amy Adams Christian Bale

Cinema da sogno americano: 7 ragioni per amare The Fighter

Che grande edizione quella degli Oscar 2011! In corsa per le statuette più ambite c’era una ressa di film pieni di personalità, grondanti di ottime performance attoriali e grandi qualità tecniche e stilistiche: Il Cigno Nero, Inception, The Social Network, Il Grinta… peccato solo che alla fine l’abbia spuntata il più calcolato e pettinatino, Il Discorso Del Re. Tra l’altro questo esito brucia anche di più se si pensa che in gara c’era pure quel beverone ipervitaminico e ultradinamico al gusto di cacao dal titolo The Fighter.

Non ho mai più trovato quella carica e quella spregiudicatezza nei successivi lavori del regista David O. Russell, ma all’epoca ero pronto a scommettere tutto su di lui per un futuro radioso a base di ottimi film a budget medio-basso sempre intensi e ottimamente bilanciati.

Basato sulla storia vera di Micky Ward, pugile talentuoso e dal gran cuore, che lotta per emergere quando sembra già quasi troppo tardi e lotta forse anche di più perché quel terremoto della sua famiglia trovi un assestamento che non scontenti troppo nessuno, è uno dei migliori esempi del suo genere. Ma vediamo più nel dettaglio le 7 ragioni per amare The Fighter.

1) Nella miglior tradizione di film sportivi che però usano lo sport più come pretesto per sagomare la storia e i personaggi, come il primo grande Rocky, in The Fighter le cose migliori succedono fuori dal ring e travolgono tutto e tutti come inondazioni bibliche. Risse, inseguimenti, liti, arresti, tutto concorre a una mitologia di quartiere, a una strepitosa “guerriglia” urbana in cui i guantoni non servono più a nessuno.

The Fighter Mark Wahlberg Amy Adams Christian Bale the fighter Cinema da sogno americano: 7 ragioni per amare The Fighter The fighter q

2) Tutto questo funziona perché sotto alle questioni serie si respira sempre un certo umorismo, evocato talvolta con gag esilaranti, ma anche con la complessità di questi rapporti, e con un lavoro sul montaggio, sui movimenti di macchina, sul ritmo, sulla colonna sonora a base di rock di lusso, ma soprattutto su quattro protagonisti fiammeggianti, per scrittura e interpretazione. The Fighter è una dinamo impazzita, è il Mad Max Fury Road dei drammi sportivi. Ma più vario e trasversale.

3)Togliamoci il pensiero: il cast. I film corali, quando scritti così bene, partono già con una marcia in più, se poi li affidi agli attori giusti non ce n’è più per nessuno. La prova di Christian Bale, al contrario del suo fisico, non è tra le più sottili, ma è quello che occorre al film nel complesso; Amy Adams e Melissa Leo offrono due tra i personaggi femminili più riusciti di quest’epoca e Mark Wahlberg brilla per il coraggio, essendo l’unico che non va mai sopra le righe pur non mancandogli certo la tentazione! Raro caso in cui ognuno cerca di emergere e allo stesso tempo di innalzare gli altri. Senza tralasciare tutti i comprimari, il branco di sorelle e padri e patrigni che non sono mai inseriti a caso e aggiungono sempre qualche gustoso dettaglio.

4) Spesso i drammi famigliari si risolvono in una sfilata di personaggi depressi e squallore a catinelle, come a formare un genere a sé. In The Fighter si lavora su temi duri, il tradimento, la dipendenza dalla droga, la manipolazione che può avvenire tra persone con lo stesso sangue, il desiderio di riscatto, la paura del fallimento…etc. Ma tutto trasuda vitalità, moltissime scene sono girate catturando tante battute che si accavallano, tante piccole azioni che avvengono tutte insieme. Sembra un modo caotico di procedere, ma qui David O. Russell fa il miracolo, tenendo tutto sott’occhio, spremendone solo l’energia e conservando una chiarezza formale cristallina.

The Fighter Mark Wahlberg Amy Adams Christian Bale the fighter Cinema da sogno americano: 7 ragioni per amare The Fighter Fighter ring

5) Manco a dirlo, che colonna sonora! Led Zeppelin, Whitesnake, Red Hot Chili Peppers, e tanti altri. Non solo I pezzi scelti spaccano, ma sono inseriti alla grandissima.

6) Come dicevo, The Fighter è basato su una storia vera e O’Keefe, il poliziotto che nel tempo libero va ad allenare Micky con ancora la divisa addosso, è il vero O’Keefe, e offre una prova breve ma impeccabile.

7) Gli Stati Uniti sono entrati nell’era Trump, ma se c’è qualcosa che non deve mancare nella rappresentazione realistica del sogno americano di qualunque epoca e con qualunque presidente è l’idea che nessun successo è definitivo, che si può sempre perdere ciò che si è guadagnato o viceversa andare anche oltre e vincere la prossima sfida. The Fighter questo elemento lo tiene in gran conto: la storia di Micky Ward contiene tre grandi match contro Arturo Gatti, che non vengono neppure sfiorati da questo film, magari ce li racconteranno in futuro, chissà. Ma The Fighter si chiude su una breve scena in cui Mark Wahlberg esprime, rispetto al fratellastro, un contegno, un riserbo, qualcosa che incrina leggermente il trionfo che lui e la sua famiglia hanno appena riportato, e mi piace pensare che sia proprio la consapevolezza che il viaggio non sia ancora finito, senza per forza parlare di un sequel.

Knight Of Cups Christian Bale Terrence Malick

Knight Of Cups, il trailer che vale più di tanti film interi

Non fatevi ingannare, con questo breve articolo voglio portare la vostra attenzione sul trailer che trovate in fondo, che tra l’altro è tutto tranne che nuovo. Quello che scrivo qui è un riempitivo, ma con uno scopo preciso e nobile: ritardare il piacere della visione, per godersela anche di più. Knight Of Cups, di Terrence Malick, quando ormai nessuno ci credeva più, ha una data di uscita anche italiana, dopo che negli altri paesi se lo sono visto già da un pezzo. Qualcuno ne ha parlato come di un film bello ma vuoto, ma chissene, ci faremo una nostra idea quando lo vedremo. Il punto è un altro. E cioè che questo trailer da solo è più bello e soddisfacente di una marea di film interi.

Certo, quello per cui la gente fa la fila è cinema col vantaggio della schematicità, ma quella offerta da Knight Of Cups, almeno a occhio, è la miglior alternativa possibile. Inutile mettersi lì a descriverlo a parole, basta guardarlo e subito si vede il punto di contatto tra la libertà espressiva e il talento sopraffino. Potremmo essere grati a Malick già da ora: senza Knight of Cups non avremmo avuto questo trailer, che è più spettacolare dei baracconi e più intenso di tanti drammoni “due stanze e una cucina”.

Merito anche del tocco inconfondibile di Emmanuel Lubezki, il direttore della fotografia che con le inquadrature, le luci e i movimenti di macchina racconta storie e/o stati d’animo molto meglio di tanti sceneggiatori. Il suo modo di girare, ma forse anche di osservare le cose, polverizza qualunque tentativo di stipare la fotografia di un film tra le mere categorie tecniche. Incredibile poi l’evoluzione del suo stile, impossibile pronosticarne i limiti. Il tre volte premio Oscar (una delle scelte incontestabili dell’Academy) ha già reso unici Revenant e Gravity, per citare alcune delle sue cose migliori in assoluto. Quei film senza di lui cosa sarebbero?

Quello che vediamo nel trailer è un sogno visto da un treno in corsa: poche parole, immagini maestose e intime, geometriche o prossime alla deformazione, massimi sistemi che risuonano tra cielo e mare e tutte quelle altre cosette che puoi raccontare in modo credibile solo se non ti accontenti. In più, bravura e credibilità totali imballate con cura nelle sembianze di Christian Bale, Cate Blanchett e Natalie Portman. Basta con le chiacchiere, azione. Knight Of Cups esce il 9 novembre.

In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan

Tra pochi giorni il mondo non potrà parlare dei Batman precedenti senza fare paragoni con Batman V Superman, quindi l’ultima occasione per fare il punto senza tifoserie è ora. Dopo la versione di Burton della volta scorsa, oggi tocca a quella di Christopher Nolan. Anche in questo caso la parola d’ordine è concentrarsi su Batman, lasciando in disparte i villain.

Nella nostra epoca viene annunciato un reboot ogni cinque secondi, ma pochissimi hanno successo di critica e pubblico e sono realmente giustificati sul piano artistico, e uno degli eletti è il Batman di Nolan. Una serie di film grandi ma non perfetti, che incontrano il maggior limite nell’iper-scrittura, che spinge talvolta a soluzioni drastiche ma tremendamente rozze. Pensate a Batman Begins, che si gioca lo status di capolavoro per via di quel montaggio da trailer dell’ultimo quarto d’ora, o al Rises, che ha problemi non molto diversi.

Ma fin da Batman Begins, col quale Nolan sottrae Batman al villaggio innevato di Tim Burton per gettarlo nella mischia infinita del mondo reale, abbiamo la prova che un franchise comatoso e dimenticato sotto le ceneri di episodi disastrosi può anche risvegliarsi e tornare alla gloria. Con questa trilogia Nolan è diventato il regista più dibattuto del web, e ha potuto creare una corrente atipica di blockbuster personali e sorprendenti. Attorno alla sua opera si è anche scatenato il più grande equivoco interpretativo a proposito del concetto di “realismo”, una cosa da non dormirci più la notte.

dent-gordon-batman  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan dent gordon batman

Per la prima volta, infatti, attorno a Batman appare… il mondo, complicato, sconfinato e cattivello. Ci si preoccupa di rendere credibile l’interazione tra un fuorilegge e la polizia, che avviene in camuffa e con la diffidenza e l’ostilità dei più. La distanza da Burton, in cui le autorità finivano per riconoscere e celebrare ufficialmente un giustiziere omicida e mascherato senza farsi problemi, è davvero tanta. Inoltre, la realtà metropolitana è visualizzata in scala 1:1 e non più a campione come succedeva nei film precedenti.

Tutta la trilogia comincia e finisce come un unico, grande conto alla rovescia, una corsa contro il tempo, affinché Batman faccia ciò che deve prima della sua inevitabile fine: sparire dalle scene, perché nel mondo reale non c’è posto per lui, nessun pigiama in kevlar potrebbe salvarlo, morirebbe subito o verrebbe smascherato. La sua aura mitica e teatrale si sgretola in corsa, alla fine combatte in pieno giorno, non può più ingannare nessuno. Può solo sperare di restare in giro abbastanza da ispirare la gente, certo non può risolvere le cose da solo. E tutto questo non lo chiamate realismo? Già nel secondo film si capisce che, facendo 2+2, praticamente chiunque può scoprirne l’identità.

Dalle prime apparizioni completamente buie di Batman Begins allo stagliarsi nella luce del sole del Rises, Nolan tiene conto che una soluzione straordinaria come Batman non potrebbe mai diventare routine. Questo era il realismo di cui si parlava, un realismo concettuale, delle dinamiche e del contesto, non relativo alla fisica delle scene d’azione, che viene spesso violata in favore dello spettacolo da decine di blockbuster, fumetti o no. Non sono contraddizioni di principio ma fisiologiche, anche se superflue e fastidiose, concessioni alla filosofia mainstream.

the-dark-knight-rises-PROLOGUE  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan the dark knight rises PROLOGUE

Un racconto che adora i preliminari: il Batman di Christian Bale si forma un po’ per volta, sotto i nostri occhi, rendendo la genesi di un eroe sopra le righe tanto avvincente quanto credibile, verificabile come un esperimento in laboratorio, obbediente a una serie di rapporti causa/effetto raccontati con un ritmo impeccabile: la fluidità del montaggio parallelo della prima parte di Batman Begins è un piccolo miracolo che si rigenera a ogni visione.

Dal Batman fascinoso, autoreferenziale e narcisista di Burton a quello umile che combatte, uno tra tanti, in mezzo ai poliziotti nello scontro finale de Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno l’ampliamento dell’orizzonte è enorme: la trasposizione dei fumetti al cinema completa il suo viaggio e scopre di poter ascendere fino a qualunque vetta, a patto di avere una visione forte e la libertà sufficiente a realizzarla.

Cinecomic ammutinato e monito perenne sul potere dell’autorialità al servizio dello spettacolo, il secondo film della trilogia, con la sua andatura paranoica e instabile sempre a un soffio dal deragliamento, è il più nolaniano e rimane il migliore del lotto. Nolan usa il Joker, buco di logica a forma di personaggio, come scusa per trascinare Batman nello stesso sistema cartesiano di Memento e The Prestige e provare l’ebbrezza di girare un film personale con 180 milioni di budget, iniettando lucida anarchia nel blockbuster moderno e dimostrando che anche in un mondo rigoroso alla Heat si può perdere il controllo in modo creativo e fare qualcosa di diverso, decretando il più grande atto di insubordinazione di un genere nel recente cinema hollywoodiano.

tdk-01  In attesa di Batman V Superman: il Batman di Christopher Nolan tdk 01

Note sparse:
Christian Bale, sciolto e puntuale nella vasta gamma di espressioni che lo script gli richiede, nel terzo film offre una delle sue migliori prove d’attore, ma non essendo un villain e trattandosi di un blockbuster nessuno ci fa caso.

Il Cavaliere Oscuro è forse l’unico film del nuovo millennio che sia riuscito a costruire un hype globale devastante e poi, alla prova dei fatti, l’abbia addirittura superato.

Quando sentite dire che il Batman dei fumetti è solo quello “fiabesco” ricordatevi che non è vero. Le storie prive di elementi magici e piene invece di realismo noir/poliziesco sono parte della tradizione e a volte ne rappresentano i risultati più meritevoli (prendete Anno Uno di Miller e Mazzucchelli, per esempio). Nolan si è ispirato a questo lato della mitologia Batmaniana, evidentemente.

Poster del film La grande scommessa

La grande scommessa – Recensione

And the Oscar goes to…la crisi economica! Scroscio di applausi, mentre la crisi economica, da qualche parte nella sala del Kodak Theatre, si alza in piedi, abbraccia i vicini di poltrona e si incammina verso il palco per ritirare la preziosa e iconica statuetta. Vi sembra assurdo? Eppure non lo è più di tanto, anche se l’Academy al momento non contempla la categoria “miglior fenomeno socio-economico protagonista”. La grande scommessa scommette che prima o poi succederà. Certo non è la faccia tosta a mancare a questo film.

Quella, per esempio, di esibire un cast prestigioso, Christian Bale, Brad Pitt, Steve Carell e Ryan Gosling, per poi ridurre i loro personaggi a formiche in un formicaio, con tocco quasi Malickiano: come ne La Sottile Linea Rossa la guerra rubava la scena alla mezza Hollywood presente nel cast, così qui la crisi economica con tutta la sua Babele di leggi di mercato, frodi, sotterfugi e tecnicismi non lascia scampo a nessun rivale. O meglio, non lascerebbe scampo, perché gli aspiranti rivali in realtà non ci sono.

Certo, Christian Bale è bravo e si diverte nel suo ruolo, ma non basta a rendere digeribile la matassa di spiegoni e contro-spiegoni di scienza finanziaria che dirottano di continuo le interazioni tra i personaggi e la storia stessa, in un incessante cambio di focus da una scena all’altra. Qualunque afflato umano ne esce annichilito, l’emotività cede il passo al bozzettismo e ai tic esasperati che nelle intenzioni dovrebbero essere la spina dorsale di una satira brillante. Il montaggio in preda all’ansia da prestazione, le inquadrature sporche e l’esibita autoconsapevolezza definiscono il carattere del film, condannandolo a patire tutti i limiti di uno stile tanto invadente. Effetto voluto?

La grande scommessa Recensione  La grande scommessa - Recensione the big short 2

Per lo meno accettato, si direbbe. La grande scommessa non tiene certo il piede in due staffe, va riconosciuto. Come va riconosciuto che la satira è un genere impegnativo, impegnato e poco sentimentale. Ma anche stando alle regole, se lo chiedete a me, è sempre bene affidarsi a personaggi forti, che conducano il pubblico tra le insidiose pieghe del tema in questione e funzionino da interfaccia e catalizzatori. Tutti o quasi subiscono gli effetti della crisi globale, ma non tutti hanno voglia di capirla su base puramente tecnica.

Viviamo nell’epoca in cui ogni attività del quotidiano viene addomesticata e arrangiata in modo da farne un reality, che è un format per lo più deleterio, ma almeno ci ammonisce sempre a trovare una connessione emotiva tra l’essere umano e ogni sua attività o pensiero. Se anche non si vuole scomodare il Cinema di maggior qualità come maestro, basta rivolgersi alla tv più generalista. La grande scommessa ha fatto la sua scelta, ora tocca al pubblico.

La grande scommessa Recensione  La grande scommessa - Recensione the big short

Da attori a stuntmen: quando il Cinema è una Mission Impossible

“Cosa vuoi fare da grande?” “ L’attore”. Uno scambio molto in voga tra i ragazzini, e forse una volta è capitato anche a noi di dirlo. Chissà, magari è capitato anche a Tom Cruise, visto che è stato bambino anche lui. Ma qualcuno sta lavorando per estendere il significato della definizione “attore”. Ci sono quelli che recitano, e ci sono quelli che modificano la loro vita quotidiana e magari anche il proprio corpo in funzione del ruolo. Chiamateli attori di metodo o come vi pare, ma certo dovrebbe esistere un limite “etico” anche per loro.

Nel nuovo trailer di Mission Impossible: Rogue Nation c’è una scena subacquea che si preannuncia come una delle sequenze memorabili del film. Per rincarare la dose, Tom Cruise ha dichiarato che non solo ha girato di persona il tutto, ma che lo hanno fatto con un solo piano sequenza, senza stacchi. Morale della favola, Tom ha dovuto trattenere il fiato per sei minuti e forse qualcosa in più. Questo, nello stesso film per cui la star ha già compiuto l’impresa di aggrapparsi a un aereo in volo.

Dallas-Buyers-Club-trailer  Da attori a stuntmen: quando il Cinema è una Mission Impossible Dallas Buyers Club trailer

Ovviamente il fenomeno non riguarda solo Tom Cruise, e neppure solo gli stunt a base di acrobazie assortite. Infatti c’è anche il peso corporeo colato a picco per la parte, come per Christian Bale ne L’uomo senza sonno o Matthew Macconaughey per Dallas Buyers Club. A tutti loro e a quelli come loro io dico “Bravò!”. Ma aggiungo anche che non ce n’era alcun bisogno.

Anzi, è proprio un modo di intendere la dedizione al mestiere e all’arte che non approvo per niente. Perché il Cinema e l’entertainment in generale dovrebbero migliorare il quotidiano della gente, mettendo le persone sempre al primo posto. Così invece si rischia la vita per un film o per un Oscar, invertendo la gerarchia. Ci sono grandissimi attori che hanno fatto la Storia senza mai ricevere un riconoscimento dall’Academy, e ci sono innumerevoli grandissimi film per cui nessuno ha patito la fame o rischiato l’osso del collo.

Vogliono fare di persona gli stunt pericolosi? Benissimo, ma c’è un limite a tutto. Inoltre, nessuno stunt estremo è in grado di rendere un film migliore di quello che è. Per non parlare di come questo trend tenda a premiare l’attore che meglio esegue un numero da circo piuttosto che una prova di recitazione. Evidentemente, la moderna industria ha bisogno anche di questi diversivi, come del resto di quelli legati al gossip. Non è mai puro Cinema, forse non lo è mai stato. Ma un conto è rischiare una paparazzata scomoda, un altro è sottoporsi a un training molto stressante o addirittura rischiare la buccia. Detto questo, pausa caffè.

Prendi l’Oscar e scappa: il nuovo film su Steve Jobs

Gli aforismi, anche i migliori, non sempre servono davvero nella vita. Molte volte c’è il rischio di passare più tempo a leggerli (o a postarli su facebook) che a metterli in pratica, rischio ancora più accentuato se vengono da un personaggio carismatico come Steve Jobs. Ora, il buon Steve non c’è più, ma un nuovo film su di lui ha appena effettuato il decollo.

Non ci vuole un allibratore per riconoscere un film Oscar-friendly, se te lo trovi davanti. Ma, anche nel caso che il progetto giaccia ancora sulla carta, a volte i pronostici sono comunque facili. Se devo essere sincero non amo molto questa prevedibilità, che rischia di viziare alla radice il prodotto e costringerlo nelle strette e spesso prevedibili griglie dell’Academy. Ma a volte ci può essere spazio per le sorprese.

Se questo fosse solo un altro biopic, pur con l’indiscutibile vantaggio di raccontare un personaggio molto popolare, molto influente e molto contemporaneo, non ci sarebbe poi tanto da stare allegri: chi ha voglia di vedere l’ennesimo polpettone calligrafico in cui metà dello sforzo se ne va nella ricerca della somiglianza fisica?

christian-bale-american-hustle  Prendi l'Oscar e scappa: il nuovo film su Steve Jobs christian bale american hustleMa la prospettiva sembra inedita. Notoriamente, la sceneggiatura a opera di Aaron Sorkin verte su tre “atti”, tre momenti chiave, da mezz’ora l’uno, vissuti dal guru della Apple. La regia inizialmente avrebbe potuto essere di David Fincher, ma poi non se n’è fatto niente, finché non è subentrato Danny Boyle. Mutazioni interessanti, ma mancava ancora un pezzo del puzzle: Christian Bale.

L’ex Batman è stato confermato nel ruolo, e col suo ingresso questo nuovo oggetto di cinema ha preso una forma definitiva decisamente interessante. Le mie speranze ruotano quindi tutte attorno al lavoro di questo triumvirato. Veloce scorsa alle tre figure chiave in questione.

Danny Boyle – non sono un suo fan, ma in tempi recenti ci ha regalato 127 ore, ed è il tipo di regista che, probabilmente, non riesce a essere troppo formale neppure se gli dai un biopic del genere. Insomma, scongiurato il pericolo del polpettone calligrafico, e potenziale sufficiente per un approccio inedito che possa fare tesoro di uno stile a volte allucinato e intrattabile.

Aaron Sorkin – ho sempre pensato che senza di lui The Social Network non ce l’avrebbe fatta. Sorkin è uno sceneggiatore che ha un’orchestra di dialoghi in tasca, con lui un film sembra una partita a Tetris giocata con destrezza olimpionica. Certo c’è il rischio che il gusto per il ritmo si mangi la naturalezza, ma è un rischio con cui si può convivere. E poi lo script dribla già di base il classico schema biografico.

Christian Bale – a parte il prossimo Exodus, per cui non provo alcun interesse, è un attore con un curriculum impressionante, che porta serietà a pacchi in ogni progetto a cui prende parte. E anche se non farà alcuna fatica ad assumere le sembianze di Steve Jobs, possiamo stare certi che il piatto forte sarà proprio la performance nuda e cruda. E’ l’attore che tutti vorrebbero nel proprio franchise e ha anche ricevuto una prima benedizione dall’Academy con l’Oscar al miglior attore non protagonista per The Fighter. Tutto lascia pensare che i tempi siano maturi per puntare al quello per miglior protagonista. In pratica gli stanno alzando la palla sotto rete.

Se c’è un team in grado di rimescolare la brodaglia del genere biopic con successo è questo. Poche altre volte la gente giusta e il soggetto giusto si combinano in questo modo. Le riprese cominceranno entro la fine dell’anno, quindi si può supporre che l’uscita sia nel 2015.

UPDATE! Niente, a quanto pare la ruota non ha ancora finito il suo giro: Christian Bale sembra aver abbandonato il progetto, ma questo non significa che non potremo avere un grande film. Si tratta solo di vedere chi la spunterà alla fine della corsa, ma per due terzi quello che abbiamo davanti è ancora un team coi fiocchi. Staremo a vedere.